17 Ottobre 2026
Cultura & Società

Il fantasma del Satiro ossia Andrea Sempio rilegge Dante – Pietro Carra

Un fantasma si aggira per l’Europa…

Karl Marx

 

Languon le rare innanzi il dì sereno
Ultime stelle, del Sol l’alta spera
Corron lucidi rai: notte più nera
Recando al cor mio d’ira et di duol pieno. 

Erbette et fior fan lieto il poggio ameno,
Zefiro a’ dolci liti di Citera
Invita i cori amanti a primavera:
Agghiacciate pruine i’ serbo in seno. 

Raggio da que’ duo soli che quell’empia
Et crudel mia nemica ha in fronte (altrui
Mirando altrui dispensa suo splendore) 

Omai non speri; il fato mio s’adempia:
Lasso, raccoglian me quest’ombre in cui
I’ vo invocando il viso ond’arde Amore.

 

Tre giorni e oltre di lavoro per questo sonetto pseudo-rinascimentale, più enne altri per limarlo, ne faccio omaggio via mail a quella benedetta donna de la mia mente fiducioso di cavarne gran frutto: la prima risposta è blandamente incoraggiante: “Grazie del pensiero”. Così io fatto ardito, rispondo a mia volta indicandole le iniziali dei versi che lette in verticale davano il suo nome, con bell’artificio da me così disposte, visto che erano giusto quattordici lettere (non ricordo mai come si chiama questa figura). Al che lei così reagisce: “Questo non l’avevo proprio notato”. Fine, stop. Micidiale! Ma si può dare femmina più disconoscente, cruda e fera?

E dire che per lei, per il suo benedetto ed esecrato e sospirato e lacrimato nome ho dovuto rinunciare a scrivere homai con l’h, così come herbette, che sarebbe stato veramente figo, anzi stilisticamente necessario visto che ho messo gli et… come anche avrei preferito Lume invece di Raggio, più dolce e musicale…

Ma sia pure, è tradizione indefettibile della Letteratura Italiana – ahimè quando pensi di essertene liberato, lei sì te la ritrovi sempre fra i piedi – prender schiaffi da una Musa che non ti ca… lcola di striscio. E così ora, diversi anni dopo, approfitto del caso acerbo, delle stelle tiranne, delle spesse piaghe ecc. di quel periodo, per ripensare all’argomento Amore.

Amore. Roba da nulla! dieci secoli di ebollizioni di varia natura… è  strano a pensarci ora, quanto amorume ci fosse nell’immaginario della Cultura con la C maiuscola, quella che finisce poi nei manuali; perfino nel Faust di Goethe ci trovi in mezzo la love-story… meno male che alla fine l’umanità, esaurite le ultime faville del Romanticismo, finalmente a quanto pare guarisce… guardo in su, verso il purificato vertice dell’Intelletto umano, compunto d’ammirazione, vedo… sì, vedo lo Strutturalismo… mio Dio quant’è in alto, troppo in alto; mi ha sempre incusso (esiste questo participio?) un sacro timore… anche se in effetti dopo aver poi scoperto che Noam Chomsky partecipava ai festini di Epstein, ho ripreso in mano con più confidenza anche La struttura assente di Umberto Eco, arrivando ben a pagina 32, mentre prima non mi era mai riuscito di andare oltre la 19. Ma l’Amore, amici, l’Amore con la A maiuscola dove è finito? Qualcuno l’ha visto con le ali mozzate e la faccia gonfia schiacciata al vetro d’un barattolo, sotto alcool nel gabinetto d’un medico positivista tossicodipendente e nevropatico di fine Ottocento; sull’etichetta c’è scritto “Libido”, ah ecco… in compenso il suo bambolotto in plastica colorata, riprodotto in milioni di copie, è venduto nei supermarket dell’arte commerciale… che brutta fine…

La nuova età della tecnica prometeica – diamine! deve finalmente far giustizia di questi retaggi neolitici maschili, patriarcali e cavallereschi! è ora di evolversi, e ogni mezzo è buono per favorire l’evoluzione. E qui mi ricollego a un precedente mio articolo che avevo avuto l’onore di pubblicare su questa testata, Iphigenia unchained, che prendeva in esame le scariche d’ira divina femminile sul genere maschile, che comincia a prender forma nella declinante classicità sotto la specie della Tragedia, che vista dal basso avevamo chiamato cronaca nera di Stato.

