Gli anni 1919-1920, quando l’Italia fu sconvolta da una serie di agitazioni e di violenze senza precedenti, scatenate dai massimalisti in attesa dell’imminente rivoluzione comunista, sono praticamente assenti dai libri di storia. Come se non vi fossero mai stati. E, quando non si possono proprio ignorare, si tenta sempre di depotenziare le violenze socialiste, incentrando l’analisi sull’unica violenza che si impose in quel dopoguerra, quella fascista. In realtà, la violenza fascista fu essenzialmente una reazione politica ai due anni (precedenti) di violenza sovversiva che travolse l’Italia. Ma ciò non può essere assolutamente detto. Si rischierebbe di dare una giustificazione – del resto, già data dai contemporanei – allo squadrismo.
Del Biennio Rosso ci siamo già interessati in due importanti lavori cui rimandiamo il lettore: Fiume trincea d’Italia e Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma[1]. In questi studi abbiamo evidenziato come, all’indomani della Grande Guerra, l’Italia sprofondò in un vortice di violenze antesignane della rivoluzione bolcèvica. Violenze, poi, cancellate dal grande libro della storia da coloro che intesero evidenziare l’avvento della “barbarie” fascista, che avrebbe annichilito la “bellezza” dello Stato democratico e liberale. La realtà dei fatti, ovviamente, non sa che farsene della disinformatja e delle menzogne antifasciste. Del resto, quando non ha potuto negare, la sinistra ha sempre depotenziato il Biennio Rosso, fino ad arrivare a giustificare quelle barbare violenze che, essendo compiute nel nome del socialismo, non possono assolutamente essere etichettate come tali.
Gli anni 1919-1920, invece, furono caratterizzati da un degenerare dell’ordine pubblico provocato da movimenti di masse a carattere prerivoluzionario, senza precedenti nella storia d’Italia. E il fascismo non c’entra assolutamente nulla. Anche perché i fascisti, in quei mesi, erano pochissimi e furono sempre costretti ai margini del mondo politico. Gli attori che si fronteggiarono in quel biennio furono solo due: i “sovversivi” da un lato (PSI, CGdL, anarchici) e Stato liberale e democratico dall’altro. Entrambi, spietati ed armati gli uni contro gli altri. Sono gli anni dei linciaggi, degli omicidi politici, come delle stragi proletarie che videro per protagonisti i Carabinieri Reali dello Stato liberale e democratico, sempre fedele alla “usanza” di far sparare con i cannoni e con le mitragliatrici contro le masse insorte. Il monopolio della violenza venne esercitato, all’indomani della Grande Guerra, essenzialmente dallo Stato liberale e democratico e dai sovversivi. I fascisti, tranne in rari casi, non pervenuti. Tutto ciò, ovviamente, è oggi negato perché appare inconcepibile ad una casta che tiene in ostaggio la storia della nostra Nazione ammettere che la violenza in politica non l’hanno certamente portata i mussoliniani, ma vi era sempre stata e loro ne furono orgogliosi alfieri.
Tra coloro che più hanno studiato il Biennio Rosso sotto una prospettiva storica libera da ogni visione ideologica va annoverato Cristian Leone che, con il suo I movimenti nazional-patriottici alle origini del fascismo, ha dato un contributo fondamentale per comprendere appieno la reazione che scaturì in Italia a seguito dell’esplosione della violenza sovversiva[2]. Una reazione che, sulle prime, non fu incarnata dai fascisti – come abbiamo detto, marginali nel biennio 1919-1920 – ma dalla borghesia, nella sua duplice rappresentazione: quella di classe e quella di “comunità di valori”, la cosiddetta “borghesia patriottica”. Infatti, nelle campagne in balia delle Guardie Rosse, la borghesia non si trovò costretta solo a difendere il proprio egoismo, i propri privilegi, un sistema “feudale” di sfruttamento dei lavoratori. Non tutti i proprietari terrieri erano così. Perché allora la lotta per la redenzione del proletariato avrebbe avuto la sua giustificazione. No, nelle campagne era in atto uno scontro politico, con i massimalisti intenzionati a fare tabula rasa del nemico, “a fare come in Russia”. E questo già spostava la lotta su tutt’altro piano, non solo economico e politico, ma anche di sopravvivenza fisica, perché i massimalisti intendevano abbattere il sistema “borghese” – ossia lo Stato democratico e liberale – con la violenza epuratrice. La borghesia si trovò a difendere, quindi, non solo le proprie idee politiche – legittime, in ogni democrazia –, ma anche le proprietà oggetto di occupazioni, devastazioni, incendi. E con le proprietà – e il diritto di proprietà! – si difendevano anche i propri familiari, oggetto di odio dai sovversivi mobilitati in servizio permanente per l’imminente rivoluzione. Infine, nelle campagne, di là delle questioni economiche, di quelle politiche, di quelle personali, si difendeva anche un sistema di valori, che il sovversivismo vilipendeva quotidianamente: la Patria, la religione, la famiglia. E qui il conflitto assumeva caratteri di scontro di civiltà.
Compreso tutto ciò, allora si spiega il perché del sorgere, dopo due anni di martellanti convulsioni prerivoluzionarie, della reazione antimassimalista.
Come abbiamo detto, per borghesia non dobbiamo intendere solo la classe, quella dei “padroni”, ma una larga fetta della popolazione italiana, comprendente anche i ceti medi, che aveva radicati valori prepolitici da difendere davanti al nichilismo blasfemo sovversivo che insultava la religione come la Patria, arrivando a profanare chiese, uccidere ministri di culto e bruciare il Tricolore. Una borghesia che, fino ad allora, era stata l’asse portante del sistema liberaldemocratico scaturito dal processo risorgimentale[3].
In Italia, il patriottismo cominciò a farsi “politico” all’indomani del Congresso di Berlino del 1878, quando si constatò l’impossibilità per il giovane Regno di raggiungere una completa Unità nazionale: sulla scia di questa riflessione, nacquero le prime associazioni irredentiste (termine coniato da Matteo Renato Imbriani proprio nel 1877). Questo nuovo tipo di associazionismo patriottico darà vita a sodalizi che faranno storia: la Società Dante Alighieri (1889), il Club Alpino Italiano (1864), il Touring Club Italiano (1894), la Lega Navale (1899), l’Associazione Trento-Trieste (1902), ecc.
Nei primi anni del Novecento, l’incontro di tutte queste associazioni con il sorgente movimento nazionalista costituirà il debutto nell’agone politico della borghesia patriottica, concretizzatosi dal progressivo abbandono della originaria impostazione democratico-risorgimentale, per posizionarsi su un fronte chiaramente nazionalista.
