La redenzione delle terre nell’esaltazione della Civiltà del Lavoro
Un atto politico
Quella che è passata alla storia come “bonifica integrale”, avvenuta nella prima metà degli anni ’30 in Italia, si inserisce appieno nel processo rivoluzionario fascista, come cardine della sua concretizzazione nella realtà. Infatti, prima che un atto di ingegneria, la bonifica fu un atto politico. Un atto politico con il quale il Regime intese compiere un’opera senza precedenti, inquadrandola nel percorso di modernizzazione della Nazione e, soprattutto, di costruzione di una nuova Civiltà, che avrebbe dovuto contraddistinguere il XX secolo, la Civiltà del Lavoro. Tutto ciò ebbe anche un simbolo poetico, l’autocarro BL18. Era un vecchio camion utilizzato in massa dal Regio Esercito durante il Primo conflitto mondiale, che popolò le polverose strade italiane anche nei primi anni del dopoguerra. Fu l’autocarro simbolo delle spedizioni squadriste nel biennio 1921-1922. L’ultima sua apparizione fu, per l’appunto, durante i lavori di bonifica dell’Agro Pontino, dove qualche mezzo sopravvissuto all’usura del tempo ancora venne impiegato dagli operai e dai primi coloni. Ecco, nel BL18, poeticamente, si vide questa continuità politica della Rivoluzione fascista: Grande Guerra – squadrismo – bonifica integrale.
La “fame” di terra
Ancor oggi non si ha un’esatta conoscenza e coscienza di ciò che era l’Italia quando il fascismo giunse al potere nell’Ottobre 1922. Molte lande, anche dopo la Prima Guerra Mondiale, erano rimaste ferme al XIX secolo, come chiuse in una sorta di letargo. Alcune zone, specie nel Meridione, erano state flagellate da epidemie di colera (1911) e, soprattutto, di febbre spagnola (1918), che avevano mietuto numerose vittime tra la popolazione, mentre nelle vie si erano rivisti addirittura lazzaretti di manzoniana memoria. Sempre al 1918, risale anche un’ondata di vaiolo e di encefalite letargica che aveva mietuto delle vittime in specie tra i bambini. La vita che si viveva in alcune regioni era davvero qualcosa di preoccupante. Intere zone erano precluse all’attività umana, come quelle paludose che punteggiavano la cartina geografica dell’Italia del tempo. A soli 60 km a Sud di Roma, ad esempio, si apriva una landa malsana, in cui si moriva di malaria, come ci ricordano le vicende, dei primi anni del ‘900, di Maria Goretti, futura Santa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
Ultimo “avamposto di civiltà” era la piccola cittadina di Nettuno. Tutta la fascia meridionale di questo territorio era ancora una zona paludosa e il Fiume Loricina assomigliava molto al Fiume Acheronte, aprendo all’incauto viaggiatore che si dirigeva verso Sud le porte di una terra dispensatrice di desolazione e di morte:
A soli 300 metri dall’abitato e nella parte di levante, circa mille ettari di terreno in date epoche dell’anno rimangono inondati e, divenendo fomite di malaria, pregiudicano il buon nome di queste ridenti contrade.
Questa plaga acquitrinosa è comunemente designata col nome di Stagno o Bassofondo di S. Rocco.
Il danno che da questo periodico allagamento deriva alla igiene locale tanto più preoccupa, perché quei terreni si trovano in prossimità della spiaggia di levante – la migliore per gli stabilimenti balneari – dalla quale li separa la Via Provinciale Nettuno-Cisterna. E questa non solo serve per la comunicazione con detto Comune e con gli altri che si trovano sulla catena dei Lepini, ma anche per la esportazione dei prodotti del territorio di Nettuno e delle tenute di Conca, Carano, Campomorto, ed altre dell’Agro Romano che debbono necessariamente far capo alla stazione ferroviaria di Nettuno o al Porto d’Anzio[1].
