4 Settembre 2026
Appunti di Storia

Dal Passato asburgico al centro del Mediterraneo: MITTELEUROPA. Un’idea da riscoprire (di Gianluigi Ugo)

Con la Guerra Fredda che si vorrebbe ormai alle spalle, tra considerazioni su politica, cultura e stato sociale, sembra per molti giunto il momento di riproporre il concetto di Mitteleuropa in una veste nuova, superandone la vecchia accezione asburgica, e con un ruolo pregnante in essa dell’Italia, che il trascorso storico nonché gli eventi più recenti spingono sempre più a guardare ad est, a dispetto delle vicissitudini che ne hanno voluto l’incardinamento forzato in seno all’Europa occidentale atlantica.Passati gli abbagli del dopo 1989, la crisi economica che ad inizio anni 2000 investe alcuni paesi europei tra cui l’Italia, unitamente al crescente malcontento dopo il subentro dell’euro a molte delle rispettive monete nazionali a partire dal 2002, vede l’affermarsi di posizioni euroscettiche tra un sempre maggiore numero di elettori nel Vecchio Continente, soprattutto nei paesi dell’Europa orientale uscita dal blocco comunista, vale a dire Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ecc.), cui si aggiunge l’Italia, con la differenza, però, che, mentre nell’area danubiano-polacca sono i governi a manifestare apertamente tali posizioni in sintonia con la cittadinanza, nella Penisola bisogna attendere le elezioni del 4 marzo 2018 per vedere formarsi un governo non pedissequamente assudditato ai capricci di “Broccolandia”, complice un’impennata immigratoria principalmente dall’Africa e dall’Asia, che l’Unione Europea sembra non essere all’altezza di gestire in modo appropriato lasciando il grosso del fardello all’Italia, paese tradizionalmente di primo approdo sul Vecchio Continente. 

Prima della data poc’anzi menzionata, il malcontento dei cittadini ITALIANI non trova riscontro presso il governo, che persiste nel proprio atteggiamento di sudditanza a Bruxelles, la quale, se da una parte non esita a stigmatizzare le numerose manchevolezze dei governi romani, dall’altra non esita ad entrare in fibrillazione al primo segnale di possibile cambiamento di rotta nella politica dello Stivale.

Vero è piuttosto che, malgrado l’opera incessante di ideologi ed apologeti che vorrebbero l’Italia parte a tutti i costi dell’Europa occidentale, ciò va sempre più rivelandosi come una solenne forzatura, che tale risulta già dopo un semplice sguardo alla carta geografica.Partendo dall’Italia stessa, possiamo dire che, la straordinaria collocazione sul Vecchio Continente e nel Mediterraneo ne ha Fatto durante il corso della storia il luogo di incontro e, ahilei, spesso anche di scontro tra popoli e genti che vi hanno trovato fissa dimora o, passando, vi hanno lasciato la propria impronta. Ma col trascorrere dei secoli e col progredire della civiltà, complice non ultima la condivisione del medesimo ben individuabile habitat geografico, tali genti hanno finito per riconoscersi col tempo in una matrice comune di valori e sentimenti che trovano l’espressione più alta nella nascita della lingua comune, per giungere ad una progressiva idea di nazione, nella sua accezione mediterranea, ossia non riferita unicamente a presupposti etnico-raziali, bensì frutto piuttosto di una precisa scelta culturale e di valori, sull’orma di quanto era già avvenuto per la latinità e, prima ancora per l’ellenicità classica.

