4 Settembre 2026
Appunti di Storia

Le “illusioni costituzionali” degli antifascisti – Pietro Cappellari

LE “ILLUSIONI COSTITUZIONALI” DEGLI ANTIFASCISTI

I partigiani non hanno scritto la Costituzione del 1948… e lo sapevano bene!

L’antifascismo morale contemporaneo, che nulla ha a che fare con quello politico della lotta al Regime e alla RSI, ha oggi santificato la Costituzione del 1948 come se fosse il Vangelo ed elevato i membri dell’Assemblea costituente a “Padri della Patria”, intoccabili come se fossero nuovi e ben più reali Evangelisti. Qualcosa che ha il suo fondamento nel fallimento politico della sinistra italiana che, non potendo più pontificare sull’avvento del socialismo, si è trincerata, ferma ed immobile come una sfinge, in un passato che non è mai esistito. Un passato immaginario fabbricato post factum, per l’appunto, quando, a partire dagli anni ’60, il PCI volle riproporre un nuovo Governo ciellenista come unica possibilità di accesso al potere. E, come tutti sapevano, l’unico minimo comune denominatore della “grande ammucchiata” CLN 2.0 non poteva non essere che l’antifascismo. Per il PCI fu un dovere presentarsi allora come il garante della Costituzione – ribattezzata già da Togliatti “antifascista” con lo stesso fine ciellenista – e i suoi partigiani come combattenti della “libertà”, della democrazia, dei diritti e quant’altro facesse comodo[1]. E la canzone diffusa proprio in quegli anni, Bella Ciao, scritta negli anni ’50 e mai cantata dai partigiani, fu il paradigma della Resistenza immaginaria e dei “combattenti della libertà” che gli istituti storici marxisti, nati proprio in quel periodo, presero a fabbricare come si fosse su un set cinematografico[2]. Film e romanzi che divennero Storia.

Abbiamo già smontato l’assioma della “Costituzione antifascista” nel nostro saggio Se avessero vinto i partigiani e rimandiamo il lettore a quanto già argomentato con dovizia di particolari e documenti in quella occasione[3], ma dobbiamo ritornare sull’argomento per un approfondimento che ci è parso utile per porre fine ad una discussione ideologica che con la realtà storica dei fatti non ha nulla a che fare. Tutti dovrebbero sapere che i partigiani rossi – ossia la maggioranza dei ribelli alla macchia durante la RSI – combatterono per il comunismo nel nome di Stalin e se mai una Costituzione il PCI ebbe in mente fu, ovviamente, quella sovietica del 1936, dove – altrettanto ovviamente! – si garantivano “libertà e democrazia” con la stessa supponenza con cui si giustificava la dittatura del proletariato e lo sterminio fisico non solo del nemico politico, ma anche del compagno non allineato. Come si sia arrivati a fare dei comunisti dei “combattenti della libertà” lo abbiamo già accennato e non occorre aggiungere altro, senonché è doveroso ricordare – per porre fine ad ogni altra discussione, non solo politica, ma soprattutto morale – quello che il PCI fece nella Venezia Giulia. Ecco chi erano i partigiani, quello che fecero e per cosa combatterono. Punto e fine delle discussioni.

Che i ribelli comunisti furono molto delusi dalla fine della guerra, che li vide subito disarmati e liquidati dagli Alleati, è un fatto incontestabile e le insurrezioni partigiane dell’Estate 1946 ne sono il simbolo più clamoroso[4]. Il fatto che Stalin avesse ordinato lo stop ad ogni ipotesi rivoluzionaria e la supina accettazione all’inserimento dell’Italia nella sfera di influenza neocoloniale americana fu una doccia fredda che contraddistinguerà la memoria partigiana negli anni a venire, facendo nascere il mito della “Resistenza tradita”. Cosa che ben illustra come una repubblichetta democratico-parlamentare non fosse assolutamente nei progetti di chi aveva rischiato la vita sui monti per ben altri ideali, nonostante quello che si afferma con supponenza – ed ignoranza! – oggi.

