7 Settembre 2026
Appunti di Storia

Il mito comunista dei fratelli Cervi – Pietro Cappellari

Sappiamo benissimo come la tragedia che colpì la famiglia Cervi venne nel dopoguerra sfruttata dalla propaganda comunista per alimentare l’odio antifascista, strumentalizzando la triste sorte dei sette fratelli passati per le armi dai fascisti (con accuse che farebbero impallidire ogni apologeta contemporaneo della Resistenza “casta e pura”). Gli stessi comunisti che si macchiarono dell’atroce delitto dei sette fratelli Govoni, questi innocenti sotto ogni profilo, massacrati dai partigiani solo per la loro fede nel fascismo, la cui memoria – a differenza di quella dei Cervi – è stata infoibata fino ai nostri giorni. Due pesi e due misure si dirà. Una doppiezza morale tipica dei delinquenti politici a cui siamo tristemente abituati.

Della storia dei fratelli Cervi ci colpì un articolo dell’indimenticato Giorgio Pisanò, letto alcuni anni fa quando ci capitò per le mani un vecchio numero del “Candido”. Conteneva rivelazioni esplosive, subito narcotizzate dagli storici di professione, che dobbiamo riproporre per inquadrare la situazione. Già solo il titolo ci fece balzare dalla sedia: 1938-XVI Era Fascista. Quando i fratelli Cervi vestivano la camicia nera:

“Noi abbiamo sempre nutrito il massimo rispetto per i nostri avversari che, per restare fedeli alle loro opinioni, hanno rischiato e perso la vita nella grande battaglia che da decenni vede contrap-posta la nostra ideologia fascista a quelle reazionarie e materialiste del marxismo e del liberal capitalismo.

E il massimo rispetto riserviamo quindi al sacrificio e alla memoria dei sette fratelli Cervi, vittime e simbolo, con i sette fratelli Govoni, della tragedia del nostro popolo, deliberatamente gettato dopo l’8 settembre 1943 dai comunisti in una spietata lotta fratricida.

Ma in questa atroce pagina della nostra storia i sette fratelli Cervi meritano una collocazione particolare, non solo perché vittime della cinica e feroce strategia comunista, ma anche perché i comunisti, dopo averli sacrificati ai loro piani, ne hanno strumentalizzato, e continuano a strumentalizzarne da quasi 50 anni, il sangue e la memoria nel quadro di una ignobile speculazione non più tollerabile.

I sette fratelli Cervi, infatti, non erano comunisti: erano in realtà degli anarchici individualisti che non vollero mai piegarsi alle direttive politiche e militari del Partito Comunista: e fu per questo motivo, come ormai ampiamente documentato, che vennero isolati e traditi dal PCI dopo l’8 Settembre 1943. E non fu tutto: dopo la loro cattura da parte dei fascisti di Reggio Emilia, i comunisti scatenarono nella zona una serie di attentati terroristici per esaspe-rare le formazioni della RSI e spingerle alla rappresaglia contro i fratelli Cervi, ostaggi nelle loro mani questa.

Questa la verità per quanto riguarda la morte dei sette fratelli Cervi. Ma la speculazione comunista ha voluto creare una leggenda anche per quanto riguarda l’intera esistenza di questa famiglia di contadini della pianura Reggiana, dipingendola come una rocca-forte dell’antifascismo ‘rosso’ durante tutto il periodo del Regime fascista, come una base politica e organizzativa, un’isola di coraggio e di ribellione nel grande mare del ‘terrore nero’.

Ma anche questa leggenda è un falso punto Alcide Cervi, il capo della famiglia, era un cattolico iscritto a organizzazioni cattoliche. E dei sette figli poi fucilati, solamente uno, Aldo, manifestò, ma solo durante l’ultimo periodo del Ventennio, una chiara avversione per il Regime fascista subendo anche una condanna da parte di un Tribunale militare. [In realtà, l’ammonizione che colpì Gelindo Cervi – non Aldo – nel 1939 non riguardò un fatto politico o cospirativo, ma solamente un litigio di paese durante il quale aveva pronunciato frasi offensive contro la Milizia perché il figlio della donna con cui stava discutendo aveva chiesto l’arruolamento nella Confinaria, ndr].