Agli inizi degli anni ’20, le due uniche vie che collegavano Anzio-Nettuno con i paesi limitrofi erano la Via di Anzio o Anziatina – che univa il litorale con i Colli Albani – e la Strada per Conca-Cisterna di Roma. Così descriveva la Via Anziatina una guida del Touring Club Italiano:
Dalle Frattocchie ad Anzio, strada generalmente cattiva, solo in parte mediocre; interrata, prima per la ricchezza tipica del vigneto, per il carattere della campagna e infine per il bosco. [Presso la Stazione di Carroceto] alla ricchezza dei vigneti degli Albani sui quali si ha una bella vista retrospettiva, è subentrata l’economia agricola della campagna romana: magri pascoli e poveri campi di grano in coltura estensiva. Un km dopo la Stazione di Carroceto, si va in rettilineo, con lievissime inflessioni per quasi 14 km, di cui i primi nove accanto alla ferrovia, in zona completamente deserta di pascoli magri, talora cespugliati o misti a cedui. Presso qualche stazione, grandi depositi di carbone e di fascine, disposte all’uso romano su un sol piano, sul terreno, addossate le une alle altre occupando vaste estensioni; evidentemente il terreno ha scarso valore. Verso il miglio 28 si entra in una gran macchia selvaggia di querce. Gli alti alberi si alzano sul fitto, inestricabile sottobosco di eriche, ginestre, lentischi, quercioli, felci. Si attraversa un magnifico sughereto a 5 km circa da Anzio con la vista caratteristica di un villaggio di guitti e, accanto alle capanne coniche di paglia, basse capanne di legname, con pareti coperte di lamiera di latte ex-petrolio, distese, di aspetto profondamente miserabile. Il sughereto, recentemente spogliato della corteccia (1922), coi suoi tronchi color terracotta, disegna linee di tono vivace sotto le dense chiome degli alberi. Cominciano qui i vigneti (e campi di canne per la loro manutenzione), alternati a macchie di lecci, attraverso i quali si scorge il mare[2].
La Strada per Cisterna, presentava le stesse caratteristiche:
Fino a Cisterna strada complessivamente piuttosto cattiva, polverosa, con le caratteristiche miste della campagna romana e degli approcci delle Pontine, cioè ondulazioni minori: abbastanza interessante nella macchia.
[…] La strada corre dapprima cattiva e polverosa fra le siepi, poi esce nella rasa pianura, incolta, limitata a distanza da dense macchie. […] Dopo alcuni km [da Nettuno], a destra si costeggia una macchia di querce con fitto sottobosco; a sinistra nella landa sorgono coniche capanne di guitti, costruite al solito con un traliccio di lunghi paletti, uniti in alto in punta, cui si sovrappone uno strato di canne, ricoperte esternamente di paglia. Si entra in pieno nell’ombrosa interessante Selva di Nettuno, dove lo sguardo non arriva più in là dei due muri di verde che fiancheggiano la via[3].
Le vaste campagne, in gran parte deserte, venivano popolate solo dalle greggi di pecore e dalle famiglie di pastori che, in Inverno, effettuavano la transumanza dai paesi dei Monti Simbruini, come Jenne e Trevi nel Lazio.
A ridosso dei centri abitati si aggirava un’umanità diseredata, costretta a un’economia di sopravvivenza, abbandonata a se stessa e priva di qualsiasi ammortizzatore sociale. Praticamente totalitario l’analfabetismo, diffusa la denutrizione, non raro il rachitismo, disconosciute le stesse norme di igiene primaria. Solo all’interno dei paesi la situazione cambiava.
L’Italia, dopo la Grande Guerra, era un Paese povero dove regnava il disordine, annoverato tra gli Stati con la più alta percentuale di mortalità infantile dell’Europa occidentale. Situazioni pre-insurrezionali, scioperi e scontri di piazza erano all’ordine del giorno, come quotidiano era il discredito del sistema liberaldemocratico tra le masse, un sistema incapace di reagire e governare uno Stato uscito vincitore dalla Prima Guerra Mondiale. Dopo decenni di gestione del potere, la classe politica italiana non era riuscita a risolvere neanche uno dei numerosi problemi sorti all’indomani del Risorgimento nazionale.
