In Regime fascista si parla quindi a buon diritto di libertà, che non sarà naturalmente quella socialmente dannosa del liberalismo, ma sarà soprattutto senso di responsabilità, sicché potrà atteggiarsi come il motivo di una autolimitazione dell’individuo, che permetta la coesistenza della sua autonomia con altre autonomie aventi eguali diritti. Su questo fondamento spirituale si fonda l’organizzazione collettiva fascista, che riassume in una formula di armonia, di coordinamento, di collaborazione.
Prof. Aldo Moro
(futuro “Padre costituente”)[1]
UNA COSTITUZIONE ANTIFASCISTA?
La doppiezza del PCI e la “terza via” corporativa nella Carta costituzionale
Da alcuni anni la classe dirigente dello Stato italiano tenta di riportare al centro dell’attenzione la Costituzione, segno inequivocabile della lontananza di questa dal comune sentire della popolazione che sembra proprio ignorarla, nonostante costituisca la base fondamentale del vivere civile della Repubblica. Si è partiti dal “patriottismo costituzionale”, con il quale si è cercato di nobilitare il testo del 1948 sostituendolo o integrandolo nell’amor di Patria; per finire poi a spettacolarizzare il tutto con la nota dizione “la più bella del mondo”. Risultati, nell’uno e nell’altro caso, nulli. E se per un comico è “la più bella del mondo”, per il più grande costituzionalista britannico, a detta dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, è «la peggiore Costituzione adottata nel dopoguerra in Europa»[2]. Chi sbaglia? Un “giullare” portavoce della sinistra italiana o un Padre della Repubblica?
Del resto, anche in campo antifascista, all’epoca, le perplessità non furono isolate davanti al testo costituzionale. Ha ricordato Valentino Rubetti:
[…] Alla nostra Legge fondamentale non mancarono illustri critiche, da parte insospettabile: Gaetano Salvemini la definì “un’alluvione di scempiaggini” e Piero Calamandrei osservò che si trattava di una “Costituzione tripartitica, di compromesso, molto aderente alle contingenze politiche dell’oggi e del prossimo domani: e quindi poco lungimirante”[3].
La Carta, oggi, è usata solo dalle ristrette minoranze della classe politica italiana per i loro artificiosi duelli di circostanza, nulla di più. Comunque, partendo da questi duelli, secondo i quali le riforme costituzionali sono giuste o sbagliate a seconda della fazione politica che le sostiene, si scopre che la Costituzione, lungi dal promuovere qualcosa che unisce, è in realtà un’arma di battaglia politica, che è nata contro qualcosa e, quindi, di per sé divisiva. Quante volte abbiamo sentito dire che la «Costituzione è antifascista»? Cosa vuol dire questo assunto? Non sappiamo con precisione, anche perché in nessuno dei suoi articoli viene mai menzionato l’antifascismo. Qualcuno fa notare che, sebbene solo nelle Disposizioni finali e transitorie, vi è un esplicito richiamo al divieto di ricostituzione del Partito Fascista. Ora, fermo necessario che bisogna pur comprendere gli anni in cui questa Costituzione venne scritta (1946-1947), dobbiamo affermare a chiare lettere che tale Disposizione transitoria e finale venne inserita nel testo non per una necessità evidenziata e discussa dall’Assemblea Costituente, ma per obbligo imposto dagli Alleati che, fin dal Settembre 1943 e poi fino al Trattato di Pace (diktat) del 10 Febbraio 1947, imposero tale passaggio al Governo italiano[4]. Del resto, quel tipo di Costituzione fu adottata solo per allineare il sistema politico italiano alla sfera di influenza neocoloniale statunitense(cfr. Accordi di Jalta, Febbraio 1945). Se la nostra Nazione fosse stata inserita nella sfera di influenza sovietica, avremmo avuto tutt’altra storia, checché ne pensassero i vari Comitati di Liberazione Nazionale, i vari Governi e i vari partiti che si agitavano in quegli anni nel nostro Bel Paese. Dato questo assunto, sembra un’esagerazione legare la Costituzione alla Resistenza, un movimento che, oltre a divisioni ideologiche profonde, non diede in realtà nessun apporto politico durante la guerra civile e, in generale, nemmeno militare. Questo, ovviamente, non vuole assolutamente negare che l’Assemblea Costituente fu anche espressione degli ideali della Resistenza, molti suoi componenti provenivano dalle fila dei CCLN clandestini durante la RSI, e che tutti i Deputati avessero – per convinzione o opportunismo non importa – fatto una scelta di campo ben precisa: quella dell’antifascismo. Ma da qui a dire che la Costituzione fosse antifascista per scelta fondante dei suoi autori ce ne vuole, anche perché – se tutti erano antifascisti – si volle scrivere un testo per il futuro dell’Italia, non certo una Carta che cristallizzasse la guerra civile di generazione in generazione. Anche perché non pochi di quei Deputati venivano da tutt’altra esperienza. E che esperienza!
Si afferma, sempre più in imbarazzo, che sebbene la parola “antifascismo” non compaia mai nel testo costituzionale, la Carta rimane antifascista perché, sposando una visione democratica, in sé nega il fascismo. Certamente, sposando una visione democratica ed adottando quelle formule, la nostra Costituzione è altro rispetto al fascismo e lo nega nei fatti, così come nega il comunismo ed addirittura una visione liberale dello Stato!
