Dovrei aggiungere anche le sorelle Giovanna e Maria, quest’ultima andata sposa al fervente patriota veneziano Benvenuti, col quale visse e partecipò direttamente all’insurrezione della città contro gli austriaci nel 1848, fervente patriota pur lei come sovente accadeva nelle famiglie ov’erano spesso i genitori a impartire l’educazione patriottica alla prole, il che accadde per esempio anche nella famiglia Filzi e in moltissime altre. “Mamma Filzi”, il cui nome era Amelia Ivancich, di origine istriana, fu per anni, dopo l’impiccagione del figlio Fabio assurto a simbolo nazionale dell’Irredentismo trentino assieme a Cesare Battisti (furono catturati insieme), un punto di riferimento costante per tutta l’Italia, instancabile propugnatrice dell’amore alla Patria, china sulle innumerevoli lettere che da ogni regione riceveva, e a cui non mancava di rispondere con quella grazia e quell’affetto super partes che, purtroppo, da una certa data in poi, mancò alla vedova di Cesare Battisti, Ernesta Bittanti, arroccatasi, dopo l’impresa di Fiume che pure appoggiò con fervore recandosi colà di persona a incitare i legionari, su posizioni politiche sempre più intransigenti che inevitabilmente si rivelarono divisive e conflittuali in un’Italia diventata dal 1922 in poi quasi tutta fascista. Così, mentre “Mamma Filzi” il 4 novembre 1928 veniva consacrata dall’Associazione Nazionale Volontari di Guerra madre spirituale di tutti i volontari di guerra, presenziando a raduni e celebrazioni, la Bittanti finì per autoisolarsi, il che fatalmente non fu ben visto e ben accetto dagli italiani di allora, stante la levatura sublime del marito, troneggiante ben al di sopra di qualsiasi politica.

Accusando il Fascismo di “volersene appropriare”, pur sapendo che tutti i gerarchi, compreso il Duce, erano reduci, spesso pluridecorati, della stessa guerra combattuta dal marito, la Bittanti commise l’errore, maldigerito da tutta la nazione, di non voler presenziare con i figli all’inaugurazione, il 26 maggio 1935, del bellissimo monumento a lui dedicato sul Doss di Trento, se vi avesse presenziato Mussolini, il quale incredibilmente si piegò ad acconsentire unicamente per rispetto all’eroe più amato dagli italiani. Lungi dal sortire un effetto positivo, quest’atteggiamento di chiusura fu interpretato come un atto di superbia e una sgarberia inaudita nei confronti dello stesso eroe che mai l’avrebbe compiuto, finendo per allontanarla da quel popolo che avrebbe dovuto rappresentare in ben altro modo. Di conseguenza ella non potè nemmeno sortire la benefica influenza culturale che le sue idee avanzate avrebbero potuto sortire anche nel contesto fascista ormai istituzionalizzato, dove pur convivevano anime diverse, si pensi al comunista Nicola Bombacci, e dove, fra le innumerevoli riviste circolanti, vi erano tollerate quelle “emancipazioniste”, per esempio quella tenuta dall’avvocatessa di Firenze Olga Monsani, antifascista come la Bittanti e poi passata in clandestinità dopo il 1943.
La vedova dell’eroe scelse invece, ancor prima che Mussolini prendesse il potere, un atteggiamento duro di ripulsa, che peraltro continuò anche dopo, quando s’avvide che la Repubblica antifascista nella quale aveva creduto, aveva deciso in favore dell’autonomia della sua regione, piegandosi addirittura a un’Austria ingiustamente dichiarata vittima del nazismo, tant’è che chiuse malamente la porta in faccia a De Gasperi che si era recato a visitarla con un mazzo di fiori. Ma tutto ciò richiederebbe una trattazione a parte. Una dolorosa trattazione, purtroppo, per quel che riguarda la trasmissione della memoria del grande eroe ai posteri, che chiama in causa anche la figlia di Battisti, Livia. Per sottarlo al Fascismo, infatti, l’eroe di tutti gli italiani finì ideologizzato all’opposto, trasformato in un elemento di divisione, scatenando non a torto proteste e reazioni nella sua stessa regione e fra i reduci delle Patrie battaglie.