Nel 1947, le cose per i partigiani e il PCI peggiorarono sensibilmente – nonostante l’amnistia Togliatti, le carceri della Repubblica “nata dalla Resistenza” rimanevano piene di “combattenti della libertà”[5] – perché la “via democratica” al comunismo cui fu costretto Togliatti si dimostrò problematica dopo la cacciata dal Governo della Nazione voluta dagli USA (Maggio 1947) che li spinse all’opposizione. Le elezioni del 18 Aprile 1948 – durante le quali il voto anticomunista delle donne italiane fu determinante – cristallizzarono la situazione, avviando la stabilizzazione del sistema-Italia nell’assetto democratico-atlantista come sancito dagli Alleati vincitori del Secondo conflitto mondiale.

Comunque sia, in quel 1947 di “attesa”, alla vigilia dell’approvazione della Costituzione, il PCI fu molto chiaro su cosa ci si sarebbe dovuti aspettare nel breve termine, spegnendo subito le illusioni, prima di tutto costituzionali, dei compagni. Chiare le direttive emanate su “Rinascita”, il mensile del PCI diretto da Togliatti. Direttive scritte da un personaggio del calibro di Emilio Sereni, storico esponente del Partito Comunista d’Italia di famiglia ebraica, fuoriuscito, condannato dal TSDS, autorevole membro del CLNAI, Costituente e Ministro in due Governi Degasperi. Nel Settembre 1947, Sereni mise in guardia tutti i comunisti che credevano come la prossima Costituzione potesse essere considerata un punto di arrivo, una conquista, in quanto la nuova Carta non avrebbe certamente rappresentato le idealità di rinnovamento espresse dai “lavoratori” (arbitrario termine con il quale il PCI considerava degni di rappresentanza solo gli operai e i contadini iscritti alle proprie organizzazioni)[6].

La situazione politica, che si è venuta a determinare nel nostro Paese dopo il colpo di Stato dell’On. De Gasperi [Maggio 1947] e dopo la costituzione del governo nero, è caratterizzata dal particolare rilievo che in essa assumono quelle che – secondo una terminologia ben nota nella storia del movimento operaio internazionale – potremmo chiamare le illusioni costituzionali dei partiti e di larghi stradi di massa.

Potrà parer strano che si parli di illusioni costituzionali in un periodo, appunto, nel quale il nostro Paese è ancora privo di Costituzione, che adeguatamente esprima e consolidi le conquiste realizzate dal popolo nel corso della lotta di liberazione. Ma le illusioni costituzionali consistono proprio in questo, nel considerar già conquistato un ordinamento sociale e costituzionale ancora inesistente e il fatto che, in questi mesi, il Paese è chiamato a darsi, attraverso l’Assemblea costituente, la sua nuova Carta, contribuisce non poco a diffondere ed a radicare questa illusione: l’illusione, cioè, che particolari formule costituzionali e giuridiche possano, di per se stesse, assicurare la liquidazione del vecchio regime e la istaurazione di un regime nuovo, democratico e popolare”.

Per Sereni – e il PCI tutto – era chiaro che la Costituzione che si stava approntando era solo un “mezzo” – strumentale, quindi, da qui l’appellativo “antifascista” affibbiatole dal Togliatti – che non rappresentava la meta che i comunisti si promettevano di raggiungere. Nessuno si sarebbe dovuto illudere sui contenuti, ben altro era il progetto costituzionale del PCI. Anzi, i comunisti si sarebbero dovuti organizzare per rilanciare, al di fuori del Parlamento, la battaglia per le conquiste rivoluzionarie del “lavoratori” per uno Stato realmente “democratico e popolare”, ossia comunista (!!!).

