Equiparare le vittime italiane ai criminali slavi: l’ultima frontiera dell’antifascismo ciellenista
Le “foibe” – termine generico con cui si intende il genocidio etnico-politico compiuto in Venezia Giulia e Dalmazia dai partizan titini con la complicità del PCI – sono un coltello piantato nel fianco dell’antifascismo tutto, in particolare quello di sinistra, in quanto dimostrano il vero volto della Resistenza rossa, i suoi progetti, la sua politica, la realtà dei fatti. In poche parole, le foibe rappresentano l’immoralità stessa della Resistenza bolscevica. Qualcosa di dirompente, che fa crollare le narrazioni ideologiche sul Movimento di Liberazione elaborate negli anni ’60 dagli istituti storici marxisti, giunte fino ai nostri giorni grazie all’egemonia che quel mondo ha ancora nella cultura, nella scuola, nelle università, nelle redazioni dei grandi mezzi di informazione.
Dopo essere stati complici attivi o omertosi delle stragi, gli antifascisti hanno silenziato per 60 anni quello che era avvenuto al confine orientale italiano e – cosa che deve essere sottolineata – solo il MSI, oltre gli esuli direttamente colpiti, ha mantenuto viva quella memoria e le conseguenti rivendicazioni nazionali. Al Movimento Sociale Italiano dobbiamo doverosamente affiancare l’eroica opera della Delegazione di Trieste, Fiume, Istria e Dalmazia dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, con a capo Ida De Vecchi, che, con il suo gruppo di giovani speleologi ed esploratori, intraprese per prima la pericolosa e pionieristica ricerca degli “scomparsi” in Venezia Giulia.
La Legge del 30 Marzo 2004 che obbliga (!!!) al ricordo del dramma delle foibe ha costituito, pur nei limiti di una legge “contentino”, un trauma senza precedenti per gli antifascisti di sinistra che, dopo un periodo di sbandamento generale, sono tornati in cattedra con l’intento di destrutturare e depotenziare la portata storica del genocidio etnico-politico commesso al confine orientale italiano. Se non hanno più potuto negare o nascondere, hanno giocato di anticipo, promuovendo loro una narrazione partigiana – e, quindi, di per sé falsa – delle foibe, sostituendo la realtà storica dei fatti con speculazioni ideologiche che arrivano a giustificare i crimini commessi dai partizan titini contro la Nazione italiana e gli Italiani tutti. Quello che oggi si sostiene è, guarda caso, la stessa narrazione che i dirigenti del Partito Comunista Italiano, nel primissimo dopoguerra, promossero per parare le notizie che giungevano dalle zone occupate dall’Esercito Popolare iugoslavo, portate dalle ondate di profughi che fuggivano dal “paradiso socialista”: «Nella Venezia Giulia non era in corso nessuna persecuzione dell’elemento italiano», sostenevano boriosi, e gli episodi di sangue che taluni “reazionari” narravano altro non erano che comprensibili incidenti, semplici vendette semmai, scaturiti dalle violenze fasciste che per venti anni erano state compiute contro le comunità slave… senza contare i “crimini” che l’Esercito “fascista” – ossia le Regie Forze Armate! – aveva commesso durante l’aggressione alla “libera” Iugoslavia. Chi era stato colpito dalla “giustizia proletaria” altro non era che un fascista, un “criminale”, quindi, ben meritevole di quella fine. È vero, tra gli esuli c’erano migliaia di “poveri cristi” cui nulla era imputabile: erano stati indotti alla fuga dalla propaganda reazionaria, non certo da fatti reali, e se avessero potuto, molti sarebbero ritornati (!!!).
Questa la menzogna comunista del dopoguerra, questa la menzogna della sinistra oggi.
Non è questo il luogo per confutare tali tesi giustificazioniste – ci sono decine di studi, come, ad esempio, quelli di Marino Micich, Emanuele Mastrangelo, Pierluigi Romeo di Colloredo o le “note” dell’Unione degli Istriani – che le smontano una per una: dalla snazionalizzazione “violenta” delle comunità slave all’aggressione alla “indifesa” Iugoslavia, dai “crimini” delle Regie Forze Armate alla “giustizia proletaria” dei titini[1]. Anche noi ne abbiamo parlato in diversi studi, ai quali rimandiamo il lettore che voglia approfondimenti[2].
Bisogna innanzitutto affermare che tali giustificazioni furono strumento del PCI e non certo frutto della propaganda titina che non si sentì mai in dovere di giustificare di nulla. Le “foibe”, del resto, furono addirittura un aspetto marginale dell’opera di sterminio del nemico politico condotta dai partizan slavo-comunisti durante l’edificazione dello Stato socialista: oltre 500.000 morti nei primi anni che superarono il milione a “trionfo socialista” ottenuto[3]. Che sono 10.000 Italiani “scomparsi” a confronto?
Per Tito, e i comunisti in generale, la politica contro i “nemici del popolo” e per la stalinizzazione dello Stato era una sola: lo sterminio. «[…] Tale apparato traditore non doveva continuare ad esistere, doveva essere annientato. Tale apparato venne annientato nel corso della guerra di liberazione da parte delle formazioni partigiane, e distrutto più tardi definitivamente dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia», ammise con orgoglio il “liberatore” di Belgrado… e dell’Istria[4]. Senza giustificazioni di sorta. Del resto, era comunemente accettato da tutti i comunisti come lo sterminio del nemico politico, il terrore contro le masse refrattarie al nuovo ordine e la menzogna morale fossero le strade maestre per l’edificazione di ogni Stato socialista. “Pruriti” umanitari, dopo una guerra mondiale con massacri generalizzati senza precedenti, davvero sembravano fuori luogo davanti alla “nobile e gloriosa” meta che ci si prefissava.
Ma in Italia era diverso. Il PCI non si era imposto come partito guida del CLN, la presenza di settori conservatori maggioritari impedivano l’egemonizzazione comunista e la marcia verso la stalinizzazione dell’Italia. Gli ordini di Stalin che liquidavano ogni ipotesi rivoluzionaria e costringevano il Partito Comunista Italiano alla vittoria elettorale, cambiarono prospettiva d’azione e di linguaggio.
