20 Settembre 2026
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centonovantanovesima parte – Fabio Calabrese

Comincio a stendere queste note sabato 4 luglio 2026. Il fatto che si tratti proprio del duecentocinquantesimo anniversario della rivolta delle colonie americane della Gran Bretagna che portò alla nascita degli Stati Uniti è una semplice coincidenza (per inciso, le colonie in questione non erano tredici ma quattordici, ma il Maine fu escluso dal conteggio per poter beneficiare dei presunti poteri magici del numero tredici e, sempre sulla stessa linea di pensiero, quando Betsy Smith gli presentò il modello della nuova bandiera, George Washington andò su tutte le furie, perché lui le stelle non le voleva a cinque, ma a sei – sei – punte, questo tanto per capire fin dall’inizio quanta razionalità ci fosse in quella che in seguito sarebbe diventata per la disgrazia dell’umanità, la maggiore potenza del pianeta).

Certamente ci saranno anche da noi imbecilli che festeggeranno questa infausta ricorrenza, da servi sciocchi che credono di nobilitarsi scimmiottando i padroni.

Costoro non hanno mai letto lo stupendo articolo di Sergio Gozzoli L’incolmabile fossato, anzi verosimilmente Gozzoli non l’hanno mai sentito nominare, un articolo inteso a dissipare il mito che “la cultura”  americana sia figlia dell’Europa:

“E’ proprio ciò che apparentemente unisce i due mondi, quel che in realtà più a fondo li divide: poiché ciò che l’America ricevette dall’Europa negli ultimi tre secoli, facendolo proprio e fondandovi sopra la sua filosofia di vita³, è esattamente tutto quello che, pur nato in Europa, l’Europa rifiutava e rigettava.

Quello che doveva costituire l’anima stessa del «mondo americano», era proprio tutto ciò che la vecchia Europa «scartava», per una radicale inconciliabilità con la essenza profonda della sua anima civile e storica.

Dal settarismo puritano e quacchero allo spirito capitalistico e mercantilistico, dal «mondo dei Lumi» alla massoneria, dall’ottimismo razionalistico all’odio per il Trono e per l’Altare, dall’individualismo al cosmopolitismo, dalle prime banche internazionali ai fermenti rivoluzionari borghesi, si trattava di idee, tensioni e movimenti che erano sì nati in Europa, ma ai quali l’Europa poteva opporre — allora e ancora per secoli — forze ben più consistenti: i valori di una civiltà legata al sangue e alla terra, il vigore delle varie culture popolari, l’autorità morale delle Chiese, il tradizionalismo gerarchico, lo spirito ghibellino e la residua vitalità della nobiltà militare, l’istinto di conservazione del mondo contadino, il senso nazionale, gli antichi miti eroici, l’epopea cavalleresca, i monumenti letterari e artistici della Classicità, del Medioevo, del Rinascimento”.

Poiché stiamo parlando di ricorrenze, forse non sarà male nemmeno ricordare quanto sia stata giusta l’intuizione di Gozzoli, secondo cui le forze sovversive che miravano alla dissoluzione dell’ordine europeo, proprio nelle Americhe trovarono rifugio e l’occasione di preparare la rivincita. Non a caso, la Francia che aveva sobillato la rivolta delle colonie americane contro gli inglesi e intervenuta militarmente aveva, con la battaglia navale di Ouessant del 1778, inferto all’Inghilterra, assieme ai ribelli americani una delle rarissime sconfitte navali della sua storia, esattamente tredici anni e dieci giorni dopo, fu investita da una rivoluzione di gran lunga più sanguinosa e che, a lungo termine, doveva essere una causa non meno esiziale della decadenza dell’Europa.

Andiamo oltre. Pochi giorni fa ho concluso la centonovantasettesima parte, e la centonovantottesima? La mia tabella di marcia mi dice che questo articolo non potrà comparire sulle pagine di “Ereticamente” prima di settembre, c’è quindi un lasco di due mesi, entro i quali spero di aver raccolto materiale sufficiente per redigere la centonovantottesima parte, anche se coi tempi che corrono, con la crisi che “MANvantara” e gli altri gruppi FB che si occupano di eredità ancestrale stanno attraversando, non posso esserne sicuro.