In realtà, ad etichettare la Costituzione come antifascista furono prima di tutto i comunisti, ossia coloro che considerarono la Carta come un compromesso da superare al più presto in vista dell’edificazione di uno Stato socialista (incompatibile con la Costituzione che si stava varando). Lo stesso Togliatti ebbe a specificare che «si sta scrivendo una Costituzione che non è una Costituzione socialista, ma è la Costituzione corrispondente ad un periodo transitorio di lottaper un regime economico di coesistenza di differenti forze economiche che tendono a soverchiarsi le une con le altre»[5].Sia chiaro, se il PCI avesse preso il potere, la Costituzione del 1948 sarebbe stata silurata per una di tipo sovietico, come avverrà in Cecoslovacchia. Non a caso furono proprio i comunisti a bollare la Costituzione come antifascista, ossia come uno strumento che non permettesse più al Fascismo di ritornare al potere travolgendo la “libertà” e l’ordinamento democratico dello Stato. Quindi, una Costituzione “strumentale”. Aggiungendo, comunque, che la garanzia per il raggiungimento di questi fini si sarebbe ottenuta solo quando le “forze nuove”, quelle “democratiche”, le “forze del lavoro”, si sarebbero affermate. In poche parole, solo quando i comunisti avrebbero preso il potere: «Noi rivendichiamo [affermò Togliatti l’11 Marzo 1947] una Costituzione socialista… Oggi si tratta di distruggere fino all’ultimo ogni residuo di ciò che è stato il Regime della tirannide fascista»[6]. Affermazioni in cui traspare tutto l’odio togliattiano verso l’invidiato Regime, i decenni di frustrazione davanti ai successi di Mussolini, le numerose sconfitte e l’umiliazione della “lettera ai fratelli in camicia nera” da far dimenticare[7]. Ma di là di queste considerazioni psicologiche prima che politiche, tutti sapevano quali garanzie di libertà, giustizia e rispetto dei diritti politici davano le “democrazie progressive” che stavano sorgendo in tutta l’Europa dell’Est. Ecco, quando si parla di Costituzione antifascista, si parta da qui. Ossia dalla necessità per il PCI di essere “accolto” nella famiglia democratica in nome di un nemico comune, utilizzando i Comitati di Liberazione Nazionale come “cavalli di Troia”. Non a caso, nel 1986, il Prof. Franco Tamassia, nella sua prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Studi Corporativi ebbe a specificare in merito alla Costituzione “nata dalla Resistenza” e “contro il Fascismo”:
«Quale è la funzione di questo richiamo? […] In primo luogo costituisce un fattore unitivo per le forze la cui ispirazione ideologica ufficiale si presenta tutt’ora come eterogenea ed incompatibile; senza il comune elemento antagonistico del fascismo (che se non fosse mai esistito lo avrebbero inventato) e di quei valori o disvalori che gli si attribuiscono, determinate coalizioni non si potrebbero giustificare»[8].
Già queste poche osservazioni metterebbero in crisi gli attuali “apologeti per sport” della nostra Costituzione, ma ancor più preoccupazione potrebbe scatenare l’osservare quali sono le radici sulle quali prese forma la Carta che, accanto agli ideali della Resistenza, fu influenzata, e in maniera non marginale ma consistente, da tutt’altre esperienze, in particolarequelle del “famigerato” Ventennio fascista. È questa l’analisi di un importante lavoro di Francesco Carlesi e Gianluca Passera al quale rimandiamo il lettore e che costituirà il riferimento di questo nostro breve saggio[9].
La Costituzione italiana nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale che vide la nostra Nazione come Paese sconfitto, oggetto di occupazione straniera (cui i Governi subordinati rispondevano in pieno) ed inserito nella sfera di influenza neocoloniale statunitense. Ovvio che la Carta registrasse e recepisse in toto questa situazione rivoluzionaria. Nacque, altresì, come un compromesso tra una visione democratica e una visione marxista, con continui “aggiustamenti” che ne compromisero l’assetto.
A quasi 80 anni dal 1948, cosa rimane di quelle battaglie politiche, di quegli ideali, di quei partiti? Nulla, eppure la Costituzione sembra per alcuni intoccabile, immobile come una sfinge, rischiando di fare la fine della sfinge non potendo certamente rispondere a ben altri problemi, a ben altre esigenze, a ben altre visioni politiche. Certo, per chi non ha più nulla da dire, perché il suo sistema ha fallito o perché crede nella “fine della Storia” con il raggiungimento della società perfetta, cristallizzare un mitico passato serve essenzialmente a legittimarsi moralmente ogni giorno nei confronti dei cittadini che pretende di governare, mascherando la sua improvvisazione e la sua ipocrisia.
Il tramonto del comunismo – per cui i partigiani si erano battuti – ha provocato un cortocircuito delle coscienze. Allora ci si reinventa un passato che non c’è mai stato e si “santifica” quella che era da considerarsi solo una fase di passaggio verso il socialismo reale. Tutti sapevano – per citare un Roberto Vivarelli – che la Carta costituiva un “punto di partenza”. Adesso, non potendo più andare oltre, quella fase storica si è cristallizzata, come “punto di arrivo”. E sosta.Addirittura una “conquista”. Forse un po’ troppo per chi aveva scatenato una guerra civile senza precedenti nella storia d’Italia con tutt’altri obiettivi politici.