Le notizie che giungevano dalla Venezia Giulia occupata dai titini erano drammatiche, sconvolgenti, compromettevano il PCI dal “volto umano” e “garibaldino” che si tentava di costruire per vincere le elezioni penetrando nei ceti medi. Ecco perché ci fu una mobilitazione contro gli esuli e le loro “menzogne”, trovando giustificazioni immorali per coprire tutto quello che i titini, con la complicità del PCI stesso, avevano fatto… e stavano facendo! Senza dimenticare che le tragiche informative che giungevano dall’Istria non erano certamente frutto della propaganda fascista – i fascisti erano stati già in gran parte sterminati –, ma provenivano dagli antifascisti di sentimenti nazionali e dai (deboli) CLN della regione operanti, nonostante la “liberazione”, ancora in clandestinità. Le loro denunce rimasero lettera morta e ben poco, se non nulla, riuscì a fare Degasperi che pure raccolse tali allucinanti notizie. La Repubblica Italiana era costretta ad essere vile spettatrice in balia degli eventi, come era accaduto quando, alcuni elementi della Regia Marina ipotizzarono uno sbarco per salvare, insieme alle unità della Decima MAS del C.te Borghese, l’italianità della Venezia Giulia. Furono solo illusori progetti rimasti sulla carta, come il cosiddetto Piano “De Courten”, sul quale vale la pena indugiare ricordando la testimonianza del Ministro della Giustizia della Piero Pisenti:
In varie epoche del 1944 tre missioni vennero svolte da Ufficiali della [Regia Marina] per incarico del Ministero anche allora affidato all’Amm. De Courten. Tutti si presentarono al Comandante Valerio Borghese che volta in volta informò Mussolini e il Maresciallo Graziani. In ordine cronologico la prima missione fu compiuta dal Maggiore M.O. della R.M. Potzolu ed ebbe per oggetto la salvaguardia degli impianti industriali del Nord. Successivamente si presentò a Borghese il Tenente di Vascello Zanardi per raccomandare ansiosamente la salvezza della Venezia Giulia. Su questo vitale argomento, importantissima fu la missione svolta dal Maggiore della R.M. in servizio effettivo Medaglia d’Oro Antonio Marceglia.
Egli dichiarò a Borghese che mentre per la flotta e le colonie le Autorità anglo-americane avevano dato sicuri affidamenti al Governo del Sud, gravissima era la preoccupazione per la sorte della Venezia Giulia, in quanto i rapporti tra la Russia e Tito esulavano dalla influenza anglo-americana. Si sollecitava quindi la RSI a provvedere alla salvaguardia di quelle terre di confine inviandovi congrui contingenti di truppe. Aggiunse il Magg. Marceglia che, al momento cruciale, il Governo regio avrebbe inviato da Ancona una spedizione navale che avrebbe agito a sostegno delle truppe della RSI.
[…] Già a quel tempo e cioè prima di tali raccomandazioni e sollecitazioni, numerose forze militari italiane (forze della RSI) difendevano il nostro sacro confine e prendevano parte ad aspri combattimenti… a Trieste, a Pola, a Laurana, a Fiume e Cherso esistevano già reparti della Decima che avevano avuto ordini di non ritirarsi per tutelare le popolazioni italiane. Nei giorni che seguirono il 25 Aprile, quegli eroici marinai tennero fede alla consegna e si sacrificarono per la Patria. Dei 200 soldati della Decima che presidiavano Fiume soltanto due si salvarono[5].
Tutto fu inutile, poiché la Venezia Giulia fu lasciata dal Governo Bonomi III e dagli Alleati in balia delle orde slavo-comuniste: “Anche perdenti noi tenemmo fede, chi non si vide fu la flotta del Sud!”. Ovviamente, tutto ciò è dimenticato, mentre ci si affanna a creare le vittime della ventennale violenza fascista. Questo vecchio giustificazionismo viene oggi ripresentato dalla sinistra italiana, in particolare nel Giorno del Ricordo, e lo ritroviamo nelle parole degli “jugonegazionisti”, come abbiamo denunciato più volte: costituisce, quindi, quanto di meglio è riuscita a produrre la disinformatja di scuola leninista per presentarci un comunismo dal “volto umano”, espressione della “parte giusta” della Storia[6].
Mario Montagnana – socialista pluripregiudicato di famiglia ebraica, fondatore del PCdI, fuoriuscito, fuggito in Messico dopo la sconfitta nella Guerra Civile Spagnola, Deputato costituente – affrontò diverse volte lo scottante problema dell’esodo degli Italiani dal “paradiso socialista” titino, segno evidente di un malessere e di un imbarazzo persistente. Montagnana ne scrisse, ad esempio, su “Rinascita”, il mensile del PCI diretto da Togliatti, nel Settembre 1947, addirittura di ritorno da un viaggio in Istria e a Fiume, dove era andato per verificare la situazione[7].
Esordì il “turista comunista”:
Non ho mai creduto, si capisce, a quanto hanno scritto e scrivono i giornali liberali, democristiani e “indipendenti” sulle persecuzioni e sulle umiliazioni di cui sarebbero vittime gli italiani in questi territori. Ma supponevo e temevo tuttavia che una certa antipatia, una certa ostilità esistessero realmente, tra le popolazioni slovene e croate, verso l’Italia e verso gli italiani.
Supponevo e temevo questo, perché conoscevo l’infame politica di oppressione e di “snazionalizzazione” che, per oltre venti anni, il fascismo aveva condotto tra quelle popolazioni. […] Avevano fatto di tutto, insomma, gli sciagurati [fascisti], per far rimpiangere a quelle popolazioni il vecchio regime degli Asburgo, dove le minoranze nazionali erano molto più rispettate. […] Sapevo tutto questo, e non mi sarei perciò né stupito, ripeto, e neppure scandalizzato nel costatare oggi, tra quelle popolazioni, una certa ostilità verso gli italiani e, forse, qualche forma di “ritorsione” per tutte le sofferenze e le umiliazioni subite durante venti anni. Non ho trovato nulla di tutto questo.
