Da anni la vulgata antifascista e antiitaliana cerca di infangare la storia della nostra Nazione con ricostruzioni false e manipolando la realtà dei fatti, forte dell’utilizzo “a fondo perduto” di ingenti contributi statali – che si sommano ai già lauti ed immeritati stipendi statali che i vari “professoroni” si intascano mensilmente –, della gran cassa mediatica di Tv e stampa che rilancia le loro tematiche, dell’assenza di una critica storica coraggiosa che sappia rispondere per le rime a tali squallidi tentativi fatti esclusivamente per mantene-re in piedi un antifascismo morale con cui giustificare la propria missione di “rigenerazione” della società.
Non si calcolano le accuse contro i “crimini” commessi dalle Regie Forze Armate durante i conflitti cui hanno – invero con onore! – partecipato. Eppure, per decenni si è taciuto – se non quando ci si è fatti complici omertosi – di ben più gravi crimini commessi, durante la loro “crociata per la libertà” dagli eserciti anglo-franco-americani, per non parlare di quelli comunisti più o meno regolari. No, quelli non sono mai avvenuti e se sono avvenuti devono essere giustificati in nome di una “superiorità morale” che non capiamo da dove nasca, forse dal diritto divino di cui di solito si ammantano tutti i “liberatori” nel corso della storia.
Oggi, vogliamo parlare di una delle accuse che si fa al Regio Esercito – in realtà, con il solito fine politico di attaccare direttamente il Fascismo e Mussolini –, quella di aver attaccato la Francia quando ormai era stata sconfitta, dandole quel famoso “colpo di pugnale alle spalle” che – guarda caso – avrebbe giustificato i successivi compor-tamenti dei Francesi contro l’Italia, tra cui, ci piace ricordarlo, gli stupri di massa compiuti contro i civili dal famigerato Corpo di Spedizione del Gen. Juin, non solo in Ciociaria. Crimini contro l’umanità che non hanno precedenti e non temono confronti, eppure sono stranamente confinati nel limbo della “accettabilità democrati-ca”.
Lo studioso Paolo Chiarenza, con un breve ma esaustivo saggio, ci racconta per l’appunto la nascita di questa fandonia antiitaliana. Nel suo “La pugnalata alla schiena”, un falso della propaganda (Colosseo Editore, Roma 2023) ha evidenziato come, ancora una volta, la propaganda di guerra degli Alleati sia diventata Storia intangibile, un vero e proprio dogma ad uso e consumo politico, giunto fino ai nostri giorni.
L’accusa, non a caso, esce dalla bocca del Presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt poche ore dopo la dichiarazione di guerra italiana del 10 Giugno 1940, “va contro la realtà e i presupposti storici, politici e militari” (pag. 11). E Chiarenza ce lo spiega con dovizia di particolari. Nonostante ciò, da quel giorno, gli antifascisti italiani si mobilitarono in massa, facendo proprie la dichiarazione del Presidente statunitense, rilanciandole ovunque, ponendole alla base della loro falsa propaganda.
I rapporti tra Francia ed Italia sono spesso stati molto tesi, fin dal Risorgimento. Furono i Francesi a soffocare nel sangue la Repubblica Romana del 1849, come furono i Francesi a sconfiggere i garibaldini a Mentana nel 1867. Ma non solo, chi ricorda lo “schiaffo di Tunisi” del 1881 con il quale la Repubblica transalpina occupò preventiva-mente la Tunisia per toglierla dalla sfera degli interessi italiani? E i “vespri marsigliesi” dello stesso anno con la caccia all’Italiano? E la guerra doganale del 1866? E il massacro degli Italiani ad Aigues-Mortes dell’Agosto 1893? E la caccia all’Italiano a Lione nel 1894? E l’aiuto dato all’Imperatore d’Etiopia Menelik nel 1896?
Tutti fatti che incrinarono i rapporti tra le due Nazioni: non a caso fu l’anarchico Sante Caserio che assassinò il Presidente della Repubblica francese Marie Francois Carnot nel 1894.
Del resto, il quadro era chiarissimo. Il sorgere della potenza italiana nel Mediterraneo non poteva non creare gravi problemi geopolitici a chi come la Francia considerava questo mare sotto la propria influenza. Anche la Gran Bretagna la pensava in questo modo, ma guardò all’Unità italiana con l’interesse proprio, per utilizzare la giovane Nazione che sorgeva come antagonista della Repubblica francese.