Questo era lo Stato che ereditò il Fascismo nell’Ottobre del 1922: molte lande della Nazione, abbandonate da decenni – se non secoli – da un sistema di potere incapace di gestire lo Stato e il suo territorio, erano ricoperte di paludi e la malaria regnava incontrastata. Il Governo Mussolini ereditò quindi una situazione giunta al collasso e non dovette solo pacificare il Paese dopo quattro anni di guerra civile (a bassa intensità), non solo risanare i conti dello Stato, ma anche incarnare quella rivoluzione sociale cui ci si era votati quando, nell’Estate 1914, s’era fatta la scelta interventista nella Grande Guerra.
I contadini che tronavano dalle trincee si aspettavano dalla loro Patria il riconoscimento tangibile del loro immane sacrificio di sangue e la promessa di terra che era stata fatta loro durante il conflitto rappresentò una chimera ben presto scomparsa dai programmi dello Stato. Infatti, da decenni, i Governi italiani, ideologicamente prigionieri dei dogmi liberisti, s’erano ben guardati dall’intervenire nell’economia e questo, ovviamente, aveva cristallizzato una situazione stagnante non solo dal punto di vista economico, ma anche di quello sociale. Senza una riforma agraria, che avrebbe assunto aspetti rivoluzionari, come si sarebbe mantenuta la promessa fatta ai combattenti durante la Grande Guerra?
I Fanti che tornavano dalle trincee trovarono nelle campagne le Guardie Rosse e gli agitatori bolscevichi del Partito Socialista Italiano (PSI) che promettevano una prossima rivoluzione “liberatrice” e la fine di ogni sopruso ed ingiustizia. I grandi proprietari di terra, dal canto loro, chiusi nel loro egoismo, fecero muro, opponendosi ad ogni riforma che migliorasse le condizioni di lavoro dei braccianti. La conflittualità raggiunse livelli inimmaginabili, violenze, scioperi, conflitti quotidiani. Era iniziato il Biennio Rosso (1919-1920), una fase storica senza precedenti nella storia della Nazione italiana che avrebbe dovuto condurre all’instaurazione della agognata “dittatura del proletariato”. Sommosse, occupazioni di terre, si fecero sempre più frequenti e si cominciarono a contare i feriti e i morti, con la Stato liberale e democratico incapace di reagire, se non attuando una repressione generalizzata affidata al povero Ufficiale dei Carabinieri Reali di turno: numerose furono le stragi proletarie di cui si resero protagoniste le Forze dell’Ordine, che non fecero altro che alzare il livello dello scontro[4].
Tuttavia, la soluzione della “collettivizzazione delle terre” portata avanti dal PSI non soddisfaceva assolutamente le aspirazioni dei contadini. Questi erano portati a realizzare i loro sogni di diventare proprietari della terra, non di essere inseriti in una cooperativa socialista per gestione in comune degli appezzamenti. E, infatti, quando nelle prime settimane del 1921 fecero la loro prima comparsa nelle campagne italiane in balia delle Guardie Rosse gli squadristi di Mussolini, accadde qualcosa di impensabile. Gli squadristi non rappresentavano solo in braccio armato dei Fasci, la reazione nazionale e popolare al Biennio Rosso, ma portavano anche un chiaro progetto politico di redenzione delle masse lavoratrici. I sindacalisti fascisti alla collettivizzazione delle terre del PSI opposero un programma ben più allettante: la terra ai contadini. E fu un terremoto. Decine e decine di migliaia di lavoratori della terra che fino a qualche giorno primo avevano militato nelle Leghe rosse si iscrissero ai sindacati fascisti. Per i socialisti fu un trauma ben peggiore dell’azione squadrista che aveva messo a ferro e fuoco le loro organizzazioni di base[5].
Mantenere una promessa, realizzare una rivoluzione
Quando il Fascismo giunse al potere, una volta consolidato il suo potere ed instaurato il Regime (1923-1926), una volta ottenuto un consenso pressoché totalitario (Plebiscito del 1929), dovette per forza di cosa concretizzare la rivoluzione sociale di cui si faceva portatore, dando il via alla costruzione dell’alternativa corporativa, un nuovo sistema economico che superasse sia il capitalismo che il marxismo. In questo quadro sperimentale – si tenga ben presente che il Fascismo rappresentò la novità politica di quegli anni, che non aveva nessuna precedente applicazione a cui riferirsi e che potesse far scuola – la terra ai contadini divenne un punto d’onore per il Governo: mantenere quella promessa che lo Stato (prefascista) aveva fatto ai combattenti.