E dunque torniamo ai Dalmati. I quattro fratelli Federico, Luigi, Giovanna e Maria Seismit Doda, portatori di uno dei tanti “cognomi strani” così frequenti sul Confine Orientale, legatissimi alla madre Angela Doda di Zara, morta anzitempo, di cui avevano voluto assumere il cognome aggiungendolo a quello paterno, furono un punto di riferimento costante del patriottismo e poi irredentismo dalmata che, benchè non si studi affatto nelle scuole ed anzi se ne ignori perfino l’esistenza, attraversò l’intero Risorgimento dall’inizio alla fine. Diciamo che proprio questo grande patriottismo Dalmata con i suoi nomi spesso strani ed esotici costituisce la riprova migliore di cosa fosse il Risorgimento, quel Risorgimento che s’è cercato di restringere a “pochi partecipanti” che l’avrebbero “preparato a tavolino” soprattutto al “Nord” perché “i meridionali erano assenti”.
Quando domandai a un gruppo di bravi studenti delle Scuole Superiori “Cos’è la Dalmazia?”, ne uscì fuori un penoso balbettio. Ed anche sugli eroi più famosi del Trentino il balbettio era poco meno che uguale. Questa è l’Italia di oggi.
Fortuna nostra, i patrioti del Risorgimento a stragrande maggioranza non si arroccarono su posizioni intransigenti e chiusure ideologiche: se l’avessero fatto, il Risorgimento, minacciato com’era da ogni parte, sarebbe fallito, e già nel 1859, con la seconda guerra d’indipendenza cucita dal Cavour, la svolta patrocinata dal grande statista piemontese con la costituzione, due anni prima, della Società Nazionale che univa tutti gli italiani in vista del grande scopo comune, apparve chiara e ineludibile. Dunque: tranne poche eccezioni di repubblicani irriducibili che si emarginarono da sé stessi, la più parte, tra cui Federico e i suoi, si orientò decisamente per il Piemonte, ove peraltro anche Federico si era rifugiato fin dal 1850 assieme a centinaia di corregionali braccati dall’Austria, trovando infine, dopo patimenti e peregrinazioni, e dopo aver usufruito anche lui delle provvidenze elargite dal governo di Torino agli esuli e perseguitati, un lavoro proficuo prima presso un’industria locale e poi nella filiale della RAS (Riunione Adriatica di Sicurtà), famosa compagnia assicurativa di Trieste che a Torino aveva aperto appositamente una filiale in quel periodo, e oggi non esiste più come marchio italiano perché confluita nell’Allianz tedesca, ma allora era un fiore all’occhiello dell’imprenditoria triestina, soprattutto ebraica, che come si sa (o non si sa) era quasi tutta favorevole all’Italia. Qui Federico si appassionò al campo economico-imprenditoriale-finanziario, acquisendo quelle competenze ed esperienze preziose che poi spese a servizio della nazione quando ricoprì i numerosi incarichi di governo in seno al Regno d’Italia.
Luigi Seismit Doda, fratello maggiore di Federico, intraprese invece la carriera militare nel Regno di Sardegna prendendo parte direttamente alla seconda guerra d’indipendenza, tanto da raggiungere per meriti sul campo il grado di colonnello già nel 1860 e quello di maggiore generale l’anno seguente. Una bella soddisfazione per chi aveva rischiato la vita disertando dall’esercito asburgico nel 1848, come fecero quasi tutti i Dalmati, quelli che riuscirono a fuggire verso Venezia, o a disimpegnarsi dagli austriaci minacciando ammutinamenti, o a imbarcarsi sulle navi piemontesi o napoletane veleggianti al largo delle coste istriane.
La memoria più incisiva di Luigi risale per l’appunto alla difesa di Venezia nel 1848, in particolare alla strenua difesa di Forte Marghera, un caposaldo importantissimo per la resistenza agli austriaci onde impedire il loro ritorno in città. In questa difesa epica, durata 26 giorni, fra il 26 aprile e il 22 maggio 1849, assediati i difensori da ogni parte e pesantemente bombardati giorno e notte, richiesti più volte invano di arrendersi, rifulse il coraggio eroico di Luigi assieme a quello dei combattenti provenienti da tutte le regioni italiane, e soprattutto rifulse, in quel fuoco e il quel sangue, il formidabile duo Luigi Seismit Doda-Girolamo Ulloa Calà, napoletano, tutti e due messi a capo, da Daniele Manin, di quella disperata resistenza di 2500 italiani contro 30000 austriaci. Ci vorrebbe un libro soltanto per descrivere l’abnegazione eroica dei pescatori veneziani che sotto le bombe e in mezzo alle epidemie, rischiando la vita ogni minuto, facevano la spola per traghettare in salvo i feriti, e altresì per lodare il genio militare di Ulloa che riuscì a ritardare la presa del Forte, a tenere la disciplina in una situazione così estrema e infine a evacuare ordinatamente i superstiti, cosicchè al loro arrivo gli austriaci trovarono praticamente il deserto.