Ecco che possiamo specchiare al  tempo presente il fenomeno, e osservarne dal vivo la declinazione occidentale: articolato nelle diverse modalità di movimento me too, legiferazione sul feminicidio, lotta al patriarcato, pari diritti ecc. che ricondotte all’unità potremmo riassumere in un unica grande onda, siamo senz’altro di fronte al modo trovato dalla Civiltà Occidentale per eseguire il compito storico della destrutturazione, demolizione controllata di un ormai inutile rottame, il Maschio; modo che consiste, genialmente, nell’istituzione di un tribunale femminile giacobino-rivoluzionario. È addirittura imbarazzante vedere con quanta preveggenza questo è mostrato da Fellini in una scena de La città delle donne. È vero che il femminismo sfrenato e bacchico degli anni settanta aveva ispirato molti a tutti i livelli (c’è perfino un incredibile storia di Paperino del 1975, in cui lui viene irretito da procaci paperette hippies e portato su una matriarcale isola delle donzelle per essere sacrificato), ma l’astuto e sornione regista romagnolo davvero s’appone più di tutti. Nondimeno c’è ancora troppa verbosa letteratura (ancora tu… ma non dovevamo vederci più) in Mastroianni in veste da camera indossata a metà di fronte alle fiere accusatrici. Finiamo di spogliarci appunto di quella vestaglia, come di ogni altro indumento, via, via tutte le maschere e gli orpelli. Contempliamo l’Uomo post-sacro, post-politico, post-moderno, post-tutto. Eccolo messo a nudo finalmente… cammina per un bosco… ma… che cos’ha lì sotto, che cos’è dalla cintola in giù? Finalmente ti vedo, finalmente a certissimi segni ti riconosco, grida trionfalmente tutta l’altra metà del cielo, togliti la maschera maschio occidentale bianco: ti ho preso alfine; ci sei, Satiro!

Hai finito di dar la caccia alle ninfe, brutta bestiaccia; è ora di pagare le tue malefatte: sacrosanta nemesi, ora sono esse che, volte in Baccanti, o in Furie togate come pubblici ministeri, ti hanno catturato, e comincia il tuo processo e la tua passione. Ho ripreso in mano l’Aminta del Tasso e Il pastor fido del Guarini e sono entrambi testi rivelatori, a tratti spassosi. C’è qualcosa di singolarmente attuale in quel mondo tardo-adolescenziale, persuaso, recintato, apparentemente purificato, fuori dal tempo e dalla Storia; ritrovi blandamente conviviali, teneri diletti o schermaglie amorose, giochi di gruppo, dinamiche social con fugaci ombre drammatiche; una via di mezzo tra una situation comedy in un campus universitario dell’UE e un reality show open-air tipo Temptation island, sovrastato da inderogabili leggi divine cui sovrintendono sagge autorità di vegliardi. Ma attenzione eccolo, contraltare alla perfetta letizia c’è lui, la vera contro-Star; avanza nudo, polemico, ferino: lui, il Satiro. Un celebre quadro raffigurava un teschio che diceva io sono anche in Arcadia… adesso possiamo ben dire me too in Arcadia, ma non raffigurando un teschio, bensì un’altra parte corporea, come si definiva un tempo, “disonesta”.

…son potenza et arme
ne la donna bellezza e leggiadria.
Io perché non per mia salute adopro
la violenza, se mi fe’ Natura
atto a far violenza et a rapire?

Così il capripede nell’opera del Tasso. Specchiàtevici, o semi-evoluti bisulchi e magari anche bicorni maschi del terzo millennio.

…s’io posso
questa mano ravolgerle nel crine,
indi non partirà, ch’io pria non tinga
l’arme mie per vendetta nel suo sangue.

 

Non mi risulta che i satiri andassero armati, questi versi appaiono un po’equivoci. Comunque non vi preoccupate, la verginella ninfa legata a un albero nuda come mamma l’ha fatta (come la facevano questa scena in teatro?) viene poi salvata da Aminta, che mette in fuga il Satiro; però

…Come la fuga de l’altro concesse
spatio a lui di mirare, egli rivolse
i cupidi occhi in quelle membra belle,
che, come suole tremolare il latte
ne’ giunchi, sì parean morbide e bianche;
e tutto il vidi sfavillar nel viso.