Caduta la Roma dei Cesari per lasciare posto a quella dei Papi, grazie proprio al diffondersi del cristianesimo che aveva in essa il fulcro irradiatore, l’Italia acquisiva una centralità tutta particolare. malgrado poi le avverse vicende politiche che l’avrebbero vista nei secoli seguenti divisa e spesso campo di battaglia “privilegiato” tra potenze straniere intente a contendersene il possesso, la Penisola continua a svolgere il proprio ruolo di centro propagatore della cultura e del pensiero in Europa, maturando così in sé quella prerogativa di “patria di mezzo”, equidistante dall’Occidente e dall’Oriente, così come dal Nord e dal Sud: concetto che diviene estendibile a tutta quell’Europa centro-orientale, cui la Penisola, a volte inconsapevolmente, ha da sempre guardato quale area privilegiata per le proprie relazioni più prossime.

Si tratta di un’area sita ad est di una linea che possiamo immaginare partente dal Baltico per giungere alle Alpi Marittime. Ad ovest di essa vi è fondamentalmente l’Europa occidentale atlantica con la sua pregnante connotazione macroeconomica così prossima a quel pensiero che sta, più o meno direttamente, all’origine della visione globalitaria dell’economia e dell’identità. Ad est, a cominciare proprio dall’Italia, nonostante una notevole presenza industriale, alcuni retaggi ritenuti tipici delle civiltà rurali hanno tenuto maggiormente rispetto all’altra parte del continente. Di qui la tendenza al nascere di piccole e medie imprese, modello che, tipico soprattutto della Penisola, dopo il 1989 compare in forme analoghe all’Est. Ciò può ricondursi anzitutto al maggior peso che, specie in Italia, sembrerebbe ancora, almeno in determinati contesti, avere la famiglia, nonostante gli allarmi di inizio Terzo Millennio sulla sua reale tenuta, cosicché, sebbene tra mille problemi, essa sembrerebbe potersi ancora considerare, malgrado tutto, il vero nucleo fondante del tessuto sociale, sinanche della nazione stessa, giacché, in ultima analisi, fonte della sua più profonda identità.

Si può dunque tranquillamente affermare come l’Italia non possa affatto collocarsi, se non alquanto forzosamente, nell’ambito dell’Europa occidentale-atlantica, mentre risulterebbe del tutto naturale guardare ad essa come parte essenziale di un’Europa centro-mediterranea, una sorta di rinascente Mitteleuropa, volendo riesumare un termine potenzialmente caratterizzante di quest’area del Continente, purché non ristretta nei connotati e nella territorialità del vecchio impero austro-ungarico.

Del resto, Federico II, re di Sicilia e sacro romano imperatore, era stato fautore della riunificazione d’Italia nell’ambito di un più ampio progetto imperiale, ma a contrastarlo era la Francia, che istigava all’uopo il Papa esponendo quest’ultimo alle reazioni, a volte esagerate da parte imperiale. Le cose non erano andate meglio a Manfredi, succeduto a Federico II, e peggio ancora al giovanissimo successore di Manfredi, Corradino, sconfitto dagli Angioini (Francesi) a Tagliacozzo nel 1268 e condannato a morte dagli stessi. Non solo era naufragata l’unità d’Italia, ma l’Italia meridionale, che Federico II, italiano di nascita e di sentimenti, aveva portato ai livelli di uno stato moderno dell’epoca (siamo nel XIII secolo), vedrà d’allora la propria graduale decadenza. Quanto poi ai più recenti legami con l’Austria absburgica, va detto che, sino a quasi tutto il Settecento, Non v’erano reali presupposti di ostilità conessa, cui il mandato sacroromanoimperiale, conferiva un legame, seppur simbolico, con Roma. Agli inizî del XVIII secolo vivevano a Vienna pressoché duemila Italiani, tra artigiani, imprenditori, commercianti, artisti, uomini d’armi ed ecclesiastici. Avevano persino un proprio periodico bisettimanale, “Il Corriere Ordinario”. L’italiano stesso era lingua largamente nota, quotidianamente usata da gran parte del funzionariato della Corona, a volte a partire dal suo stesso Numero 1, in particolare nei suoi contatti con l’area balcanico-ottomana, Egitto compreso. I guai iniziarono quando, morta Maria Teresa, il figlio, Giuseppe II, succedutole nel 1780, avviò una politica fortemente filofrancese, in virtù della propria adesione al dettato illuminista. Napoleone fece poi il resto; e con la liquidazione formale del Sacro Romano Impero nel 1806 veniva meno quel legame, quand’anche di mero prestigio, tra la monarchia mediodanubiana e la Penisola. Caduto infatti Napoleone, al posto del Sacro Romano Impero era stato instaurato il semplice Impero d’Austria, legato alla nuova Confederazione Germanica, diretta eredità post-bonapartista, con centro a Francoforte, patria di Göthe ma anche dei Rothschild, inauguratori della moderna finanza internazionale. Lo stesso Metternich, primo cancelliere austriaco della Restaurazione, era nativo della Renania, dunque non propriamente austriaco, e forse per tali sue origini, buon amministratore, ma poco preparato alla realtà plurietnica dell’Impero. Con lui l’Austria sacrificava, in un certo senso, la propria connotazione centroeuropeo-adriatica a favore di una più spiccatamente europeo-occidentale, che ne faceva quasi una sorta di corrispettivo danubiano della Francia, a cominciare dalla Vienna dei Walzer e delle operette, così simile alla Parigi frivola di Napoleone III. Le accomunava anche il loro rapporto con la chiesa cattolica, di cui sembravano amare i fasti più che i valori, pronte a difendere il Papa contro rivali scomodi, quanto a prospettare scismi, o giù di lì, appena costui osasse prestare l’orecchio allo Spirito Santo prima che ai proprî potenti guardaspalle.