Il dalmata e il napoletano costituirono una coppia Omerica che è passata alla Storia, non già quella raffazzonata delle nostre scuole, ma la Storia con la S maiuscola.
Ma per concludere, ciliegia sulla torta, onde meglio rendersi conto quali erano le forze della discordia appostate insidiosamente dietro l’angolo aspettando l’occasione buona per saltare addosso all’Italia, quelle di cui aveva avvertito per tempo Mazzini con visione profetica, accennerò alla vergognosa vicenda del monumento in onore di Federico Seismit Doda, deceduto nel 1893, che ognuno potrà oggi vedere in piazza Cairoli a Roma, ammesso che detto luogo versi in condizioni decenti, sulla qual cosa di questi tempi non scommetterei. Ebbene questo monumento in bronzo che ritrae il nostro in posizione riflessiva di pensatore, era già pronto nel 1906, opera dell’artista pugliese Eugenio Maccagnani, grande cuore di irredentista che lavorò anche al Vittoriano, ma non si potè darvi sistemazione per evitare tensioni con l’Austria essendo in quel periodo l’Italia nella Triplice Alleanza con Vienna e con Berlino. E passi. Si sa infatti che, a ogni più piccolo stormir di fronda, i giornali austriaci e ungheresi si mettevano a strillare peggio delle cornacchie: e il torto di Federico Seismit Doda era stato quello di perorare fino all’ultimo la causa irredentista della sua Dalmazia, brindando infine pubblicamente in un banchetto a Udine alla redenzione del Confine Orientale. Non l’avesse mai fatto! Ne nacque un caso diplomatico, tanto gli austriaci detestavano questo pericoloso patriota dalmata fin dal lontano 1846, quando, in coppia con la famosa attrice mantovana Adelia Arrivabene allora sua fidanzata, presentò per la prima volta a Zara il suo Inno alla Dalmazia che era un Inno all’italianità della Dalmazia: un inno che la Polizia austriaca fu costretta a ingoiare, non potendo arrestare tutti quelli che lo declamavano o lo cantavano, essendosi sparso in tutta la regione.
Con l’occasione, dunque, o meglio il pretesto del brindisi a Udine, il nostro fu costretto a dimettersi. Era il 1890, e Crispi, allora al governo, temeva le ritorsioni di Berlino i cui capitali si stavano rivelando fondamentali per lo sviluppo economico del Regno d’Italia con interventi massicci, flussi di danaro e investimenti importanti.
Ma veniamo al seguito. Conclusa la Grande Guerra, tolta finalmente di mezzo l’Austria-Ungheria, il monumento del povero Maccagnani indignato era pronto per essere sistemato in piazza Cairoli. Ovvio che doveva esserci una cerimonia ufficiale adeguata con concorso di popolo plaudente, discorsi, una Banda, lo sventolio dei Tricolori, vieppiù avendo l’Italia vinto la guerra.
Ma no! Alle forze sovversive fagocitate da demagoghi esaltati non piaceva né la Vittoria, né il Confine Orientale, né quello al Brennero, né la Vittoria mutilata che irridevano quale bufala di D’Annunzio, né le allegre Bande patriottiche, nè ancor meno il Tricolore che quando potevano sostituivano con uno straccio rosso, anzi i reduci dovevano stare attenti a girare per strada per non essere aggrediti o uccisi, l’infatuazione irrazionale per la rivoluzione bolscevica avendo invaso stuoli d’illusi di ogni ceto che stoltamente vi soggiacquero.
Perciò il monumento al nostro Federico Seismit Doda che spese la vita intera per l’Italia, fu sistemato vergognosamente in sordina, di notte, in segreto, senz’anima viva attorno, senza nessuno, nel marzo 1919.
E questo è quanto. Chi può capisca.
Maria Cipriano