Ma i Cervi, in verità, durante il Ventennio, furono regolarmente iscritti al Partito Nazionale Fascista e indossarono la camicia nera.

Si dirà: era obbligatorio. Rispondiamo subito: non è vero. Furono milioni gli Italiani che non presero la testa del PNF. E specie tra le masse operaie e contadine, i non iscritti furono tantissimi.

E i fratelli Cervi, invece, non solo si scrissero al Partito Fascista, ma non fecero niente per nasconderlo.

La prova consiste nel documento […] che proviene da un bene rifornito archivio di storia fascista del Reggiano.

Si tratta di una pergamena che porta in alto l’intestazione “I popoli che abbandonano la terra sono destinati a perire – Agricoltori fascisti Anno XVI’ (l’Anno XVI dell’Era Fascista corrisponde al 1938) e reca le fotografie di oltre 250 agricoltori iscritti al Gruppo Fascista di Gattatico, che comprendeva allora anche Campegine, località residenza della famiglia Cervi.

Ebbene, tra questi 250 agricoltori fascisti figurano Aldo Cervi […], Gelindo Cervi, Alcide Cervi (il capofamiglia) e Antonio Cervi […].

Questo documento dimostra che nel 1938, quando Mussolini era già al governo della Nazione da 16 anni, la famiglia Cervi era pienamente allineata con il Regime fascista.

Allineata senza tentennamenti, perché se qualcuno dei Cervi avesse manifestato posizioni politiche contrastanti e particolarmente marxiste, l’intera famiglia sarebbe stata messa sotto osservazione e, di certo, nessuno dei suoi componenti avrebbe potuto iscriversi al Partito Fascista. E nemmeno avrebbe potuto, come invece è ormai documentato, frequentare i corsi di specializzazione agricola organizzati dalle strutture del Partito, e usufruire, come invece usufruì la famiglia Cervi, di tutte le agevolazioni stabilite per l’ammodernamento dei mezzi di produzione.

Queste sono le verità che ormai emergono una dopo l’altra a scardinare i ‘miti’ su cui si fonda questa ‘prima repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza’.

Alla luce di queste verità, infatti, anche la storia e la tragedia dei sette fratelli devono essere riviste e riscritte.

Non per sminuire o irridere al sacrificio di questi sette fratelli che dopo l’8 settembre scelsero di battersi sulla barricata antifascista, e che finirono uccisi perché traditi proprio da coloro che considera-vano ingenuamente dei ‘compagni’, ma perché è giunto il momento di demolire i miti creati e tenuti inviti con l’inganno, la mistifica-zione, la deformazione della realtà storica, per servire ideologie aberranti ormai morte nella coscienza degli uomini liberi” (“Candido”, a. IV, n. 14, 15 Giugno 1991).

Di questa clamorosa rilevazione non c’è nessuna traccia negli studi sui Cervi e la stessa notizia, comparsa nel 1991, è stata subito “infoibata”, scomparsa dalle cronache, come se non fosse mai stata divulgata, come se si trattasse di un falso. Avendo letto l’articolo possiamo dire che la divulgazione ci fu… allora Pisanò si era invento tutto? Perché non denunciarlo?

La storia della Resistenza è un mito grossolano, fondato sulle menzogne, lo sappiamo bene. Ma che così importanti evidenze vengano ignorate, silenziate e cancellate dalla memoria, per poter tornare a lavorar di fantasia come se nulla fosse, ci lascia ancora oggi ingenuamente perplessi.

Del resto, perché non pensare ad una bella “pastasciuttata antifa-scista” in ricordo della festa del 25 Luglio 1943 organizzata dalla famiglia Cervi appena saputo delle “dimissioni” di Mussolini?