Ma perché cominciare adesso la stesura di questo articolo saltando un numero? La ragione è relativamente semplice: mi ero riproposto di fare del duecentesimo numero un pezzo riepilogativo che ripercorresse in estrema sintesi la strada finora percorsa, ma poi ho pensato che sarebbe stato ancora meglio suddividere questo “speciale” in due parti, la centonovantanovesima che avete ora sotto gli occhi e la duecentesima, in modo da poter trattare la cosa con la dovuta ampiezza.

Cominciando a raccontare le cose proprio dall’inizio, io, oltre a interessi culturali che non sono mai mancati, ho alle spalle. Soprattutto negli anni giovanili, una militanza politica non proprio fortunata, che mi ha causato qualche guaio giudiziario.

Se per caso possedete il libro Trieste a destra di Pietro Comelli e Andrea Vezzà (editrice Il Murice, Trieste), di me si parla a pagina 135. Non ero, s’intende, una personalità di primo piano, credo di aver sempre avuto la stoffa del pensatore piuttosto che quella del leader.

Dopo la cosiddetta svolta di Fiuggi, mi sono allontanato dalla politica attiva, e ancora adesso sono convinto che per me sia meglio non avere in tasca tessere di partito che possano in qualche modo condizionare la mia libertà di giudizio.

Il ritorno a una militanza se non proprio politica, quanto meno ideologica, avvenne quasi per caso. Una persona di cui non faccio il nome perché non so se la cosa gli faccia piacere, lesse un mio articolo su di un sito pagano-celtico, che si intitolava, se non erro Verso una nuova rivoluzione spirituale europea, nel quale analizzavo la rinascita di vari movimenti pagani o neopagani in Europa, e ne rimase colpito, e pensò di mettermi in contatto con il gruppo di “Ereticamente” e di riprenderlo lì.

La cosa non si fece, perché “Ereticamente” aveva ed ha una sola regola ferrea, quella di non ripubblicare materiale già edito, ma da allora è iniziato un sodalizio che non si è più interrotto.

Devo dire il vero, io sono una persona che ama scrivere così come ama leggere, ho cominciato a pubblicare articoli su “Ereticamente” con una regolare cadenza settimanale, e questo per parecchi anni. Come dico sempre, il difficile non è scrivere un buon articolo per “Ereticamente”, il difficile è scrivere un buon articolo per “Ereticamente” ogni settimana per anni e anni, ma quando si sa che ci sono persone che contano su di te, è impossibile tirarsi indietro.

Va da sé che la questione delle origini l’ho sempre sentita molto forte, non solo per motivi professionali – sono docente di storia e filosofia, ora in pensione – ma perché avere un’idea da dove veniamo è essenziale per capire chi siamo e dove andiamo.

Forse una conseguenza implicita in ciò è quella di provare scarsa simpatia per una democrazia capitalista (demoplutocrazia, si diceva una volta) che vorrebbe ridurci ad anonimi produttori-consumatori e sostituire la nazionalità con il fatto burocratico della cittadinanza.

Già prima di iniziare a  redigere sulle pagine di “Ereticamente” le due lunghe serie sistematiche sulla tematica delle origini che sarebbero state prima Una Ahnenerbe casalinga, poi L’eredità degli antenati, vi avevo collocato un paio di articoli sull’origine degli Indoeuropei.

Francamente, allora il tentativo di africanizazzione dei nostri antenati europei giunto fin oltre i limiti del ridicolo, giungendo a sostenere che essi sarebbero stati “neri” fino a tremila anni fa, che in termini biologici sono un battito di ciglia, e in aperto contrasto con qualsiasi elemento antropologico o iconografico di cui disponiamo, non era ancora iniziato o era in una fase incipiente.