L’Austria sortita dalla Restaurazione non è dunque la stessa del secolo precedente, vale a dire quella della resistenza contro i Turchi o di Carlo VI e della Patente di Navigazione in Adriatico, per non parlare poi dei decennî che videro sul trono Maria Teresa, durante il cui regno ebbero per altro inizio le fortune di città come Trieste. Quello era un periodo in cui i possessi della casa d’Austria rientravano in ciò che rimaneva del Sacro Romano Impero, del quale gli Asburgo avevano assunto la corona nel 1273 con Rodolfo I, e che , datone il nome stesso, conferiva ancora a Roma ed all’Italia una seppur simbolica e del tutto ideale centralità. L ’italiano, come s’è detto in precedenza, era lingua di riferimento culturale sin dal rinascimento e per tutto il XVIII secolo sia in Europa che in importanti aree del Mediterraneo. A Vienna esso era la lingua della Controriforma e del barocco, parlata da gran parte della Corte, mentre le famiglie più in vista avevano più o meno tutte un segretario italiano, giacché, sebbene la conoscenza del tedesco, lingua autoctona della capitale, risultasse utile in talune funzioni, gli affari più importanti si svolgevano nella lingua di Dante.

Ne consegue che, per buona parte del Settecento, sin praticamente a tutto il periodo teresiano, l’Austria può dirsi essere stata apprezzabile quanto casuale portavoce della cultura italiana, capace, quest’ultima, , di farsi all’evenienza elemento armonizzatore tra culture diverse senza per questo svilirne il valore mediante un’azione omologatrice di basso profilo.

