Il Movimento Sociale Italiano ha schierato sotto le sue bandiere milioni di Italiani, cosa che si dimentica spesso, che si riconoscevano in esso solo perché fedeli ad una Idea, senz’altro chiedere in cambio che di professare questa Idea, condannata e vietata dal sistema ciellenista al potere. Tra questi milioni di Italiani molti sono passati alla storia ed oggi vogliamo ricordarne uno in particolare che si è distinto per la fedeltà a quella Idea, senza se e senza ma, sfidando non solo il sistema al potere, ma anche il tempo. Infatti, molti che pure iniziarono la loro militanza politica con il MSI, nel corso degli anni cedettero, lasciando la “casa comune” per altri lidi, sempre più redditizi dal punto di vista materiale ed economico. Pisanò no, non cedette mai alle lusinghe della “vita comoda” e con un coraggio fuori del comune – ma comune in chi scelse il MSI! – seguì la sua strada, con la schiena diritta, mai rinnegando il suo essere. Ecco perché oggi, a differenza di tanti ex-missini che poi hanno scalato le vette del potere ciellenista sedendo sulle comode e ben remunerate poltrone istituzionali dello Stato italiano, di lui ci si ricorda con piacere, tanto che uno studioso come Luca Bonanno gli ha dedicato una straordinaria biografia (Giorgio Pisanò. Soldato, giornalista, politico, Eclettica, 2023) che vale la pena leggere insieme.
In questa occasione non ci soffermeremo sull’uomo politico – caratteristica che fu centrale – ma sul giornalista d’inchiesta. Infatti, Pisanò è passato alla storia per le sue ricerche che hanno riscritto intere pagine di storia della nostra Nazione e permesso il salvataggio di una memoria destinata alla cancellazione e all’oblio. Anche noi dobbiamo molto a Pisanò. I suoi studi sono stati fondamentali – come lo sono tutt’ora – per iniziare il cammino nella scoperta della nostra storia, in particolare quella della Repubblica Sociale Italiana. In lui ci siamo immedesimati, anche se in tempi diversi e con rischi decisa-mente diversi, nelle nostre ricerche sull’Appennino Umbro-Laziale. Percorrendo isolati sentieri di montagna, intervistando decine e decine di persone, scandagliando archivi polverosi, visitando questa o quella frazione, ebbene un pensiero è andato sempre a lui, che ci aveva preceduto.
Nato a Ferrara, classe 1924, aderì alla RSI, dapprima come Agente Speciale della Decima MAS – sarà inviato oltre linee, raggiungendo, tra l’altro, anche Nettunia – e poi come Ufficiale delle Brigate Nere. Dopo la prigionia, non si diede per vinto e convinto della validità delle proprie idee aderì con entusiasmo al sorgente MSI, il cui nome richia-mava il recente glorioso passato della RSI e la cui fiamma tricolore l’eredità politica, morale e sociale di Mussolini. Iniziò così la sua militanza nel Movimento Sociale, dapprima nella Federazione di Como per poi diventare Federale di quella di Milano e primo Presidente Nazionale dell’Associazione Studenti Medi “Giovane Italia” (24 Ottobre 1950).
Il 12 Maggio 1951 organizzò il primo comizio elettorale del MSI a Milano, non a caso in Piazza Belgioioso, lo stesso luogo della prima adunata indetta dai Fasci Italiani di Combattimento per le elezioni del Novembre 1919.
Ma la Segreteria Michelini poco digeriva elementi intransigenti come lui e la rottura arrivò ben presto. Pisanò non si diede per vinto e si dedicò alle inchieste giornalistiche sui tanti misteri della guerra civile 1943-1945. Proprio nell’Ottobre del 1951 fu convocato dal Gen. Carlo Albero Della Chiesa in caserma, alla Compagnia Carabinieri di Como. L’Alto Ufficiale voleva sapere di più su quanto il giornalista d’assalto aveva scritto sui crimini della 52a Brigata “Garibaldi” operante in quelle zone. In particolare, Pisanò aveva scoperto gli assassini del Vicepodestà Achille Cetti e di sua moglie. Individuato l’anello debole, lo invitò per un chiarimento presso la Sezione del MSI. Qui l’ex partigiano confessò tutto, ma ad ascoltarlo vi erano anche i Carabinie-ri: “Grazie a questa azione gli uccisori […] vengono condannati dalla Corte d’Assise a venti anni di galera”.