Fin dai primi mesi di vita dell’Assemblea, a dire il vero, la lotta stessa per una Carta veramente democratica e popolare è stata gravemente indebolita da queste illusioni largamente diffuse. Le illusioni costituzionali portano a concepire la lotta per la Costituzione, per una nuova struttura dello Stato e della società italiana, come una lotta che si svolge e si deve svolgere solo sul piano parlamentare: quasi che una Costituzione possa esprimere altro che i rapporti delle forze di classe effettivamente operanti nel Paese; come se si potesse pensare che i vecchi gruppi dominanti imperialisti e fascisti della borghesia italiana fossero disposti a lasciarsi liquidare, a mollare posizioni e privilegi che essi mantengono, per il semplice giuoco di un voto di maggioranza; come se si potesse pensare che, nella lotta per la difesa delle loro posizioni e dei loro privilegi, questi gruppi fossero disposti a rinunciare all’appoggio ed all’intervento diretto dell’imperialismo straniero, al quale già così largamente avevano ricorso nel periodo dell’occupazione tedesca ed in quello dell’occupazione alleata”.

La denuncia di Sereni fu spietata quanto ipocrita. Era consapevole che la Costituzione che si stava approvando – sebbene “transitoria” nei progetti del PCI – rappresentasse una “continuità con il passato”, ma era davvero menzognero quando accusava la DC di asservimento all’imperialismo statunitense se dimenticava quanti Dollari erano finiti nelle tasche della Resistenza comunista durante la guerra civile e l’asservimento all’imperialismo sovietico di cui si faceva portatore il PCIstesso. Davanti allo stato delle cose, ossia il confinamento del Partito Comunista all’opposizione e una Costituzione che non garantiva le conquiste dei “lavoratori”, Sereni aizzava le masse all’azione extraparlamentare, che la dice lunga sulla considerazione del “gioco democratico” che avevano i comunisti:

È un fatto che, già prima del colpo di Stato di De Gasperi, la lotta che intorno ai problemi costituzionali si è svolta nell’Assemblea non è stata accompagnata e sostenuta, da parte dei partiti e delle masse democratiche prese nel loro complesso, dell’adeguata ampiezza ed aggressività di una lotta che si sviluppasse nel Paese, a consolidare ed a migliorare i risultati acquisiti nel corso della guerra di liberazione e dell’insurrezione nazionale. La presenza di truppe straniere sul nostro territorio ha certo contribuito in maniera decisiva a costringere entro determinati limiti lo slancio democratico delle masse; ma sarebbe un grave errore non considerare la parte che, nelle deficienze della nostra lotta per un profondo rinnovamento democratico della società italiana, hanno avuto le illusioni costituzionali, diffuse in larghi strati di masse, nei partiti democratici, e talora ad opera dei partiti democratici stessi”.

Si faccia particolarmente attenzione alle parole usate e come vennero manipolate nel linguaggio comunista: la violenza di piazza è chiamata “slancio democratico delle masse”; la dittatura del proletariato e la nascita di uno Stato sovietico di stampo stalinista dipinte come “profondo rinnovamento democratico della società italiana”.

Continua Sereni: “Il carattere distintivo delle illusioni costituzionali delle masse (e di certi partiti democratici) è dato – nel periodo che precede la convocazione dell’Assemblea costituente – dall’ingenua fiducia nelle promesse e negli impegni formati dei vecchi gruppi dirigenti nella borghesia italiana, che pur restavano saldamente istallati nelle posizioni di comando dell’economia e dell’apparato statale, e persino alla testa di certi partiti a base democratica”. Davanti a tutto ciò, davanti ad una classe dirigente “fascista” che rimaneva al potere, credere che delle formule costituzionali potessero rappresentare la realizzazione delle aspirazioni dei “lavoratori” maturate durante la guerra civile doveva considerarsi una pia utopia, contro la quale si doveva combattere:

