L’Anticristo come macchina narrativa
Nella tradizione vedica, il sacrificio (yajña) non è un mero rito, bensì il principio stesso che presiede alla creazione e al mantenimento dell’ordine cosmico (ṛta). Secondo il mito fondativo, all’inizio dei tempi il dio Prajāpati aveva offerto sé stesso per generare l’universo, e perciò i riti mondani dovevano imitare quell’archetipo superiore affinché il legame sacro tra il gesto umano e il dinamismo divino fosse mantenuto.
Analogamente, il ciclo degli Yuga si configurava come un incessante «sacrificio cosmico» in cui la dissoluzione di tutte le forme (pralaya) non costituiva una reale distruzione, ma la condizione necessaria al dispiegamento di una nuova creazione. Nell’ineluttabilità del processo circolare, neppure i sacrifici eseguiti dall’uomo – intesi come azioni rituali – potevano essere compiuti una volta per tutte, ma dovevano rigenerarsi e perpetuarsi al pari dei battiti di un cuore, o del ritmo del respiro.
Dunque, non esistono alternative ai rituali di sangue? Essi continueranno anche nella futura Età della Verità, della Correttezza e dell’Ordine (Satya o Krta Yuga) abitata da esseri umani di un livello superiore? Persino in un mondo senza più fratture da sanare, si mieteranno vittime?
• No, se intendiamo il sacrificio nella forma di rottura o uccisione rituale – animale o umana – impiegata per incanalare e gestire la violenza. In un’ipotetica Era di Luce, o di dharma ristabilito, non vi sarà più bisogno di “riti” separati dalla vita quotidiana poiché l’esistenza diventerà un’offerta continua, e ogni atto sarà sacro.
• Sì, se cogliamo il sacrificio nel suo significato etimologico più profondo, dal latino sacrum facere, ossia “rendere sacro”. Qualora una nuova ondata di malvagità dovesse riversarsi sul mondo, il ricorso a quelle «azioni speciali» sarà inevitabile.
Alle suddette domande, comunque, i Veda non offrono risposte univoche. Ecco allora che a partire dal VI secolo d.C. alcuni testi post-vedici – come il Garuda Purāṇa e il Bhāgavata Purāṇa – aggiungono alla narrazione tradizionale un nuovo tassello: il passaggio dalla Fine all’Inizio successivo sarà annunciato da Kalki, il decimo ed ultimo avatāra di Vishnu.
Giungendo in groppa a un bianco destriero di nome Devadatta (“dono di Dio”), il guerriero con la spada fiammeggiante sconfiggerà i demoni gemelli Koka e Vikoka ponendo fine alla corruzione, prima di ripristinare il dharma e sradicare dal mondo tutte le credenze blasfeme, ossia contrarie agli insegnamenti tramandati dagli antenati.
In modo analogo, nell’Apocalisse di Giovanni, un cavaliere in groppa al suo cavallo bianco affronta Gog e Magog (20:7-8), mentre nel Corano la liberazione dei popoli malvagi Yājūj e Mājūj – descritti come forze del caos – è strettamente connessa all’imminenza del Giorno del Giudizio (Sura al-Kahf, 92-98).
Indubbiamente le varie tradizioni escatologiche discendono da un unico, più antico e ampiamente condiviso panorama guerriero: quello di matrice indo-aria. L’azione di Kalki, tuttavia, si differenzia da quella dei cugini mediorientali (come il cavaliere dell’Apocalisse, o Dhū l-Qarnayn nel Corano) in quanto non si limita a distruggere l’umanità depravata, ma getta le basi per la riformulazione di un nuovo Patto.
Misurato e diretto, il gesto purificatore del cavaliere vedico irrompe nella cacofonia mondana con un «urlo» cosmico – inteso come azione guerriera – non tanto per imporre il silenzio, né per spazzare via il mondo, quanto piuttosto per far emergere una nuova frequenza, una vibrazione inconsueta la cui originalità risveglia l’umano dal torpore caotico o narcotico che lo affligge.
Antesignano delle trombe angeliche (o del Giudizio Universale), il suono spaventoso non pone fine alla Storia – come qualcuno ha ingenuamente creduto nel corso del secolo scorso -, ma innesca uno … spegnimento con riavvio. Dopo di che, si rimette in funzione il movimento alternato di ordine e disordine – o caos creativo – destinato ad incepparsi ancora per generare inedite visioni teleologiche.