Ma con la morte di Maria Teresa, e l’ascesa al trono nel 1780 del figlio, Vienna aveva assunto un atteggiamento visibilmente giacobino, con una serie di provvedimenti volti a ridisegnare in senso laico e centralista la mappa del paese, primo tra tutti l’adozione del tedesco quale lingua ufficiale al posto del latino. Liquidato poi formalmente lo stesso Sacro Romano Impero, l’Austria di Metternich, sortita dalla Restaurazione, non ne rifletteva più connotazioni e carismi. L’ateggiamento autoreverenziale e scarsamente incline al dialogo della monarchia medio-danubiana non poteva che trovare l’ostilità dell’Italia in via di riunificazione, mandandola di filato in braccio inizialmente alla Francia, ma poi soprattutto alla Gran Bretagna, quest’ultima in cerca di alleati affidabili nel Mediterraneo e perciò disposta ad appoggiare apertamente il programma sabaudo di riunificazione politica della Penisola, la quale, forse per questo, finiva col convincersi della propria maggiore prossimità all’Europa Occidentale anziché a quella centrale-adriatica, che la presenza ivi dell’Austria figlia della Restaurazione faceva sentire più lontana, quando invece rapporti secolari uniti ad una maggiore facilità di comunicazioni dovute all’assetto geografico, legavano inequivocabilmente lo Stivale al retroterra ad est, in cui v’erano realtà che, al pari dell’Italia e non di rado solidalmente con essa, miravano a dare un significato nuovo e più evoluto alla propria identità, mandando con ciò in fibrillazione lo stato austriaco, fondamentalmente impreparato ad affrontare il problema, convinto che il semplice buon funzionamento della macchina statale, pur unito al rispetto degli idiomi e di altre esigenze pratiche locali, fosse sufficiente a creare un senso di comune appartenenza tra i propri sudditi, alla ricerca, al contrario, di una connotazione affettiva, prima ancora che logistico-istituzionale, della stessa idea di stato in quanto patria.

In un’epoca di imperante romanticismo e di ricerca del senso profondo dell’esistenza dell’individuo così come di un popolo in rapporto ad una rispettiva Patria, quella asburgica, senza un che togliere alla sua eccellente gestione della cosa pubblica, non figurava tanto quale la Patria in cui sentirsi fratelli, ma piuttosto l’immagine asettica di un immenso ufficio in cui si è semplicemente buoni colleghi (i “buoni Austriaci” cui alludeva lo stesso Metternich”), uniti dal comune senso del dovere verso i superiori quale unico aspetto importante per il buon andamento della macchina amministrativa, meno motivati a fraternizzare orizzontalmente, casomai pronti a guardarsi con sospetto tra colleghi più o meno vicini alle aspettative dall’alto, fosse ciò in ragione del gruppo etnico o fors’anche del ceto sociale.

L’ingresso nel 1882 del Regno d’Italia nella Triplice alleanza con Germania ed Austria, malgrado i trascorsi bellici con quest’ultima per buona parte dell’Ottocento, potrebbe interpretarsi come un segno della volontà di Roma di intensificare le proprie relazioni con quello che figurava essere lo spazio vitale naturale di sviluppo delle proprie relazioni, a cominciare dal far sentire maggiormente la propria vicinanza alle popolazioni italofone dell’Impero, le quali, molto probabilmente, non vedevano necessariamente in un’eventuale unione all’Italia il presupposto per una pregiudiziale cesura delle proprie relazioni con i territorî ad est, tanto che in alcuni di essi, per altro, analoghe rivendicazioni identitarie non mancavano di suscitare sentimenti di solidarietà con quelle italiane.