Già dalle prime righe compare tutto l’armamentario ipocrita del giustificazionismo di oggi che, in quegli anni, sia chiaro, preludeva al puro negazionismo. L’oppressione delle comunità slave stanziate in Venezia Giulia compiuta dal Regime fascista era il cardine da cui prendeva avvio questa propaganda. Ipocrita, abbiamo detto, perché decontestualizza questa politica dal periodo storico, dove la “inclusione per nazionalizzazione” era una politica accettata da tutti gli Stati e, di certo, ben diversa dalle alternative che pur si potevano adottare: le espulsioni di massa o il genocidio. Ipocrita, ripetiamo, perché che un comunista si facesse alfiere delle identità nazionali è grottesco. Comunque sia, negli anni ’30, gli Sloveni e i Croati stavano molto meglio nell’Italia fascista che nella autoritaria Iugoslavia dei Karadjordević, dove le identità nazionali erano oppresse con maggiore virulenza in nome dello iugoslavismo integrale, tanto è vero che non vi fu nessun esodo di massa dalla “oppressiva” Italia alla Madre Patria degli Slavi del Sud. Come mai? Su 400.000 Slavi compresi nelle nuove frontiere del Regno d’Italia dopo il Trattato di Rapallo sottoscritto con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni – il 12 Novembre 1920, prima dell’avvento del Fascismo! –, in venti anni, solo 40-45.000 lasciarono la regione. Oltretutto, molto difficile sarebbe individuare la reale motivazione di questa migrazione: politica od economica?
Montagnana, coprendosi di ridicolo, sostenne che la “fratellanza italo-slava” che riscontrò nel suo viaggio era dovuta
al fatto che migliaia e migliaia di italiani della Venezia Giulia, in gran parte comunisti, hanno per venti anni, fianco a fianco con gli sloveni e i croati, lottato coraggiosamente contro il regime fascista, per la fratellanza dei popoli. Ciò è dovuto al fatto che, durante la guerra di liberazione, altre migliaia di italiani, non solo della Venezia Giulia, ma di tutte le parte d’Italia, hanno combattuto con eroismo, e molti sono caduti, nelle file partigiane e nell’esercito di Tito. E ciò è dovuto, infine, alla azione del governo e alla propaganda della stampa jugoslava, tendenti a separare le responsabilità del fascismo da quelle del popolo italiano ed a creare una atmosfera di pace e di convivenza fraterna tra il popolo italiano e quello jugoslavo.
Che in Venezia Giulia ci sia stato, durante il Regime, un antifascismo di massa rasenta, come abbiamo detto, il ridicolo, smentito dal consenso che il Fascismo ebbe anche tra gli Sloveni e i Croati, come dimostrano gli Slavi che parteciparono non solo allo squadrismo, ma anche alle Guerre di Etiopia e di Spagna, ma soprattutto dal fatto che le organizzazioni terroriste antifasciste operanti nella regione – nazionaliste e iugoslaviste, sia chiaro – furono sempre fomentate da oltre confine e non furono un puro “prodotto locale”[8]. Sorvoliamo sul movimento partigiano – e il tradimento della Patria compiuto dai comunisti italiani che ebbe la sua “epopea” a Porzus –, ma arrivare a sostenere che il Governo iugoslavo avesse promosso la “pace” e la “convivenza fraterna tra il popolo italiano e quello jugoslavo” è un insulto all’intelligenza e alla realtà dei fatti (tipica dei comunisti, di cui si ricordano le menzogne propalate senza vergogna ad ogni ritorno dai viaggi nei Paesi socialisti, URSS in primis).
Andare avanti nello scritto di Montagnana è impietoso per la parzialità di cui si rende protagonista: “Molte volte, inevitabilmente, nei giorni trascorsi in territorio croato e sloveno [cioè nell’Istria!!!] mi tornava alla mente l’ignobile propaganda d’odio, a base di calunnie e di ingiurie, condotta dalla quasi totalità della stampa italiana, appoggiata dal governo di De Gasperi, contro la Jugoslavia e i popoli slavi. E, francamente, in quei momenti come italiano, ne sentivo vergogna”. Vergogna? Davvero Montagnana provava il sentimento della vergogna?
Il “turista comunista” riferì che, su 90.000 abitanti di Fiume, solo 30.000 avevano “lasciato la città per non rimanere sotto la Jugoslavia”. Non sappiamo chi gli fornì tali cifre, ma affermare che più del 30% degli abitanti avesse abbandonato la città – cioè tutto quello che si aveva! – in poco più di due anni, non ci sembra un dato da sottovalutare, anzi, si poteva benissimo affermare che era in atto una tragedia senza precedenti. Comunque sia, il dramma era di proporzioni addirittura maggiori, nonostante quello che Montagnana asseriva. Prima di tutto, bisogna dire che Fiume, al 30 Giugno 1940, era abitata da 60.892 persone, di cui 41.314 Italiani (67,85%), popolazione che era scesa durante la guerra, assestandosi intorno ai 50.000 abitanti nell’Ottobre 1943[9]. Dire che Fiume avesse 90.000 abitanti, quindi, è a dir poco inesatto.
Data la drammatica situazione venutasi a creare con l’invasione iugoslava e la calata dai monti di migliaia di partizan titini che iniziarono l’epurazione contro i “nemici del popolo”, molti Italiani di Fiume credettero opportuno abbandonare la città – e i loro averi – come stava già accadendo in Istria. All’indomani del 10 Febbraio 1947, ossia della firma del Trattato di Pace che umiliava la Repubblica Italiana considerandola Paese nemico sconfitto, mutilandola, tra l’altro, del confine orientale, erano già 50.000-60.ooo coloro che avevano abbandonato la Venezia Giulia sconvolta dalle violenze titine.
Alle fine del 1946, 15.000 Italiani di Fiume erano già fuggiti e l’esodo continuò anche nei mesi seguenti: nel 1948, gli Italiani rimasti nella Città Olocausta erano scesi a 25.319. Mancavano all’appello, quindi, 15.955 Italiani, l’esodo aveva riguardato 38,62% della popolazione italiana. A fronte di ciò gli Slavi erano diventati 41.782 (37.324 Croati; 3.073 Sloveni; 1.385 Serbi)[10].