Oggi non vogliamo rivangare la storia della tragedia dei Cervi, né scomodare quel passato per polemizzare con l’uso partigiano dei fatti. Vogliamo affrontare le tematiche relative a questa storia presentate da Roberto Gremmo – apprezzato storico di estrazione marxista-leninista – nel suo pregevole lavoro L’anarchia armata dei fratelli Cervi (Storia Ribelle, 2023).

Il PCI si interessò del caso solo a guerra finita, quando doveva ripulirsi la faccia con la società italiana, cercando di mascherare il suo vero volto, pescando al di fuori delle sue fila esempi e motivazioni per legittimare il suo ruolo nella comunità politica che ambiva a gestire il potere. Erano anni di contestazione dura, di divisione tra blocchi, il PCI nell’angolo doveva assolutamente trovare un ruolo, come lo aveva avuto nella Resistenza, per poter aspirare al potere. Ma quella stagione doveva essere necessariamente “ridipinta” ad uso e consumo dei comunisti, sinceri “democratici”, per una riedizione dei “CCLN 2.0”. Tutto sotto l’attenta regia di Togliatti “che nel discorso alla Camera del 1954 su di loro [i Cervi] aveva, al solito, raccontato delle fandonie”, arruolandoli d’autorità tra le file del PCI.

In realtà, in quell’Autunno 1943, i Cervi erano tutto tranne che organici al PCI che a loro, invece, guardava con sospetto, conside-randoli semplicemente degli “anarchici”, refrattari ad ogni ordine o potere, degli irrequieti.

La loro prima azione contro lo Stato Nazionale Repubblicano era stata il disarmo dei Carabinieri di Toano (Reggio Emilia), il 26 Ottobre 1943. Azione ripetuta il 6 Novembre successivo, a S. Martino in Rio. Fatti che allarmarono le Autorità fasciste e che già pregiudicavano da sole il futuro di quella banda che si era andata confusamente a costituire in quei giorni nel casolare di campagna dei Cervi.

Per queste azioni, compiute da civili armati illegittimi belligeranti, era infatti prevista la pena di morte. Ma, forse, non credevano che si potesse giungere a ciò. Del resto, i fascisti si erano sempre dimostrati “comprensivi” con gli “sbandati”, come dimostrava il caso dei fratelli Bernabei a capo di una formazione dislocata nella zona di Toano. Catturati, si erano pentiti ed avevano subito fatto atto di sottomis-sione, accettando di gran lena le offerte di pacificazione per amor di Patria del Capo della Provincia Enzo Savorgnan. Questi, addirittura, non aveva esitato ad organizzare una cerimonia pubblica al Comune di Toano con i famigliari dei ribelli, invitando tutti a servire la Patria in armi accanto ai Germanici e ricordando cosa si rischiava a fomentare la guerriglia. Non sono i Bernabei furono lasciati liberi – anziché fucilati – ma, poco dopo, gli stessi si presentavano ai Comandi militati repubblicani per essere arruolati come Volontari.

Per gli antifascisti militanti, quelli per cui i fascisti non erano uomini ma bestie immonde da macellare al più presto, l’atteggiamento patriottico di Savorgnan fu solo musica per le loro orecchie: i fascisti erano deboli e vigliacchi. Il “tiro al piccione” poteva iniziare. Ma c’era un grosso problema: il Partito Comunista non aveva nessuno per condurre la sospirata guerriglia e nei Cervi vide l’occasione giusta per disporre di una prima banda. Dopo alcuni abboccamenti, che suscitarono anche vivaci polemiche interne, la banda accettò di seguire le indicazioni del PCI: quella di trasformarsi in gappisti. Ma male gliene incolse. Il 13 Novembre 1943, cercarono di ammazzare il Commissario alla Federazione del PFR Giuseppe Scolari, ma non riuscirono nell’intento. La fallita imboscata, guidata da Aldo Cervi su ordine del PCI, non fece che attirare le attenzioni delle Autorità repubblicane su quello che avveniva impunemente nella zona ad opera dei “banditi”.