Sta di fatto che un ritorno alla connotazione identitaria dell’Impero antecedente alla burrasca napoleonica sembrava perciò estraneo ad un’Austria non più erede e portavoce dell’ideale sacro- romano-imperiale, bensì divenuta la cassa di risonanza del nuovo ordine europeo che potremmo definire clerical-bonapartista, sintesi di illuminismo e richiamo opportunistico alla religione cattolica, autoreverenziale e refrattario a qualsiasi forma di dialogo con le nuove realtà cui lo andava via via ponendo di fronte il nuovo corso storico, convinta di bastare a se stessa ed ai proprî cittadini, paga di assicurare loro una scolarizzazione molto essenziale (leggere, scrivere e far di conto), sufficiente per un adeguato incardinamento nell’ingranaggio complessivo. Eppure entro le imperiali frontiere la cultura non mancava: pensiamo a musicisti come gli Strauss, Liszt, o Smetana. Siegmund Freud introduceva poi la psicanalisi, destinata a divenire il filo conduttore per numerosi letterati dell’area asburgica quali, per esempio, Italo Svevo, che con i proprî scritti faceva della nativa Trieste uno dei centri di irradiazione della letteratura psicanalitica in lingua italiana. Nei suoi romanzi traspaiono problemi e contraddizioni di una città per taluni cresciuta troppo in fretta. Centro a vocazione emporiale già in epoca romana, Trieste conferma detto suo ruolo anche nel medioevo, per entrare poi, a partire dal 1382, a far parte dei possessi della casa d’Austria, che la erige a porto franco con l’apposita “Patente” del 1719 e ne avvia definitivamente la crescita come grande città oltre che come struttura portuale. Trieste vede così aumentare rapidamente la propria popolazione per l’affluirvi di genti dal Continente e dal Mediterraneo specie orientale e che, fatta propria la parlata locale, finiscono per superare ben presto la popolazione originaria. Prima di ciò essa è un piccolo borgo post-medievale cinto da torri e mura ed il cui esiguo numero di abitanti unito ad un’attività culturale non ancora sviluppata non consente di profondere tra i nuovi venuti dei riferimenti identitarî sufficientemente comuni in grado di fungere da vera amalgama tra gli stessi, come può invece dirsi per Venezia, Genova ed altre città di mare, approdo anch’esse di genti esterne, ma con una propria popolazione di partenza sufficiente a far germinare un’attività culturale ed un’identità cittadina in grado di far sentire sin da subito i proprî benefici effetti anche tra i nuovi arrivati.

Così non sembra essere per la città di San Giusto, ove il graduale fiorire lungo tutto l’Ottocento di un’attività culturale non basta a far sorgere tra gli abitanti un efficace spirito di coesione e di interazione tra le diverse classi sociali fortemente divise tra loro, mentre salotti e circoli altrettanto escludenti giungono a fare della cultura il genere di monopolio di un’oligarchia di intellettuali imbevuti di illuminismo pseudoparigino, sciorinatori di un laicismo a volte pesante ed agnostico che, in una città cresciuta sulla prevalente spinta di interessi economici, finisce per lo più col farsi testimone di una società permeata da un forte disagio esistenziale. Il suicidio è pratica non rara, in un contesto in cui il semplice venire a far parte di un gruppo di sodali assume a volte esso stesso un volto quasi iniziatico, ed ove colui che presenta i nuovi arrivati sembra talvolta assumere una sorta di potere di accettazione o di esclusione dai connotati che finiscono con l’assumere talvolta un sapore quasi istituzionale. Il fiorire di una letteratura dai contorni fortemente psicologici non può che essere l’ovvia conseguenza di un tale contesto, nel quale scrittori come Italo Svevo, ma anche Gianni Stuparich, Scipio Slataper, Umberto saba ed altri si fanno così portavoce di una Trieste a cavallo tra Ottocento e Novecento in cui esistenza e identità finiscono per confondersi all’ombra dei crescenti fermenti nazionali esterni ed interni agli imperiali confini.