Nel Giugno 1940, erano solo 11.199 “allogeni” (cui si potevano aggiungere i 5.482 stranieri iugoslavi) registrati a Fiume. Questo vuol dire che, nel 1948, gli Slavi avevano aumentato la loro presenza in città del 150%, cambiando radicalmente il volto dell’abitato, occupando abusivamente le case lasciate dagli Italiani ed invertendo la composizione storica etnica dell’italianissima Fiume, divenendo maggioranza (67,27%). Quella che, oggi, si chiamerebbe “sostituzione etnica” e che Montagnana fece finta di non vedere, ignorandola completamente, anzi, magari gioendone internamente pure, nell’ottica della snazionalizzazione proletaria. Come la sinistra di oggi, del resto.
Il “compagno messicano” in gita nell’Istria si esibì anche nella descrizione degli esuli che fuggivano dal “paradiso socialista”, primo cardine della destrutturazione comunista della realtà:
Sono, in primo luogo, elementi che nel passato erano più o meno compromessi con il fascismo il che mi pare la migliore smentita a coloro che hanno sbraitato su di un supposto terrore che sarebbe esistito nella Zona B e nella Jugoslavia, fin dal giorno dopo la liberazione. Se un tale terrore – o anche molto meno… – fosse realmente esistito contro i sospetti di simpatia per il fascismo e perfino contro i “filoitaliani”, come si spiegherebbe, infatti, che tanti ex fascisti siano rimasti a Fiume, “alla mercè” delle autorità jugoslave, per ben due anni, e l’abbiamo lasciata solo di recente, dopo la firma del trattato di pace? […] Quest ex fascisti [hanno] preferito ricoverarsi sotto le ali protettrici del governo di De Gasperi […].
E ancora, con tipico zelo classista:
Sono inoltre partiti da Fiume, nei mesi, scorsi, numerosi commercianti […] ai quali il nuovo regime jugoslavo non permetteva e non avrebbe mai permesso i lauti, scandalosi guadagni che sono invece possibili oggi in Italia. Anche costoro è ben naturale che preferiscano vivere sotto il governo di De Gasperi, comitato d’affare degli speculatori, che sotto il governo di Tito […].
Nemmeno una parola sulle 1.500 sentenze di esproprio (dato fermo al Dicembre 1946) emesse dal Tribunale del Popolo contro i cittadini fiumani “condannati per attività antipopolare”[11]. Poi, il tocco da maestro:
È infine partita da Fiume anche molta gente onesta, in buona fede, sinceramente patriottica […] ai quali si è riusciti a far credere, innanzi tutto, che questo era il loro dovere di italiani, e in secondo luogo che in Italia li aspettava un bell’alloggio e una ben retribuita occupazione. […] I fascisti e i ricchi si sono quasi tutti aggiustati assai bene, grazie al danaro e alle protezioni. Gli onesti lavoratori, compresi quelli appartenenti al ceto medio, si trovano ancora quasi tutti senza alloggio e senza occupazione. Molti hanno già fatto domanda di ritornare a Fiume [ma] le vecchie abitazioni dei ‘profughi’ sono […] state occupate da altre famiglie, specialmente dalle famiglie di lavoratori italiani recentemente immigrati.
Con queste ultime affermazioni, Montagnana ingannava se stesso o gli Italiani? Nessun accenno a quello che era avvenuto negli ultimi due anni e che tutti sapevano, senza nemmeno aver avuto la necessità di recarsi sui luoghi.
Fiume era stata occupata dall’Esercito Popolare titino, dopo duri scontri con i Germanici e i reparti della RSI, solo il 3 Maggio 1945, addirittura il giorno successivo alla fine della guerra in Italia. Già il 4 Maggio, in una città ostile e silenziosa, iniziarono le deportazioni e le uccisioni da parte dell’OZNA. E non si trattava solo di fascisti o militari della RSI; ma anche di antifascisti non comunisti, come gli autonomisti; di donne “colpevoli” di essere figlie, mogli o scuocere di Ufficiali italiani; di Croati, Sloveni, Serbi che non si sarebbero allineati al nuovo ordine: “Si parla di mucchi di cadaveri che giacciono di qua e di là. Nessuna notizia sembra esagerata. È stata fatta una vera e propria razzia di soldati italiani, Marinai, Carabinieri, Finanzieri, questurini”. “Nessun Italiano era ormai al sicuro dalla brutalità delle liquidazioni jugoslave, che continuavano a guerra finita”. […] Il numero delle uccisioni e delle sparizioni crebbe indiscriminatamente di giorno in giorno in tutto il territorio istrio-quarnerino”[12].
Tutto questo non era mai avvenuto secondo il PCI, oppure era talmente “naturale” che fosse avvenuto che non valeva certamente la pena interessarsene. Del resto, in molte parti d’Italia, i partigiani comunisti avevano fatto altrettanto contro i “nemici del popolo”, costellando l’intera Italia Settentrionale di stragi senza precedenti che, in poche settimane, provocarono oltre 20.000 vittime. I partigiani italiani avevano appreso bene la lezione titina, solo che gli era andata male, essendo stati subito disarmati e annichiliti dal nuovo sistema di potere insediato in Italia dall’occupante angloamericano.