Il nazionalismo italiano cominciò a svilupparsi come reazione all’espansione del socialismo, soprattutto dopo il primo sciopero generale del Settembre 1904. Espressione della destra conservatrice e monarchica, nei confronti della borghesia il nazionalismo assunse chiaramente un atteggiamento di denuncia, considerandola sì una classe in ascesa, ma incapace ancora di guidare la Nazione per propria deficienza.
Al piano politico si affiancò anche una razione sul piano economico, ossia la reazione di tutti coloro che vedevano minacciati i loro interessi e, soprattutto, i propri privilegi. La classe padronale, infatti, tentò di reagire agli scioperi scendendo sullo stesso terreno di lotta di classe invocato dai marxisti. Fu in questo contesto che comparvero le prime “squadre rompisciopero” che si opposero fisicamente agli scioperanti in agitazione, rinverdendo i “fasti” dei “mazzieri” liberali usati durante le elezioni contro i concorrenti politici.
La violenza, sempre presente nel contesto politico, prese così ad espandersi. Del resto, la lotta di classe era essenzialmente l’aspirazione alla guerra civile, cui facevano fronte, con la stessa determinazione, i “padroni”.
Furono anni anche di crisi internazionale. I Balcani cominciarono a costituire un “problema” e, in questo contesto, si andarono a formare in Italia i primi Battaglioni studenteschi, a carattere paramilitare, come la “Sursum Corda”, nati per cementare le giovani generazioni al culto della Patria. Associazioni private che portarono alla militarizzazione patriottica migliaia di giovani.
Il 3 Dicembre 1910, il nazionalismo italiano cambiò rotta e si costituì come partito (ANI), non considerandosi più l’avanguardia del liberalismo, ma – secondo le teorizzazioni di Enrico Corradini ed Alfredo Rocco – un partito interclassista, aprendosi alla società di massa, respingendo ogni visione classista e, soprattutto, il ruolo di Guardia Bianca del sistema.
Questa nuova prospettiva non fece che far crescere lo scontro con i socialisti, che già da tempo muovevano alla conquista di quella società. Le piazze furono così contese dai due contendenti, facendo aumentare lo scontro politico e, ovviamente, la violenza politica. Gli imponenti scioperi del 1908 e la Settimana Rossa del Giugno 1914 costituirono occasioni di battaglia contro il nemico. Ed in questo contesto di crisi di ordine pubblico che l’Avvocato nazionalista Roccarino affermò: «L’Art. 49 del Codice Penale permette ai cittadini di difendere se stessi e gli altri in caso di necessità. Di questa concessione dobbiamo far uso, e poiché la teppa adopera i bastoni e i sassi, i cittadini devono reagire attivamente e praticamente attaccando a bastonate i teppisti»[4].
Fu in questo scenario che, nel 1914-1915, si giunse alla mobilitazione interventista e agli scontri quotidiani di piazza per e contro la guerra.
La vittoria degli interventisti negli scontri di piazza fu dovuta anche dalla politica governativa che intendeva sfruttare questa forza per trainare la Nazione nel conflitto abbattendo il fronte neutralista. Tuttavia, al fianco degli interventisti liberali e nazionalisti, sorse anche un altro attore, non propriamente in linea col progetto governativo: gli interventisti rivoluzionari che, sfruttando la mobilitazione popolare per la guerra, indicarono chiaramente le mete della stessa: la rivoluzione.
Il Primo conflitto mondiale rappresentò la fine di ogni scontro politico, spostando su un altro piano, quello patriottico, e moltiplicando per mille l’uso della violenza come necessità suprema. Il Governo intervenne direttamente mettendo nelle condizioni di non nuocere i sovversivi italiani, inviati al confino o soggetti a severi controlli di polizia: tra questi si ricorda il socialista Giacomo Matteotti, considerato “violento agitatore” dallo Stato democratico e liberale, spedito in Sicilia per tre anni[5].
Tutto ciò non impedì lo scoppio della clamorosa rivolta torinese dell’Agosto 1917.
Ormai il conflitto si trascinava da lungo tempo, con i suoi orrori e tragedie, i milioni di morti, senza che si registrassero novità. Nel capoluogo piemontese il pane cominciò a scarseggiare e la stanchezza a serpeggiare tra le masse. Il 13 Agosto, una delegazione menscevica russa raggiunse la città per sostenere lo sforzo bellico della Russia, venendo accolta da una folla di 40.000 persone, tra le quali numerosi sovversivi che non si fecero scappare l’occasione per una mobilitazione insurrezionalista nel nome di Lenin e della rivoluzione. Il 22 Agosto, a Torino, mancò nuovamente il pane e i sovversivi insorsero provocando incidenti di vasta portata in nome della “pace”: fabbriche in sciopero, barricate, saccheggi, assalti a Commissariati di PS, due chiese bruciate. A questo punto, il Governo liberale e democratico reagì come suo uso e costume: mobilitò l’Esercito contro le masse in tumulto. Il bilancio fu di 50 morti (tra cui tre soldati) e 800 arresti. Ma non solo, complice la ritirata di Caporetto, il Governo spinse a fondo nella lotta contro il “nemico interno” (socialisti e neutralisti, in genere), rafforzando la censura, limitando drasticamente i diritti politici e individuali, imponendo il predominio dell’Esecutivo sul Parlamento.
La fine della Grande Guerra e il ritorno dei reduci provocò una nuova scossa al sistema politico italiano. Le masse, ormai, si inquadravano e assumevano coscienza politica propria. Si imponevano i grandi partiti, il PSI e il PPI, e sorgevano nuove esigenze di rappresentanza. Tipico il caso del ceto medio, che aveva voluto e fatto la guerra, che tornava con la coscienza di aver svolto un ruolo fondamentale per la mobilitazione patriottica, la tenuta del fronte e, soprattutto, per la Vittoria, ma non trovava rappresentanza politica e, anzi, era costretto all’angolo dalla paurosa avanzata del sovversivismo.
Se i liberali, i nazionalisti, i democratici stentavano ad organizzarsi in partiti di massa, sulla scena politica il PSI la faceva da padrona, riuscendo ad intercettare tutte le esigenze di rinnovamento rivoluzionario dei lavoratori, affermando senza mezzi termini l’avvento della rivoluzione bolcèvica – definita “il più fausto evento della storia del proletariato” – e l’abbattimento dello Stato liberale e democratico: “Il Congresso [del Partito Socialista Italiano] è convinto che il proletariato dovrà ricorrere all’uso della violenza per la difesa contro le violenze borghesi, per la conquista dei poteri e per il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie”. “La conquista violenta del potere politico da parte dei lavoratori dovrà segnare il trapasso del potere stesso dalla classe borghese a quella proletaria, instaurando così il regime transitorio della dittatura di tutto il proletariato”[6].