Il 2 Giugno [1946], al problema dell’ordine, milioni d’Italiani guardavano ancora con le illusioni costituzionali di chi crede che un ordine sociale nuovo possa nascere da una formula giuridica, senza una lotta accanita contro le forze del vecchio mondo”. Riaffiorava in queste parole tutta la tradizione rivoluzionaria marxista, della violenza come “levatrice della Storia”, ma anche una messa in guardia del proletariato che nulla doveva aspettarsi della prossima Costituzione, se non una nuova lotta. Non a caso, grazie all’azione della Democrazia Cristiana, erano stati esclusi dalla Carta “la riforma industriale, la riforma agraria, la riforma bancaria, la democratizzazione dell’apparato statale”, e tutto ciò, commentava amaramente Sereni, senza che i grandi movimenti di massa si scatenassero nel Paese per imporre al partito dominante della Costituente e del Governo il rispetto del suo stesso programma, delle sue stesse promesse elettorali”.

Le parole di Sereni sono un macigno che pesa sulla Costituzione, nata, quindi, come “puntello” della restaurazione della classe borghese già fascista, senza che i “lavoratori” siano insorti con la violenza per condizionarla secondo le loro aspirazioni.

La Carta, quindi, rappresentava l’evidenza della debolezza del “movimento popolare” italiano davanti alla “restaurazione”, un ostacolo alla sua marcia: “Dopo il 2 Giugno, la Democrazia Cristiana, il partito dominante nell’Assemblea e nel Governo, ha sistematicamente sabotato ed impedito non solo la soluzione, ma finanche la discussione di qualsiasi problema di riforma strutturale, che potesse offrire una base reale – e non solo astrattamente giuridica – alla nuova democrazia italiana. […] A colpi di maggioranza, sono state distrutte persino quelle conquiste che, già nel corso della lotta di liberazione, le masse popolari si erano assicurate col consenso e col concorso della Democrazia Cristiana. Quel po’ di democratizzazione dell’apparato statale, che si era realizzato con la nomina di Prefetti e di Questori democratici, con l’immissione di partigiani nell’Esercito e nella Polizia, è stato annullato dai Governi a direzione democristiana, persino il riconoscimento giuridico dei Consigli di gestione, che pure era ancora nel programma del terzo Gabinetto De Gasperi, è stato accuratamente sabotato e respinto dall’opera della Democrazia Cristiana”. Parole chiare ed inequivocabili che denunciavano come con la futura Carta il popolo italiano non avrebbe beneficiato “di posizioni di fatto più favorevoli”: “Ogni sforzo è stato fatto per impedire che la nuova società e il nuovo Stato italiano siano altro che la continuazione giuridica della vecchia società e del vecchio Stato monarchico e fascista”.Qualcosa di dirompente rispetto la narrazione contemporanea sulla Costituzione “scritta dai partigiani”. Tutt’altro,denunciava chi la Resistenza l’aveva fatta davvero, uccidendo e facendosi ammazzare sui monti durante la guerra civile: “Dobbiamo parlare di falso costituzionalismo quando, alla base della lotta per la nuova Costituzione, si pongono non già le conquiste della lotta popolare, bensì le preoccupazioni per continuità giuridica col vecchio Stato monarchico e fascista”.

Davanti ad una maggioranza parlamentare che, secondo Sereni, non rappresentava il “Paese reale”, le masse dovevano mobilitarsi per imporre la ben più morale “volontà popolare”: “Quando un tale distacco si produce tra la situazione e l’orientamento del Paese ed il suo riflesso nella vita parlamentare, il compito della lotta contro le illusioni costituzionali delle masse diventa un compito di primo piano per le forze conseguentemente democratiche, ed in particolar modo per il partito della classe operaia”.