Quello che era avvenuto in Istria, però, era ancora più grave, perché – con la complicità del PCI – lo sterminio politico del “nemico del popolo” aveva assunto la forma di una pulizia etnica contro l’elemento italiano, ben poco accondiscendente verso il comunismo, di cui tutti conoscevano le mai sopite idealità nazionali e fasciste, tutto nel quadro di una annessione della regione alla nuova Iugoslavia di Tito. Sia chiaro non si trattò di vendetta, come si sostiene oggi, per l’opera di “inclusione per nazionalizzazione” delle comunità slave condotta in venti anni dal Regime o per i presunti “crimini” compiuti dalla Regie Forze Armate a centinaia di chilometri durante le legittime operazioni di controguerriglia. Infatti, a Fiume, sebbene vi furono molte delazioni, “da parte della popolazione slava non si verificarono atti di violenza spontanea, individuale o di gruppo” contro gli Italiani residenti. La repressione fu opera condotta centralmente dall’OZNA (dal Marzo 1946: UDBA), secondo ordini ben precisi, seguendo il modello che, fin dalla “liberazione” di Belgrado, i titini avevano adottato per sterminare i “nemici del popolo”, ossia tutti coloro che si sarebbero opposti all’edificazione dello Stato socialista[13]. Crolla così una colonna portante della destrutturazione comunista del dramma delle foibe.
A fine Giugno 1945, nei soli campi di Žurkovo (Costrena), a Sud di Fiume, e di Martinscizza (Isola di Cherso) vi erano ammassati 25.000 prigionieri, nelle consuete drammatiche condizioni tipiche di tutti i campi di concentramento, con tassi di mortalità allucinanti:
La ricerca italo-croata condotta da Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski arrivò a contare per Fiume e dintorni non meno di 580 vittime di nazionalità italiana causate dall’OZNA nel periodo che va dal 3 Maggio 1945 al Dicembre 1946. In Istria, a Trieste e a Gorizia le vittime italiane uccise nelle foibe e nei campi di concentramento iugoslavi complessivamente vanno, in base alle varie valutazioni espresse dagli storici più accreditati, da un minimo di 4.000/5.000 a circa 10.000[14].
Per Montagnana tutto questo non era avvenuto oppure era talmente “naturale”, nella mentalità comunista, che fosse avvenuto che non valeva la pena ricordarlo, dandolo per scontato. Eppure, non erano passati che pochi mesi dal processo politico in cui era incappato, tra gli altri, l’antifascista Antonio Luksich Jamini, esponente di punta del (debolissimo) CLN clandestino di Fiume (18 Febbraio 1947)[15]. Imbarazzanti saranno poi le accuse sul conto dell’antifascista “storico”: “Come si seppe in seguito, le risorse dovevano servire per aiutare i più bisognosi e favorire l’espatrio dei fiumani [fondi che venivano dall’Italia] finirono in mano a Luksich Jamini, che le utilizzò per finanziare solo la stampa di alcuni volantini di protesta antijugoslava e altre dubbie operazioni, tra l’acquisto di un immobile”[16]. Aggiungere altro, sarebbe impietoso per tutto l’antifascismo, di destra e di sinistra.
A Montagnana non dovette sfuggire la difficile situazione cui era costretto il clero proprio negli stessi giorni del suo viaggio, ma non ne fece parola alcuna:
L’occhio vigile e punitivo dell’[UDBA] non abbassava la guardia su Parrocchie e conventi del territorio fiumano-quarnerino. […] Uscì su “La Voce del Popolo” del 3 Luglio 1947 un altro articolo dal titolo Attività antipopolari di alcuni Sacerdoti a Fiume dai toni accusatori e infamanti […].
Il Vescovo di Fiume Ugo Camozzo era stato attaccato più volte, sin dai primi mesi dell’instaurazione del potere jugoslavo, per aver denunciato l’abolizione delle feste di precetto (tra cui la festività del Natale e della Pasqua), la limitazione della libertà di espressione e per aver chiesto aiuti alimentari alla Santa Sede tramite un rappresentante diplomatico statunitense.
[…] Alla fine, malgrado la sua volontà di restare in città, il 3 Agosto 1947 Camozzo fu costretto a lasciare Fiume con grande commozione dei suoi fedeli.
[…] Nel campo dell’istruzione la situazione era ugualmente problematica. Nelle scuole il nuovo regime, nonostante fosse temutissimo, trovava continui ostacoli e critiche. Uno dei motivi di malumore fu l’imposizione dell’insegnamento obbligatorio della lingua croata, così come la prescrizione di programmi di storia e di cultura che non potevano soddisfare gli Italiani rimasti a Fiume. Inoltre, l’obbligo delle lezioni di marxismo e dell’effige di Tito in tutte le aule lasciavano interdetti e disorientati i docenti[17].
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Montagnana, osservando dal vivo tutto ciò, non lo considerò degno di nota per il suo articolo sulla situazione in Istria e a Fiume, condividendone evidentemente lo spirito e il movente che non accettavano “nostalgismi”, sentimentalismi di sorta e mezze misure: l’edificazione dello Stato socialista. Ma se così era, perché non dirlo anche tutti gli Italiani che leggevano il suo pezzo? Perché nasconderlo al proletariato italiano in attesa della “liberazione”? Leninismo puro, diremo. Disinformatja, affermiamo.
Il “turista comunista”, nel suo articolo, si esibiva anche in un elogio dell’economia fiumana, mettendola a confronto con la “semiparalisi” che aveva colpito invece i cantieri di Monfalcone, Trieste e Muggia. La cosa, a suo giudizio, aveva attratto gli operai (comunisti) giuliani il cui unico rimpianto, una volta giunti a Fiume, era quello di non potersi far raggiungere dalla famiglia a causa della carenza degli alloggi (le case degli Italiane erano state abusivamente occupate dalle popolazioni slave dell’entroterra che erano calate nelle città in cerca di bottino). A questa problematica – la carenza degli alloggi intendiamo – il Governo iugoslavo aveva ovviato ospitando i lavoratori italiani in “eleganti alberghi di Abbazia” o “in baraccamenti di legno pulito e decorosi”: “Ma si sa che l’operaio italiano preferisce in generale vivere con la sua famiglia in una soffitta piuttosto che in un ricco albergo lontano dai suoi cari”. Aggiungere altro per commentare tale articolo e queste parole, ci pare difficile, anche bisogna evidenziare come il destino sarà spietato con i “monfalconesi” giunti in Iugoslavia con il sogno del “paradiso dei lavoratori” e di contribuire all’edificazione dello Stato socialista. Passerà solo un anno prima di essere falciati dalla nemesi comunista, nel più classico esempio bolscevico della rivoluzione che divora i suoi stessi figli: il 28 Giugno 1948, Tito veniva condannato da Stalin e gli operai italiani che erano in Iugoslavia, fedeli al PCI, si schierarono con Mosca. I titini, quindi, procedettero alla loro epurazione: “In quell’anno le persone perseguitate a Fiume furono almeno 120. Nell’isola di Goli Otok morirono in tutto 150 compagni dell’Istria e di Fiume, insieme ad alcune decine di monfalconesi. Altri comunisti italiani dissidenti presenti a Fiume e in Istria ripararono poi in Cecoslovacchia o in Romania, oppure fecero ritorno in Italia”[18]. E rientrarono in Italia molti comunisti italiani che pure avevano con entusiasmo affiancato l’opera dei titini nella costruzione dello Stato socialista, intruppandosi nei vai Comitati “popolari” e nella stessa Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), l’organizzazione “collaborazionista” al servizio degli Iugoslavi. Ripresero la loro militanza comunista col PCI senza nessun pentimento, come se non fosse accaduto nulla.