Ha scritto Cristian Leone: “I massimalisti, dunque, rivendicano l’assoluta legittimità dell’abbattimento e della soppressione delle ‘libertà borghesi’ e della proprietà privata, nonché l’inizio della dittatura proletaria con relativa collettivizzazione”[7].
La cecità ideologica tipica dei marxisti fu colossale. Credendo fideisticamente nel determinismo storico, ossia dell’inevitabile avvento della rivoluzione, naturale come il sorgere del sole, nessuno pensò di organizzarla veramente, facendo precipitare l’intera Nazione in un biennio di disordini e violenze generalizzate senza un vero scopo, un fine, una strategia. Così anche la clamorosa vittoria elettorale del Novembre 1919, come la conquista di migliaia e migliaia di Comuni – dove il Tricolore venne volgarmente vilipeso e sostituito con la bandiera rossa – non furono minimamente sfruttate dal PSI, che considerava le Amministrazioni semplici istituzioni borghesi da abbattere e sostituire con una Repubblica Socialista dei Soviet. Nonostante l’egemonia politica conquista dal PSI, incredibilmente, nessuna legge a favore dei lavoratori venne mai approvata, così nessun progetto di riforma avanzato[8]. Lo Stato democratico e liberale, del resto, si doveva abbattere e basta.
Ma come farlo? Nessuno rispose mai al quesito e la Nazione fu avviluppata in un clima di violenza senza precedenti, con lo stesso Stato che abbandonava la lotta, lasciando in balia dei sovversivi intere lande: “Il Prefetto segnala anche nella provincia di Pavia l’esistenza di bande armate di socialisti che assaltano i cascinali, appiccando incendi e facendo morire gli animali di inedia. Mentre nella città squadre di scioperanti impongono la requisizione delle derrate e la chiusura dei negozi. Il Prefetto, nell’esplicare la situazione, ammette la propria impotenza sostenendo che i ‘liberi lavoratori’ non sono più protetti e, senza giri di parole, telegrafa: ‘Siamo alla guerra civile’”[9].
Alle violenze convulse, ai disordini, alle occupazioni di terre, si aggiunsero anche nuove forme di violenza come il boicottaggio dei non allineati, che costringeva l’intera famiglia del colpito a cambiare paese; le taglie ai proprietari, vere e proprie estorsioni a mano armata; e anche lo “sciopero inverso”, ossia l’invasione delle terre per effettuare lavori non richiesti, di cui, a fine giornata, si pretendeva addirittura il pagamento, con i prezzi decisi ovviamente dalla Lega Rossa.
Abbiamo accennato al vilipendio del Tricolore attuato sistematicamente dai socialisti, in particolare sostituendolo dai Comuni conquistati con la bandiera rossa, provocando rabbia e sconcerto tra la impotente pubblica opinione ostile PSI, che considerò tale atto una provocazione, un insulto alla Nazione e un invito alla violenza.
A Sora, nel Frusinate, addirittura, durante la prima seduta consiliare, l’Amministrazione a maggioranza socialista fece approvare un ordine del giorno con cui elevò la bandiera rossa a simbolo del Comune[10].
Alla violenza simbolica contro il Tricolore o la Casa regnante, si aggiunse anche la violenza fisica contro chi incarnava quei valori: sono di questo periodo, infatti, le “battute di caccia” agli Ufficiali, insultati, sputacchiati, malmenati. Si giunse così a strappare i simboli del valore dal petto dei decorati e persino dei Mutilati e degli Invalidi di Guerra: “Il divieto fatto dal Governo agli Ufficiali di indossare pubblicamente la divisa diventa, nella memorialistica nazionalista, l’emblema dell’odio antinazionale perpetrato ‘dall’ira bolscevica e dall’imbelle politica governativa’”[11].
Ha scritto l’Ufficiale decorato al V.M. Raffaele Paolucci: “La sola, la vera libertà che dominava sulle piazze e nelle campagne era quella di bestemmiare la Patria; mutilati insultati e percossi, Ufficiali malmenati e inseguiti, decorazioni al valore strappate, bandiere tricolori bruciate sulle piazze per sollazzo domenicale: questa era la libertà. La libertà era diventata licenza”[12].
Davanti a tutto ciò, lo Stato sembrò assente e così venne percepito dalla maggioranza della opinione pubblica. Addirittura, si vietarono le commemorazioni per celebrare il primo anniversario della Vittoria (4 Novembre 1919), proprio per timore di una reazione violenta dei socialisti. Dove le forze patriottiche, in via del tutto privata, tentano di organizzare delle manifestazioni, queste furono sistematicamente impedite dall’intervento dei sovversivi. A Piombino, per esempio, la cerimonia allestita dal locale Circolo Cattolico Ricreativo di Don Tebaldo Gelati vide l’intervento di 2.500 socialisti capitanati dal Segretario della Camera del Lavoro Mario Baldini, che tentarono l’irruzione nella sala, respinti però dalla forza pubblica. Non soddisfatti, aspettarono la fine della manifestazione per picchiare singolarmente i partecipanti. Dieci persone rimasero ferite e una di queste, che era riuscita a salvarsi dal linciaggio sparando in aria, era raggiunta presso la sua abitazione, malmenata e rapinata di 1.500 Lire[13].
Non mancarono i morti: a Rho, in provincia di Milano, il 14 Giugno 1920, alcuni socialisti tentarono di strappare delle bandiere bianche dal Santuario della Madonna, venendo affrontati da alcuni cattolici. Contro di questi spararono diversi colpi di rivoltella che causarono la morte di Santino Minatti e il ferimento di Natale Schepati. Il Sacerdote Repuccini fu preso a bastonate[14]. Episodi diffusissimi su tutto il territorio nazionale, quotidiani, dei quali abbiamo già parlato abbondantemente nei nostri studi, ricordando, tra l’altro, gli stupri di Ottobiano (13 Maggio 1920) e l’eccidio dell’Assunta (15 Agosto 1920)[15].
In questo crescendo di violenze rivoluzionarie si giunse alla storica occupazione delle fabbriche del Settembre 1920. Un fatto senza precedenti, davanti il quale lo Stato rimase a guardare, nonostante la pubblica opinione chiedesse un intervento radicale. L’occupazione, presentata come l’inizio della rivoluzione, incredibilmente si risolse in un concordato.