A tanti anni da quel 1° Gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione italiana, – con tanto di controllo e benestare statunitense – la realtà dei fatti è dimenticata, sostituita da una narrazione ideologica e partigiana – e, quindi, falsa –,che vuole la Carta “scritta dai combattenti della libertà”, e i Deputati costituenti – che nessuno ricorda e conosce – elevati in blocco a novelli “Evangelisti della democrazia”, iniziando magari da un certo Moranino (che, comunque, a differenza degli altri, almeno la Resistenza l’aveva fatta davvero). Non fu così. Non è così. La Costituzione non è “antifascista”, se non nella speculazione politica che ne fece Togliatti per aspirare al Governo del Paese insieme alla DC sull’unico comune denominatore che poteva unire i due grandi partiti di massa: la negazione di un nemico immaginario. Nessun programma comune, quindi. E questo al PCI bastava, perché l’unico programma per cui si doveva lottare era il suo: il comunismo nel nome di Stalin. In attesa del colpo di Stato “democratico”, come avvenne in Cecoslovacchia, determinante era essere al Governo del Paese, avere in mano le leve del potere per porre in atto la cosiddetta “autostalinizzazione” dell’Italia (cfr. “cecoslovacchizzazione”, per l’appunto)[7]. Non andò così. Gli USA – e gli Italiani – non lo permisero.

Una Costituzione non può essere antifascista, in quanto le Carte fondamentali non sono una negazione di qualcosa, non lo possono essere. Non possono essere strumento di lotta politica e di repressione. Le Costituzioni, semplicemente,raccolgono i principi attraverso i quali si “costruiscono” gli Stati, ne fissano le istituzioni e il loro funzionamento. Le Carte non abbattono, creano. E lo fanno fin che rispondono ai problemi del tempo. Poi, vengono cambiate, per adattarle ai nuovi problemi e renderle utili. Tutto ciò oggi è dimenticato, falsamente strumentalizzato a fini di polemica politica (cfr. il dibattito sulla riforma della giustizia), lasciando così l’Italia in un limbo nostalgico, in un passato che mai vi è stato, inventato di sana pianta dalla propaganda comunista ed ereditato oggi da una classe dirigente senza più ideali né progetti. Le Carte fondamentali, oltretutto, non possono essere scritte dai guerriglieri che, magari, l’unica cosa che sanno tenere in mano è il mitra straniero con il quale hanno sterminato il nemico politico di turno. E lo sanno tutti, come lo sapevano nel 1946, quando la Costituzione la scrissero non certo i partigiani, ma il fior fiore dei giuspubblicisti italiani, quei Professori universitari che avevano giurato… fedeltà al Regime fascista. Si potrebbe obiettare che, però, le idealità vengono dalla Resistenza, dalla lotta di fieri oppositi del Fascismo. Ebbene, la storia ci consiglia prudenza su tali affermazioni, e le parole di Emilio Sereni sono un macigno che non si può ancora far finta di ignorare.

Pietro Cappellari

 

NOTE

[1] Cfr. per una trattazione di questa politica strumentale P. Cappellari, L’invenzione dell’antifascismo. La nascita di un instrumentum regni che impedisce la pacificazione nazionale, genera odio e produce violenza, Passaggio al Bosco, Firenze 2024.

[2] Cfr. P. Cappellari, Bella Ciao… una “sòla” si direbbe a Roma…, Identitario.org, 26 Aprile 2024.

[3] Cfr. P. Cappellari, Una Costituzione antifascista?, in P. Cappellari, Se avessero vinto i partigiani. Perché l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare, Passaggio al Bosco, Firenze 2026.

[4] Cfr. P. Cappellari, La Resistenza tradita, in P. Cappellari, Se avessero vinto i partigiani, cit.

[5] Cfr. P. Cappellari, Partigiani alla sbarra nell’Italia democratica, in P. Cappellari, Se avessero vinto i partigiani, cit.

[6] Cfr. E. Sereni, Illusioni costituzionali, “Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.

[7] Cfr. P. Cappellari, La via democratica al comunismo: la “cecoslovacchizzazione”, in P. Cappellari, Se avessero vinto i partigiani, cit.

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