In più i Francesi ci consideravano un popolo inferiore e questo sentimento contraddistinse sempre tutta la loro politica e peggiorò con il sorgere del Regime fascista e del conseguente ruolo di potenza mondiale che assunse l’Italia in quei decenni. Non a caso, nel 1934, nel XII anno dell’Era Fascista, Indro Montanelli scriveva da Parigi: “Questi sudici ci disprezzano sempre più perché non sopportano il fatto di essere costretti ad ammirarci”.
Stando così le cose e, soprattutto, essendosi sempre la Francia – come la Gran Bretagna, del resto – sempre sottratta alla ridiscussione delle “sfere di influenza”, alla revisione dei trattati scaturiti dopo la Prima Guerra Mondiale, alla creazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla giustizia, ove avessero un ruolo – e parità di doveri come di diritti – anche i giovani Imperi emergenti di Italia, Germania e Giappone, lo scontro prima o poi sarebbe stato inevitabile, come la storia insegna.
Ma la Francia non aveva certamente paura di ciò, confidando sulla sua invincibilità militare. Se l’Inghilterra disponeva della più grande flotta del mondo, i Francesi si vantavano di avere il più forte esercito di terra del globo. Chi mai avrebbe osato sfidare queste potenze imperiali?
Si giunse così all’Autunno del 1939, quando – nonostante la “non belligeranza” proclamata dal Regno d’Italia – la flotta mercantile italiana cominciò ad essere “taglieggiata” dalla Francia e dalla Gran Bretagna, subendo le provocatorie ed ingiustificate ingerenze del blocco navale dei due Imperi in guerra contro la Germania: al 25 Maggio 1940 erano stati 1.347 i dirottamenti e i fermi di navi italiane, con gravi danni per l’economia della nostra Nazione.
Che Francia e Gran Bretagna si considerassero – e non fecero nulla per nasconderlo, anzi – delle Nazioni ostili all’Italia fu chiarissimo a tutti. Chi avrebbe potuto credere che, a questo punto, l’Italia, quell’Italia!, – oltretutto legata “piedi e mani” alla Germania in guerra – sarebbe rimasta a guardare e a subire gli affronti anglofrancesi senza reagire?
Era solo questione di tempo, anzi di tempi: era del tutto naturale che una Nazione decidesse di entrare in guerra solo quando fosse scattato il momento opportuno. E fu così che l’Italia, nel Marzo 1940, si decise per il grande passo. Le valutazioni furono fatte osservando la realtà del conflitto iniziato il 3 Settembre 1939 dopo la folle dichiarazione di guerra alla Germania di Francia e Gran Bretagna. Il Reich aveva colpito tutti: con una rapida “cavalcata” aveva liquidato la Polonia, spartendosela poi con l’Unione Sovietica, e ora si apprestava a guardare ad Occidente, a quella terribile ed invalicabile Linea Maginot, dove ad attenderla v’era il più forte esercito del mondo.
Ma se l’Italia aveva deciso da che parte stare, adesso serviva scegliere la tempistica di questa discesa in campo, una discesa in cui necessario era pesare i pro e i contro e, soprattutto, valutare la fattibilità, ossia l’opportunità di una vittoria in breve tempo. Perché nessuna Nazione sarebbe scesa in guerra senza avere garanzie della vittoria e che questa guerra fosse di breve durata. Quando nel Maggio 1940 i carri armati germanici compirono il miracolo di stroncare l’esercito francese in pochi giorni di battaglie, tutti – amici e nemici – rimasero interdetti e sorpresi. L’Italia per prima che, ora, doveva prendere una decisione in fretta, con il rischio di scendere in campo troppo in ritardo per poter poi giocare un ruolo di grande potenza al tavolo della pace. Un ruolo che non poteva certamente disertare. Ma l’Italia non decise di scendere in campo solo perché la Francia era ormai sconfitta, ma soprattutto – e qui chiamiamo alla massima attenzione il lettore – perché la Germania stava avanzando troppo velocemente verso Sud: i carri armati germanici marciavano spediti verso Lione e, sicuramente, avrebbero raggiunte Marsiglia, le coste del Mediterra-neo, pregiudicando tutto l’assetto geopolitico della regione, a tutto discapito dell’Italia. Non è errato affermare che quel 10 Giugno 1940, l’Italia scese in guerra non perché l’esercito francese si ritirava, ma perché quello germanico avanzava, troppo avanti e troppo velocemente. Già era un problema avere i Tedeschi a Bolzano, pensa-re di averli anche a Marsiglia sarebbe stato troppo.