Ma quali terre? Vi erano due vie da intraprendere: la lotta al latifondo e la redenzione delle paludi che flagellavano vaste lande della Nazione. La prima non avrebbe certamente risolto il problema di fondo e creare una conflittualità con la borghesia che, in quella fase storica, si era compattamente schierata a favore del Regime, non era opportuno. Per questo, la lotta al latifondo venne rimandata a quando lo Stato italiano sarebbe stato pronto ad iniziare un processo del genere: non a caso, tra le iniziative intraprese nella seconda metà degli anni ’30, nella cosiddetta Terza Ondata della Rivoluzione, vi fu per l’appunto lo smantellamento del sistema latifondista (i progetti elaborati nei primi anni ’40, che non ebbero attuazione integrale per via del Secondo conflitto mondiale in corso, saranno poi ripresi ed attuati nel dopoguerra dimostrando tutta la loro serietà e validità). Stando così le cose, fu naturale per il Regime impegnarsi in un’opera ben più ardua: la bonifica integrale delle terre paludose. Si trattava di un atto politico senza precedenti, che rompeva tutti i dogmi liberisti, e vedeva lo Stato ergersi a protagonista della vita economica della Nazione. Ovviamente, il Fascismo – che subordinava l’economia alla politica – volle con questo atto compiere la sua rivoluzione che puntava alla creazione di un nuovo ordine sociale, dove Tradizione e modernità convivevano, portando il lavoro da soggetto dell’economia a protagonista. Il lavoro non fu più considerato un fattore della produzione, ma elevato a fine di ogni azione (cfr. Carta del Lavoro, 21 Aprile 1927-V).
Lo Stato fascista doveva dimostrare di riuscire dove tutti, prima di lui, avevano fallito: i vari interventi dei Governi liberali, come la costruzione di un ponte, di una strada, il prosciugamento di uno stagno, o le leggi “regionali” e specifiche per una zona non adatte per altre, si erano tutti dimostrati non risolutivi di un problema atavico. E da questa constatazione che nacque l’idea della “bonifica integrale”, ossia non solo l’intervento estemporaneo contro l’impaludamento, ma un grande progetto che prevedesse la costruzione di infrastrutture e villaggi, in modo da creare, nella zona redenta, un mercato e un “presidio” umano fisso che sapesse mantenere le conquiste fatte. Un progetto, inoltre, che fosse replicabile ovunque.
Se questa era l’idea, mancava assolutamente uno Stato forte da poterla realizzare.
Arrigo Serpieri (Ufficiale Volontario della Prima Guerra Mondiale del Genio Militare, iscritto al PNF dal 1923, Deputato fascista dal 1924 e, soprattutto, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Agricoltura e Foreste con delega per la Bonifica integrale nel cruciale periodo 1929-1935) fu colui che concretizzò queste intuizioni e tramutò il sogno in realtà, soprattutto grazie all’appoggio totalitario che ebbe dal Regime.

Tra i primi atti del Governo Mussolini vi fu proprio quello della redenzione delle terre malsane e la loro messa a coltura. Iniziava quella che passò alla storia con il nome di “bonifica integrale”, un vasto intervento dello Stato italiano – unico nella storia del Paese – che fece di lande deserte e malariche, terreni agricoli di prim’ordine, collegati da moderne infrastrutture ai mercati, popolati da efficienti borghi rurali, assetati di manodopera, dove nacquero straordinarie città gioiello dell’architettura razionalista – uniche al mondo – e, soprattutto, dove fu creata una nuova moderna Civiltà del Lavoro.
Fu così che dopo le prime Leggi approvate già nel biennio 1923-1924, su finire di quel decennio in Italia furono costituiti numerosi Consorzi di Bonifica per concretizzare quella che a molti sembrava un’impresa impossibile. Tuttavia, la crisi internazionale del 1929 scese come una mannaia a colpire i progetti del Regime. Proprio nel momento in cui Mussolini era pronto a lanciarsi nella modernizzazione del Paese, il disastro economico-finanziario internazionale sconvolse gli assetti mondiali. Tutta la politica del Regime dovette “rimodularsi” per affrontare il dramma in atto. E la reazione dello Stato fascista fu per molti aspetti straordinaria e di successo.