Ma chi erano questi “banditi”? Persone dalla più svariata provenienza: antifascisti come Aldo Cervi, ma anche “fantasiosi giovani dal passato burrascoso”, disertori delle Forze Armate Repubblicane e sbandati del Regio Esercito, ex Camicie Nere come Quarto Camurri, soldati alleati in fuga ed anche Russi ed Ucraini. Ad esempio, c’era un certo Scanzi, già al centro di indagini di Polizia in quanto nel 1940 aveva tentato una estorsione ad un industriale ebreo. Insomma, una “comune” molto poco partiticizzata.

Ma quali erano le azioni di questa banda – oltre a quelle già citate – che provocarono allarme tra le Autorità repubblicane? Essenzial-mente “rapine e grassazioni a mano armata”!

Come ha dovuto evidenziare Gremmo, “la banda dei Cervi sapeva che servivano soprattutto soldi. Perciò andavano a prenderli a chi ne aveva tanti; dal loro punto di vista di libertari, anche troppi”. “Le somme rimanenti venivano divise fra i partecipanti con una spartizione soddisfacente per tutti, salvo qualche protesta degli altri quattro Russi che avrebbero voluto un trattamento migliore, ma una parte veniva conservata per il fondo cassa del Comitato Nazionale di Liberazione.

E proprio questo era il problema: andavano al CLN, non al Partito Comunista.

Un partito sempre sensibile, giustamente, alle questioni di danaro e pronto ad ogni espediente pur di averne abbastanza per le ingenti spese della clandestinità e che non avrebbe certo gradito di essere escluso proprio dal quel gruppo che si portava ancora dietro la nomea di ‘anarchico’ e che si rivelava adesso inaffidabile perché non anteponeva gli interessi dell’organizzazione comunista a tutto il resto.

Perciò i rapporti del PCI con Aldo [Cervi] si fecero sempre più tesi e, come rimarcava [il giornalista] Liano Fanti, portavano ben presto ‘all’isolamento e all’emarginazione dei Cervi’.

[…] Quando, forse messo sull’avviso, Aldo cominciava a sentirsi sul collo il fiato fetido dei fascisti comprendendo di essere in pericolo, cercò aiuto dai compagni del Partito [Comunista] che avevano molte case di latitanza ma le trovò tutte sbarrate”.

Cercò allora aiuto presso un Avvocato socialista di Reggio, che non poté aiutarlo: “Era allora costretto malvolentieri a tornarsene a casa, sperando che i fascisti tardassero a scoprire gli autori delle rapine o prestando fede a qualcuno che, tradendolo, gli aveva assicurato che non lo avrebbero molestato troppo presto” (pagg. 50-51).

Il giorno successivo, il 25 Novembre 1943, elementi della Milizia circondavano il casale dove era acquartierata la banda ribelle e, dopo un breve conflitto a fuoco, riuscivano a catturare tutti.

Nella casa vennero trovate armi e munizioni, pelli conciate illecitamente – attività che i Cervi facevano da almeno un anno! – e tanti generi alimentari – tra cui burro e grassi di maiale che la fami-glia smerciava al mercato nero! – che, in un tempo di crisi alimentare, lasciarono sorprese anche le Camicie Nere abituate a sequestri del genere presso i borsisti neri della zona.

Catturati tutti i ribelli, subito cominciarono le confessioni fiume, non solo degli “anelli deboli”, come il disertore della Milizia Camurri, ma anche dello stesso capobanda Aldo Cervi: “E le sue parole pesavano come macigni”. “L’interrogatorio si concludeva con piena soddisfa-zione dei fascisti […], mettevano tutta la famiglia di fronte alle proprie responsabilità e permetteva di proseguire nella caccia serrata agli oppositori ancora in libertà. Perché Aldo aveva fatto dei nomi, alcuni anche di gran peso” (pag. 58).

Per gli arrestati si apriva il baratro di una condanna senza appello. Per quei reati vi era un’unica pena: la condanna a morte. E lo sapevano tutti. Tuttavia, la questione venne lasciata “in sospeso” e non si procedette sommariamente. Improvvisamente, però, la situazione per gli arrestati precipitò: il 15 Dicembre 1943, a Cavriago, veniva assassinato il Tenente Colonello della GNR Giovanni Fagiani e, il 27 successivo, a Bagnolo in Piano, il Segretario comunale Davide Onfiani. Gli argini della moderazione che fino allora avevano tenuto a freno i fascisti crollarono di schianto, permettendo all’odio e alla vendetta di tracimare.