Iniziò così la sua carriera di giornalista, ma non quella di semplice osservatore di cronaca allineato al sistema. No, lui non poteva essere di tale stampo. Era e rimase sempre un giornalista d’assalto, contro tutti e contro tutto. Con coraggio. Un coraggio e una professionalità che lo portarono a scrivere su importanti riviste come “Epoca” ed “Oggi”. Ma anche se il successo gli arrise, mai intese nascondere le proprie idee: “È tempo che si sappia che i comunisti e i loro complici, così solleciti in ogni occasione a ricoprire di bandiere rosse i monumenti e le lapidi che ricordano quei tremendi episodi e così bravi a pronunciare commemorazioni che diventano comizi, con la volenterosa collaborazione di personaggi ufficiali della RAI-TV e di giornali finanziati dal pubblico denaro, sono tra i primi responsabili di quanto accadde alle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, Rossiglione, Villamarzana, Sant’Anna, Civitella della Chiana, al Passo del Turchino, nel Padule di Fucecchio, alla Benedicta, alla Bettola e in tanti altri luoghi in cui si abbatté la furibonda vendetta delle truppe tedesche e fasciste. I fucilatori e i massacratori delle Fosse Ardeati-ne, di Marzabotto e delle cento altre rappresaglie si coprirono d’infamia, ma pagine altrettanto infami scrissero i comunisti, ansiosi solo di condurre una loro ‘guerra privata’ per porre le basi di quella che, terminato il conflitto, sarebbe dovuta diventare la ‘Repubblica sovietica italiana’. Ecco dunque la verità […]”. Pisanò divenne un fiume in piena e gli antifascisti cercarono di tappargli la bocca, dapprima con accuse e denunce, poi con minacce esplicite. Non lo fermarono. Non ci riuscirono. Perché non era un fazioso, un calunniatore, un “fantasista”. Seppe riconoscere anche il “buono” nell’altro, in quello che era stato il suo nemico, se aveva combattuto con onore.
Il 2 Settembre 1957, sarà presente a Predappio all’inumazione della salma del Duce, insieme a Donna Rachele. Presenti anche Pino Romualdi e Giulio Caradonna, a titolo personale però, visto il divieto di partecipazione imposto dal Segretario del MSI Michelini (che, comunque, si recherà in omaggio alla tomba alcune settimane dopo).
Nel 1962 uscirà il suo libro Sangue chiama sangue, che sarà un vero e proprio caso editoriale per la ricchezza dei contenuti, la ricostruzione storica libera da condizionamenti politici, l’obiettività e, soprattutto, per il coraggio di denunciare così chiaramente i crimini dei partigiani.
Abbiamo scritto obiettività e professionalità. Sì, perché Pisanò, pur rimanendo un giornalista fascista, non fece delle sue idee un paravento per nascondere “casi scomodi” o peggio ancora una lente deformante della realtà dei fatti. A differenza di quanto avveniva – e avviene tutt’oggi! – nel campo opposto, dove non esistono giornalisti comunisti, professori comunisti, magistrati comunisti, ecc. ma comunisti giornalisti, comunisti professori, comunisti magistrati. A sinistra si è sempre, prima di tutto, marxisti-leninisti. Poi, giornalisti, professori, magistrati, ecc.
Nel 1963 coronò il suo sogno: fondò una rivista, il “Secolo XX”, con cui si occupò di storia, politica e attualità e sulle cui pagine prenderanno vita la famosa inchiesta sulla morte di Mattei e le inchieste sui crimini dei partigiani che daranno poi vita alla monu-mentale opera Storia della guerra civile in Italia (1965-1966). Quest’opera susciterà un clamore senza precedenti tanto che lo stesso Giorgio Bocca, inviperito dal successo e dalle rivelazioni in essa contenute, non esiterà a definire il lavoro di Pisanò “come uno sproloquio delirante, falsario del fascismo perenne”, su cui verrebbe “voglia di sparare”. Non dimenticheremo mai queste parole, caro Bocca.
Contemporaneamente, Pisanò tornò in politica attiva, promuovendo la costituzione del Movimento per la Seconda Repubblica, con lo scopo di mobilitare gli Italiani intorno all’idea di una profonda riforma costituzionale che portasse alla fondazione di una repubblica presidenziale. Considerò conclusa la missione del MSI – quella riunire i fascisti in una “casa comune” all’interno della legalità democratica – proponendo un suo superamento davanti alle nuove sfide che imponeva il consolidamento del Governo di centro-sinistra e la lotta anticomunista.