Il fallimento dell’esperimento rivoluzionario è oggi spesso presentato come una Caporetto del PSI, dopo la quale il sovversivismo perse mordente e, in pratica, collassò. Cosa che probabilmente non corrisponde alla realtà dei fatti e che sembra un malcelato tentativo di affermare la fine della via rivoluzionaria dei massimalisti e delle conseguenti violenze, per non dare il merito allo squadrismo fascista di aver stroncato, nel 1921, la sovversione. Se questa, ormai, era già collassata nell’Autunno 1920, che merito avrebbero le camicie nere che presero ad agitarsi solo alcuni mesi dopo?
Se è vero che per molti operai la fine dell’occupazione delle fabbriche rappresentò una cocente delusione, non crediamo affatto – proprio per la cecità ideologica che li contraddistingueva – che tale conclusione potesse incidere sulle loro convinzioni, al punto di mettere in discussione l’avvento, imminente, del “sol dell’avvenire”. Tutt’altro. E la mobilitazione – e l’affermazione comunque importante – nelle elezioni amministrative dell’Autunno 1920 lo stanno chiaramente ad affermare. Il PSI conquistò 2.022 Comuni 8.327, tra cui Milano e Bologna; 26 Consigli provinciali su 69; contro i 4.665 Comuni e 33 Consigli provinciali andati ai “blocchi nazionali”; i 1.613 Comuni e 10 Consigli provinciali andati al PPI; i 27 Comuni andati al PRI.
Nell’Autunno 1920, quindi, nonostante la vittoria dei “blocchi nazionali”, il PSI era ancora il primo partito in Parlamento e gestiva direttamente circa 2.500 Comuni (nel 1914 ne aveva solo 300). Ce ne vuole per parlare di riflusso e fine delle speranze rivoluzionarie.
Cesare Maria De Vecchi raccontò il rientro di Giovanni Agnelli in fabbrica, tutt’altro che vittorioso. Fu costretto a sfilare sotto una selva di bandiere rosse e, nella sua stanza, fu costretto a baciare il ritratto di Lenin che aveva sostituito quello del Re[16]. Siamo certi che, nonostante la delusione per il mancato appuntamento rivoluzionario, gli operai vissero questo momento con estrema soddisfazione, riaffermando il loro potere. La rivoluzione era solo rimandata. E se a ciò si aggiunge la congenita cecità ideologica dei marxisti-leninisti – o fede assoluta, che dir si voglia – si ha il quadro esatto della situazione nell’Autunno 1920.
I massimalisti non avevano minimamente arretrato o, addirittura, deposto le armi. Anzi, avanzavano compatti. Sicuri e tracotanti, come sempre.
Quello che accadde dopo la fine dell’occupazione della fabbriche non fu il reflusso dei rivoluzionari, ma una nuova presa di coscienza da parte della opinione pubblica non socialista, stanca da due anni di violenze generalizzate, convinta ormai che lo Stato liberale e democratico, impotente davanti al sovversivismo, avesse fatto il suo tempo e che ci si dovesse muovere in prima persona per far finire questa sconcezza che avveniva quotidianamente, sotto gli occhi dei Carabinieri Reali, in ogni contrada d’Italia. E questa nuova presa di coscienza, di mettersi in gioco personalmente, la si riscontrò proprio durante quelle elezioni amministrative dell’Autunno 1920 quando, per la prima volta, si andarono a formare dei “blocchi” o “unioni” elettorali che coalizzavano liberali, democratici, conservatori e nazionalisti in funzione antisocialista. Alleanze che riuscirono a sconfiggere il monolite PSI (4.665 Comuni conquistati su 8.327, tra cui Torino, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Palermo; 33 Consigli provinciali su 69). Ma il Biennio Rosso non era ancora finito. Si dovranno attendere le prime settimane del 1921 quando, improvvisamente, quanto impetuosamente, comparve sulla scena un nuovo attore politico-militare.
Quindi, in quell’Autunno 1920, più che un reflusso dei rivoluzionari, occorre evidenziare, andò maturando una precisa voglia di reazione ad uno stato di disordine conclamato, una voglia di reazione alle violenze e agli insulti subiti negli ultimi due anni. Se i massimalisti non se ne resero conto, tra i socialisti riformisti, messi all’anglo nel PSI, cominciò a svilupparsi la “sindrome di Cassandra”, ossia la consapevolezza di aver avuto ragione senza essere ascoltati e che, adesso, si poteva concretizzare quanto profeticamente da loro annunciato. Aveva detto Filippo Turati: «La violenza non è altro che il suicidio del proletariato [in quanto non ha i mezzi per “fare come in Russia”, sia chiaro]. Oggi non ci pigliano abbastanza sul serio; ma quando troveranno utile prenderci sul serio, il nostro appello alla violenza sarà accolto dai nostri nemici, cento volte meglio armati di noi, e allora addio per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica, addio Partito Socialista! La nostra azione sarà un seguito di altrettante Caporetto […]. Parlare di violenza continuamente per rinviarla sempre all’indomani è la cosa più assurda di questo mondo. Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza avversaria, mille volte più forte della nostra»[17].
Turati, ridicolizzato dai compagni massimalisti, pensava alla solita repressione violenta dello Stato liberale e democratico che, infatti, tra il 1919 e il 1920, come suo uso e costume, aveva costellato l’Italia con decine di stragi proletarie, con centinaia di morti. Certamente, non poteva immaginare che la reazione non sarebbe stata incarnata dallo Stato “borghese”, ma dagli Italiani stanchi delle violenze sovversive. E che questa reazione si sarebbe poi trasformata in rivoluzione.
Fino ad allora i liberali, i democratici, ma anche gli stessi nazionalisti, non erano riusciti a creare un vero e proprio partito di massa, né a dare rappresentanza a tutti quei reduci, a quegli studenti, ai ceti medi, che stavano emergendo in quel primissimo dopoguerra. Tentativi di incarnare questa rappresentanza erano stati fatti, ma con scarsi risultati, nonostante adesioni importanti.
Nel Giugno 1918, a Roma, Giovanni Giuriati tentò la creazione del Patto Nuovo e, poi, della Democrazia Sociale. Sempre Giuriati, questa volta a Venezia, provò con l’Alleanza Nazionale, con cui volle affrontare le elezioni amministrative dell’Autunno 1920, riuscendo a vincerle con il 49,2% dei voti (il PSI si fermò al 43,2%) ed eleggendo come Primo Cittadino Davide Giordano, poi passato alla storia come il primo Sindaco fascista d’Italia.
Simile esperimento, di massa e nazionalista, alla Democrazia Sociale, fu tentato da Piero Pisenti ad Udine, con la fondazione del Partito del Lavoro, espressione della borghesia patriottica, liberale e democratica.