Proprio mentre le economie capitaliste crollavano, milioni e milioni disoccupati popolavano le opulente città dell’Occidente, condite da situazioni drammatiche, tra file alle mense pubbliche e suicidi per la disperazione, il Regime investì tutto nel progetto della “bonifica integrale” e iniziò quella che può considerare una delle più grandi opere pubbliche mai compiute nella storia italiana.
Un processo che ebbe il suo apice il 13 Febbraio 1933-XI, quando Arrigo Serpieri varò il Testo Unico della Bonifica Integrale, con cui si disciplinò normativamente l’opera di redenzione delle terre in atto.
La bonifica dell’Agro Pontino
Il trionfo di questo impegno si ebbe nella redenzione dell’Agro Pontino, a Sud di Roma, che venne trasformato in un gigantesco cantiere che assorbì parte della disoccupazione del ’29, ed impiegò circa 20.000 lavoratori. La spesa complessiva ammontò a due miliardi di Lire dell’epoca, due terzi a carico dello Stato, un terzo distribuito fra i proprietari. Qualcosa di incredibile se si pensa la situazione di crisi internazionale in atto.
La manodopera per gli importanti lavori di bonifica fu costituita, prima di tutto, dai combattenti della Grande Guerra che, da anni, chiedevano terre da coltivare e più dignitose condizioni di vita:
Protagonista della bonifica dell’Agro Pontino fu l’Opera Nazionale Combattenti (ONC), che provvide all’appoderamento di oltre 48.000 ettari di terra, cui si aggiunsero oltre 11.000 ettari appoderati dalle Università Agrarie. L’ONC – che organizzò il quell’area il trasferimento di migliaia di coloni provenienti dal resto d’Italia, ma in prevalenza dal Veneto – costituì una sorta di braccio armato del Regime per compiere quella che venne definita una vera e propria guerra: guerra contro la natura nemica, ma che doveva addestrare i contadini alla lotta anche in tempo di pace[6].
Una lotta contro la misera e la natura avversa che il Regime intraprese e vinse: “Le opere di bonifica risolsero il problema della malaria e i terreni, prima insalubri e disabitati, divennero finalmente luoghi produttivi e coltivabili”[7]. Tutto questo anche grazie all’utilizzo di uomini straordinari, come Valentino Orsolini Cencelli: fascista diciannovista, squadrista, Marcia su Roma, Deputato del PNF dal 1924, Commissario del Governo per l’ONC dal 1929, ovviamente dotato di poteri eccezionali per la realizzazione della “bonifica integrale”. La sua opera interessò la messa a cultura di 450.000 ettari di terre malsane, dal Veneto alle Puglie; costituì 41 aziende agrarie e 35 comprensori di bonifiche. Dove la sua opera raggiunse risultati incredibili fu nel paludoso Agro Pontino.
I lavori in questa landa iniziarono nel Dicembre 1931 e già il 30 Giugno dell’anno seguente si pose la prima pietra per la costruzione della città di Littoria. Un progetto mai realizzato da nessuna Nazione al mondo.

Il 27 Ottobre 1932, in occasione del Decennale della Marcia su Roma, giunsero i primi coloni a popolare le moderne case rurali, fornite di tutto il necessario per la vita della famiglia e delle sue attività agricole. A tutti fu fornita assistenza politica, economica, spirituale e tecnica. Furono istituiti corsi che videro impegnati uomini e donne nella loro elevazione culturale e lavorativa, dall’uso dei moderni attrezzi alla fabbricazione del pane.
Ai coloni che, come abbiamo accennato, venivano dal Veneto, ma anche dalle depresse zone del Friuli e dell’Emilia, venne data una casa, appositamente costruita, con terreno e stalla, animali da lavoro e attrezzi agricoli. Avevano diritto a trattenere una parte del raccolto e anche a ricevere una paga, contraendo un “debito colonico” (pari a quanto ricevuto) che veniva progressivamente estinto con la cessione di parte del raccolto allo Stato. All’estinzione del debito, il colono diventava proprietario della casa e del terreno.