In quel momento, quel che mi interessava controbattere era la teoria dell’onda di avanzamento di Colin Renfrew (ricercatore di cui peraltro, d’altro canto ho riconosciuto i meriti, quando sosteneva la necessità di rivedere le nostre convinzioni archeologiche sulla base delle indicazioni del radiocarbonio e della dendrocronologia, o quando sosteneva che i costruttori di megaliti non fossero, come altri ipotizzavano, una popolazione antecedente ai Celti spazzata via da questi ultimi, ma proprio gli antenati dei Celti storici. Insomma, poteva sbagliare, ma era un uomo di tutt’altra pasta rispetto a coloro che ci vogliono africani a tutti i costi, a cominciare dalla un tempo seria rivista “Time”).

Questa teoria ipotizzava che gli Indoeuropei discendessero da agricoltori neolitici mediorientali che, alla ricerca di nuove terre da coltivare, si erano man mano espansi in Europa, ed è stata del tutto smentita dalla genetica, infatti, se rispondesse alla realtà, dovremmo trovare nelle popolazioni europee una considerevole componente genetica di origine mediorientale, invece questo proprio non consta. Il genoma europeo si è mantenuto sostanzialmente stabile nel tempo, riscontandosi il grosso della sua componente essere costituito da quello di origine paleolitica definito dai genetisti come “eurasiatico settentrionale”.

Oltre a prendere nota di ciò, non potevo non rilevare che questa teoria era (sperabilmente) l’ultimo tentativo di dare una parvenza scientifica al mito fasullo dell’Ex Oriente lux, della luce da oriente, insinuato nella nostra cultura dal cristianesimo, attraverso la lettura letterale della bibbia presentata come testo storico, e al riguardo sono assolutamente d’accordo col giudizio tranchant di Silvano Lorenzoni, e vorrei ricordare che, sempre sulle pagine di “Ereticamente” ho dedicato una quarantina di articoli, intitolati appunto Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, a smentire i diversi aspetti di questa ricorrente fola.

E’ una cosa che mi è capitata altre volte, quella di stendere un articolo senza nessuna intenzione di dare inizio a una serie, poi di accorgermi che c’era rimasto altro da dire, poi ancora… Ricordo bene che quando ho iniziato a redigere il primo della serie Una Ahnenherbe casalinga, la mia intenzione era semplicemente quella di portarvi dietro le quinte del mio lavoro, farvi vedere quello che oggi con un termine anglosassone si chiama il backstage, e solo in un secondo momento ho pensato di trasformare la cosa in un appuntamento fisso con tutto ciò che l’archeologia poteva rivelarci sul nostro passato, una sorta di rubrica.

Io sono, non ho alcun motivo di nascondervelo, un insegnante di storia e filosofia attualmente in pensione (oltre che, per passione inveterata, un autore di narrativa, ma questa è un’altra storia), e, al riguardo non posso vantare molto più di quella cultura che costituisce l’ovvio bagaglio professionale di un docente delle superiori, magari approfondito con passione alimentata anche da una precisa visione del mondo, letture e la lunga pratica che si acquisisce stando dietro una cattedra.

Ciò non toglie, ad esempio, che quando Sabine Steinmayer, vedova del compianto Ernesto Roli che era stato amico e collaboratore di Adriano Romualdi, che avevo intervistato per “Ereticamente” e che aveva, come mi ha raccontato la stessa Sabine, sempre manifestato grande stima (che dubito di aver meritato) verso di me e i miei scritti di cui teneva un’attenta collezione, mi ha chiesto lo scorso novembre di partecipare a Roma alla presentazione del libro Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, opera postuma di suo marito, da lei stessa completata con gli appunti lasciati dal de cuius, mi sono sentito veramente in imbarazzo all’idea di confrontarmi con dei veri archeologi avvezzi al lavoro sul campo e allo studio dei reperti, che sapevo del pari avrebbero partecipato alla presentazione.