Si riuniva così d’urgenza il Tribunale Straordinario Provinciale che condannava alla pena capitale “otto terroristi”, “confessi violenze et aggressioni carattere comune et politico”, colpevoli altresì di aver promosso con l’uso delle armi il “sovvertimento ordine nazionale”.

Si trattava di sette fratelli della famiglia Cervi e del disertore della Milizia Camurri.

Venne graziato solo il padre Alcide che, il 7 Gennaio 1944, nel corso di un bombardamento angloamericano che scoperchiava anche le tombe dei figli fucilati, riuscì a fuggire dal carcere.

“I fratelli Cervi erano certamente vittime della ferocia delle Camicie Nere ma morivano anche per colpa di chi non li aveva soccorsi nel momento più difficile, quando le azioni gappiste scriteriate ed intempestive (o, forse, puntualmente programmate per suscitare una voluta rappresaglia) avevano provocato la loro fine. Qualcuno li aveva traditi?” (pag. 64).

Probabilmente, se ci fu tradimento, questo non fu determinante. Del resto, le Autorità repubblicane erano già sulla strada della banda che, nella zona, si era macchiata di “azioni di estorsione e di rapina in danno di civili”, gruppi di comunisti “che effettuavano in vari Comuni rapine e grassazioni a mano armata”. Era ormai chiaro che non bisognava andare tanto lontano per scoprire chi fossero, bastava indagare nel “mondo piccolo microcosmico della sgangherata cospirazione di gente del posto”. E tanto bastò: “Seguendo le tracce lasciate dagli estortori non era stato difficile trovare qualcuno in grado d’identificare tutti i banditi e poi scoprire che la loro base erano i Campi Rossi” (pag. 74).

Tutto qui. Una tragedia annunciata, quindi. Conclusasi come si doveva concludere, anche se la ferocia di uccidere sette fratelli non può trovare giustificazioni di sorta. Tuttavia, il mistero – sul quale magari speculare politicamente a piacimento – attira la curiosità morbosa di molti e non tardarono a “svolazzare” accuse di tradimento (dei Cervi) a destra e a manca. Probabilmente, forzature, perché era impossibile agire in quel modo e, prima o poi, non essere beccati e sottoposti a conseguente giudizio penale. Ma tant’è che, dopo aver accusato tutti i fascisti immaginabili della provincia di Reggio Emilia, le attenzioni si concentrarono sul Capomanipolo Riccardo Cocconi, un personaggio “straordinario”. Infatti, sulla carta era un Ufficiale della Milizia e Segretario politico del PFR di Campegine, in realtà era un militante comunista e addirittura il fidanzato di una certa Nilde Jotti, già iscritta al PNF, poi passata al PCI.

Forse Cocconi non seppe nulla dell’operazione contro la banda dei Cervi e, poco dopo, si convinse a fuggire sui monti dove sarà un protagonista della guerriglia comunista (nel dopoguerra, dopo la rottura col PCI, sarà depositario di molti segreti, tra cui quello della Jotti, astro nascente del comunismo togliattiano).

Ma questa storia non finisce qui, in quanto tra gli arrestati di quel 25 Novembre 1943, ci fu anche un certo Dante Castellucci, poi fuggito dal carcere e passato alla storia della guerriglia della zona di Pontremoli (Apuania) con il nome di battaglia di “Facio”: “Castellucci le vecchie ed ardite abitudini non le aveva perdute e oltre a capeggiare la formazione ribelle proseguiva un’aggressiva attività di espropriazione” (pag. 96).