In molti centri si andarono a costituire delle associazioni antibolsceviche che, nonostante il numero degli aderenti, non riuscirono a svolgere nessuna reale azione sul territorio, se non quella di sostituire gli scioperanti nei lavori.
A Trieste nacque, per impulso della Trento e Trieste, il Comitato d’Azione Antibolscevico; a Cremona fu attivo il Circolo Giovanile Giordano Bruno di Roberto Farinacci, il primo ad allestire squadre di protezione per proteggere gli oratori liberali dagli attacchi dei socialisti che volevano impedirne i comizi. A Firenze nacque l’Associazione Democratica Sociale, volta a promuovere la conciliazione delle istanze della classe media con quelle dei lavoratori, in nome della grandezza nazionale. A Reggio Emilia si distinse l’Associazione Studentesca Reggina di Amos Maramotti (futuro Martire fascista).
In questi casi si trattò di iniziative proprie della borghesia patriottica che, ancora in quei mesi, nulla aveva a che spartire con i Fasci Italiani di Combattimento.
Vi fu anche un pullulare di “fasci”, da non confondere assolutamente con il movimento di Mussolini. “Fascio” fu una parola utilizzata per indicare una “unione”, ve ne furono conservatori come anarchici. A Bologna, ad esempio, erano attivi il Fascio Liberale, il Fascio dei Ferrovieri, il Fascio Universitario dei nazionalisti, il Fascio Libertario Imolese, il Fascio Giovanile Socialista, il Fascio di Educazione Sociale, il Fascio degli Studenti delle Scuole Medie, il Fascio di Propaganda del PPI, il Fascio Rivoluzionario dei Postelegrafonici. Ovviamente, i fascisti di Mussolini non c’entravano nulla con tutti costoro. Così come con la reazione della borghesia patriottica che in quelle settimane prese forma.
A Genova, nonostante la presenza di un Fascio mussoliniano composto da repubblicani e futuristi, la borghesia patriottica si ritrovò in una propria associazione, il Fascio Reduci Italia Redenta, come una serie di altre unioni studentesche o nell’Alleanza Patriottica di Valentino Coda che, nel Giugno 1919, appronterà squadre armate per fronteggiare gli insorti durante i famosi moti per il caro viveri (moti che, sia detto per inciso, furono appoggiati dai fascisti).
A queste squadre armate composte da civili cominciarono a guardare le Autorità di PS per far fronte al degenerare dell’ordine pubblico, come ausiliari. Tali furono le indicazioni di diversi Prefetti. Anche in questo, il fascismo non c’entra nulla.
In quel 1920, anche gli agrari scesero in campo, decisi a tutti i costi a difendere i loro privilegi, le loro proprietà, ma anche i loro diritti. Dapprima costituirono squadre di vigilanza, con cui difendere a mano armata i campi e le abitazioni e, poi, debuttarono con un proprio partito, il Partito Agrario, differenziandosi – anche dal punto di vista della rappresentanza politica – dal PNF. Squadrismo agrario e Partito Agrario, ovviamente, non c’entravano nulla con il fascismo.
In sede storiografica, però, data la marginalità di tutte queste iniziative in quel 1920, si è voluta commettere una forzatura, utilizzato speculazione politica e disinformatja, generalizzando e confondendo la reazione della borghesia patriottica con il movimento mussoliniano. Per questo, la reazione dei conservatori fu confusa con quella dei fascisti, così lo squadrismo agrario fu confuso con quello delle camicie nere. In realtà, si trattò di fenomeni che hanno origini ben diverse, sebbene poi, nel 1921, la reazione della borghesia patriottica fece da lievito allo squadrismo fascista.
Proprio sul finire del 1920 – e, poi, con un impeto ed un impatto impressionante nelle prime settimane del 1921 – apparve sullo scenario politico italiano un “nuovo” soggetto politico: i fascisti.
Sebbene i Fasci Italiani di Combattimento fossero stati costituiti nell’ormai lontano 23 Marzo 1919, il loro ruolo in quell’Italia sprofondata nel Biennio Rosso era stato marginale. “Quattro gatti”, come venne più volte ammesso. Alle elezioni del Novembre 1919 erano stati praticamente annientati. Erano riusciti a presentarsi in una sola circoscrizione, quella di Milano, ottenendo soltanto 4.580 voti, pari a circa l’1,5% (il PSI conquistò 147.669 preferenze; il PPI 64.934; il Fascio patriottico, ossia i liberali, 34.694; i Combattenti 20.387). Nell’Autunno 1920, i fascisti avevano addirittura rinunciato a presentarsi alle elezioni amministrative, limitandosi, in alcuni casi, ad appoggiare candidati dei “blocchi nazionali” o a formare squadre di protezione per impedire ai socialisti di violare il diritto al voto degli elementi patriottici.
Eppure, questi “quattro gatti”, seppero imporsi nell’immaginario collettivo come la soluzione alle violenze sovversive. Nella opinione pubblica patriottica divennero coloro che, supplendo alla assenza dello Stato, avrebbero ristabilito l’ordine turbato dai sovversivi. Le loro prime azioni, goliardiche quanto spregiudicate – si pensi alla “crociata per il Tricolore”, con la quale si impose di nuovo la bandiera nazionale sui Comuni a maggioranza socialista –, furono il catalizzatore per tutti quelli Italiani che fino ad allora avevano chiesto una reazione, ma non avevano mai trovato risposte o soluzioni. In pochissime settimane, i Fasci si videro inondati da un consenso di massa senza precedenti, che travalicava il semplice sostegno morale tipico della borghesia, ma si tramutava in azione concreta, in partecipazione attiva alle spedizioni antisocialiste, in quella che fu una nuova mobilitazione patriottica. Le classi medie, gli studenti, i patrioti in generale, trovarono nei Fasci di Mussolini la propria rappresentanza politica e nel nascente squadrismo – braccio armato antisocialista – la soluzione alle violenze socialiste. Finiva allora il Biennio Rosso, con il crollo improvviso di tutta l’impalcatura politica ed economica del PSI, un gigante dai piedi d’argilla che pagava lo scotto di non aver fatto la rivoluzione dopo averla tanto predicata ed annunciata.
Rispetto alla reazione fino ad allora impersonificata dalle associazioni antibolsceviche o dai movimenti effimeri della borghesia patriottica, per non parlare dello squadrismo agrario, i fascisti si distinguevano perché erano portatori di una proposta rivoluzionaria di sinistra ed erano effettivamente un movimento interclassista, popolato da esponenti popolari con i quali entrare in contatto con le masse per veicolare il messaggio e la mobilitazione politica. Senza contare l’azione di apertura ai sindacati da sempre portata avanti da Mussolini. Fino ad allora, queste posizioni avevano fatto dei Fasci un elemento indigesto alla borghesia, bollati come sovversivi dallo Stato liberale e democratico.