Nel complesso furono realizzate 2.392 case coloniche, sparse su tutto il territorio, che gravitavano intorno a numerosi borghi rurali appositamente costruiti, che anche nel nome rievocavano le gesta eroiche della Grande Guerra: Borgo Hermada, Borgo Pasubio, Borgo Monte Nero, Borgo Piave, Borgo Isonzo, Borgo Pasubio, ecc.
Furono inoltre fondate cinque città modello di architettura razionalista uniche al mondo: Littoria (inaugurata il 18 Dicembre 1932-XI, che divenne Capoluogo dell’omonima provincia redenta); Sabaudia (in omaggio alla Casa Reale, inaugurata il 15 Aprile 1934-XII) e Pontinia (28 Ottobre 1935-XIII); cui si aggiunsero Aprilia (25 Aprile 1936-XIV) e Pomezia (28 Aprile 1938-XVI) nel confinante Agro Romano.
La bonifica integrale si attuò attraverso il coordinamento e il compimento di tre “azioni” fondamentali: la bonifica idraulica, la bonifica sanitaria e la bonifica agraria.
La bonifica idraulica
Si concretizzò con la totalitaria scomparsa della palude attraverso la creazione di un vasto sistema di canali – tra cui si ricorda il famoso Canale Mussolini – e il prosciugamento delle piscine e dei laghi che costellavano l’Agro Pontino.
Per preservare la natura dei luoghi fu costituito anche il Parco Nazionale del Circeo (25 Gennaio 1934-XII), ancora oggi unico parco italiano ad estendersi in un ambiente marino e terrestre.
La bonifica sanitaria
Parallelamente alla bonifica idraulica si lanciò la bonifica sanitaria per la lotta contro la malaria che vide in prima fila i Militi della Croce Rossa Italiana, impegnati in una massiccia campagna di chinizzazione.
Dal 1926, la lotta alla malaria divenne oggetto di studio nelle scuole dell’Agro Romano. Tutto ciò comportò, nel giro di pochi anni, al dimezzamento dei colpiti dal morbo dai 2-3.000 casi regolarmente registrati nell’Agro Romano, ai 1.000-1.500 degli anni ’30. Si dovrà, comunque, attendere il 1949 – con l’impiego del (tossico) DDT – perché il fenomeno venisse definitivamente debellato dal territorio pontino.
I presidi sanitari contribuirono notevolmente all’educazione all’igiene della popolazione delle campagne.
Nel 1920, il personale sanitario che operava nelle zone di Nettuno venne trasferito nelle strutture del locale poligono militare ove fu inaugurata un’importante Scuola di Malariologia, che si affiancava a quelle già costituite di Caltanissetta, Venezia e Cagliari.
Alla scuola di Nettuno va attribuito il fondamentale studio botanico sulle piante che favorivano lo sviluppo della larva delle zanzare anofele e delle piante “antagoniste”, uno studio pionieristico svolto nella vallata del Fiume Loricina.
Nel 1925, al I Congresso Antimalarico di Roma, il centro studi nettunese fu elogiato da tutti gli intervenuti.
Nel 1926, fu possibile costruire un nuovo edificio per la Scuola Pratica di Marialogia, con aula didattica e museo, che divenne punto di riferimento per tutti gli studi del settore. Come ha evidenziato Vincenzo Monti:
La scuola rurale di Nettuno insieme all’ottima organizzazione nell’Agro Romano da parte della Croce Rossa Italiana dimostrò che era molto difficile insistere su individui adulti per tentare di modificare abitudini inveterate mentre sembrava più logico agire sulle giovani menti e prepararle con adeguati programmi educativi per creare uno spirito nuovo. Si venivano così a gettare le basi per un’altra generazione che sapesse difendersi dalla malaria che aveva decimato i suoi avi[8].
La bonifica agraria
Dopo la bonifica sanitaria, fu la volta della bonifica agraria: tutti i terreni redenti furono messi a coltura, aumentando in modo esponenziale sia la produzione agricola, sia l’occupazione.
L’espansione agricola di questi anni e di quelli successivi, naturalmente, provocò una riduzione della superficie boscosa del territorio che rimase, comunque, importante e caratterizzante questo territorio, dove ampie macchie dell’antica Selva di Nettuno ancora disegnavano paesaggi incantati e misteriosi.