La Costituzione nacque anche con una piccola contraddizione: riconobbe la sovranità popolare, ma non fu mai sottoposta all’approvazione del corpo elettorale italiano: “Donde il difetto assoluto di quel carattere ‘popolare’ che, viceversa, i giuspubblicisti nordamericani si compiacciono di rivendicare per la loro Carta fondamentale”, ha evidenziato il Prof. Gherardo Marenghi[10].
Ma anche sulla rappresentatività popolare dell’Assemblea costituente si devono evidenziare delle distorsioni, non solo dovute al (comprensibile) fatto politico che i “maggiori responsabili” del Regime fascista furono esclusi dal diritto di voto e milioni di cittadini italiani fascisti non ebbero rappresentanza in quelle votazioni mancando un movimento di riferimento. Vennero esclusi dal voto, per contingenza si dirà, decine di migliaia di prigionieri di guerra ancora non rientrati in Italia, cosa gravissima dal punto di vista morale: “Chi più aveva dato, nulla ebbe”. Assassini e stragisti, approfittatori ed imboscati, segnorine e scuscià, ebbero il diritto al voto; i combattenti della Patria in prigionia no. E dove si raggiunse il massimo fu l’esclusione dal voto degli Italiani delle provincie di Zara, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Bolzano. Secondo Valentino Rubetti, 1.600.000 cittadini non poterono votare per le elezioni dell’Assemblea costituente e per il referendum Monarchia-Repubblica[11]. Ed erano gli Italiani che più avevano sofferto per la Patria. Un inizio che è tutto un programma.
L’Assemblea fu monopolizzata dai tre partiti di massa affermatisi il 2 Giugno 1946: la DC (35,21% dei voti e 221 Deputati); il PSIUP (20,68% dei voti e 115 Deputati); il PCI (18,93% dei voti e 104 Deputati); seguiti alla lontana dal PLI (6,78% dei voti e 33 Deputati); dal Fronte dell’Uomo Qualunque (5,27% dei voti e 30 Deputati); dal PRI (4,36% dei voti e 23 Deputati). Due milioni furono comunque le schede nulle e oltre 600 mila quelle bianche (su circa 28 milioni di elettori).
La DC ottenne la maggioranza dei Deputati (221) e la sinistra marxista (219 Costituenti) ottenne la Presidenza dell’Assemblea: Giuseppe Saragat del PSIUP (25 Giugno 1946 – 6 Febbraio 1947) e Umberto Terracini del PCI (8 Febbraio 1947 – 31 Gennaio 1948).
Su 556 Deputati eletti solo 21 erano le donne – su cui tanto oggi si specula –, quindi, una minoranza ininfluente. Il “popolo” – su cui altrettanto si specula – non fu direttamente rappresentato, se si pensa che quasi tutti gli eletti erano laureati e solo il 5,5% dei Costituenti non possedeva questo titolo di studio.
Queste le premesse, ma veniamo al concreto, certi di suscitare sorprese.
Quello che mai viene evidenziato è che i Costituenti furono indirizzati nelle loro proposte anche dalla precedente esperienza fascista, che costituì la base di diversi articoli della Carta, tanto che Gianluca Passera ha evidenziato eloquentemente:
Dobbiamo […] sottolineare una cosa importante: abrogare e sostituire con strutture e principi del tutto simili al periodo precedente, non è antifascismo, semmai è riconoscere quanto di buono il Fascismo progettò o contribuì a progettare in una sintesi con le altre forze politiche e culturali della Nazione[12].
Non a caso, lo stesso Onorevole monarchico Roberto Lucifero ebbe a sentenziare in Assemblea: «Mezzo Codice Civile e mezzo Codice Penale [scritti dal Fascismo] sono andati a finire nella Costituzione. E non solo i Codici, ma anche i Codici di procedura»[13].
Ha scritto l’Avv. Ludovico Boeti Villanis:
Se la Costituzione […] dovesse definirsi antifascista per il momento storico dal quale scaturì o per il credo politico dei cosiddetti padri costituenti, non si comprenderebbe oggi la ragione dei quasi 75 anni di coesistenza – per citare solo due esempi – con il Codice penale del 1930, detto Codice Rocco dal Ministro della Giustizia di allora e annoverato tra le “leggi fascistissime” dallo stesso Duce – e ciò malgrado gli interventi soprattutto della Corte Costituzionale che però mai ne hanno intaccato l’impianto nel suo complesso, né la stragrande maggioranza dei singoli articoli che lo compongono – ed alla stregua del Codice Civile del 1942 che tutt’ora consta a chi lo consulta “decretato” da “Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della Nazione, Re d’Italia e di Albania, Imperatore d’Etiopia”[14].
Tutto ciò non si comprende se non si osserva cosa accadde durante i lavori dell’Assemblea. Come ha evidenziato Passera: “Nei fatti se i comunisti scesero a compromessi aspettando tempi migliori, i democristiani furono il motore trainante, forti della loro scuola di pensiero corporativo e della loro attività in comunanza di intenti con il Fascismo. I liberali dal canto loro, non ancora estremisti nelle loro convinzioni come oggi, accettarono una struttura statale che marginalizzava le loro idee economico-politiche”[15].
Il fior fiore dei Professori delle Università fasciste (tutti con solenne giuramento al Regime) furono i motori principali della scrittura della Costituzione italiana: da Ferruccio Pergolesi ad Amintore Fanfani, da Aldo Moro a Vezio Crisafulli.Lo stesso Giuseppe Dossetti fu accusato di corporativismo fascista[16]. È vero, a loro si affiancarono uomini che nulla chiesero al Fascismo e lo combatterono sempre. Ma forse scavare troppo tra quella fazione non porterebbe lontano ed annoverare i vari Francesco Moranino tra gli antifascisti schierati nell’Assemblea costituente non sembra sia qualcosa di edificante e di cui andare orgogliosi.