Bisogna anche evidenziare che, se le truppe della Maginot erano travolte dai carri armati del Reich, l’Armata che difendeva le invalicabili Alpi Occidentali, al confine tra la Savoia-Nizzardo e il Piemonte-Liguria, era intatta, ben equipaggiata e pronta all’azione. Così anche l’Aeronautica e la Marina francesi, delle eccellenze schie-rate da tempo contro la nostra Nazione.
L’Italia, quindi, entrò in guerra – contro un nemico più forte e in posizioni strategiche ottimali – certa che questa fosse giunta alla sua conclusione, per cercare di contenere nei limiti dell’accettabile la straordinaria vittoria germanica, convinta quindi che non fosse neanche necessario combattere. Infatti, dopo la dichiarazione di guerra non fu dato – incredibilmente – nessun ordine di attacco, ma di mantenere, con la sola eccezione per la Regia Marina, un atteggiamento difensivo su tutti i fronti!
Fu un calcolo – condiviso da tutta la dirigenza dello Stato italiano, non solo quella fascista, ed anche dall’opinione pubblica – che si dimostrò avventato e portò ad un disastro militare senza precedenti nella storia della nostra Nazione. Ma in quei giorni tutti aspettavano solo di andare a ritirare il primo della “vittoria” (germanica), non credendo possibile una resistenza solitaria britannica.
Già nella notte tra l’11 e il 12 Giugno 1940, aerei britannici colpivano Torino. Per rappresaglia la Regia Aeronautica bombardava Tolone e Biserta. Il 13 Giugno, una Squadra navale francese attaccava le zone industriali di Vado Ligure e Sestri Ponente. Come rispondere a questa azione?
I primi bombardamenti sulle città italiane, la costante avanzata germanica, la richiesta di armistizio, portarono all’ordine di attacco del 20 Giugno 1940. Un’operazione durata solo qualche giorno, durante la quale le nostre truppe, pur dimostrando un non comune eroismo, avanzarono con difficoltà, soprattutto per la pronta reazione francese, per la conformazione del terreno, per le condizioni atmosferiche. Alla fine occupammo Mentone e… “scoppiò la pace”.
Un “strana pace” che consentì all’Italia di sedersi al tavolo delle trattative, al termine delle quali emblematicamente non chiese nulla. E ciò deve essere chiaro, soprattutto quando si parla di “pugnalata alle spalle”. Fu così possibile creare nella Francia centro-meridionale non occupata dai Germanici la Repubblica di Vichy, senza che l’onore francese venisse ulteriormente menomato. La stessa flotta francese venne rispettata e in parte trovò rifugiò in Algeria dove, il 3 Luglio seguente, in spregio al diritto internazionale, venne attaccata e distrutta dai Britannici a Mers el Kebir (Orano): 1.300 morti francesi che ancor oggi chiedono giustizia. Cosa fu questa azione se non un crimine di guerra?
E pensare che sulle Alpi Occidentali l’Esercito d’Oltralpe subì solo 37 morti, 42 feriti e 150 dispersi. E non vogliamo scomodare le “coscien-ze” per parlare dei 30.000 civili francesi morti durante i bombardamenti angloamericani durante le operazioni in Normandia del 1944…
Fu dunque una “pugnalata alle spalle”? No, ovviamente. Ma ancor oggi siamo costretti ad ascoltare queste ingiuste accuse contro la nostra Nazione, lanciate non dal nemico di ieri che non riuscì a sconfiggerci sui campi di battaglia, ma da quegli “Italiani” che in spregio della propria Patria avrebbero ceduto alla Francia anche tutto il Piemonte, come accettarono di buon grado la cessione dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia alla Iugoslavia comunista.
Pietro Cappellari
(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIV, n. 5, Luglio-Agosto 2024)