Non poteva mancare in Montagnana l’elogio della Scuola per apprendisti fiumana, diretta dal “naturalmente ex partigiano” Giorgio Sestan; e dell’Unione Italiana d’Istria e Fiume, Sezione dell’Unione Antifascista Italo-Slovena, guidata dal “naturalmente ex partigiano” Eors Sequi. Così anche il Circolo di Cultura italiano, dove gli artisti “provengono dall’Italia e si trovano a Fiume meglio purtroppo, che in Italia”.
Si rimane basiti davanti a queste parole e non occorre aggiungere altro se non che Sestan e Sequi erano tra quei dirigenti comunisti italiani che avevano sostenuto l’indissolubile fedeltà a Tito e la subordinazione del PCI al Movimento Popolare di Liberazione (Jugoslavo)[19]. Nemmeno una parola su cosa era avvenuto e stava avvenendo nelle scuole:
I giovani furono invitati a costituire Comitati studenteschi […]. Ma poiché i Comitati costituiti non corrispondevano allo scopo, quello cioè di svolgere attività politica [in favore della edificazione del socialismo], dopo poche settimane di vita furono sciolti e creati d’ufficio nuovi Comitati, alla cui direzione furono preposti giovani accetti all’OZNA, con il compito preciso di svolgere attività di propaganda e riferire sugli elementi che incautamente svelavano i loro sentimenti. Da quel momento regnò nella scuola un vero e proprio TERRORE[20].
Lo stesso Raoul Pupo ha dovuto evidenziare:
Nell’edificazione del socialismo jugoslavo, almeno apparentemente, c’è posto per tutti. A Fiume esponenti italiani solo largamente rappresentati all’interno dei poteri popolari e partecipano attivamente sia alla ricostruzione materiale della loro città sia al consolidamento del regime comunista […]. Il problema è che gli Italiani non contano nulla. Il potere effettivo riposa sicuro nelle mani dei quadri comunisti croati, i quali certamente dovrebbero applicare la politica della “fratellanza”, ma non ci mettono grande entusiasmo[21].
E continua Marino Micich:
A Fiume il nuovo potere si consolidava attraverso la repressione di ogni forma di libertà democratica e a suon di proclami inneggianti alla libertà per il popolo. […]
Il 31 Ottobre 1945, in un altro comizio pubblico tenuto sempre a Fiume, Bakarić [Vladimir, Presidente del Governo della Croazia], assicurò ancora il rispetto verso le tradizioni autonome fiumane; in realtà proseguirono senza sosta gli arresti sia di autonomisti sia di altri elementi legati al movimento popolare cristiano, scampati all’epurazione violenta dei primi giorni di Maggio. […] Quello di Bakarić e degli altri dirigenti comunisti fu soltanto un esercizio di retorica.
A Fiume, di fatto, le perquisizioni e le requisizioni a discrezione delle Autorità nelle case degli Italiani si susseguivano giorno dopo giorno, e così il giro di vite andava stringendosi sempre più anche sugli esercizi commerciali e sugli uffici legali, bancari e assicurativi[22].
Nemmeno una parola sui 15.987 militari italiani ancora prigionieri degli Iugoslavi lasciati a marcire nei campi di concentramento titini (dati del Febbraio 1947)[23]. Circa 40.000 erano stati già rimpatriati, portando con sé i racconti raccapriccianti della barbarie comunista sulla quale si pose un vergognoso silenzio. Montagnana non ci parla né dei primi, né dei secondi.
Molti fiumani furono deportati in Slovenia nella zona di Maribor, dove erano situati sotto il controllo dell’Esercito i centri di detenzione di Pbrezje, Studenci e Viltos. Ogni campo poteva accogliere circa 500 prigionieri. A Viltos erano reclusi molti Italiani insieme a parecchi croati anticomunisti, mentre a Teharje c’era un campo dell’OZNA dove si detenevano prigionieri in attesa di processo[24].
Montagnana non se ne accorse? Evidentemente no, come considerò di nessuna importanza il fatto che, proprio in quel 1947, altri 6.000 Italiani avessero deciso di abbandonare la città. Ricorda, invece, Micich: “Non valsero divieti, requisizioni e condanne. Non servì a nulla aumentare le tariffe viaggiatori, cui carri bestiame, con destinazione Trieste […]. Tutto fu inutile. La gente preferiva farsi dissanguare piuttosto che restare”[25].
Nel “paradiso dei lavoratori” di Tito, secondo Montagnana, gli operai finalmente avevano quelle tutele che in Italia ancora non erano state raggiunte: “La situazione italiana è quella che è, e in questa situazione l’emigrazione di una parte dei nostri lavoratori diventa inevitabile. Verso quali paesi è preferibile dirigere tale emigrazione? Date le condizioni che vengono fatte in Jugoslavia ai nostri emigranti, mi pare che a tale domanda sia giusto dare una risposta affermativa”. Ma certo! Perché negare al proletariato italiano costretto a vivere nella “arretrata” Italia quelle conquiste sociali che solo gli Stati socialisti potevano garantire?