Tra la fine del 1967 e gli inizi del 1968, ancora un nuovo successo editoriale: Gli ultimi in grigioverde. Storia delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana. Anche questa un’opera monumentale senza precedenti destinata a giungere fino ai nostri giorni.
Nel 1968, Pisanò riportò alla luce il giornale “Candido” che già fu di Giovannino Guareschi. Sarà il suo strumento di battaglia negli anni futuri, dal caso Fenaroli alle battaglie in difesa dei piccoli e medi azionisti della Montedison, dal movimento della “Maggioranza silenziosa” alla Rivolta di Reggio Calabria. Lo scontro frontale con il Segretario del PSI Giacomo Mancini, accusato di un essere un ladro, durerà anni e vedrà Pisanò impegnato in una sequela di denunce e controdenunce: non mancherà neanche il carcere, prima dell’assoluzione.
Nel 1972, Almirante – che lo stimava – gli propose una candidatura al Senato con il MSI, in modo da poter condurre ancor più liberamente le sue inchieste, senza la costante minaccia della magi-stratura. Pisanò fu eletto Senatore, ma entrò così anche nel mirino delle Brigate Rosse che non esitarono ad incendiargli un piccolo prefabbricato dove passava le vacanze con la famiglia: “Contro la destra nazionale, contro lo Stato che ha fatto della ‘strage’ armi per la lotta politica. Dobbiamo volere la guerra! Contro i fascisti e contro lo Stato: guerra di classe! Attacchiamo i fascisti nei rioni popolari! Niente resterà impunito! Tutto il potere al popolo armato!”.
Il 2 Settembre 1972, una bomba esplose nella sede del “Candido” in Via Bellarmino a Milano. Poche ore dopo un altro attentato colpì la Federazione del MSI in Via Mancini. Per la stampa si trattò di attentati che i fascisti si erano fatti da soli.
Grazie ad un ex Ufficiale della Milizia il “Candido” riuscì a trovare una nuova sede, in Via De Sanctis, sempre a Milano.
La lotta politica trovò Pisanò schierato al fianco di Almirante, di cui sposò la nuova politica di destra nazionale, aperta a tutti gli Italiani che volevano opporsi al centro-sinistra imperante, superando lo stesso MSI, in nome di una democrazia nazionale e di una repubblica presidenziale. Erano le posizioni politiche di sempre che, bisogna evidenziarlo, in Pisanò non significavano il rinnegamento del suo essere fascista, ma l’unica possibilità di fare politica in un sistema che aveva dichiarato guerra ai fascisti, che li combatteva ogni giorno con divieti di polizia, denunce penali, arresti arbitrari, attentati dinami-tardi, aggressioni quotidiane con morti e feriti. Tanto è vero che non aderirà alla scissione di Democrazia Nazionale che di quel tentativo fu il naturale, quanto tragico, epilogo.
Ma quelli erano anni incendiari, in ogni senso. Nel 1975, fu firmato il Trattato di Osimo e Pisanò denunciò: “Il sacrificio è compiuto. Un sacrificio inutile, infame, reso ancor più infame dall’avvilente spettacolo offerto in questi giorni dal dibattito parlamentare da quei Deputati e Senatori di tutti i partiti del cosiddetto ‘arco costituzio-nale’, dai liberali ai comunisti che, in nome dei ‘valori’ dell’antifa-scismo e della Resistenza, hanno siglato, con il loro voto favorevole, questa rinuncia, tanto assurda quanto criminale. Assurda, perché non necessaria, non richiesta, non imposta. Criminale, perché cedere allo straniero terra e genti italiane a titolo gratuito è un crimine” (G. Pisanò, Le classi dirigenti passano la Nazione resta, “Candido”, 21 Ottobre 1975).
Il 6 Dicembre 1975, subì un attentato contro la sua abitazione. Fortunosamente la bomba non esplose.