Guardata da questa prospettiva, l’Apocalisse è meno impressionante. Essa non segnala più un orrendo capolinea, bensì il punto in cui il ciclo morente e quello nascente s’incontrano e scontrano affinché la confusione torni a farsi promessa. La stessa società che ricorre a questa immagine simbolica non sta annunciando la fine del mondo, ma la fine di un mondo: il proprio.
Sacrificio e stagnazione: un’antropologia del presente
L’«urlo di Kalki», inteso come suono apocalittico in grado di evitare una frattura insanabile, si addice a qualsiasi fase storica terminale, inclusa la nostra; tuttavia, nell’immaginario del cosiddetto Occidente collettivo prevalgono le visioni ereditate dall’Apocalisse di Giovanni e dall’apocalittica giudaica, ampiamente diffusa tra i cristiani del I secolo.
Perseguitati, accusati da Nerone di avere provocato l’incendio di Roma, torturati, crocefissi e gettati in pasto alle fiere, i primi credenti riposero nell’Apocalisse la speranza del riscatto sull’oppressore, il quale, alla “fine dei tempi”, sarebbe stato colpito da un giusto castigo. Ma poiché la profezia dell’apertura del settimo sigillo – che avrebbe dovuto dare l’avvio al suono della prima delle sette trombe (Ap 7, 11) – tardava a verificarsi, i pensieri cominciarono a divagare, smarrendosi nel fantastico.
Nacque così la figura immaginaria dell’Anticristo, che dal punto di vista antropologico non è mai stato un “essere” autonomo, ma piuttosto una struttura di inversione, cioè un mitema da riattivarsi ogniqualvolta un’epoca deve dare corpo alle proprie ansie escatologiche. La sua ripresa nell’Era Tecnologica, dunque, non va letta come il malinconico ritorno di un fossile teologico, trattandosi invece della riemersione di un archetipo liminale – ovvero della liberazione di quella figura che, come lo sciamano o il trickster, abita la soglia tra ordine e caos, sacro e profano, umano e post-umano.
Fuorviante è altresì il nome «Anticristo» – apparso per la prima volta nei testi del Nuovo Testamento, in particolare nelle Lettere di Giovanni – poiché questa entità simbolica non si oppone a Cristo, ma esercita l’azione di anti-cronos, mirando all’uscita dal calendario lineare (e innaturale) nella prospettiva di una riapertura al ciclico, al mitico, allo spazio in cui i dogmi dell’innovazione perdono il loro potere coercitivo.
E qui, sorge la domanda propriamente antropologica: cosa ci aspetta? In quale sistema simbolico si rifugerà l’Uomo Ultimo, dopo la rottura del patto con la divinità tecnologica? Ben sapendo che l’essere umano non sopporta il vuoto di senso, le liturgie dell’Illuminismo Oscuro (da Land a Yarvin) sono già al lavoro per colmare l’interregnum con vecchie grammatiche travestite da futuro (gerarchie iniziatiche, cicli astrali, sovranità assoluta, darwinismo sociale mistico e cose simili).
Ma per quanto si proclamino rivoluzionarie, le loro strategie restano inchiodate alle strutture profonde del pensiero occidentale, cioè al millenarismo, allo gnosticismo, al mito della salvezza elitaria. Anziché dissolvere il passato, esse lo reincarnano in forma caricaturale, com’è accaduto al progetto “Build-a-Cult” del Dialog 2026, il cui fallimento non è certo imputabile a una banale fuga di notizie.
Il rito non si decreta, si incarna – come insegnano gli studi classici, da Émile Durkheim a Mary Douglas -, perciò il tentativo di ingegnerizzarlo da parte di un’élite tecnocratica assetata di potere è destinato a cadere sul campo, oppure nel ridicolo. Cosa che comunque non sembra scalfire le ambizioni di personaggi sulfurei come Peter Thiel e Alex Karp – filosofi di formazione e araldi della Silicon Valley -, decisi a tessere un’antropologia autoreferenziale che reca al vertice il titanismo tecnologico come compimento dell’umano, e alla base le moltitudini ridotte a scoria – termine che riecheggia le teorie del filosofo Günther Anders sulla “vergogna prometeica”.
Prepariamoci dunque ad assistere, nei prossimi anni, ai tentativi della tecnologia di dotarsi di una liturgia (gli aggiornamenti come riti), di una soteriologia (la promessa di una vita potenziata) e di un diritto a comandare legittimato non certo dal consenso, ma dal possesso dei codici sorgente – i nuovi arcana imperii.