Ho accettato, naturalmente, ma con l’inconfessato timore di fare una figura miseranda. Invece il mio intervento, che trovate riportato su “Ereticamente”, pare sia stato piuttosto riuscito, grazie, suppongo, alla scioltezza di linguaggio appresa tramite l’attività di scrittore e anche il diuturno lavoro dietro la cattedra.

In qualche modo simile anche se, per la verità, affrontata con meno patema, sapendo trattarsi un po’ come me, di un ricercatore “fuori dagli schemi”, l’incontro e il confronto con Felice Vinci, l’autore di Omero nel Baltico avvenuto qualche anno prima a un corso Erasmus dove entrambi eravamo stati invitati come relatori.

Solo quest’anno, a pasqua, grazie a un viaggio in Inghilterra, mi sono potuto recare a Stonehenge e vedere coi miei occhi uno fra i più importanti monumenti megalitici di cui ho tento parlato. Nel museo annesso al monumento si trovano reperti rinvenuti durante gli scavi, fra cui resti umani. Fra questi ultimi, facilmente riconoscibile a causa di un foro nella mandibola causatogli da un ascesso dentario infiltratosi nell’osso, l’arciere di Amesbury che si sa proveniva dall’arco alpino e verosimilmente aveva raggiunto Stonehenge per beneficiare dei poteri taumaturgici del santuario, “Lourdes della preistoria” e alleviare i dolori che di quando in quando dovevano affliggerlo. Incontrarlo di persona è stato un po’ come ritrovare un vecchio amico.

Tutto questo per dirvi che sono assolutamente conscio dei limiti di una cultura eminentemente libresca, ma d’altro canto va considerata l’utilità di mettere un po’ d’ordine su questioni fondamentali circa le quali esiste grande confusione non solo presso il pubblico in generale, ma anche nei nostri ambienti.

Guardando le cose retrospettivamente, credo di aver scelto il titolo di Una Ahnenerbe casalinga per questa serie di articoli destinata poi a diventare piuttosto lunga, anche per l’influenza della lettura di quello splendido libro che è Ahnenerbe di Gianfranco Drioli, dedicato a quella vera, quella del Terzo Reich.

In un testo scritto, se non erro, negli anni ’60 dello scorso secolo, ma ormai diventato un classico frequentemente ristampato, Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, gli autori ironizzano sul fatto che i Tedeschi abbiano speso nelle ricerche della società Ahnenerbe più di quanto abbiano fatto gli Americani per la bomba atomica, ma è una questione di priorità, se conoscere e capire le nostre origini e il nostro posto nel mondo sia più importante o meno che disporre dei mezzi per sterminare l’umanità.

Vi richiamo poi l’attenzione su quell’aggettivo, casalinga. Per non sembrare immodesto, attenuare il paragone con la Ahnenerbe storica, ammettere esplicitamente che il mio era un lavoro in solitaria, condotto tra le pareti di casa.

Più di una volta mi sono sentito one man’s band, come quei suonatori da strada che suonano contemporaneamente una pluralità di strumenti, anche perché ho cercato e cerco di tenere in piedi contemporaneamente una varietà di filoni di discorso.

In questa “liberissima” democrazia, sostenere idee controcorrente espone comunque a dei rischi, ma perché le rogne andarsele a cercare? A un certo punto mi sono reso conto che Ahnenerbe con l’esplicito riferimento al Terzo Reich, era un titolo forse un po’ troppo pericoloso, ma avevo già scritto una novantina di articoli posti sotto questo titolo. Decisi così di correre il rischio di arrivare a cento, prima di cambiare titolazione. Una volta raggiunto questo numero, questa serie di articoli diventò L’eredità degli antenati, che poi è la traduzione italiana di Ahnenerbe, ma suona più neutro, ideologicamente meno rischioso.

E qui comincia l’altra parte della storia, quella che vi racconterò nel duecentesimo numero.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra un vecchio logo di “Ereticamente”, al centro Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, opera postuma di Ernesto Roli, a destra una rappresentazione artistica dell’arciere di Amesbury.

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