L’indomani del Primo Conflitto Mondiale e la conseguente dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico vedono il passaggio della città al Regno d’Italia, un fatto che, se da un canto risponde al richiamo sentimentale specie tra gli strati più acculturati della società cittadina, dall’altro vede la separazione forzosa della città da quel vasto entroterra medio-danubiano del quale essa fungeva da primo porto naturale. Tuttavia v’era in quell’epoca chi anche in Italia era consapevole di ciò, nonché del fatto che la stessa avrebbe avuto migliori opportunità di crescita guardando proprio a quel retroterra verso il quale Trieste poteva essere la via naturale per ricompattare in qualche modo lo spazio comune medio-danubiano, dando così modo a Roma di intraprendere una politica atta ad affrancarla dall’assillo egemonico europeo occidentale ed affermare finalmente il ruolo spettantele nell’Europa Centro-mediterranea. Purtroppo però il tutto sfumava prima con l’annessione dell’Austria alla Germania nel marzo del 1938 e poi con il II Conflitto mondiale, alla fine del quale Trieste si vide oggetto di contesa tra Italia e Jugoslavia e, una volta tornata all’Italia, essa non era più in grado di svolgere per sé e per l’intera Nazione quel ruolo di porta verso il Danubio, ruolo che era stato la sua secolare fortuna. Trovatasi a ridosso del confine non solo tra due paesi, bensì tra due sistemi politico-economici (quantunque la Jugoslavia di Tito si fosse nel frattempo chiamata fuori dall’orbita sovietica), Trieste finiva per testimoniare ed amplificare in sé il disagio di un’Italia indotta dagli eventi a schierarsi nell’orbita atlantica ed a relegare nel contempo la città di San Giusto al ruolo umiliante di un porto di periferia, ora che Jalta e la Guerra Fredda le avevano chiuso la via al bacino danubiano ed all’Europa orientale in genere. Gli sforzi di Trieste per riuscire a competere con gli altri porti del Mediterraneo, sono tra i disagi che emergono dietro al pur fortunato sviluppo turistico, soprattutto balneare, del bacino adriatico che, dopo il letargo impostogli dalla Guerra Fredda, torna ad assumere un ruolo di estremo interesse geopolitico

La caduta dei regimi comunisti e l’apertura dei mercati nell’Europa Orientale, la guerra nei Balcani e il disfacimento della vecchia Jugoslavia, fanno di questo mare il crocevia di interessi politici ed economici spesso estranei a quelli reali delle sue genti. La febbre d’Europa e di Occidente ha fatto progressivamente dimenticare secoli di storia che le videro testimoniare valori comuni capaci di fare di questo mare un punto di riferimento civile e culturale per il retroterra che ad esso guardava. Genti di stirpe e lingua diverse avevano trovato in Venezia la garanzia delle loro libertà e del loro benessere, all’insegna della pacifica convivenza. Caduta la Serenissima, l’Austria, priva di una vera e propria tradizione marinara, vide unicamente nell’Adriatico lo sbocco naturale per i proprî commerci, mentre, perduto quel ruolo di centro irradiatore che la Repubblica di San Marco gli aveva conferito, esso vide così corrodersi la propria stessa essenza, sino a vedere le proprie genti l’una contro l’altra armate. Il II Conflitto Mondiale e la Guerra Fredda toglievano ulteriormente ogni speranza per la rinascita dello spirito adriatico. Lungi dal ridestarlo, la caduta di muri e regimi all’Est ha visto i paesi da quelli riscattatisi correre in preda al miraggio dell’Eldorado capitalista sotto l’ombrello di questa o quella potenza occidentale disposta a dispensare loro la gloria di un mattino o a favorirli nelle beghe con i loro vicini. Slovenia e Croazia, entrate da indipendenti nella famiglia adriatica solo dopo la dissoluzione della Jugoslavia, forse per un’influenza pregnante nelle loro scelte politico-economiche da parte di paesi come la Germania, rischiano di continuare nell’errore un tempo commesso dall’Austria absburgica, considerando l’Adriatico come mero sbocco per le proprie esigenze di paesi fondamentalmente interni per cultura e mentalità, altrettanto dimentichi che quell’errore fu tra quelli che la Duplice Monarchia pagò con la propria stessa disintegrazione, mentre i suoi eredi potrebbero diventare gli strumenti ideali di un’azione estranea al contesto adriatico ed alle sue ambizioni di rinascita e riaffermazione nel panorama internazionale.