Citare tutti coloro la cui adesione al Regime fu “totalitaria” e che poi si scoprirono antifascisti ponendosi alla guida della Repubblica Italiana “nata dalla Resistenza” è impressionante, ma fondamentale per comprendere la nostra storia[17]. Sono costoro che costruirono i cardini della Costituzione, non volendo intendere per democrazia l’illimitata libertà del singolo, ma bensì la sua partecipazione alla vita dello Stato.
Lo stesso articolo 1 – la repubblica democratica “fondata sul lavoro” – fu opera di Fanfani, che così corresse la dizione che volevano i socialcomunisti sulla repubblica “dei lavoratori”, con cui intendevano solo gli operai e i contadini, escludendo tutti gli altri, richiamando direttamente la Costituzione sovietica del 1936. Fanfani, già della Scuola di Mistica Fascista, invece, inserì il concetto di “lavoro”, richiamandosi all’umanesimo del lavoro di Gentile, alla stessa Carta del Lavoro fascista del 21 Aprile 1927-V, dove il lavoro era considerato un “dovere sociale” dell’individuo[18].
Non si tratta assolutamente di retorica, ma di una centralità e di una ripresa che lascia increduli chi non conosce il corporativismo fascista. Non a caso, il “lavoro”, quello di Gentile, del corporativismo fascista, della Carta del Lavoro, dell’art. 1 della Costituzione, fu posto alle fondamenta dell’azione politica del nuovo partito fascista italiano, il Movimento Sociale Italiano, che, proprio all’art. 1 del suo statuto inserì la sua ragione d’essere e tutto il suo progetto politico: “Il MSI si propone la realizzazione dello Stato Nazionale del Lavoro, per il raggiungimento – mediante l’alternativa corporativa – dei più avanzati traguardi di giustizia sociale e di elevazione umana, nel rispetto della libertà per tutti e nella armonia dell’ordine con la libertà”. Qualcosa di sconcertante per gli antifascisti, certamente.
Etica del dovere, di matrice mazziniana e di influsso corporativista, che Fanfani inserì anche nei “suoi” articoli 2 e 3: “È ormai chiaro come, sin dai primi articoli della nostra Costituzione, la concezione di lavoro e di solidarietà, siano indirizzati verso una terza via non comunista e non liberale, certamente una democrazia con alla base il lavoro di tutte le categorie in maniera sinergica”.
Un principio [quello della solidarietà sociale che è altro non è che la solidarietà corporativa] ancora da concretizzare, tramite la predisposizione di strumenti normativi e organi appositi, ma che comunque ricalca in linea generale le previsioni corporative della Carta del Lavoro, inserita nel 1942 come introduzione al Codice civile e anch’essa abrogata con la soppressione della struttura corporativa. […] L’idea di ricostruire una struttura corporativa, collaborativa di classe è ben presente in Costituente e, nonostante l’opposizione liberale e l’opposizione a tratti comunista, alcune norme come quella sulla gestione della proprietà privata saranno accettate, altre assolutamente no.
Resta il fatto che abbiamo dimostrato come il principio della solidarietà corporativa e il principio della solidarietà sociale, politica ed economica inserito in Costituzione all’articolo due, combaciano e hanno la stessa radice[19].
Fanfani non fece altro che recuperare tutte le elaborazioni sociali del Fascismo, come fece quando sulla fine degli anni ’40, in veste di Ministro del Lavoro, fu promotore del cosiddetto “Piano Casa” avvalendosi anche dei documenti del sindacalista fascista Francesco Grossi[20].
“Presenza di fascismo” c’è anche nel riconoscimento in Costituzione della proprietà privata e della sua funzione sociale,che ritroviamo addirittura in un discorso di Benito Mussolini risalente al 1934:
«L’economia corporativa rispetta il principio della proprietà privata. La proprietà privata completa la persona umana: è un diritto e, se è un diritto, è anche un dovere. Tanto che noi pensiamo che la proprietà deve essere intesa in funzione sociale; non quindi la proprietà passiva ma la proprietà attiva, che non si limita a godere i frutti della ricchezza ma li sviluppa, li aumenta, li moltiplica»[21].
Contenuti perfettamente in linea con quanto espresso dall’ora antifascistissimo Paolo Emilio Taviani, relatore della Democrazia Cristiana sul diritto di proprietà all’Assemblea Costituente: “Taviani sottolineando che la concezione della proprietà privata del Codice Civile non si potrebbe adattare a strutture statali collettive, ci conferma invece come la proposta democristiana sia in piena continuità col periodo precedente”.
Questo focus sul Codice civile era necessario perché se è vero che l’art. 42 della Costituzione riconosce e determina portata e funzioni del diritto di proprietà, è altrettanto vero che fa riferimento all’art. 832 del Codice civile corporativo a sua volta collegato alla Carta del Lavoro. Appare evidente, nella linea di Taviani, una continuità con il sistema corporativo. Cosa che peraltro ammetterà anche Ghidini [Gustavo, Deputato del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani], correggendo il tiro rispetto al suo pensiero iniziale, ammettendo che la funzione sociale della proprietà è un concetto portato avanti in Italia dal fascismo e caduto il fascismo dalla Democrazia Cristiana[22].