La critica al massimalismo fatta da Mussolini era molto differente da quella condotta dai liberali e dai conservatori, riprendendo le posizioni antibolsceviche di noti pensatori anarchici o socialdemocratici. Non erano certamente passate in secondo piano le prese di posizioni repubblicane dei fascisti, espresse anche quando il Sindaco socialista di Milano Emilio Caldara si era rifiutato di esporre la bandiera nazionale per il centenario della nascita di Vittorio Emanuele II (14 Marzo 1920). Tutti conoscevano chi fossero i fascisti, quegli interventisti rivoluzionari di sinistra che avevano agitato le piazza nel “Maggio radioso”, ossia socialisti (come Mussolini) o sindacalisti rivoluzionari della “peggiore specie”: il Programma di San Sepolcro del Giugno 1919 era stato scritto in collaborazione con Alceste De Ambris, Segretario Nazionale della UIL, ricalcando analoghe proposte della CGdL; Segretario nazionale dei Fasci era Umberto Pasella, noto agitatore sindacal-rivoluzionario. Non mancavano anarchici e repubblicani (si pensi ai casi di Pietro Nenni e dei fratelli Bergamo, ma anche allo stesso Italo Balbo). Quindi, un “fascio” del tutto indigesto alla borghesia patriottica, conservatrice e monarchica. Tanto è vero che, in alcuni Fasci, dove esistevano diverse anime, scoppiarono subito tensioni tra elementi di sinistra ed elementi di destra, con quest’ultimi – come il caso del nazionalista Dino Zanetti a Bologna – subito fuoriusciti e resisi indipendenti.
Fu proprio Zanetti a costituire le prime squadre d’azione nazionaliste (16 Marzo 1919) in funzione antisocialista e a tentare il primo assalto ad una Camera del Lavoro (15 Giugno 1919), nuclei di quell’organizzazione che, nel 1921, prese il nome di “Sempre Pronti”. Anche in questo caso, i fascisti non c’entrano nulla, anzi, condannarono le violenze, sia socialiste che nazionaliste[18]. Ancora nell’Aprile 1920, i rapporti tra il Fascio di Bologna e le altre realtà antimassimaliste – ANI e PRI – potevano dirsi di diffidenza se, con la nascita dell’Associazione Bolognese di Difesa Civile, si pensò ad una manovra dei repubblicani e dei nazionalisti per liquidare i fascisti con una nuova organizzazione patriottica.
Anche i famosi incidenti di Roma del 1° Dicembre 1919, furono condotti essenzialmente dai nazionalisti capitolini, già radicati sul territorio. Vennero scatenati dagli insulti che i socialisti fecero contro un corteo dell’ANI che si snodava per le vie dell’Urbe in solidarietà a Vittorio Emanuele III, dopo la manifestazione antimonarchica dei neo-Deputati del PSI durante la Seduta Reale di inaugurazione del nuovo Parlamento. Ai nazionalisti non parve vero reagire e finalmente “chiarire” con i sovversivi che, travolti dalla marea azzurra, furono costretti alla ritirata. Alcuni Deputati del PSI vennero malmenati, tra cui l’On. Orlando della Portella, che aveva avuto la cattiva idea di strappare dal petto di un Ufficiale una decorazione al Valor Militare. Solo l’intervento della forza pubblica impedì al socialista più gravi conseguenze.
Anche in Sicilia, nel Gennaio 1920, la reazione fu organizzata dagli agrari, con la fondazione del Partito Agrario Siciliano – anticipatore di quello nazionale – e la costituzione di squadre di vigilanza. Anche in questo caso, i fascisti non c’entrano nulla, né con questo squadrismo agrario, né con il PAS.
A Messina, contemporaneamente, si costituì il Fascio Patriottico Giovanile – che nulla aveva a che fare con i Fasci mussoliniani – che, il 5 Maggio 1920, in occasione della celebrazione della partenza dei Mille da Quarto, promosse una manifestazione patriottica presso il monumento a Giuseppe Garibaldi, venendo però affrontato dai socialisti. La pronta reazione dei giovani – che a bastonate misero in fuga in sovversivi – venne lodata dalle Autorità di PS[19].
Ancora durante l’occupazione delle fabbriche del Settembre 1920, Mussolini era stato molto cauto nel condannare il movimento, lasciando aperta una porta di dialogo – come sempre – alla CGdL, sostenendo le rivendicazioni economiche degli operai. Oltretutto, i Fasci non avevano mai nascosto il loro antagonismo al padronato, ai ricchi borghesi e, più, in generale alla mentalità borghese, pacifista ed economicista, quella del “pagar poco, pensar nulla, e non avere guai”, per dirla alla Roberto Farinacci[20], cui faceva eco un Italo Balbo: “Non cederemo un palmo di terreno all’ingordigia di destra, con lo stesso spirito con cui rintuzziamo implacabilmente la prepotenza di sinistra”[21].
Quando, nelle prime settimane del 1921, si costituirà il Partito Agrario Nazionale, chiara fu la direttiva dei Fasci: espulsione immediata di tutti coloro che avessero avuto una doppia dipendenza[22].
Il fatto, però, che i (pochi) fascisti fossero sempre in prima linea nelle manifestazioni antimassimaliste aveva provocato dei ripensamenti sul loro effettivo ruolo. E il consenso alla reazione squadrista dei mussoliniani delle prime settimane del 1921 fu generale, anche nell’alta borghesia, quella che da sempre costituiva l’asse portante dello Stato liberale e democratico, che non tardò a vedere nei fascisti l’agognata Guardia Bianca del sistema: Luigi Albertini, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola, Alcide Degasperi, ecc. furono tutti dello stesso parere: la violenza squadrista era legittima[23]. Salvo poi il ripensamento, quando si accorsero che i fascisti facevano i fascisti e non erano certamente la Guardia Bianca del sistema.
Lo aveva detto, in tempi non sospetti, la “Gazzetta dell’Emilia”, dopo aver assistito alle violenze sovversive scatenatesi in tutto il Ferrarese: “Alla violenza socialista non poteva che opporsi una violenza contraria. Se uno è aggredito da chi gli domanda la borsa o la vita, a due passi da un Carabiniere che resta impassibile, non ha altro da fare se non sparare all’aggressore”[24]. Violenza legittima, quindi.
Chiara la motivazione della Circolare Caleffi del Settembre 1920, con la quale lo stesso Governo annoverava i Fasci di Mussolini tra “le forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi”[25].