In un panorama di sostanziale immobilismo una sola voce, finora, ha rotto il silenzio globale: l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas – sottotitolo “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale“. Il documento non demonizza le intelligenze artificiali ma ne raccomanda un uso consapevole, radicato nella centralità della persona. In caso contrario, avverte, l’umanità si rassegni a consumare l’ultimo sacrificio: non più cuori strappati dal petto, come nelle teologie arcaiche, bensì anime da dare in pasto ai server.
Sogni e incubi della fine del mondo
Le visioni dell’Apocalisse e dell’Anticristo riaffiorano con prepotenza nei tornanti più pericolosi della Storia. La loro efficacia escatologica non risiede tanto nell’attuazione della profezia, quanto nell’incompiutezza che lascia spazio all’immaginazione. La mancanza di dettagli, di una tabella di marcia, di un cronoprogramma, di un katéchon, si spiega pertanto con il fatto che la realizzazione di quanto annunciato è secondaria rispetto all’esigenza di definire i contorni di un tempo storico lacerato da rivoluzioni profonde.
• Anno Mille: paure apocalittiche legate a carestie, invasioni (Ungari, Saraceni) e attesa del Giudizio come risoluzione di ogni problema. L’ansia collettiva, in questo caso, è riconducibile al vuoto di potere e nell’instabilità dei sistemi di sussistenza.
• Peste nera (1348) e ampliamento delle rotte commerciali (nuova connettività con il Mar Nero e il Mar d’Azov). Paure derivate dalla catastrofe sanitaria che, esacerbata dall’intensificarsi dei contatti umani, sfocia nell’autolesionismo dei flagellanti e nei roghi degli eretici, avvalorando così le profezie sull’Anticristo come castigo celeste.
• Invenzione della stampa a caratteri mobili (Gutenberg, c. 1450). Pur guardando al Medioevo con occhio critico, se non con sdegnosa sufficienza, il Rinascimento ne conserva le paure; con l’aggravante che la «minaccia oscura» della fine del mondo – fino a quel momento solo raccontata – diventa un’immagine illustrata (Dürer, L’Apocalisse, 1498) e argomentata nei pamphlet. Le ansie aumentano con il crollo dell’unità cristiana europea (Lutero), vissuto come una conferma della profezia: avanzamento della tecnologia → accelerazione della Riforma → guerre di religione → lettura degli eventi come segni dell’avanzata dell’Anticristo.
• Rivoluzione industriale (XIX sec.). Il numero 666 si trasferisce su macchine, treni, sistemi di fabbrica. I Luddisti non parlano apertamente di Anticristo, ma neppure ostacolano l’opera di proselitismo dei predicatori millenaristi (ad esempio, Mormoni e Avventisti).
• Fine del Novecento (globalizzazione, internet). L’Anticristo indossa i panni del “governo mondiale” (ONU, OMS, Deep State). Il Grande Fratello tecnologico è paragonato alla «rete della bestia».
• Secolo XXI: crisi del capitalismo classico e Anticristo algoritmico. Il discorso, per la maggioranza laica, non è più teologico in senso stretto ma si secolarizza: dapprima incanalandosi in una crisi pandemica artificialmente indotta, e poi sfociando nel senso di impotenza davanti a una scienza dispotica e maligna dove l’IA è la “bestia” che controlla opinioni e relazioni, imponendo la dittatura della sorveglianza totale.
Questi esempi mostrano l’esistenza di una relazione costante tra la paura della perdita del controllo sulle innovazioni della tecnica (L’Anticristo ingannatore, colui che sembra buono ma è malvagio) e il repertorio apocalittico classico. Ogniqualvolta una tecnologia ridefinisce ciò che significa essere umani (la scrittura a stampa ridefinì l’autorità e la verità, l’IA sta ridefinendo intelligenza e autonomia), oppure crolla un modello economico (il feudalesimo, il capitalismo industriale, l’egemonismo talassocratico), l’immaginario legato all’Apocalisse riemerge come mappa simbolica per orientare l’ansia collettiva mentre l’Anticristo, definito da Ippolito “la tenda/dimora di Satana” (De Antichristo, I, VII) assorbe tutte le malvagità del mondo.
L’Apocalisse come punto di (ri)partenza
In sintesi: la narrazione apocalittica classica è la sorella inquieta della misurata visione vedica. Entrambe nascono dalla consapevolezza che il mondo – per continuare a esistere – ha bisogno di morire e rinascere, ma in fase di crescita esse elaborano il principio in modo differente: il pensiero antico accetta il proprio destino e lo ritualizza nel sacrificio, mentre quello storico gli si oppone e lo drammatizza, trasformandolo in uno spettacolo dell’orrore.