Nel 1977, condusse una importante inchiesta sul carteggio musso-liniano posseduto da De Toma che asseriva di essergli stato consegna-to dal Duce per porlo in salvo in Svizzera e dal quale erano spuntate fuori due lettere di De Gasperi con cui il politico chiedeva un bombardamento sulla Capitale agli Alleati. Tali missive, pubblicate da Guareschi, erano state giudicate false, aprendo le porte del carcere all’incauto giornalista. Pisanò, spregiudicato, riuscì a ricostruire i tasselli dell’intricata vicenda, smascherando il De Toma che, in realtà, aveva solo scoperto dove si trovava parte del carteggio e lo aveva “recuperato”, aggiungendo però molto materiale falso.
Sempre in questo anno clamoroso fu il suo attacco a Dario Fo, “volontario nei Paracadutisti della RSI. È stato un volontario convinto. Ha combattuto e a creduto in quello che faceva. Rischian-do la pelle. Mentre adesso fa il marxista e inventando un ‘eroico passato partigiano’, fa un pozzo di milioni: 138 solo per mettere in scena in TV le sue storiacce di guitto conformista. [Lo sfido a querelarmi] così, in Tribunale, gli sfarò sfilare davanti gli Ufficiali, i Sottufficiali e i camerati Paracadutisti del suo Battaglione. Sarà davvero una bella rappresentazione. Tutta da ridere” (G. Pisanò, Per Dario Fo: eia, eia, alalà!, “Candido”, 7 Luglio 1977).
Pisanò non esitò ad attaccare anche Indro Montanelli che aveva affermato su “Il Giornale” che “poiché per la destra, in Italia, si intende ‘fascismo’, e poiché i ‘fascisti’ vengono identificati nel Movi-mento Sociale Italiano, se ne deduce che occorre far sparire il MSI”. Non dimenticheremo nemmeno le tue parole, caro Indro.
L’11 Febbraio 1978, la sede del “Candido” in Via De Santis fu distrutta con il lancio di bombe Molotov. Si aprì così un nuovo periodo di crisi. Non fu possibile stipulare un contratto assicurativo perché dopo l’attentato del 2 Settembre 1972 nessuna compagnia aveva voluto garantire una copertura assicurativa ai locali.
Indefesso, continuò la sua battaglia politica: sono gli anni delle inchieste sui “traffici” di Aldo Moro, sulla P2, ma anche di scontro generazionale interno al MSI, dove non si perdonava al Pisanò la denuncia degli autori del lancio della bomba durante gli scontri milanesi che portarono alla morte l’Agente Marino. Il fatto che sigiustificò la denuncia con la necessaria difesa dell’intero MSI, evidenziando che i Carabinieri avevano già i nomi, non convinse nessuno. Ma il terreno di scontro generazione era vasto. Almiran-tiano, non cedeva alle suggestioni giovanili, come quelle sul fascismo europeo, opponendosi all’uso della croce celtica che, invece, era molto amata dalle nuove leve fasciste. Così sarà anni dopo, quando si opporrà alla politica filopalestinese e alla richiesta di revisione del Patto Atlantico che trovavano totalitari consensi tra le file del Fronte della Gioventù. L’anticomunismo – di cui gli USA e Israele erano visti come dei baluardi – per Pisanò non era negoziabile e veniva prima di ogni “infatuazione” terzaposizionista. Arriverà addirittura a chiedere lo scioglimento del FdG come organizzazione autonoma e la sua ricostituzione sotto la gerarchia del partito.
Ma gli anni ’70 sono anche anni di dolore. I giovani del MSI vengono massacrati sulle strade e ancora una volta Pisanò denunciò i giornalisti che “hanno continuato e continuano imperterriti a sputa-re veleno, a mentire, a falsificare la realtà della storia, a imbrogliare gli Italiani e specialmente le nuove generazioni. Non ci sarà più pace in questo Paese, non ci sarà più alcuna serena convinzione sociale, non ci sarà più un minimo di ordine e di tranquillità fino a quando la menzogna antifascista, l’odio antifascista, la violenza antifasc-ista, la criminalità antifascista non verranno sepolti da un ritrovata e rinnovata coscienza degli Italiani” (G. Pisanò, Sputa sempre veleno la bestia antifascista, “Candido”, 1° Febbraio 1979).