Gli stipendi a Fiume, a detta di Montagnana, erano ottimi se paragonati al costo della vita e alla possibilità di acquistare – con tessera annonaria! – generi alimentari, tra cui spiccava il pane, “grigio, ma ottimo”, a 39,96 Lire al chilo, distribuito giornalmente in una quantità che variava dai 400 gr. ai 750 gr. Che lusso! Sembra di ricordare le parole degli “inviati” del PCI in URSS che, dopo aver constato le miserabili condizioni in cui viveva il popolo russo, tornavano in Patria esaltando il “pane nero” che avevano il pregio di mangiare i compagni sovietici, mentre agli Italiani toccava quello “bianco” così povero di fibre!!! Tutta propaganda guareschiana? Sarà…
Se si aggiungono le rimesse degli operai italiani che lavoravano a Fiume alle famiglie rimaste in Patria, si aveva un quadro chiaro per controbattere le “speculazioni” e la propaganda reazionaria contro la Iugoslavia socialista, secondo Montagnana: “Le condizioni economiche fatte agli emigrati italiani in Jugoslavia sono dunque buone e migliori senza dubbio di quelle di cui essi godono in vari altri paesi”. Un vero e proprio “paradiso”, vero?
Eppure, in tutta la Venezia Giulia occupata dagli Iugoslavi regnava la misera, tanto è vero che se non fosse stato per l’UNRRA, che nel Dicembre 1945 riversò nella regione 4.409 tonnellate di grano e circa 30.000 pacchi viveri, ci si sarebbe letteralmente morti di fame[26]. Non sembra proprio che in un anno e mezzo di gestione socialista le cose fossero migliorate, come ricorda il tristissimo episodio – per i comunisti – della “Domenica delle scope” del 13 Agosto 1950, quando Gorizia fu improvvisamente invasa da migliaia di Italiani costretti a vivere al di là dell’artificioso confine che aveva diviso in due la città (vizio dei comunisti), cui fu concesso per un giorno la possibilità di varcare il filo spinato di “protezione antifascista” senza essere abbattuti dalle raffiche della Polizia titina. Invasero Gorizia in cerca delle più elementari cose per la sopravvivenza, prima di rientrare mestamente in Iugoslavia. Un giorno di “libertà” passato alla storia che è l’emblema del fallimento del socialismo reale. Nessuno, in Italia, tra i boriosi dirigenti del PCI, disse nulla.
Montagnana rientrò così più che soddisfatto da Fiume, pronto a sbandierare al proletariato italiano le conquiste socialiste della Iugoslavia. Nemmeno una parola sulle foibe, sulle stragi indiscriminate, sui campi di concentramento e le prigioni, sull’OZNA (ora UDBA), sulle persecuzioni dei non allineati al nuovo ordine, sul fatto che la Slovenia, le lande della Croazia e dell’Istria italiana fossero state trasformate nel più grande cimitero a cielo aperto d’Europa.
Ma vuoi mettere il pane “grigio, ma buono”? Vuoi mettere le “confortevoli baracche” dove erano alloggiati gli operai (comunisti) spediti dal PCI in Iugoslavia con il miraggio del “paradiso dei lavoratori” a portata di mano?
Sarà, ma Marino Micich ha dipinto la situazione economica di Fiume in maniera molto diversa da quanto fece Montagnana:
La situazione economica in città era sempre molto grave, mancavano generi alimentari di prima necessità, come pasta, patate e fagioli e il pane era appena sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione. Nemmeno il vestiario e calzature erano facilmente reperibili; la legna e il carbone erano insufficienti, mentre il petrolio per l’illuminazione era disponibile in piccolissime quantità. La burocrazia del sistema comunista, con uomini tecnicamente inesperti, non era così efficiente da potere in pochi anni rimettere su il porto, distrutto dai Tedeschi, e riattivare il sistema delle industrie, fortemente danneggiate dagli eventi bellici[27].
È possibile che Montagnana e Micich ci parlino della stessa città? Chi mente?
Era la classica disinformatja del Partito Comunista Italiano che veniva veicolata ai militanti, con la speranza di penetrare nel ceto medio, il più esposto alla propaganda della “reazione”, quel ceto che era preoccupato dall’avanzata sovversiva in Italia che si doveva, per forza di cose, “agganciare” in vista delle prossime elezioni generali.
Disinfomatja che veniva attuata sistematicamente e spregiudicatamente, con una ipocrisia che rasentava l’immoralità e la criminalità. Si pensi solo a quanto sostenuto da Velio Spano – storico esponente del PCdI, condannato dal TSDS, fuoriuscito, Direttore insieme a Mario Montagnana de “L’Unità” – durante il comizio di Viterbo del 13 Maggio 1945:
L’oratore ha trattato il problema dei prigionieri di guerra, esaltando il comunismo che darà libertà e benessere al popolo. Ha trattato il problema religioso, affermando che il comunismo, contrariamente al cattolicesimo, assicura il benessere materiale. Quanto alla questione di Trieste ha asserito che non è affatto vero che in quella città si uccidano degli Italiani, ma esclusivamente dei fascisti e quindi tali uccisioni devono essere ben accolte dal popolo. Comunque è necessario non provocare la Jugoslavia per evitare una nuova guerra. In merito all’epurazione ha affermato che qui è stato fatto con tutti i cavilli possibili, mentre doveva farsi come al Nord, mettendo i fascisti al muro con processi popolari[28].
Si era al 13 Maggio 1945 e già vi erano schierati tutti gli elementi della disinformatja comunista, dal negazionismo all’“uccidere un fascista non è reato”.
Le parole della disinformatja negazionista comunista del 1945-1947 – dall’Estate 1948 le cose cambiarono essendo drammaticamente Tito diventato un nemico del socialismo – sono le stesse che, oggi, la sinistra italiana resuscita nel Giorno del Ricordo, per allontanare l’accusa di essere stata dalla “parte sbagliata” della Storia. Ma non ci si è fermati certamente qui. L’immoralità leninista è un’idra a più teste. La nuova frontiera della decostruzione del Giorno del Ricordo è quella di equiparare le vittime italiane – cioè gli innocenti e gli inermi assassinati in massa dai titini – con le figure di militanti politici slavi (illegittimi belligeranti e terroristi), condannati a morte per le loro azioni sanguinose contro gli Italiani o i soldati delle Regie Forze Armate (legittime belligeranti).