Quanto al ruolo dell’Italia, da quando la Cortina di Ferro le aveva bloccato la via verso l’Est, essa aveva visto il fulcro della propria vita economica spostarsi visibilmente verso le proprie regioni nord-occidentali e le aree interne dell’Emilia e del Triveneto, lasciando a Venezia il ruolo di museo per un turismo sempre più di massa ed a Trieste quello di salotto dei ricordi per tranquilli pensionati. Milano, Torino e, in séguito, pure una rampante provincia interna di Nord-Est hanno così potuto imporre al modo di vivere degli Italiani modelli spesso estranei a quello propriamente nazionale, uniti ai dogmi di un globalismo fuorviante, calpestando secoli di storia e di cultura e con essi tutto ciò che sapeva troppo di casareccio, nella convinzione di divenire così un vero paese europeo, in linea con quell’Occidente del quale si è tutt’al più divenuti, con la tracotanza del portafoglio, mediocri e volgari portaborse. Né la fine della Guerra Fredda vede, sino ad inizio III Millennio, un cambiamento di rotta decisivo nella politica italiana, prontamente ed a più riprese ostacolato sia dentro che fuori d’Italia.

A risentirne in primo luogo è ancora una volta l’area giuliana con Trieste, che dalla fine dei blocchi auspica per sé un nuovo futuro di porta tra il Mediterraneo e il Continente nonché tra l’Est e l’Ovest di quest’ultimo, ruolo del quale un ulteriore rinvio seguiterebbe ad alimentare il malcontento di una cittadinanza a lungo frustrata dal progressivo impoverimento dell’economia locale, fortemente legata all’attività portuale, e la cui memoria della passata prosperità derivante dal legame della città con l’area danubiana alimenta viepiù la convinzione che gli interessi cittadini devano necessariamente vedersi come in conflitto con la presenza colà dell’Italia, la quale, al contrario, come per altro dimostra la recente ripresa dell’attività di Trieste come porto e non solo, non può che averee una miriade di buoni motivi per fare del proprio estremo lembo orientale il futuro centro di quell’Europa che guarda sempre più ad est ed al Mediterraneo, ed in cui realtà quali Bruxelles, Strasburgo o Francoforte, troppo occidentali e troppo nordiche, non sono più rappresentative del nuovo assetto geopolitico venutosi a creare dopo la fine del comunismo nell’europa orientale.

La caduta dei muri e dei blocchi ripropone un’Europa centro-mediterranea nuova e più allargata con le singole realtà etniche, Italia in testa, chiamate a riconoscersi patrimonio di una compagine geopolitica più ampia, erede in chiave moderna di quello che fu, per esempio, il Sacro Romano Impero, con particolare riferimento a quanto già accennato a proposito di Federico II di Svevia ed al suo progetto di unità d’Italia in una più solida realtà imperiale.

Possiamo tranquillamente concludere affermando che ad oriente di una linea che da Stettino giunge alle Alpi Marittime l’Europa Centromediterranea è chiamata a ridare vita a quello spirito che ha visto lungo i secoli un mosaico di genti capaci di riconoscersi in valori comuni tranne quando v’è stato chi, con i proprî abbagli da ovest o da est, ci ha messo abilmente la coda.