Sta di fatto che questa constatazione diverrà comune in tutta l’opinione pubblica patriottica proprio in quell’Autunno 1920, con un crescendo di consensi che non avrà sosta e porterà, nelle prime settimane del 1921, alla comparsa di un nuovo attore politico-militare: lo squadrismo fascista.
Anche ai Carabinieri Reali, che erano stati la prima linea della reazione dello Stato liberale e democratico al sovversivismo, non parve vero delegare alle camicie nere l’ordine pubblico, ossia la repressione del massimalismo. Fino ad allora avevano represso nel sangue le sommosse, con una serie impressionante di stragi proletarie, che se li salvavano dal linciaggio e ristabilivano l’ordine, poi provocavano indignazione, interrogazioni parlamentari, inchieste, processi, trasferimenti, discredito e disprezzo. Adesso, potevano “ritirarsi” nelle loro caserme e lasciare che i fascisti affrontassero i sovversivi con le loro stesse armi. Non è un caso che con l’avvento dello squadrismo, improvvisamente, cessarono le stragi proletarie.
Nonostante che la reazione della borghesia patriottica avesse tentato politicamente, come militarmente, di opporsi al dilagare del sovversivismo, i risultati erano stati scarsi e solo in qualche sporadico caso, si era riusciti ad arginare i massimalisti che, ovunque, spadroneggiavano ed avanzavano. Anche i “blocchi nazionali” elettorali, di stampo liberaldemocratico, dell’Autunno 1920, se avevano impedito il trionfo del PSI, erano organizzati su una piattaforma politica esclusivamente negativa: l’antisocialismo militante. Eterogenei e divisi non potevano certamente dare risposte politiche e, soprattutto, garanzie di tenuta. Solo la confluenza della borghesia patriottica nei Fasci cambiò radicalmente lo scenario politico italiano. Come fu possibile tutto ciò è complicato da spiegare, senonché nei Fasci di Mussolini la pubblica opinione patriottica, i ceti medi emergenti, le nuove generazioni, videro quella rappresentanza politica seria, alternativa ai soliti partiti liberali e democratici. I Fasci potevano contare su un personaggio del calibro di Mussolini e di un giornale a diffusione nazionale, “Il Popolo d’Italia”. Rappresentavano davvero la novità del dopoguerra, incarnavano e difendevano quei valori che la Grande Guerra aveva diffuso nella società italiana. La presenza tra le file dei fascisti di Volontari di Guerra, Arditi, futuristi – cui si aggiunsero, è importante sottolinearlo, proprio nelle prime settimane del 1921, i Legionari dannunziani reduci da Fiume – faceva di questo movimento qualcosa di unico… e di “bello”. Attraeva, prima che per la proposta politica, per la vitalità che sprigionava, per quello “stato di entusiasmo permanente” che sapeva trasmettere a chi si intruppava nelle nascenti squadre d’azione. La comparsa sulla scena dei Ras, veri e propri condottieri locali, dotati di carisma e coraggio fuori del comune, rappresentò la spinta propulsiva per il radicamento verso il basso del fascismo stesso, con il moltiplicarsi di quei “fascismi provinciali” che faranno la storia del primo fascismo.
Mussolini, consapevole di quanto stava avvenendo in quelle prime settimane del 1921, spinse sull’acceleratore dello scontro frontale col PSI, subordinando la politica dei Fasci all’azione militare dello squadrismo, sposando una tattica di destra nazionale. Ma questo non volle mai dire la negazione dei presupposti politici del fascismo primigenio.
Già nel Maggio 1920, i Fasci si erano “riposizionati”, aprendo alla borghesia patriottica, distinguendola da quella parassitaria, evidenziando come non si potesse generalizzare e che, durante la Grande Guerra, il fior fiore degli Ufficiali di complemento, i “plotonisti”, provenivano da famiglie borghesi. Ciò, ovviamente, provocò una frattura con gli elementi più ideologizzati, prigionieri di una mentalità classista, ma diede possibilità al movimento mussoliniano di porsi nuovamente in gioco e tentare di risorgere dalla marginalità in cui era finito[26].
Sul finire del 1920, in uno scenario di guerra civile (a bassa intensità) – che, si ricordi sempre, fu voluta dai massimalisti – si scelse di privilegiare l’azione militare e sfruttare le opportunità di affermazione politica che il sistema dei “blocchi nazionali” dava. E così fu. Ma tutto ciò non deve far dimenticare la peculiarità della proposta fascista che non può essere certamente confinata a quella di una generica destra nazionale e nemmeno in quella della borghesia patriottica, che pure si riversò in massa nel nascente squadrismo. Perché il successo del fascismo, anche a livello di consenso, non si può spiegare solo con l’azione militare di annichilimento del sovversivismo e il sostegno in massa dei ceti medi emergenti, ma anche, se non soprattutto, con lo “sfondamento a sinistra” che, contemporaneamente, si verificò. Il passaggio di decine e decine di migliaia di iscritti dalle Leghe Rosse ai sindacati fascisti rappresentò un fenomeno epocale che atterrì la dirigenza del PSI e della CGdL ben più delle spedizioni punitive[27].
Lo squadrismo fascista, falsamente bollato come agrario, fu il propulsore della costituzione dei sindacati nazionali nelle campagne, come nei centri urbani. Non tardò ad entrare in contrasto con il padronato – che pure finanziava il movimento – e a guardare il rivoluzionario d’Annunzio come guida al posto del “politicante” Mussolini, considerato troppo moderato e fautore di un inserimento nel sistema indigesto alle camicie nere. Lo squadrismo voleva la rivoluzione, non certo la restaurazione. Come non citare le parole del Comandante squadrista, già militante repubblicano, Italo Balbo: «Il nostro obiettivo era demoralizzare lo Stato, distruggere il regime e tutte le sue venerabili istituzioni. Quanto più scandalose venivano considerate le nostre azioni, tanto meglio».
Per una comprensione della peculiarità dello squadrismo fascista, dannunziano e rivoluzionario, si rimanda a due fondamentali lavori di Giacinto Reale che chiariscono, finalmente, la vera portata di questo movimento generazionale di rivolta contro il sovversivismo avanzante, ma anche contro lo Stato liberale e democratico, smentendo tutte quelle false ricostruzioni che lo volle dipingere come Guardia Bianca del sistema, al servizio del capitale e del padronato: Gli squadristi raccontano lo squadrismo; e “Vecchio fascismo nostro”[28].