Del resto, Taviani si era specializzato alla Scuola Normale di Pisa in Scienze corporative, aveva fatto parte dei GUF ed aveva partecipato ai Littoriali della Cultura. Tutto questo non poteva essere dimenticato, anche se nessuno avrebbe obiettato sul suo antifascismo viscerale che lo porterà, ad esempio, in qualità di Ministro dell’Interno, nel Novembre 1973, a sciogliere, con un atto politico senza precedenti, il Movimento Politico Ordine Nuovo, senza aspettare gli esiti di altri gradi di giudizio pur costituzionalmente riconosciuti[23]. Un atto politico con il quale si scioglieva un movimento politico accusato solo di professare “idee maledette” e che permetterà subito dopo di creare la comoda e strumentale figura del “capro espiatorio” di tutte le stragi compiute in Italia. Ma questa è un’altra storia. Tornando alla Costituzione, ha sentenziato Passera: “Una lunghissima discussione riguardante la proprietà in Costituente ‘ricalca’ spesso quasi totalmente la portata del nuovo concetto di proprietà privata approfondito dal corporativismo fascista, compresa la contestazione basilare alle idee borghesi del 1789”[24]. “La proprietà arriva ad assumere la valenza di diritto dovere, di responsabilità sociale già nel 1939, ed è una pietra angolare della struttura fascista e corporativa”[25]. Così anche nel concetto di proprietà cooperativa: “Anche in questo caso a livello legislativo, i Costituenti arrivano però secondi, arrivando a concludere che fosse una sorta di proprietà privata allargata anche se basata su principi solidaristici. Era stato talmente approfondito che, già nell’Ottobre 1925 [III Anno Era Fascista] fu istituito l’Ente Nazionale della Cooperazione”[26].
Anche l’art. 41 della Costituzione del 1948, sull’iniziativa economica privata e sul collegamento con l’utilità sociale, è ricollegabile al Codice Civile del 1942-XX e addirittura “sovrapponibile all’enunciato VII della Carta del Lavoro”[27]. Così l’art. 43, sull’espropriazione mediante indennizzo dell’attività monopolistica allo Stato, ad enti pubblici o comunità di lavoratori, che è “collegato naturalmente agli articoli 834, 835, 838 del Codice Civile, che ricalcano il postulato IX della Carta del Lavoro”[28]. Ancora Passera: “Che il fascismo sia dunque in parte ‘sopravvissuto’ alla disfatta della guerra sembra altrettanto vero”[29].
Altro elemento interessante fu la discussione sul diritto di sciopero – vero e proprio feticcio della sinistra – che democristiani del calibro di Moro, La Pira, Mastojanni, Dossetti e Corsanego volevano limitare, mentre Togliatti lo voleva assoluto, per poterlo utilizzare come strumento di lotta contro lo Stato “borghese” e per la conquista del potere. A chi gli faceva notare che in URSS non esisteva il diritto di sciopero, il Segretario del PCI rispondeva che, in una società socialista, non v’era bisogno di questo diritto[30]. I democristiani, invece, sostenevano che creando una società democratica fondata sulla solidarietà sociale, lo sciopero non era necessario. Non a caso Fanfani sostenne che, dato il carattere solidarista della Repubblica, sarebbe stato opportuno che la Costituzione non parlasse affatto del diritto di sciopero che presupponeva uno scontro[31]. La tendenza democristiana era quella di proibire sciopero e serrata, per risolvere i conflitti attraverso enti di mediazione tra le parti, come la Magistratura del Lavoro… istituita dal Fascismo con la Carta del Lavoro del 21 Aprile 1927-V. Dall’altro lato, era chiaro che i social-comunisti volessero utilizzare lo sciopero, in specie quello politico, per forzare il sistema e utilizzarlo come strumento di guerra del proletariato[32]. Ecco, a cosa servì il diritto di sciopero!
Arriviamo così alla discussione sui sindacati dei lavoratori. Se in Assemblea ci si allontanò dal concetto di sindacato unico di corporativa memoria, il duello marxisti-democristiani portò ad un compromesso “zoppo”, ma che – come evidenza Passera – “è in larga parte di concezione e sviluppo corporativo”![33] Si ricordi, comunque, che in quegli anni esisteva il sindacato unitario (di “tradizione” fascista) della CGIL, al cui interno vi erano rappresentate tutte le anime politiche dei lavoratori.
Non mancarono prese di posizione in favore del sindacato unico giuridicamente riconosciuto, come quelle dell’On. Vincenzo Mazzei del Partito Repubblicano[34]. Alla fine si scelse il compromesso della pluralità dei sindacati (in concorrenza tra loro, che avrebbero indebolito la forza dei lavoratori, ma che potevano essere più facilmente essere utilizzati contro lo Stato “borghese”), con possibilità di riconoscimento giuridico (di matrice fascista). Il famoso articolo 39, rimasto lettera morta.