“Facio” accumulò con le sue rapine un ingente bottino sul quale molti ribelli volevano mettere le mani. E così fu. Il 21 Luglio 1944, ad Adelano di Zeri, presso il confine con la Liguria, fu costretto ad un processo farsa dai garibaldini che l’accusarono di aver tentato di impossessarsi di un bidone pieno di Sterline destinato ad una formazione di Giustizia e Libertà. Fu disarmato, schiaffeggiato ed ammazzato a tradimento: “In Liguria non era neanche la prima volta [che i ribelli si ammazzassero tra loro], perché proprio nella loro zona diversi partigiani avevano perso la vita uccisi dal fuoco amico. Uno degli episodi più tragici di questa strage dimenticata era venuta alla luce qualche tempo dopo la liberazione quando il taglialegna di Caprigliola Ottorino Schiasselloni diventato Comandante partigiano […] era stato accusato di ben dieci omicidi, alcuni di altri partigiani, e processato a La Spezia. La sua era stata una mattanza fratricida particolarmente feroce perché due vittime vennero ritrovare con un orecchio tagliato”.

L’assassinio di “Facio” incrinò il già precario equilibro con la popolazione di queste montagne, tanto è vero che il comunista Paolino Ranieri dovette ammettere che, nel dopoguerra, «se i partigiani fossero tornati a Zeri, li prendevano a sassate» (pag. 107 nota 24).

Il Comandante Antonio Cabrelli, accusato di essere il responsabile dell’omicidio, assurse addirittura alla Presidenza dell’ANPI di La Spezia provocando malumori generali tra gli stessi iscritti comunisti: “Soprattutto non aveva lasciato un buon ricordo nelle valli dove aveva comandato la formazione dei ribelli prima con e poi contro ‘Facio’ perché recatosi il Cabrelli con altri tre o quattro ex partigiani nel Comune di Zeri sito a 16 km da Pontremoli per un convengo, fu riconosciuto da elementi locali per ruberie e soprusi ivi perpetrati, bastonato e colpito alla testa con sassi” (pag. 115).

Come “aggiustare” la scottante questione?

Semplicissimo, con una riabilitazione fantastica dell’ammazzato, decorato dalla Repubblica antifascista di Medaglia d’Argento al Valor Militare perché… cadde in combattimento contro preponderanti forze nemiche!

Se ciò può suscitare tra gli ingenui un moto di indignazione, tutta questa messinscena non è nulla rispetto a quello che si tentò di fare nel 2007, quando “L’Unità” arrivò a sostenere che “Facio” non era stato assassinato per volere del PCI… ma dai fascisti! Come? Semplicissimo. Si sapeva che nell’affare era implicato il Comandante partigiano Cabrelli. Questi, in rotta col PCI, era stato accusato di essere un troskista, quindi un traditore detestabile che si poteva abbandonare al suo destino. Si scovarono negli archivi delle sue “confidenze” fatte alla Polizia del Regno d’Italia nel 1940, quando era stato “estradato” in Patria dalla Francia, dopo l’occupazione germanica. Grazie a questa “scoperta”, Cabrelli diventava immediata-mente un Agente dell’OVRA e, quindi, sotto questa veste, avrebbe agito contro “Facio”!

Nulla di tutto ciò ovviamente. Cabrelli venne letteralmente salvato dalle Autorità italiane dai campi di concentramento francesi e dalla galera belga – per non parlare da una non impossibile deportazione in Germania – con il rimpatrio, cui dovette essere stato favorevole anche il PCI. Rimpatrio concretizzatosi con il comodo parcheggio al confino in attesa della liberazione e della ripresa delle attività sovversive contro l’Italia. Le “confidenze” fatte alla Polizia italiana altro non erano che il classico atto di sottomissione o richiesta di perdono che tutti gli antifascisti, al momento dell’arresto, erano soliti fare per mitigare la loro prossima condanna, confidando sulla collaudata clemenza dei Tribunali del Regno.

Una piccola parentesi, utilissima per comprendere bene il volto dei comunisti. Nell’Agosto 1939, dopo l’alleanza tra il III Reich e l’Unione Sovietica, Cabrelli, che si trovava nella Tunisia francese, venne espulso con l’accusa di essere una spia dell’OVRA. Accusa falsa che serviva però alla Francia per colpire la propaganda comunista, ossia filosovietica, quindi degli alleati dei Germanici, alla vigilia del conflitto.