Nasceva una nuova “civiltà contadina”, permeata dei valori del Fascismo. Al Settembre 1929, ad esempio, risale la I Festa dell’Uva di Nettuno, un’importante rassegna di viticultura diffusa dal Regime fascista in tutta Italia per valorizzare la civiltà contadina e le caratteristiche, quanto pregiate, produzioni agricole italiane. Diverrà un appuntamento importante per molte città della penisola – ancor oggi si festeggia con sfarzo ed è il momento più caratterizzante della vita di molte comunità locali – e rappresentò il tentativo del Regime di diffondere le idealità del mondo contadino.
Non si trattava solo di difendere la produzione nazionale e la manodopera agricola, vi era un profondo progetto di civiltà dietro. Il mondo contadino visto non solo come fonte di ricchezza economica autarchica – tra l’altro in grado, in Italia, di assorbire le periodiche ondate della disoccupazione industriale – ma anche come custode della Tradizione.
Come evidenziava Richard Walther Darré:
Il suolo forma una parte del diritto familiare, cui occorre accordare la protezione dello Stato. Questa è una concezione che interessa sia il piccolo contadino sia il medio coltivatore o il grande proprietario terriero, secondo le particolarità della regione ed i bisogni dell’economia del popolo. Essa ha cura che le famiglie possano ambientarsi e radicarsi nel territorio. E’ la concezione che permette, ad esempio, di lasciare in vita il vecchio viale alberato perché la sua veduta pittoresca piaceva già al padre o al nonno, pur se dal punto di vista economico il permanere di tale viale non è giustificato[9].
Questo movimento culturale, che traeva le sue fondamenta dalle battaglie del periodico fascista “Il Selvaggio” di Mino Maccari, si proponeva di portare il fascismo su posizioni ruraliste, anticosmopolite e antiamericane, e vedeva tra i suoi maggiori esponenti numerosi squadristi della prima ora, desiderosi di compiere fino alle estreme conseguenze la rivoluzione iniziata nel lontano 1919.
Fu proprio tra il ’26 e il ’29 che prese forma la cosiddetta ideologia strapaesana. Un movimento culturale molto importante che fu alla base di diverse “battaglie” del Regime: dalla Battaglia del Grano alla lotta contro l’urbanesimo; dalla difesa delle arti e mestieri tradizionali-autarchici alla lotta contro la globalizzazione a stelle strisce, in cui si rilevarono anche venature razziste.
L’interesse per la Tradizione, in particolare quella tramandata nelle campagne, era dovuto al fatto che attraverso di essa rivivevano antichi valori, un sistema di valori più sano di quello proposto dal degenerato mondo moderno. Attraverso il regionalismo e le tradizioni popolari, infine, gli Italiani, ovunque essi si trovassero, si rendevano coscienti di essere eredi di una Civiltà millenaria, che affondava le sue radici nel mito della Romanità e del conseguente “primato” e della conseguente “missione” che il popolo italiano era chiamato ad esercitare e compiere nel mondo.
Compito di tradurre in atti concreti la politica rurale del Fascismo fu affidata ad Arrigo Serpieri, come abbiamo detto dal 1929 Sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Fu lui a pianificare la bonifica integrale, già teorizzata negli anni precedenti, incentrando gli sforzi nella difesa e nel potenziamento delle aziende rurali familiari, viste come l’unità economica del futuro.
Grazie alla continua messa a coltura di nuovi terreni e all’impiego su vasta scala delle prime macchine agricole si poté registrare aumenti di produzione nel settore cerealicolo, della frutta (peri, meli, fichi, peschi, mandorli e agrumi), dei pomodori, delle leguminose (fagioli e lupini), dei foraggi per animali (erba medica e trifoglio). A tutto ciò si deve sommare anche l’introduzione di nuove colture come la patata, la barbabietola da foraggio, l’orzo e l’avena, sconosciuti prima del 1929 e che, negli anni ’30, ebbero notevole sviluppo. In vent’anni, l’intera produzione vinicola del territorio risultò raddoppiata[10]. L’incredibile sviluppo agricolo di questi anni non ebbe precedenti, né successivi sviluppi. Comunque sia, nonostante le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, ancora negli anni ’50, si raccoglievano i frutti della bonifica integrale. Come abbiamo detto, però, cessò la progettualità rivoluzionaria dello Stato. Con tutto quello che ne conseguì. Con l’avvento di massicci processi di speculazione edilizia e cementificazione selvaggia, con l’incapacità del sistema liberaldemocratico di tutelare il prodotto nazionale, con il disinteresse per la valorizzazione dei prodotti della terra, con il fallimento delle politiche agricole intraprese da alcuni Governi, l’intero sistema agricolo italiano entrò definitivamente in crisi.