Ehi giovanotto, dico! che guardi, che sfavilli? Per Diana, anche i pastorelli devono dunque esser rieducati.

 

Venendo al momento presente, Il Satiro attualmente alla sbarra, dopo i nomi internazionali – Berlusconi Weinstein Epstein e soci ecc. – profondamente nazional-popolare, perciò più interessante e pregnante, questo tale Sempio che porta anche nel nome il destino di exemplum, è alla fine il precipitato di una gigantesca e torbida nube informativa sul delitto di Garlasco, che da ormai qualche anno ha invaso i media di ogni categoria e genere. La cosa stupefacente del personaggio, la sua esemplarità, anzi semplarità, emerge nella pazzesca mole di retroscena documentali e biografici che l’indefessa turba di inquisitrici, psicologhe, giornaliste, criminologhe che fa capo a questa implacabile Bugalalla coi suoi canali sul web, che affè mia non vorrei mai dover trovarmi ad averla contro, ha fatto emergere depositato in diari, forum on-line, intercettazioni, interviste ecc. Ma non basta, assieme ai dati biografici, al personaggio in questione è legato un vero e proprio background “teoretico” sulle – per così dire – discipline d’Amore. Si scoprono realtà mostruose; ma credetemi, questo tizio, e probabilmente ciò vale anche per i centinaia, forse migliaia di tardo adolescenti, giovani, uomini, organizzati in gruppi identitari e di consulenza reciproca come questo forum Italian seduction club, questo tale Sempio dico, appare capace di teorizzazioni cupe, feroci, a volte perverse o francamente sataniste, ma non insensate: questa è la cosa più preoccupante, anche e soprattutto perché chissà da quanti giovani effettivamente o inconsciamente sono condivise.

È il ritratto di una persona calata in una sorta di profondo speco, un labirinto serrato, dove a tratti baluginano nell’oscurità scene di carne e di sangue, echeggiano gemiti di voluttà e grida di dolore; si aggira ossessivamente prigioniero di un mega-utero cieco che ha finito di richiudere ogni spiraglio di cielo sopra di lui; annotazioni episodiche, “la bionda col bel c..o mi ha salutato, e pure la brasiliana giovane”, “chiuso bocca alla Jessica” ecc., propositi “voglio far sesso con 10 donne nuove” ecc.; si alternano ad altre appunto in certo modo teoretiche, sullo stupro come atto vitalistico di propagazione razziale, sul maschio poligamico per natura  ecc., le quali sfociano in considerazioni superomistico-darwiniane sulla necessità di elevarsi nel ranking umano per accedere a posizioni di dominio nel mercato sessuale (definizione realmente utilizzata in vari social). Queste, è solo un esempio, sono sue annotazioni, testualmente (conservo l’ortografia):

 

“io per cattiveria intendo questo [picchiare i trans per spasso, ndr] e non centra [sic] con l’istinto predatorio con cui per esempio uno può prendere una donna con la forza perché la desidera. Nell’istinto predatorio non c’è l’intenzione di nuocere, ma solo di prendere. prendere cibo, sesso, soldi. qualsiasi cosa. ma la morte della vittima è solo un effetto collaterale.

Il leone non uccide la gazzella perché è cattivo e le vuole far del male.”  

 

Queste sono le considerazioni di uno studente IPSIA, di un operaio… eh sì amici, non va più in parrocchia, non va più al PCI… mondo di Don Camillo, così vicino, così lontano…

Nota costante è un certo tasso di misoginia, che in realtà a ben vedere non è tale, ma effetto di una specie di misocosmia, la constatazione che è il mondo ad essere feroce e la donna ne è la prima e più pura espressione. Niente di personale se l’ammazzo, it’s only Nature, my friends! Il Satiro del Pastor fido lo dice in versi eleganti:

 

Nel centro del tuo cor quanto più sai
Chiudi l’affetto, e poi, secondo il tempo
Fà quel ch’Amore e la natura insegna.
Però che la modestia è nel sembiante
Sol virtù de la donna, e però seco
Il trattar con modestia è gran difetto;
Ed ella, che sì ben con altrui l’usa,
Seco usata, l’ha in odio, e vuol che ‘n lei
La miri sì, ma non l’adopri il vago.
Con questa legge naturale e dritta,
Se farai per mio senno amerai sempre.
Me non vedrà, nè proverà Corisca
Mai più tenero amante, anzi più tosto
Fiero nemico, e sentirà con armi
Non di femmina più, ma d’huom virile,
Assalirsi e trafiggersi.