I comunisti, quindi, ottennero mano libera per utilizzare i sindacati per i loro propositi rivoluzionari – quanto antidemocratici, sia chiaro –, ma non ottennero il riconoscimento del principio della superiorità del proletariato. Cosa, ovviamente, che non fu un problema visto che la Costituzione era da considerazioni come uno strumento transeunte sulla via della conquista del potere. Una Carta che sarebbe stata prima o poi sostituita da una socialista, ossia mutuata dal modello sovietico-stalinista (come emblematicamente avvenne nella democratica e progressista Cecoslovacchia). Non si deve mai dimenticare cosa intendevano per democrazia e “libertà” i social-comunisti, come non si deve mai dimenticare chi consideravano “lavoratori”, ossia solo gli operai e i contadini, escludendo tutti gli altri. Questa presunzione di superiorità morale del proletariato – che con altrettanta supponenza pretendevano di rappresentare – arriverà a far etichettare la stessa Corte Costituzionale come una «bizzarria», considerandola anticostituzionale ed irrispettosa dei voleri del “popolo” (il loro, ovviamente)[35]. Infatti, la Corte Costituzionale aveva il diritto di intervenire contro le leggi che violavano la Carta. Anche quelle emanate da un eventuale legittimo Governo comunista, vincitore delle elezioni. E per il PCI che una volta al potere avrebbe dovuto varare una nuova Costituzione socialista, silurando questa “transeunte”, la Corte Costituzionale sarebbe stata un ostacolo da abbattere, se non interamente monopolizzata in precedenza.
Molto interessante fu la discussione a proposito della rappresentanza professionale, ossia corporativa. Molti Deputati, che venivano da quella esperienza, non mancarono di sottolineare l’importanza che il cittadino fosse fatto partecipe della vita dello Stato anche secondo il concetto di “rappresentanza dei gruppi sociali”. Tra questi Gaspare Ambrosini e Costantino Mortati, già Professori universitari durante il Regime fascista: “Tutti gli interventi democristiani furono dello stesso tenore, miranti ad appoggiare una seconda Camera espressione delle forze sociali, progettata in maniera paritetica” a quella espressione dei partiti[36]. Una seconda Camera, quindi, la cui impostazione corporativa è ben evidente. Ricorda Passera:
La profonda similitudine strutturale con il corporativismo e la Camera delle Corporazioni che a più riprese i comunisti come Nobile sottolineano, esiste: «Nonostante le affermazioni contrarie in sostanza si punta a ricostituire una specie di Camera delle Corporazioni».
[…] I comunisti sono contrari perché fondamentalmente, viste le percentuali elettorali [col PCI solo terzo partito, al di sotto del 19% dei voti], nonostante una forte base operaia e popolare, pensare di creare una seconda Camera che fosse espressione dell’intero sistema produttivo voleva dire considerare un’Assemblea non direttamente dipendente dai partiti e nella quale il loro poteva risultare paradossalmente ridimensionato[37].
Doveroso ricordare che Mortati fu allievo del grande Sergio Panunzio, l’edificatore dell’ordinamento sindacale corporativo; tra i maggiori responsabili della creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni; teorico della quarta funzione dello Stato: quella corporativa; tra i primi a parlare della funzione sociale della proprietà; autore della riforma dei Codici; realizzatore della Magistratura del Lavoro. Mortati, già nel 1940, nel XVIII anno dell’Era Fascista per essere chiari, aveva ipotizzato una nuova Costituzione che sostituisse lo Statuto Albertino: lo ritroveremo tra i Padri costituenti del 1946-1947. Del resto, tutta una scuola giuspubblicistica del Regime sapeva bene che la dittatura mussoliniana avrebbe avuto un termine, dopo il quale sarebbe entrato in funzione lo Stato fascista vero e proprio, con tutti i suoi organi pienamente operativi, non più meri strumenti nelle mani del Duce. Le riforme costituzionali approntante tra il 1939-1942, non a caso, stavano costituendo le basi della futura democrazia organica fascista. Molti di questi giuspubblicisti del Regime li ritroveremo nell’Assemblea Costituente.
Durante i lavori dell’Assemblea non era sfuggito il rischio di far sprofondare il sistema democratico in partitocrazia e la rappresentanza dei gruppi sociali (ossia il corporativismo) venne vista come bilanciamento. Una denuncia che fu gridata ovviamente anche da chi era fuori da quell’Assemblea, ossia i fascisti, che più volte criticarono il sistema che si stava affermando, denunciando la degenerazione del parlamentarismo in partitocrazia[38].
Davanti a tutto ciò, sentenzia Passera, utilizzando le parole-chiave usate in Assemblea Costituente: “Interessi generali dello Stato, di uno Stato con tutte le classi e il lavoro protagonisti, e anche questo è corporativismo”[39]. Se “il Senato si fosse basato sui principi della DC, si sarebbe realizzato un progetto pienamente corporativo”[40].
Abbiamo visto che principi quali: la solidarietà di classe, i rapporti sociali tra i vari gruppi, il concetto di proprietà privata, le rappresentanze di categorie, la Repubblica fondata sul lavoro, il rigetto della speculazione, sono tutti temi ampiamente approfonditi, studiati, applicati alla legge dal corporativismo durante il Fascismo, ripescati quasi totalmente in Costituzione dalla classe dirigente cattolica. Alla luce di tutto questo, diventa quanto meno sbagliato storicamente accreditare alla Costituzione un profondo momento di rottura con il periodo precedente […][41].
Alla fine il corporativismo democristiano partorì un “topolino”: il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), ipotizzato come terza Camera e, poi, svuotato di ogni potere effettivo.