GIANLUIGI UGO
BIOGRAFIA ED ATTIVITÀ LIBRARIA

Gianluigi UGO nasce a Monza il 1º ottobre del 1956 da una famiglia proveniente dall’Istria, il che lo porta a vivere sin dalla primissima infanzia a Trieste, ove può facilmente entrare in contatto con i numerosi testimoni dell’Esodo istriano, fiumano e dalmata che seguì il Secondo Conflitto Mondiale, e le cui esperienze destano in séguito il suo interesse alle intricate vicende di quelle terre e di tutti quei territorî i cui legami storici con l’Italia non sempre vanno di pari passo con l’appartenenza politica ad essa.
Giornalista PUBBLICISTA, laureato in lingue, Scienze Politiche e in Pubbliche Relazioni, Gianluigi Ugo ha un proprio sito, PATRIADIMEZZO.COM, nonché un proprio canale YouTube, PATRIADIMEZZO, ed è presente con un proprio profilo FaceBook. È autore di sei pubblicazioni, di cui la prima, “IL CONFINE ITALO-FRANCESE – storia di una frontiera”, Xenia Edizioni, Milano 1989, offre un quadro dettagliato sui fatti, spesso poco noti, che coinvolsero Francia ed Italia in vicende anche dolorose legate al problema dell’assetto della frontiera comune lungo le Alpi occidentali.
“PICCOLA STORIA D’ITALIA”, Guerra edizioni, Perugia 2001, è inizialmente concepito per il pubblico straniero il quale, oltre che alla lingua è interessato alle vicende storiche d’Italia e trova nel volume una presentazione chiara e succinta dei fatti più determinanti della storia italiana, dagli Etruschi al volgere del secondo millennio dopo Cristo e all’inizio del terzo. Alla sua prima uscita, nel 1994, l’opera ottiene un particolare apprezzamento mediante l’assegnazione del XIII premio “Cesare Caporali” per la saggistica, Panicale, Perugia.
“IL PROBLEMA JUGOSLAVO E L’ITALIA – 1915-2000 – La condotta occidentale”, Settimo Sigillo, Roma 2001, è un’indagine sul comportamento assunto dalle grandi potenze, soprattutto occidentali, di fronte non solo alla questione giuliano-dalmata, bensì all’intero quadro dei rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia, sin dal nascere di quest’ultima l’indomani del primo conflitto mondiale.
Il tentativo di spiegare in termini meno convenzionali alcuni tra i fatti maggiormente determinanti della storia italiana è il filo conduttore di “Ritratto d’Italia”, Edizioni Segno, Udine 2007; Pagine, Roma 2016.
In “Tra dritti e rovesci”, ed. Albatros Il Filo, Roma 2021, Gianluigi Ugo pone invece al centro l’esperienza d’Italia quale crocevia tra Europa, Nord-Africa e Asia Minore, costretta dalla Guerra Fredda prima e dai postumi di essa poi, ad una sorta di ciò che egli chiama disabilità politica, riferendosi a quelle situazioni in cui l’emancipazione e l’estrema normalità comportamentale DI UNA persona disabile spesso imbarazzano, anziché gratificare, chi, più o meno celatamente, cerca nel rapporto con costei un ruolo di pretesa superiorità: un discorso che assume una connotazione geopolitica quando, il disabile si identifica con l’Italia, penalizzata nelle proprie potenzialità da un’Europa specie occidentale-atlantica che la critica ma sembra nel contempo preferirla così com’è, temendone di fatto un eventuale maggior peso nello scacchiere euromediterraneo e non solo.
Ed eccoci a “Due secoli e più di battaglie – I ciechi in Italia – Da Louis Braille ad Aurelio Nicolodi – Dalla Marcia del Dolore alle nuove sfide”
Edizioni GLU, Perugia 2023. Il Regio Decreto n. 2841 del 30 dicembre 1923 rappresenta una pietra migliare nel processo di riscatto ed avanzamento sociale dei ciechi in Italia, in quanto sancisce anche per essi l’obbligo scolastico. In occasione del centenario da questto storico evento si è voluto offrire al lettore,, in un linguaggio lontano da inutili ridondanze, un panorama il più possibilmente esaustivo del cammino compiuto dai privi di vista in Italia negli ultimi due secoli, dai primi passi compiuti con l’introduzione della scritturra Braille ai più recenti traguardi raggiunti grazie agli innumerevoli ausilî disponibili sul mercato soprattutto con lo sviluppo dell’informatica.

 

1 Comment

  • Nicolò Cerni Monteneri Schwarzenberg 12 Agosto 2026

    La vecchia accezione asburgica? Una nota veramente demente e deficiente ogni valore storico, un po’ come Claudio Magris il mendicante letterario che parla. Tedesco come un pescivendolo del porto, siete ancora ai piani inferiori

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