 

C’era anche una canzone, come diceva? “Prendi una donna, trattala male…”

Interessante il binomio caratteristico di questi satiri, Amore e Natura… viene il motto di Giacomo Casanova e degli altri illuministi settecenteschi Natura e Ragione… ma più di tutti direi che “amore e natura” diverrà il motto degli hippies figli dei fiori… un link davvero curioso…

Nota a margine, esistono sul web canali vari di sfogo degli esclusi dalla gran festa della libertà sessuale, discretamente angoscianti, che raccolgono le voci dei giovani satiri tenuti fuori dai giochi felici delle ninfe, dove si predica precisamente questa presa di coscienza: una specie di exit strategy dalle illusioni romantiche, chiamata “red pill” facendo riferimento al mito di Matrix. Comunque, tutto il diverbio Satiro-Corisca, gran maestra di inganni e malizie femminili, compreso il finale, è uno spasso. Un coro stupendo tra l’altro termina il primo atto, sulla potenza cosmogonica dell’Eros, che sarebbe degno di esame in altra occasione:

 

E, se gravido è il mondo e tante belle
sue meraviglie forma;
e se per entro a quanto scalda il sole,
a l’ampia luna, a le titanie stelle,
vive spirto che ’nforma
col suo maschio valor l’immensa mole;
s’indi l’umana prole
sorge, e le piante e gli animali han vita;
se la terra è fiorita
o se canuta ha la rugosa fronte,
vien dal tuo vivo e sempiterno fonte…

 

Maschio valor… a quanto lo danno in borsa? Non conviene vendere oggi, meglio aspettare, teniamolo lì…

 

Il diario di Sempio, i suoi soliloqui, la fissazione erotica versata su ogni tipo immaginabile di perversione, le derive sanguinarie, il continuo rimuginio teoretico, la misoginia, a prescindere dalla sua colpevolezza o meno, che qui non interessa, a me hanno irresistibilmente richiamato un’idea che sposta ulteriormente in là la questione, la proietta su un piano ancora più assoluto e universale, e l’idea è questa: giunti al periodo senile-terminale dell’Occidente si rivedono in parodia, o meglio a ritroso  le prime pagine. Pensate all’incredibile fioritura della lirica dell’età cortese, dove giganteggia la figura femminile, quale orizzonte psico-simbolico capace di produrre una vera e propria legiferazione di valori esistenziali, sociali e civili. Ora succede ancora, ma le idealizzazioni trobadoriche e stilnovistiche si capovolgono in una tragica degradata realtà. Nobleza, cortezia, valor, largueza, mezura ecc. diventano ostentazione plebea, desiderio di rivalsa, dispregio, avarizia, perversione sessuale e via dicendo.

Ecco la necessità storica del concetto – anch’io pensavo fosse una cretinata, ma mi sono assolutamente ricreduto – di feminicidio; si tratta di una inconscia creazione collettiva femminile, potentissima creazione, dico, che salendo dal profondo, rivestendosi di un paludamento giustizialista egualitario-giacobino, è un atto eutanasico (un giorno dovrò pur trovare il coraggio di leggere quella storia dell’Accabadora) che serve in realtà a chiudere ad anello il ciclo millenario della Civiltà occidentale, e cominciare qualcos’altro. È così perciò che con buona approssimazione, possiamo definire lo stalker-feminicida concettualmente e storicamente come il rovescio infernale del Fedele d’Amore; del pari quella linea, così attentamente codificata, del descensus ad inferos che va digradando dall’”atteggiamento inappropriato” alla molestia al feminicidio, corrisponde al perfezionamento spirituale della fin’amor voltato al contrario.