L’8 Febbraio 1980, il “Candido” si trasferì presso la nuova sede di Via de Togni a Milano (la fotocomposizione venne trasferita, in segreto, in Via Giambellino). Da qui condusse l’inchiesta sulla strage di Bologna, con la quale accusò i Magistrati di aver “dato vita ad un ‘collettivo’ di chiara impostazione marxista”. Non mancarono le accuse ai giornalisti come Bruno Vespa che aveva indicato i fascisti come autori della strage, in quanto erano stati trovati sul posto “brandelli di pelle nera, ed è notorio che i fascisti, per fare degli attentati, usano valige di quel colore”. Per Pisanò il quadro era ben diverso, “il massacro non fu la conseguenza di un attentato, ma di un ‘incidente’ provocato dalla criminale imprudenza di qualche terrorista in transito quella mattina a Bologna con un carico di potentissimo esplosivo”.
“Il 15 Giugno 1989 Pisanò, assieme ai parlamentari missini Parigi e Berselli, copre, con del nastro adesivo, la parola ‘fascista’ dalla lapide alla stazione di Bologna. Un gesto ‘per denunciare all’opinio-ne pubblica la sciacallesca speculazione di chi ha ritenuto di aggettivare come ‘fascista’ una strage di regime”. Qualcosa di incredibile oggi, quando soltanto se si mette in dubbio la fallace ricostruzione antifascista sulla strage – documenti alla mano, logica nella mente – si viene crocefissi sull’altare del politicamente corretto e della “verità di Stato” alla quale tutti devono sottomettersi. Ebbene, Pisanò – e con lui tutti i missini dell’epoca – non ebbe paura e denunciò la fallace ricostruzione politica del tragico evento.
Nell’Autunno 1982, le condizioni finanziarie del “Candido” risultaro-no gravi, nessuno corse in aiuto del giornale di Pisanò, che sospese le pubblicazioni in quel Dicembre, per riprenderle solo nel Maggio 1983. Ma il tentativo non riuscì e si dovrà attendere il Gennaio 1986 perchè il “Candido” possa tornare nelle edicole. E lo fece con una inchiesta sulla P2, la loggia che ben lungi da rappresentare una minaccia eversiva di destra – come la dipinge la stampa e la vogliono gli antifascisti – fu presentata come un’organizzazione “eversiva di centro” il cui compito non era abbattere lo Stato democratico antifascista, ma rafforzarlo.
Gli anni ’80 furono quelli in cui maturò la consapevolezza di prepararsi ad un “dopo-Almirante”, con il MSI che cominciava il suo declino elettorale, del quale Pisanò accusò i politicanti di mestiere che stavano usando il partito per i loro interessi privati, deviando dall’Idea per inserirsi nei salotti del potere. Proprio dalla sconfitta delle elezioni del 1987, riprese la sua convinzione che il MSI avesse esaurito la sua funzione, ma questa volta non per andare verso una destra nazionale, ma per ribadire senza se e senza ma la natura stessa del partito che avrebbe dovuto chiamarsi d’ora in poi solamente e chiaramente “Movimento Fascista”.
Durante la campagna elettorale, il 20 Marzo 1987, accolse a Sirmione Almirante per un comizio al termine del quale il Segretario nazionale gli chiese qualcosa di inaspettato. Volle rivedere per l’ultima volta Salò, la città in cui aveva militato durante la RSI: “Il cuore stretto da una strana angoscia, quasi avessi assistito ad un rito irripetibile”, ricorda Pisanò.
Negli ultimi anni della sua vita Almirante rivendica con orgoglio il suo essere fascista. Forse la pagina più romantica ed altamente simbolica di tutto il libro scritto da Bonanno.
Sorgeva, intanto, l’astro di Fini. Pisanò fu un duro oppositore del nuovo Segretario e continuò la sua lotta per rivendicare il carattere fascista del MSI, iniziando – ad esempio – nel chiedere l’eliminazione dell’etichetta “Destra Nazionale” dal simbolo. A chi contestava le sue precedenti simpatie per tale impostazione lui rispose perentoria-mente: “Nessuno di noi, né allora né poi, pensò mai, neppure per un istante, che il MSI potesse rinnegare Mussolini e il fascismo”. È quello che parte della nuova classe dirigente missina comincia a chiedere, in nome dell’inserimento nel sistema (antifascista!).
