30 Ottobre 2026
Appunti di Storia

Il mistero dei diari del Duce – Pietro Cappellari

La storia del fascismo non smette di suscitare interesse e, di conseguenza, polemiche da parte di quella intellighenzia bulgara che tiene in ostaggio la cultura della nostra Nazione. Non passa giorno che i “gendarmi della memoria” non scendano in campo per promuovere la loro (falsa) visione ideologica della storia e, finanziati lautamente da Governi di destra e di sinistra – uniti nell’abbraccio universale ciellenista –, impegnarsi nella distruzione sistematica di tutto ciò che può rimandare al passato fascista. Dall’opera di epurazione talebana della cancel culture a “nuovi” studi che tentano di arginare le novità storiografiche per imporre la visione totalitaria della vulgata antifascista, è tutto un fiorire di risposte e controrisposte, indignazione e supponenza. Tutta la storia d’Italia deve essere tenuta in ostaggio dai “gendarmi della memoria”, non solo quella della guerra civile 1943-1945, non solo quella del Ventennio, ma anche prima, come dimostrano le iniziative volte a depotenziare i crimini del Biennio Rosso 1919-1920 solo per non dare una giustificazione alla reazione squadrista che, invece, ci fu, fu vincente e, soprattutto, ottenne il consenso della maggioranza della popolazione italiana. Eppure, “nun ce vonno sta’” e ci sono interi corsi universitari, progetti di ricerca, che si dedicano a sovvertire la realtà dei fatti: il Biennio Rosso? “Roba da ragazzi”!

Abbiamo detto che questo interesse verso il fascismo così diffuso, così centrale nel dibattito culturale e politico, non può che dare irritazione agli orfani del socialismo reale che, ormai allo sbando, si rifugiano sterilmente in un mitico passato che non vi è mai stato. Un mito che devono difendere assolutamente, ultimo appiglio per dimostrare la loro (inesistente) superiorità morale, che parte dal falso assunto che loro erano – e, quindi, rimangono, comunque e dovunque – dalla “parte giusta” della Storia. Che loro ci credano non ci interessa, né può avere nessuna valenza storica, morale o politica. Che tutti ci debbano credere è però un’altra cosa, che maldestramente cela il vizietto totalitario della sinistra, alla quale ci opponiamo in quanto uomini liberi.

L’interesse verso il fascismo è anche suscitato dai numerosi misteri che ancora avvolgono quel passato, si pensi solo a quello della morte di Mussolini o del famoso carteggio tra il Duce e Churchill. Che fine abbiano fatto i diari che Mussolini elaborò nel corso di un ventennio è uno di quei misteri che alimenta le curiosità degli Italiani. A questo mistero Enrico Mannucci ha dedicato uno studio (Caccia grossa ai diari del Duce, Bompiani, Milano 2010) che, sebbene poco scorrevole, dà un quadro esaustivo della situazione su questa tematica.

Renzo De Felice, a tal proposito, fu chiaro. Assicurando l’esistenza di questi diari, seguì il filone che li vide consegnati all’Ambasciatore giapponese presso la RSI Hidaka nell’Aprile 1945 e da questi trasferiti in Svizzera, prima a Zurigo e poi a Ginevra, dove, ormai collassato il fronte, si provvide alla loro riproduzione fotografica e, stranamente, alla loro distruzione. Delle foto nessuno ha mai saputo nulla, forse utilizzate dall’Ambasciatore nipponico come “salvacondotto” (che, alla fine, ottenne), e, quindi, finite in un archivio segreto delle Potenze vincitrici: USA, Gran Bretagna o URSS?

Che questi diari siano esistiti è provato dallo stesso Mussolini che, nel libro Parlo con Bruno (1941-XIX), affermò di averli scritti fino al 31 Dicembre 1940, citando anche alcuni passi scritti nelle agende nelle annate 1935-1938. Gli stessi famigliari del Duce, come la sorella Edvige che li tenne in custodia fino al 1940, confermano la loro esistenza ed Emil Ludwig, nel 1932, nel suo famoso Colloqui con Mussolini, ne datò l’inizio a prima della Marcia su Roma.

Una serie importante, quindi, di agende che dovrebbero ricoprire gli anni 1921-1940, di cui rimane a testimonianza solo una pagina, quella del 26 Settembre 1927, data della nascita del figlio Romano, che Mussolini strappò dal diario e la moglie Rachele fece incorniciare come un cimelio.