Fu così che il fascismo si apprestò a farsi Italia, un movimento interclassista – anzi, un movimento che superava le classi – e al cui interno trovarono posto tutti. Dai rivoluzionari di sinistra ai sindacalisti, come i ceti medi emergenti, la borghesia ed anche tutte le componenti storiche dello Stato italiano. Il Regime che prese a costituirsi nel 1926 e si consolidò nel 1929 non realizzò il programma massimo del fascismo, ma diede origine ad uno Stato autoritario a partito unico, che si concretizzò in una diarchia a carattere corporativo, con il Re che rimase Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio che diventava Capo del Governo con pieni poteri.
Come abbiamo detto, le componenti storiche dello Stato italiano non vennero abbattute: la Monarchia, la casta dei militari, la Confindustria, il Vaticano, semplicemente, davanti al sorgere del fascismo, delegarono il potere a Mussolini, subordinandosi a lui nell’attività politica e cercando di preservare il proprio “giardino”. Non fu proclamata la repubblica, non fu smantellata la casta militare, non fu attuata la socializzazione, non fu svaticanizzata l’Italia. Ma ci si mise in cammino verso questi obiettivi che, poi, saranno concretizzati – almeno a livello ideale – durante la Repubblica Sociale Italiana. Una rivoluzione permanente, quanto indolore, che permise al Regime così costituito di raggiungere un consenso di massa mai registrato nella storia d’Italia.
Il PNF, il partito che aveva fatto la rivoluzione, divenne sempre più il “partito degli Italiani” e in lui trovarono posto liberali, democratici, massoni, ma anche socialisti e sindacalisti[29]. Ovviamente, la borghesia patriottica vide nel Regime compromissorio creato da Mussolini l’obiettivo massimo cui ambire. Diversi suoi esponenti, quando non già espressione del primo fascismo, si inquadreranno in pianta stabile nel PNF, divenendone figure di primo piano come Francesco Giunta (Segretario del PNF 1923-1924), Alessandro Melchiori (Segretario del PNF 1924-1925), Augusto Turati (Segretario del PNF 1926-1930), Giovanni Giuriati (Segretario del PNF 1930-1931), Piero Pisenti (Ministro di Grazia e Giustizia della RSI), il massone Michele Terzaghi, ecc.
Il primo Deputato fascista ad entrare in Parlamento, non a caso, sarà proprio quel Valentino Coda di Genova – subentrato ad un Onorevole deceduto nel 1921 – animatore dell’Alleanza Patriottica antisocialista. Così come il primo Sindaco fascista, Davide Giordano di Venezia (1920), già citato.
Il 26 Febbraio 1923, dopo la Marcia su Roma, l’Associazione Nazionalista Italiana confluì nel PNF, dando al fascismo uomini di primo piano come Enrico Corradini e Alfredo Rocco che contribuiranno non poco allo sviluppo della dottrina fascista.
Nella seconda metà degli anni ’30, all’apice del consenso, Mussolini considerò giunto il momento per accelerare il processo rivoluzionario in quella che sarà l’annunciata “terza ondata della Rivoluzione fascista”, andando a colpire proprio tutte quelle componenti “aggiuntive” del Regime, in particolar modo la borghesia, che pure costituiva l’asse portante del consenso. L’improvviso scoppio della Seconda Guerra Mondiale impedì il concretizzarsi dei progetti mussoliniani, ma la storia darà al fascismo un’altra opportunità per dimostrare quello che poteva essere e, per le note contingenze di tempo, non fu: la Repubblica Sociale Italiana. A quel punto, la borghesia – già duramente colpita dagli annunci della terza ondata della Rivoluzione – si era già “riposizionata”, in attesa di riprendere dagli Alleati il suo potere.
Pietro Cappellari
Direttore della Biblioteca di Storia contemporanea
“Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì)
Note
[1] Cfr. P. Cappellari, Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione fiumana: dalla protesta nazionale all’insurrezione fascista 1918-1922, Herald Editore Roma 2014; e P. Cappellari (a cura di), Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista, Passaggio al Bosco, Firenze 2020-2021, voll. I e II.
[2] Cfr. C. Leone, I movimenti nazional-patriottici alle origini del fascismo, Rubettino, Soveria Mannelli 2025.
[3] Per chiarire il concetto di “Risorgimento” nella sua reale accezione si rimanda a P. Cappellari, Una Patria, una Nazione, un Popolo. Il Risorgimento italiano dai moti per l’Unità alla Repubblica Sociale 1831-1945, Herald Editore, Roma 2011.
[4] Cit. in C. Leone, I movimenti nazional-patriottici, cit., pag. 45.
[5] Su Giacomo Matteotti, oggi Martire della Repubblica Italiana anche per la destra, cfr. il fondamentale E. Tiozzo, Matteotti senza aureola. Il politico, Aracne, Roma 2015.
[6] Cfr. XVI Congresso del PSI, Bologna, 5-8 Ottobre 1919; cit. in C. Leone, I movimenti nazional-patriottici, cit., pagg. 75 e 76, corsivo nostro.
[7] Ibidem, pag. 122.
[8] Cfr. Ibidem, pag. 78 nota 13.
[9] Ibidem, pag. 99.
[10] Cfr. Ibidem, pag. 124.
[11] Ibidem, pag. 133.
[12] Cit. in Ibidem, pag. 134.
[13] Cfr. Ibidem, pagg. 132-133.
[14] Cfr. Ibidem, pagg. 135-136.
[15] Cfr. P. Cappellari (a cura di), Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma, cit., vol. II.
[16] Cit. in C. Leone, I movimenti nazional-patriottici, cit., pagg. 142-142.
[17] Cit. in Ibidem, pag. 148.
[18] Cfr. Ibidem, pag. 232.
[19] Cfr. Ibidem, pag. 251.
[20] Cit. in Ibidem, pag. 295.
[21] Cit. Ibidem, pag. 295.
[22] Cfr. Ibidem, pag. 302.
[23] Cfr. Ibidem, pag. 163.
[24] Cit. in Ibidem, pag. 227.
[25] Cit. Ibidem, pagg. 292-293.
[26] Cfr. P. Cappellari, Fiume trincea d’Italia, cit., pagg. 354-363.
[27] Cfr. P. Cappellari, Il “faro luminoso” di San Bartolomeo in Bosco: quando le Leghe rosse passarono al fascismo, in P. Cappellari (a cura di), Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma, cit., vol. III, pagg. 165-197.
[28] Cfr. G. Reale, Gli squadristi raccontano lo squadrismo. Antologia di testi, La Lanterna, 2022; e G. Reale, “Vecchio fascismo nostro”. 45 profili squadristi, Libreria Europa, Roma 2022.
[29] Cfr. P. Cappellari, Socialismo fascista: i sindacalisti confederali e la rivoluzione corporativa, EreticaMente.net, 20 Luglio 2025.