Proprio per dare spazio alla sua visione politica, il 2 Giugno 1989, lanciò il progetto costituente dei Circoli “Fascismo e Libertà”, simbolo un fascio repubblicano (ai quali aderirà anche il Comandante Cordara dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia). Bersaglio preferito, ovviamente, Fini e i suoi “Colonnelli” che accusava direttamente di volere una destra che “puzza tanto di Democrazia Nazionale”: “Io mi oppongo a te e alla tua gestione del partito perché, a parte i guai che combini e lasci combinare, tu non sei come me. Tu appartieni a quella categoria che io definisco, senza offesa per nessuno, dei ‘ragionieri della politica’, di quelli cioè per i quali la politica è calcolo, conquista di posti di potere, controllo delle Federazioni, equilibrismi interni, Commissione di disciplina per chi ragiona con la sua testa. Per noi, da giovani e da anziani, la politica è stata, e resta, passione, entusiasmo, dedizione e, se necessario, sangue e sacrifici. Ricordo una scritta in una caserma della RSI che diceva: ‘Beati i giovani che sono affamati di combattimento, perché sapranno lottare per quelli che non vogliono lottare, soffrire per quelli che non vogliono soffrire, amare per quelli che non sanno amare…’. E tu, invece, e i tuoi soci di Destra in Movimento, mi date solo l’impressione di giovani affamati di poltrone”. Profetico.
Davanti a questo stato di cose conclamato fu naturale anche per un almirantiano come lui appoggiare Pino Rauti – in funzione antifinia-na – al famoso Congresso di Rimini (Gennaio 1990). A chi gli ricorda-va il suo sostegno storico ad Almirante rispose che il Segretario nazionale scomparso “può aver fatto tutti gli errori che un uomo può commettere in una vita [e quello dell’investitura di Fini è emblematico], ma che ha fatto due cose fondamentali: ci ha tenuti uniti per 40 anni ed ha difeso sempre l’eredità di Mussolini”. Parole che pesano come macigni per tutti quei giovani dirigenti missini che vogliono “completare a destra” il sistema antifascista.
Davanti al traumatico fallimento di Rauti e al ritorno di Fini, riprese il progetto di “Fascismo e Libertà”, non più circolo interno al MSI, ma movimento fuori dal MSI. Fu una rottura per alcuni aspetti clamorosa, ma inevitabile davanti alla crisi che i finiani tornati al comando provocano nel Movimento Sociale Italiano così avviato alla dissoluzione.
Il progetto del nuovo movimento politico venne lanciato non a caso il 25 Luglio 1991. Una data simbolo dell’antifascismo. Un antifascismo che parve sbigottito davanti a tale ardire e che non tardò a lanciare contro Pisanò centinaia di denunce per ricostituzione del Partito Fascista, tutte crollate in Tribunale, con massimo scorno degli odiatori seriali, ormai in preda al panico per il contestuale crollo del comunismo.
Nel 1992 uscì un suo libro fondamentale che fece scalpore: Il triangolo della morte. Ancora una volta la denuncia dei crimini della Resistenza fu precisa, corretta, spietata.
Non stupirà che, nel Gennaio 1995, sarà tra i protagonisti – insieme a Pino Rauti – della “rivolta dell’Ergife” quando gli oppositori alla svolta di Fiuggi si ribellarono dando origine a quella che passerà alla storia come Fiamma Tricolore. Sebbene la sua presenza al fianco di un politico tanto diverso come Rauti durerà solo qualche mese, per riprendere ancora una volta le redini di Fascismo e Libertà, questo fu uno dei periodi più entusiasmanti dell’ultimo Pisanò, che abbiamo raccontato nel nostro La rivolta ideale 1993-1995 (Passaggio al Bosco, 2 volumi), al quale rimandiamo il lettore curioso.
Pisanò si ammalò, ma questo non gli impedì, nel 1996, di dare alle stampe il suo ultimo capolavoro: Gli ultimi cinque secondi Mussolini, dove chiude una ricerca durata tutta una vita, illustrando scenari sconcertanti su come, quando e dove fu assassinato il Duce.
Morì a Milano il 17 Ottobre 1997. Con lui se ne andava, uno degli ultimi della “generazione che non si è (mai) arresa”, che seppe rivendicare il suo orgoglio di essere fascista. Solitario, senza l’aiuto di nessuno, bersagliato dall’odio antifascista, fu un grande giornalista d’inchiesta e a lui si devono pagine di storia che hanno riscritto il grande libro del passato, salvando una memoria che più di qualcuno voleva cancellare.
Pietro Cappellari
(“L’Ultima Crociata”, a. LXXV, n. 1, Gennaio 2025)