Ora siamo pronti a contemplare il mondo interiore semplare, e porlo a raffronto col suo specchio diretto, ossia il monologo diaristico de La vita nuova di Dante. Come lui annota ogni donna, chi lo saluta e chi no; come lui fa sogni enigmatici (Sempio nota “sognato un esorcismo”, ma chi di voi sogna esorcismi?), come lui fa (scarica) misteriosi disegni (quello di Sempio mostra uno che scrive a pennarello sul culo di una donna, quello di Dante è sconosciuto ma probabilmente diverso), come lui è amico intimo del fratello della donna onde è ossessionato. Ma soprattutto è quando Sempio prende in esame l’episodio di Issei Sagawa  che tutto diventa perfettamente chiaro. Per chi non lo ricordasse, è stato un famoso cannibale giapponese che ha in quest’ordine ucciso, violato e mangiato una studentessa parigina nei primi anni ’80. Mi dispiace, ma solo lui, poteva rettamente (da un punto di vista extra-umano) giudicare un simile personaggio. Così si esprime:

 

“Le spara in testa. Non gode per averla uccisa, non gode per averla uccisa, non ci ha messo cattiveria, solo amore. (…) La bacia, finalmente. La bacia tutta. Poi si rende conto che marcirà allora lui… la mangia. Si pulisce la bocca col suo perizoma come tovagliolino”

“Non so voi, ma io pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore, d’un amore intensissimo”.

 

Ora, ci sono voluti molti secoli, ma finalmente si chiarisce – vedete se non ho ragione: tutto è speculare – grazie a Sempio, finalmente l’episodio aurorale e basilare di tutta l’opera dantesca, e simbolicamente, di tutta la nostra civiltà; la scena iniziale – mal compresa, sottaciuta, nascosta perché imbarazzante – impudica, violentissima scena iniziale de La vita nuova, il sogno in cui vediamo, in una nube di fuoco, Beatrice, nuda (!) con solo un drappo sanguigno buttato sopra, che dorme e viene risvegliata da un Amore in forme mostruose ma festevole, e da questo convinta a divorare il suo, di Dante, cuore in fiamme; dopodiché lo spaventoso iddio, fatto piangente e sconsolato, se ne parte con lei a razzo verso l’alto. Questo sogno, quest’atto di Beatrice neanche Dante stesso riusciva a spiegarselo, e chiede aiuto infatti agli altri fedeli d’Amore; i quali, come è noto (lo dice lui stesso) non ci azzeccano affatto, per non parlare di uno che gli consiglia di farsi curare. La critica moderna poi, neanche parlarne. Ora potendo noi vedere tutto l’arco della vicenda, capiamo – dopo aver visto la semplarità di Sempio – perché Amore appare mostruoso; capiamo perché cambia da smodata felicità in pianto, dopo consumato il pasto fatale, e perché Beatrice dapprima è addormentata, e una volta svegliata è così ritrosa a consumarlo. Lei, conscia della gravità della cosa, dopo tanto insistere da parte di Amore infine assumendo il cuore del poeta (è bastato averlo salutato quel giorno), divenendone metaforicamente sposa, dall’innocenza, dal sonno beato dell’incoscienza, è trascinata nel divenire storico, nel peccato e nella materia, potendo scorger gli abissi di bestialità latenti nell’uomo. Esattamente come Adamo ed Eva dopo la caduta, una volta assunto il frutto proibito (curioso rimescolamento di ruoli: il cuore del poeta diventa il frutto della conoscenza del Bene e del Male, Amore è il Tentatore e insieme Eva, Beatrice diviene in certo modo Adamo, riparando la colpa antica) del pari Amore da festevole di colpo si fa tragico, come il cosmo da Eden si volge in valle di lacrime. A quel punto Beatrice però capisce che dovrà – stupendo sacrificio – morire, per operare la trasformazione alchemica del cuore del poeta, che come zolfo ardente uccide, fecondandolo, il suo mercurio per trasformarsi in oro: lei in tal modo, in istato di perfezione aurea paradisiale, potrà sottrarsi, dopo averla conosciuta per interposta persona, ad ogni corruzione; solo così potrà realizzare, sorvegliandolo dall’alto, il disegno di salvezza dell’amato, agendo sulle Potenze celesti.

Mi resta un compito  da svolgere – arrossisco, ma non posso sottrarmi. Il nostro Poeta dei poeti aveva chiesto ad ogni alma presa e gentil core di rispondere, e allora si faceva “per le rime”, ciascuno dicendo che gli paresse della sua enigmatica visione. E perciò che altro posso fare, se non in tutta umiltà obbedire, poi che sento anch’io piccolissimo, quella volontà di dire che il Sommo, nella sua grandezza, sentiva? Nel farlo perciò (premetto anche la chiamata di Dante, così non dovete cercarvela) mentre imbraccio la cetra, anzi il liuto, mi accomiato da te, o Lettore, che tanta pazienza hai avuto nell’arrivare fino a qui, e ti saluto – o dir dovrei punisco? – con un altro canto, dal carattere d’altronde abbastanza didascalico, come spesso avveniva in queste tenzoni lirico-dialettiche.