Prima del 25 Luglio 1943, il Duce consegnò tutta la serie di agende al figlio Vittorio che, a sua volta, le diede in custodia al cognato Renato Tassinari. Per tutta la turbolenta, quanto drammatica, Estate 1943, Tassinari ebbe a disposizione i diari, li lesse anche, e, poi, dopo la costituzione della RSI, nei primi giorni dell’Ottobre di quell’anno, li riconsegnò a Vittorio che li portò al padre, a Villa Feltrinelli.

Si trattava di 18 agende, rilegate in pelle di colore diverso e con al centro un fascio littorio d’oro con fronde di alloro a contorno, contenute in una piccola cassetta militare, ove erano annotati i vari appuntamenti del Duce, “con annotazioni brevissime, secche, precise. Non c’erano mai commenti aspri”. Tassinari ricordò l’elogio alla Regia Marina per l’esibizione compiuta durante la visita di Hitler in Italia e diversi pensieri sui figli, ma nulla di più.

Come abbiamo detto, le annotazioni arrivavano fino al 31 Dicembre 1940-XIX e non si sa se vi fossero agende successive. Si parla di un’agenda del 1943 che, al 25 Luglio di quell’anno, era sulla scrivania di Palazzo Venezia e lì venne lasciata. È certo, per i ricordi di Carlo Silvestri, che al 7 Dicembre 1943, Mussolini non teneva più alcun diario, anche se non escludeva una ripresa delle annotazioni.

Come abbiamo detto, un filone vuole le agende finite in Svizzera tramite l’Ambasciatore Hidaka. Giorgio Pisanò, nel 1952, fu ancor più preciso: tutta la preziosa documentazione – tra cui una rara edizione di Così parlò Zaratustra rilegata in pelle e pietre preziose, dono di Hitler – finì, verso la fine del 1944, in Svizzera, nelle mani di Padre Pancino a Berna. Poi, incredibilmente, nei primi mesi 1945, una persona rimasta sconosciuta, esibendo un falso mandato a firma di Rachele Mussolini, si fece consegnare dal prelato il carteggio che così scomparve per sempre.

Quindi, i diari del Duce sono esistiti, anche se nessuno sa con precisione dove siano finiti, molto probabilmente in qualche archivio degli Alleati. Anche la comunità scientifica propende per questo “inquadramento”, anche se si spacca sulla loro utilità ai fini storici. Infatti, i diari – essendo stati scritti da Mussolini – non sarebbero certamente utilizzabili per la manipolazione politica della storia che fanno gli antifascisti di professione. Quindi, sarebbero autentici, ma falsi nella sostanza. Ovviamente, si tratta di un giudizio politico. Escludendo Tassinari, nessuno ha letto queste agende, che alcuni – anche liberi da pressioni ideologiche – sospettano di non contenere vere e proprie riflessioni politiche del Duce, ma solo brevi appunti, che non porterebbero nulla alla conoscenza della storia.

Comunque sia, dopo l’inchiesta del 1952 di Pisanò nessuno sentì più parlare dei diari di Mussolini, almeno fino al 7 Agosto 1957 quando improvvisamente, come un fulmine al ciel sereno, il “Corriere della Sera” annunciò il sequestro in Via Foà a Vercelli di alcune agende appartenute al Duce. Secondo quanto ricostruirono i giornalisti, il Ministro degli Interni della RSI Paolo Zerbino, fucilato poi a Dongo, nel Febbraio 1945 aveva affidato i diari di Mussolini al Commissario della Polizia Repubblicana di Vercelli Giulio Panvini col compito di conservarli. Zerbino non era ovviamente più tornato a riprendere le agende e lo stesso Panvini era deceduto nel 1953. I “diari” – una trentina di pezzi in realtà, tra agende, quaderni e documenti autografi che coprivano tutto il periodo che andava dal 1921 al 1943 – erano stati conservati gelosamente dalla moglie Rosetta Prelli e dalla figlia Amalia Panvini Rosati, fino all’intervento della Polizia in quell’afoso Agosto del 1957. Le Autorità di PS non si limitarono a sequestrare il materiale posseduto dalle due signore a Vercelli, ma effettuarono un ulteriore sequestro di documenti a Novara, in casa del Dott. Oscar Ronza, dirigente del locale MSI, che aveva acquistato alcuni pezzi dalle Panvini.