Le sorprese ovviamente non finiscono qui se si pensa all’articolo 46 che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, richiamando palesemente il cavallo di battaglia della RSI, la socializzazione, la cui eco durò diversi anni se, come annota Francesco Carlesi, sul finire degli anni ’60, “influenti uomini delle istituzioni europee come Walter Hallstein e Robert Marjolin studiarono esplicitamente la socializzazione delle imprese della RSI”. Un cavallo di battaglia fascista che, secondo Renzo Morera, “Avvocato di altissimo livello nel contesto delle istituzioni europee”, influenzò le riforme tedesche delle Società per Azioni, aprendo alla cogestione (Mittbestimmung). Un successo che fece della Germania una potenza economica e garantì una “discreta stabilità sociale”[42]. In Italia, invece, l’articolo 46 rimase lettera morta, frutto anche dell’invidia dei comunisti che, nella Primavera del 1945, come primo atto di Governo, vollero proprio abolire la socializzazione della RSI, rimandandola ad un futuro che non ci sarebbe mai stato. Manlio Sargenti, già Capo di gabinetto del Ministero dell’Economia Corporativa della Repubblica Sociale Italiana, che partecipò attivamente alla preparazione ed alla elaborazione dei provvedimenti legislativi per la socializzazione,
riconobbe che la Carta costituzionale del 1948 all’art. 1 e all’art. 46 si richiamava direttamente alla Carta di Verona, ma ritenne che queste fossero solo affermazioni platoniche, principi rimasti lettera morta. I Consigli di gestione istituiti dai comunisti in alcune grandi aziende erano secondo Sargenti meri organismi di propaganda di partito[43].
Quello che, invece, rimase fu l’impianto del diritto del lavoro fascista, giunto fino ai nostri giorni: tra il 1926 e il 1933 vennero depositati presso il Ministero delle Corporazioni 9.059 contratti nazionali e provinciali erga omnes, “testimoniato persino dall’art. 13 dell’attuale Statuto del Lavoratori che ricalca determinati principi e determinate norme già inseriti in un contratto collettivo di lavoro del 1944 firmato dal Ministro [del Lavoro della RSI, l’operaio Giuseppe] Spinelli”[44].
“Altre proposte elaborate durante la RSI divennero legge negli ultimi mesi prima della catastrofe, come quella sull’unificazione dei contributi previdenziali, messi a carico dell’impresa, legge poi ereditata dal Governo Parri ed estesa a tutto il territorio nazionale”[45].
Tutto ciò, ovviamente, non vuole dire che la Costituzione fosse “fascista”, sia chiaro, o che i suoi “compositori” fossero tali, ma è altrettanto indubbio che la Carta recepì l’apparato legislativo, le discussioni, le proposte, le esperienze del precedente Regime. Del resto, i fascisti – che non ebbero ruolo alcuno nell’elaborazione del testo, essendo stati addirittura esclusi dal diritto al voto e senza nessuna rappresentanza politica in Assemblea, al pari dei combattenti per la Patria prigionieri e di tutta la popolazione del confine Nord-Orientale – bollarono la Costituzione come “insalata russa”, “che fa ridere i polli”.
Il primo appunto che venne mosso al processo costituzionale avviato in Italia all’indomani della sconfitta militare riguarda il dubbio che l’iniziativa costituente fosse nata più per intimidazione da parte degli stranieri vincitori o per una soggezione demagogica dei partiti antifascisti che non da un’esigenza vera e sentita da parte del popolo.
[…] Da ciò sarebbe derivato il rammarico, da parte di [Carlo] Costamagna, ma anche dalla maggioranza dell’ambiente neofascista, per il mancato referendum sul testo approvato dalla Costituente.
[…] Il sistema adottato dalla Carta costituzionale sarebbe stato un sistema parlamentare-democratico in cui l’autorità dello Stato veniva sopraffatta dal potere dei partiti e in cui, per evitare di cadere in nuove dittature personali, erano stati limitati al massimo i poteri del Presidente della Repubblica, cadendo viceversa nella dittatura dei partiti favorita dal sistema elettorale proporzionale puro.
[…] I partiti che l’avevano scritta non avevano fatto altro che firmare un patto di reciproco rispetto, consapevoli ciascuno delle proprie forze e preoccupati solo di mantenere un proprio campo di azione e la rispettiva clientela elettorale, in vista della conquista integrale del potere che era il loro fine ultimo in quanto partiti “totalitari”.
[…] Il regionalismo venne condannato senza riserve [sarà attuato addirittura 22 anni dopo!!!][46].
La critica al testo costituzionale da parte del MSI fu radicale. Augusto De Marsanich ebbe a dichiarare a Napoli, durante il primo Congresso nazionale missino (27-29 Giugno 1948): «La nostra è opposizione completa, totale: opposizione di governo, di istituti giuridici, di strutture sociali, di principi ideali. Non abbiamo alcuna responsabilità di questa sanguinaria restaurazione politica, fatta di decadente capitalismo e di degenerato parlamentarismo, incapace di ricostruire un ordine sociale, uno Stato»[47].
A conclusione di questa sconcertante (per gli antifascisti) analisi, dobbiamo necessariamente chiudere citando due passi della Costituzione particolarmente calzanti per quanto evidenziato fino ad ora.