Norma Cossetto? Ebbene, non potendo annichilire una Medaglia d’Oro riconosciuta dalla Repubblica Italiana, affianchiamola ad una partigiana combattente slavo-comunista uccisa dai Tedeschi per le sue azioni contro regolari militari!
La foiba di Basovizza? Ebbene, non potendo evitare l’omaggio ad un Monumento Nazionale, si affianchi ad essa il cippo eretto in ricordo dei nazionalisti-iugoslavisti, condannati a morte dal Regno d’Italia, dopo un regolare processo, per le loro azioni di terrorismo contro gli Italiani in tempo di pace! Un monumento – quello ai nazionalisti-iugoslavisti – che, non a caso, la Soprintendenza, nel Gennaio 2022, sotto il Governo Draghi, ha promosso addirittura alla classe di “interesse culturale”.
Un modo di procedere grottesco – sebbene in linea con la moralità ciellenista – che mette sullo stesso piano vittime e criminali. Ma se davvero si vogliono omaggiare dei criminali nel nome della “fratellanza dei popoli europei” sarebbe molto più corretto affiancare ai criminali slavi, magari quelli germanici, qualche Direttore di un campo di concentramento colpevole di sevizie, qualche Comandante di rappresaglie selvagge, o no? Sai che abbracci! Sai che baci sotto le bandiere arcobaleno! Perché andare a “pescare” a Basovizza? Perché insozzare il ricordo di Norma Cossetto? Troppo facile, troppo comodo. Ciellenista, diremo. Leninista, affermiamo.
Si affiancano vittime innocenti ai fuorilegge che pagarono con la vita i loro crimini. Ecco la destrutturazione della sinistra del dramma delle foibe, benedetta anche dalla destra al Governo che mai ha avuto il coraggio di opporre alle menzogne della sinistra la realtà storica di fatto, la dignità nazionale e delle vittime italiane della violenza comunista. Una violenza, quella rossa, che non ha ancora memoria storica ed ogni iniziativa per dedicare ad essa un giorno della memoria è affossata dai Governi imbarazzati a confrontarsi con la Storia. È il silenzio che si trasforma in omertà e questa in commossa complicità in nome di una rinata “fratellanza italo-slava”. È la nuova frontiera dell’antifascismo ciellenista che abbraccia tutti e garantisce l’autoconservazione al potere del sistema, in attesa dell’alternanza democratica, sia chiaro. Un po’ a me, un po’ a te. Tutti saldamente ancorati alle poltrone.
Pietro Cappellari
NOTE
[1] Cfr. M. Micich, Togliatti, Tito e la Venezia Giulia. La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954, Mursia, Milano 2025; Dalle foibe all’esodo, Gli Speciali di Storia in Rete, n. 8; P.L. Romeo di Colloredo, Controguerriglia: La 2a Armata italiana e l’occupazione dei Balcani 1941-1943, Soldiershop, 2020; e P.L. Romeo di Colloredo, Confine orientale. Italiani e Slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo, Eclettica Edizioni, Massa 2020.
[2] Cfr. P. Cappellari, Crimini partigiani in Balcania 1941-1943. Documenti della Mostra della Rivoluzione fascista, Edizioni del Centenario, Roma 2020; P. Cappellari, Le Convezioni di Nettuno. La memoria negata dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia (1925-2025), Herald Editore, Roma 2025; e P. Cappellari, Se avessero vinto i partigiani. Perché l’Italia non è diventata una Repubblica Popolare, Passaggio al Bosco, Firenze 2026.
[3] Cfr. P. Cappellari, La “liberazione nazionale”: l’esempio iugoslavo, in P. Cappellari, Se avessero vinto i partigiani, cit.
[4] Discorso del Maresciallo Tito al II Congresso del Fronte Iugoslavo di Liberazione del Settembre 1947, cit. in Nuove esperienze e nuove vie del movimento socialista, “Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.
[5] A proposito della “sedicente repubblica sociale italiana”, “L’Ultima Crociata”, a. VI, n. 14, Febbraio 1955.
[6] Cfr. P. Cappellari, Jugonegazionisti, giustificazionisti, ignorazionisti. Quando la storia è ostaggio della politica e dell’odio, “L’Ultima Crociata”, a. LXXI, n. 2, Febbraio 2021.
[7] Cfr. M. Montagnana, Viaggio nell’Istria e a Fiume, “Rinascita”, a. IV, n. 9, Settembre 1947.
[8] “Intorno al 1937, poi, il gruppo TIGR e le altre organizzazioni irredentiste slave cessarono praticamente di esistere con perdita degli appoggi del Governo di Belgrado dopo la stipula del Patto Ciano-Stojadinović”. M. Micich, Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo 1940-1945, Mursia, Milano 2026, pag. 42.
[9] Cfr. Ivi, pagg. 26 e 146.
[10] Cfr. Ivi, pagg. 222-223.
[11] Cfr. Ivi, pag. 247.
[12] Cfr. Ivi, pagg. 207 e 212-213.
[13] Cfr. Ivi, pag. 213.
[14] Cfr. Ivi, pagg. 214 e 216.
[15] Cfr. Ivi, pag. 229.
[16] Ivi, pag. 222.
[17] Ivi, pagg. 233-235.
[18] Ivi, pag. 245.
[19] Cfr. Ivi, pagg. 199, 239 e 243.
[20] Ivi, pag. 237.
[21] Cit. in Ivi, pag. 216.
[22] Ivi, pagg. 216-218.
[23] Cfr. Ivi, pag. 263.
[24] Ivi, pag. 264.
[25] Cit. in Ivi, pag. 261.
[26] Cfr. Ivi, pag. 240.
[27] Ivi, pagg. 268-269.
[28] Relazione settimanale della Regia Questura di Viterbo, datata 14 Maggio 1945, in ASVT (Archivio Privato Silvano Olmi).