Salve atque vale.

 

[Dante]

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore

Già eran quasi che aterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo

poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo

[Risposta mia]

S’io solva mai quel nodo che tien fore
di verace sentenza tutta gente,
al fiero pasto dubitosamente
vostra Donna assentì, poi che nel core

fosse in pensier di sé e del suo amadore;
siccome sposa dotta lungamente,
alta pietà la face poi servente
del gran disegno onde fu mosso Amore.

Lo segnor vostro in pria lieto ridendo
vedeste, ancor che orribil labbia avea;
come e’ duo primi parenti dolendo

sen gìo: con esso lui colei che avendo
vostra salute seco, sì dovea   
dal ciel guardarla, ver’ lo ciel movendo.

2 Comments

  • pietro 11 Settembre 2026

    Alcune precisazioni di cose notevoli e/o strane e/o letterarie.

    “Del sol l’alta spera” cioè l’orbita, corsa (transitivo) dai raggi. Mutuato da un madrigale dl Tasso, ma non so più dove. “D’ira e di duol pieno”, Petrarca, Canzoniere 164: “guerra è ‘l mio stato, d’ira et di duol piena”. “Zefiro a dolci… Citera”, isola sacra a Venere, giochetto più barocco che rinascimentale, ma mi piaceva. “Pruine”: brine: “Zeffiro, già di bei fioretti adorno/avea da’ monti tolta ogni pruina” Poliziano, Stanze I, 25. “Raccoglian… quest’ombre” nel senso di dar ricetto, “Rinaldo poi si volse a Sansonetto (…) E lo raccolse col debito onore”, Ariosto. Forma antica con la i; “Scriva al Gran Duca, perchè mi raccoglia…” Tasso, lettere.

    “Donna de la mia mente” è l’espressione usata da Dante all’inizio de La vita nuova. Rende il significato di “domina”, cioè padrona. Per caso, trovata in un mercatino, ho una copia primi del novecento, illustrata stile preraffaellita, a mo’ di codice miniato, con traduzione in inglese; si legge qui “lady of my mind”, che evidentemente non è la stessa cosa. Inoltre poco dopo, nel sogno, il fatto che Beatrice appare nuda è bellamente censurato.

    Storia di Paperino: “Zio Paperino e l’errore dl Paperzucum”, capolavoro della coppia Cavazzano/Cimino. Qui una descrizione sommaria:
    https://youtu.be/EhVAveeo1Vo?si=S4VpZKZZ9FOqzWNJ

    Se si vuole fare tre passi nel delirio dei mondi in cui precipitano Sempio e con lui centinaia o migliaia di giovani, spesso i più indifesi e sprovveduti, sparatevi ‘sta allucinazione del “Predator Clan”:
    https://youtu.be/IGQVd6LJqgU?si=cQcmCrNFSNv-VzTz

    Per quanto riguarda il sonetto finale, su wikisource si trova quello di Dante e le risposte, compresa quella di Dante da Maiano, piuttosto imbarazzante. Io ho rabberciato una versione lirica “dugentesca” del discorso sopra riferito, che, come si dice, non è perfetta ma ci porta a casa. “S’io solva mai… tutta gente”, v. Dante inf. X “solvetemi quel nodo/
    che qui ha ‘nviluppata mia sentenza” e Rime, 47 “come persona discacciata e stanca/cui tutta gente manca”. “Siccome sposa dotta…” dotta: dubita, “…ella dotta troppo es[s]er udita”, Il Fiore,180. “Primi parenti”, Adamo ed Eva, “…se tu ripensi/come l’ umana carne fessi allora/che li primi parenti intrambo fensi” Par. VII. Labbia: faccia. “Sen gìo…” se ne andò, “e tal sen gìo con lento passo” inf. XXV. “Salute”: salvezza. “Guardarla”: custodirla; o meglio reggerla, governarla, “…quei che guarda l’ isola del foco/ove Anchise finì la lunga etate”, Par. XIX.

  • pietro 28 Settembre 2026

    catena americana di fast food… spot dice tutto
    https://youtu.be/I5DKAi0AT38?si=3EwhzN4-1mvC7tqN

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