L’articolo 7 della Carta, infatti, stabilì che i rapporti tra Stato italiano e la Chiesa cattolica sarebbero stati regolati dai Patti Lateranensi, firmati dal Duce Benito Mussolini e dal Segretario di Stato vaticano Cardinale Pietro Gasparri l’11 Febbraio 1929-VII. Con questo atto il Regime fascista poneva fine alla cinquantennale questione romana. Due giorni dopo, il Sommo Pontefice Pio XI appellò Mussolini come l’uomo che «la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Questo atto, nel 1947, venne inserito in Costituzione. Infine, non possiamo evidenziare qualcosa che viene sempre sottaciuto. È stato più volte affermato che in tutta la Carta non compare mai la parola “antifascismo”, come “Resistenza”. E su questo dato il silenzio è tombale, quanto incontrovertibile. Ma bisogna anche aggiungere che, in tutta la Costituzione, compare una sola volta la parola “sacro”. E che cosa è sacro per la nostra Carta? La “libertà”? No. I diritti degli individui? No. La democrazia? No. Il Parlamento? No. Ma allora? Cosa è l’unica cosa sacra per la Costituzione della Repubblica Italiana?Ecco: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (art. 52). E qui già vediamo torme di rancorosi antifascisti chiudere il loro “Bignami costituzionale”, da sempre utilizzato contro il nemico politico di turno, e mestamente ritornare a casa… A testa bassa.
Pietro Cappellari
(Se avessero vinto i partigiani. Perchè l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare,
Passaggio al Bosco, Firenze 2026)
note
[1] Cit. in S. Baietti e G. Farese, Sergio Pavonetto e il formarsi della Costituzione economica italiana, Rubettino, Soveria Mannelli 2012, pag. 267. Cfr. anche F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione. La terza via, il corporativismo e la Carta del 1948, Eclettica, 2021, pag. 156.
[2] Cfr. Quando Cossiga picconava la Costituzione, IlGiornale.it, 28 Aprile 2014.
[3] V. Rubetti, Fascismo, Resistenza e Costituzione fra storia e mito, Armando Editore, Roma 2017, pagg. 176-177 (corsivo nostro).
[4] Cfr. P. Cappellari, L’invenzione dell’antifascismo. La nascita di un instrumentum regni che impedisce la pacificazione nazionale, genera odio e produce violenza, Passaggio al Bosco, Firenze 2024.
[5] Cit. in F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pag. 86 (corsivo nostro).
[6] Cit. in Ivi, pag. 152.
[7] Cfr. G. Parlato, Togliatti, Romualdi e i “fratelli in camicia nera”, in S. Bertelli e F. Bigazzi, PCI: la storia dimenticata, Mondadori, Milano 2001, pagg. 335-360; G. Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2008; e P. Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica, Arcadia, 2025.
[8] Cit. in P. Chiarenza e M. Salomone, “Abbiamo avuto ragione”. La Fiamma nel pensiero e nell’azione dei suoi protagonisti, Colosseo Editore, Roma 2025, pag. 145 (corsivo nostro).
[9] Cfr. F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit.
[10] Cfr. Ivi, pag. 9.
[11] Cfr. V. Rubetti, Fascismo, Resistenza e Costituzione, cit., pag. 173.
[12] F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pag. 16 (corsivo nostro).
[13] Cit. in Ivi, pag. 18.
[14] Cit. in P. Chiarenza e M. Salomone, “Abbiamo avuto ragione”, cit., pag. 224.
[15] F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pag. 19 (corsivo nostro).
[16] Cfr. Ivi, pag. 93.
[17] Cfr. Ivi, pagg. 117-183. Per una visione d’insieme cfr. N. Tripodi, Intellettuali sotto due bandiere, La Scuola di Pitagora, 2023.
[18] Cfr. F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pagg. 40 e 45. Sulla Carta del Lavoro si veda, tra gli altri, il fondamentale AA.VV., Civiltà del Lavoro, Altaforte, 2020.
[19] F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pagg. 50 e 55-56 (corsivo nostro).
[20] Cfr. Ivi, pag. 190.
[21] Cit. in Ivi, pag. 68.
[22] Cfr. in Ivi, pagg. 68, 70 e 72 (corsivo nostro).
[23] Cfr. F. Rovella, 23 Novembre 1973: 50 anni fa lo scioglimento di Ordine Nuovo deciso dal Ministro Taviani, IlPrimatoNazionale.it, 23 Novembre 2023.
[24] F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pag. 77 (corsivo nostro).
[25] Ivi, pag. 79.
[26] Ivi, pagg. 77-78 (corsivo nostro).
[27] Ivi, pag. 87.
[28] Ivi, pag. 90.
[29] Ivi, pag. 91.
[30] Cfr. Ivi, pag. 97.
[31] Cit. in Ivi, pag. 99.
[32] Cfr. Ivi, pag. 107.
[33] Ivi, pag. 108.
[34] Cfr. Ivi, pag. 114.
[35] Cfr. Ivi, pag. 152.
[36] Cfr. Ivi, pag. 125.
[37] Ivi, pagg. 127 e 128 (corsivo nostro).
[38] Cfr. E. Cassina Wolff, L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista 1945-1953, Mursia, Milano 2012, pag. 87.
[39] F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pag. 133 (corsivo nostro).
[40] Ivi, pag. 153.
[41] Ivi, pag. 170.
[42] Cfr. Ivi, pagg. 194-195.
[43] E. Cassina Wolff, L’inchiostro dei vinti, cit., pag. 149 (corsivo nostro).
[44] Cit. in F. Carlesi e G. Passera, Le radici nascoste della Costituzione, cit., pag. 216.
[45] E. Cassina Wolff, L’inchiostro dei vinti, cit., pag. 132.
[46] Ivi, pagg. 114, 116 e 117 (corsivo nostro).
[47] Cit. in Ivi, pag. 303.


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