Cabrelli, poi, fece una “brutta fine”, morendo per un incidente stradale a La Spezia il 7 Ottobre 1963, in circostanze per qualcuno poco chiare…

Ma, dopo queste divagazioni, per altro interessantissime, torniamo alla fabbricazione del mito dei Cervi, opera, come abbiamo evidenziato all’inizio di questo saggio, dell’ipocrita spregiudicatezza della politica togliattiana.

Il padre dei setti fratelli, Alcide, un tempo cattolico, aveva aderito al PCI e già nel 1953 era stato sottoposto alle attenzioni della Questura che gli aveva impedito l’espatrio verso la Repubblica Democratica (!) Tedesca dove si doveva inaugurare una fattoria intitolata ai suoi figli. Nel 1955, sarà poi schedato dalla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza come “individuo potenzialmente pericoloso per l’ordine pubblico e l’ordinamento dell’Italia repubblicana ed antifascista”. Così la figlia Maria, dopo aver frequentato il Corso di mistica comunista. Questo lo scriviamo solo per quanti richiamano questa tragica storia chiamando in causa “libertà” e “democrazia”, senza sapere nulla dei fatti per i quali piangono ed obbligano gli altri a piangere.

Ma torniamo al mito. Il 17 Gennaio 1954, al Teatro “Eliseo” di Roma, Piero Calamandrei – che dopo aver giurato fedeltà al Regime, ora si esaltava in un antifascismo morale filo-comunista – lanciava il nome dei sette fratelli Cervi nell’Olimpo dei gloriosi. Non si fece scappare l’occasione di utilizzare questo mito che nasceva il noto intellettuale comunista Italo Calvino, al tempo fiducioso nel sistema sovietico nonostante ne avesse costato il tragico fallimento (ma non poteva mica dirlo poverino!). Con una serie di articoli confezionò il pacchetto propagandistico ad uso e consumo politico-elettorale del PCI.

Il 19 Gennaio 1954, il Presidente della Repubblica Luigi Enaudi riceva in pompa magna Alcide Cervi, “in un progetto di rinnovata esaltazione della lotta di liberazione”, dove si erano schierati il pittore Carlo Levi, il Comandante Arrigo Boldrini (ex-Ufficiale della Milizia e, poi, gloria della Resistenza comunista), il sindacalista Di Vittorio, Togliatti, Secchia e Longo…

“Quasi fosse un divo di successo, nel contesto della campagna elettorale del 1956 l’anziano genitore dolente venne esposto alla contemplazione in faticose trasferte per mezz’Italia, fra comizi, incontri e celebrazioni, suscitando una certa ammirazione persino fra le numerose spie che lo seguivano passo a passo e quest’apoteosi si rinnovava negli anniversari del sacrificio dei figli ma anche in discutibili manifestazioni di fraternità italo-sovietica finché nel 1961 veniva solennemente consacrato il tempio laico della Resistenza con la trasformazione in museo del vecchio, dimenticato o rimosso podere dell’anarchia” (pag. 140).

Apriamo ancora una piccola, ma interessante, parentesi: nel 1991, l’ex partigiano Otello Montanari venne escluso dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto “Cervi” “sull’onda di una dura reazione del PCI che gli rimproverava di aver chiesto chiarezza […] in merito ai delitti del dopoguerra dov’erano coinvolti uomini dell’apparato togliattiano” (pag. 146).

Dove finisce la storia e la memoria e inizia la politica e la propaganda?

In questa vicenda, forse, storia e memoria rimangono delle emerite sconosciute. Tipico degli eventi gloriosi di una Resistenza inventata che non c’è mai stata.

Ancor oggi i fratelli Cervi vengono onorati e, giustamente, ricordati. Quando verrà una compiuta pacificazione nazionale nella quale altrettanto si potrà fare con i sette fratelli Govoni?

Pietro Cappellari

(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIII, n. 8, Novembre 2023)

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