In realtà, ben prima dell’intervento della Magistratura, nella Primavera del 1956, v’era chi era a conoscenza di questo segreto: la Mondadori e la Rizzoli, società alle quali l’intero carteggio era stato offerto per la pubblicazione, ovviamente, dietro lauto compenso.

La Rizzoli, contattata dal Dott. Ronza, poté osservare parte del carteggio che, ad una prima analisi effettuata da Duilio Susmel – considerato uno dei maggiori studiosi di Mussolini – era stato giudicato autentico, salvo un successivo ripensamento.

Anche la Mondadori, dopo aver sborsato una certa cifra per assicurarsi l’affare, si era tirata indietro, considerando falsi i diari mostrati ai suoi consulenti. Il Dott. Ronza, che si era esposto economicamente con le Signore Panvini, restituì solo parte dei soldi alla Mondadori che, per cauzione, tenne a sua disposizione alcune agende.

Nella delicata faccenda, come abbiamo visto, si era inserita la Polizia che, considerando il carteggio di interesse nazionale e di proprietà dello Stato, nell’Agosto 1957, aveva effettuato una serie di sequestri a Vercelli e Novara.

Le indagini ebbero una svolta quando il tipografo Gianni Vercellotti denunciò un mancato pagamento delle signore Panvini: avevano commissionato la stampa di alcune agende con particolari annate: 1936, 1937, 1939 e 1940. In più emerse che Giulio Panvini, negli anni precedenti, aveva più volte consultato presso biblioteche ed archivi annate di giornali del Ventennio. Per l’accusa non fu difficile ricostruire il tutto. Partendo dalle perizie negative della Rizzoli e della Mondadori, gli inquirenti accusarono le Panvini di aver fabbricato una serie di falsi, allestendo una vera e propria “centrale” senza precedenti nella storia d’Italia, capace di contraffare, con la calligrafia di Mussolini, migliaia e migliaia di documenti.

Il materiale sequestrato – in quell’esplosivo Agosto 1957 in cui venne addirittura restituita la salma del Duce alla famiglia dopo 11 anni di occultamento di Stato, con estremo risalto giornalistico ed interesse popolare – finì a Roma, presso la Scuola Superiore della Polizia Scientifica, in Via della Mantellate prima e, poi, in un palazzo dell’EUR.

Mussolini, in quel 1957, era tornato su tutti i giornali!

Il 1° Aprile 1959 Amalia “Mimì” Panvini venne arrestata e, dopo una settimana di detenzione, vuotò il sacco: i diari erano tutta opera sua. Madre e figlia vennero così rinviate a giudizio per falso continuato aggravato in scrittura privata e per truffa continuata aggravata. Il Dott. Ronza si costituì parte civile sentendosi truffato. Entrambe verranno condannate per i reati ascritti loro il 15 Novembre 1960. Fu anche ordinata la distruzione di tutta la documentazione sequestrata, anche se più di qualcuno pensò che tra i falsi ci potessero essere materiali autentici.

Calò così il sipario sulla dibattuta questione che, incredibilmente, tornò alla ribalta delle cronache sette anni dopo, quando, il 28 Ottobre 1967, la Polizia fece una nuova irruzione in Via Foà a Vercelli, residenza delle Panvini, sequestrando nuovi documenti mussoliniani contraffatti.

Le Autorità di PS, infatti, si erano insospettite da un inconsueto andirivieni dalla abitazione delle due ormai famose signore ed aveva scoperto che un certo Marcello Marcone, abituale frequentatore della casa, si era più volte recato presso la Biblioteca Civica a consultare i giornali del Ventennio (come, al tempo, aveva fatto Giulio Panvini). Che qualcosa di strano stava accadendo fu evidente.

Si scoprì che un misterioso personaggio inglese, tale Charles Kean, aveva commissionato alle Panvini, dietro compenso, la elaborazione di nuovi diari di Mussolini, che avrebbe poi rivenduto per suo conto a una casa editrice britannica, il “Sunday Times”. Le due signore non solo accettarono, ma dichiararono che diverso materiale sfuggito ai sequestri del 1957 era a disposizione subito. Kean, tramite l’altro attore dell’intera operazione, Ettore Fumagalli, riuscì addirittura a “comprare” la cessione dei diritti dei diari (falsi), con tanto di autentica, da Vittorio Mussolini. Scottate dalla precedente esperienza, però, le Panvini si erano fatte firmare un documento con il quale si certificava che Kean avrebbe acquistato materiale non autentico, per fini personali.