Una rivoluzione compiuta
La popolazione della nuova provincia di Littoria superò le 230.000 unità e si poté avviare a conclusione già nel 1935, quando l’Italia, dopo aver sistemato le “questioni interne”, si impegnò a concretizzare la Rivoluzione fascista con l’imperialismo: fu la conquista dell’Etiopia (1935-1936) e l’impegno nella Guerra Civile di Spagna (1936-1939), che praticamente assorbirono quasi tutto il bilancio dello Stato.
Iniziò comunque una seconda fase, non più protagonista Arrigo Serpieri, del resto malvisto dai latifondisti che temevano la sua politica radicale, ma con un altro uomo eccezionale, Araldo di Crollalanza: Ufficiale Volontario nella Grande Guerra, sansepolcrista, Comandante squadrista, Marcia su Roma, Console della Milizia, Deputato del PNF dal 1924, Sottosegretario di Stato e poi Ministro dei Lavori Pubblici e, dal 1935 al 1943, Presidente dell’ONC.

(1892-1986)
La bonifica integrale interessò in questa seconda fase la Puglia, la Sicilia, la Sardegna, la Campania. Nel 1942, Serpieri dichiarava che l’opera di bonifica aveva interessato più di sei milioni di ettari di terreni insalubri (137.000 solo nell’Agro Pontino). L’opera gigantesca intrapresa non poté comunque dirsi conclusa, soprattutto per lo scoppio improvviso della Seconda Guerra Mondiale. Ma anche in questi anni, l’Agro Pontino redento seppe raccontare una storia. Nella Primavera del 1944, a difendere il settore di Littoria dall’invasore angloamericano, furono inviati i primi reparti combattenti della RSI. Il Battaglione “Barbarigo” della Decima MAS e il Battaglione “Vendetta” delle SS italiane seppero scrivere pagine importanti di storia militare italiane, chiudendo con il loro sacrificio alle porte di Littoria una storia iniziata vent’anni prima[11].
Pietro Cappellari
Note
[1] P. Cappellari, Il fascismo ad Anzio e Nettuno 1919-1939. Una storia italiana, Herald Editore, Roma 2014.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Cfr. P. Cappellari (a cura di), Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista, Passaggio al Bosco, Firenze 2020-2021, voll. I e II.
[5] Cfr. P. Cappellari, Il “faro luminoso” di San Bartolomeo in Bosco, in P. Cappellari (a cura di), Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista, Passaggio al Bosco, Firenze 2022, vol. III.
[6] P. Bevilacqua, Bonifica, in V. De Grazia e S. Luzzatto, Dizionario del fascismo, Einaudi, Torino 2005, vol. I, pagg. 182-183.
[7] S. Ceschin, G. Caneva e M. Cutini, L’uomo e le risorse naturali, in G. Caneva e C.M. Travaglini (a cura di), Atlante storico-ambientale. Anzio-Nettuno, De Luca Editori d’Arte, 2005, pag. 109.
[8] V. Monti, Un secolo di storia ospitaliera a Nettuno, Le Edizioni del Gonfalone, Nettuno (RM) 2003, pag. 110.
[9] W. Darré, La nuova Nobiltà di Sangue e di Suolo, Ritter, Milano 2010, pag. 5.
[10] Si veda S. Ceschin, G. Caneva e M. Cutini, L’uomo e le risorse naturali, in G. Caneva e C.M. Travaglini (a cura di), Atlante, cit., pag. 112.
[11] Cfr. P. Cappellari, Lo sbarco di Nettunia e la battaglia in difesa di Roma. 22 Gennaio – 4 Giugno 1944, Herald Editore, Roma 2010.






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