Proprio in questo humus tenebroso sono germinati molti preconcetti che condizionano il nostro vivere quotidiano, rendendoci più vulnerabili di fronte alle imposizioni e alle ideologie del presente. Suvvia, fatti coraggio, basta un ultimo sacrificio per scongiurare l’avanzata del potere anticristico. Un ultimo sforzo, e poi la strada sarà tutta in discesa. Presto potrai gettare la spada, spezzare l’anello, cancellare ogni traccia, riposare. Potrai sorridere, senza che nessuno sappia mai cosa hai fatto nell’ombra. E allora avrai vinto, perché persino il male, se serve al bene, diventa santo. Non è forse questa la vera vittoria?
In realtà, l’ultimo sacrificio è sempre il penultimo. Chi afferma «è l’ultima volta», sta solo sfruttando il potenziale negativo della narrazione apocalittica per trasformare la paura in un progetto politico totalitario. Detto altrimenti: incapace di scongiurare il collasso che gli sottrarrà il potere, il falso salvatore cerca di accelerare la liquidazione dell’esistente, promettendo in cambio un futuro di pace e sicurezza (come nel caso della Singolarità post-umana).
Figlie dell’evangelismo statunitense – antropologicamente inesperto e culturalmente giovane -, queste teorie sono gli ingredienti di una minestra riscaldata che ripropone cose già dette (le intuizioni di René Girard) e ricicla parole d’ordine già ascoltate (“pace e sicurezza”, una formula mutuata dalla prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi). Oppure, di fronte alla mala parata, scava ancora più a fondo nel vuoto storico (il «diabolico interregno» di Gramsci) scatenando manifestazioni patologiche, mostruose, aberranti.
È tuttavia sufficiente cambiare prospettiva, per ottenere un quadro meno terrorizzante. Non c’è motivo di temere la fine della materialità, quando la dipartita di dèi decrepiti e il superamento degli schemi logori del mercato redentore possono diventare occasioni (non garantite, ma possibili) per ripescare le principali domande etiche, estetiche e spirituali che il mondo moderno ha rimosso.
Poco ma sicuro, il cambio di paradigma sarà doloroso. Ma poi, chissà che non si ripeta ciò che accadde dopo l’Anno Mille, quando l’incantesimo dello stallo – secondo le cronache di Rodolfo il Glabro e Ademaro di Chabannes, alle quali lo storico Georges Duby attinse per costruire la sua celebre interpretazione – fu rotto da un benefico cambio di rotta.
Per un lungo periodo pestilenze e carestie si intrecciarono a singolari eventi astronomici, apparizioni di balene mostruose, visioni di santi, tentazioni diaboliche, processi agli eretici, falsi Cristi e falsi profeti. Segni interpretati come rivelazioni inequivocabili della precarietà del mondo, della sua condanna e dell’imminenza della fine dei tempi. Ma poi, a furia di «rompere» e di essere «rotti», gli europei impararono a (ri)stare al mondo, sviluppando una straordinaria creatività che coinvolse l’intero continente.
L’esperimento di «risonanza collettiva», se così lo si può chiamare, non fu generico – racconta il Glabro in veste di cronista -, ma riguardò in modo speciale il sacro, ovvero tutto ciò che toccava il rapporto dell’uomo con il divino, esprimendosi in vari ambiti: nell’arte, nell’architettura (basti pensare alle prime cattedrali romaniche) e nella produzione letteraria.
Immerso fino al collo in un mondo frammentato e iperconnesso, l’uomo del Duemila saprà fare altrettanto? L’impegno sarà ben più gravoso, essendo il nostro orizzonte privo di un disegno provvidenziale, di un senso ultimo che giustifichi la sofferenza, di una guida autorevole come quella incarnata fino a pochi anni fa dalla casta clericale composta da intellettuali, esperti e tuttologi (cfr.: C. Preve, Il ritorno del clero, 1999). Ma niente di tutto questo servirà, probabilmente, perché alla fine dovremo vedercela con noi stessi.
Ciascuno nel nostro piccolo apprenderemo di nuovo l’arte del «rammendo», che consisterà nel ricucire gli strappi al fine di attribuire ad ogni cicatrice un nome e una dignità in cui riconoscersi. Chi invece, per timore o indecisione si tirerà indietro, accontentandosi di rattoppi provvisori – miseri figli di quel post-umanesimo che discorre di tutto fuorché dell’umano – si rassegni fin d’ora alla lenta asfissia che è preludio del sacrificio estremo.


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