Anche questa volta, svelato l’arcano, la faccenda si esaurì e dei diari del Duce nessuno sentì più parlare fino al 1994, quando improvvisamente ricomparvero sul mercato. Questa volta nessuno volle credere ad una loro autenticità, anche se il giornalista britannico Nicholas Farrell e lo storico statunitense Brian R. Sullivan, interessati alla vicenda, dichiararono che la documentazione “ritrovata” erano copie false, ma di autore. Ossia, sostennero che i diari erano opera di Mussolini che, volendo sfruttare per il futuro il loro contenuto, li avrebbe falsificati deliberatamente all’atto della compilazione.

Di questo “ritrovamento”, in realtà, si parlava almeno dal 1983, quando lo storico inglese Denis Mack Smith li aveva potuti vedere e dichiarare falsi. Poi, erano rimasti nel “limbo” fino al 1994, quando Farrell, per conto del “Sunday Telegraph” li aveva riscoperti, considerandoli degni di attenzione e riaprendo la dibattuta questione.

Sembra proprio che i diari del 1994, fossero gli stessi del 1967 e, quindi, provenienti dalla “centrale” Panvini che, a tanti anni di distanza, faceva ancora parlare di sé.

Si arrivò così al 2007, quando il Senatore Marcello Dell’Utri, amante e collezionista di libri antichi, annunciò il “ritrovamento” dei diari di Mussolini. Anche di questi documenti si parlava da anni, quando sul finire degli anni ’90 erano stati offerti a diversi compratori, tra cui lo stimato Italo Pilenga di Bergamo, Presidente dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI. Pilenga si incontrò più volte col venditore, che chiedeva per la cessione di cinque diari, la cifra di 40 milioni di Lire. L’affare saltò per l’intervento di Carlo Alberto Biggini, nipote del Ministro della RSI, convinto che i veri diari – legati alla figura del nonno – fossero finiti in Vaticano e non potevano essere sul mercato.

Vaticano o meno, a tutti fu chiaro che i diari “ritrovati” da Dell’Utri altro non erano che quelli falsi delle Panvini mai distrutti, che da decenni apparivano e scomparivano in attesa di un compratore.

Le cinque agende saranno poi pubblicate dalla Bompiani con il titolo I diari del Duce (veri o presunti) a partire dal 2010, provocando profondo scetticismo. Anche se, bisogna evidenziarlo, lo scetticismo non fu provocato tanto dalla chiara origine panviniana dei documenti, dalle numerose incongruenze storiche che contengono, dagli errori accertati, ma soprattutto perché descrivevano una figura di Mussolini non in linea con quella della vulgata antifascista. I diari “ritrovati” da Dell’Utri erano falsi non perché scritti dalle Panvini, ma perché sovvertivano quanto i “gendarmi della memoria” avevano stabilito sul conto del Duce. Ricordo ancora una trasmissione televisiva dove venne dibattuta la questione della autenticità dei diari di Dell’Utri che, più di entrare nel merito, fu contraddistinta da questa indignazione degli invitati, tutti storici di professione. Ma come era possibile descrivere così benevolmente Mussolini? Era un tiranno! Un sanguinario! Qui, invece, si sovvertiva la storia! Era capace di amore! Di altruismo! Tutto falso, quindi.

Ricordo anche l’intervento di un’anziana partigiana, chissà a quale titolo invitata vista la sua totale impreparazione, che ricordava la sua sofferenza per non aver partecipato ai campeggi dell’ONB perché suo padre era antifascista… Ecco, davanti a questa sofferenza esistenziale, affermava solennemente che i diari erano falsi come la foto del Duce messa sulla copertina dell’edizione della Bompiani, perché Mussolini era brutto, non era così bello!

Brutto e cattivo, ovviamente.

 

Pietro Cappellari

(“L’Ultima Crociata”, a. LXXVI, n. 3, Marzo-Aprile 2026)

 

 

 

 

 

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