23 Giugno 2026
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centonovantunesima parte – Fabio Calabrese

Anche questa volta toccherà ripartire da parecchio indietro, dagli inizi di aprile, dato che la volta scorsa eravamo arrivati a fine marzo. Tuttavia, devo dirvi che si tratta di una situazione inconfrontabile con quella precedente “la riforma” dell’ottobre 2024, infatti adesso il ritardo accumulato, e che vedrò di smaltire, non si deve più al rincorrere affannosamente qualsiasi notizia riguardante la preistoria e la storia antica che compaia sul web, ma al fatto di aver dato ampio spazio ad altri argomenti, ed era proprio il caso. Per quanto riguarda la prima parte dell’anno, al referendum sulla – purtroppo mancata – riforma della giustizia, e poi una nuova serie di articoli che tenevo molto a presentarvi, In ordine sparso, nella quale vi presento commenti di testi importanti per la nostra formazione.

Aggiungiamo che a tutto ciò si è unita una rarefazione dei post sulla tematica delle origini e la nostra eredità ancestrale che compaiono su “MANvantara”, il gruppo Facebook creato dall’amico Michele Ruzzai che ho deciso di seguire come traccia principale, ora dispersi fra post magari ugualmente interessanti, ma di tutt’altra natura, e capite che la situazione si è fatta un tantino complessa.

Naturalmente, s’intende  che quello di non considerare fonti diverse da “MANvantara” e gruppi simili, non è un obbligo, e se capita qualcosa di interessante in contesti diversi, non manco di segnalarvelo.

Un esempio del genere  è la pubblicazione del libro Una nuova preistoria umana di Widner Berni e Maria Longhena presso Feltrinelli. (si tratta per la verità di una casa editrice che non amo, e suppongo neppure voi amate molto, ma bisogna riconoscere che in questi anni si è sempre più spostata dal campo dell’editoria a noi ostile, a posizioni generaliste, nelle quali è possibile trovare di tutto).

Leggo dalla presentazione del testo:

Sono trascorsi circa cinquantanni da quando Colin Renfrew affermava che le basi teoriche su cui abbiamo fondato lo studio della nostra preistoria non sono più sostenibili…I testi scolastici rimangono pero ancora prigionieri delle inutili e false interpretazioni sullorigine della civiltà ”.

Questo è un problema di cui vi ho parlato spesso, potremmo dire che è IL problema. Colin Renfrew sosteneva che il radiocarbonio e la dendrocronologia avrebbero dovuto portare a una revisione completa della nostra immagine della preistoria e dell’antichità, ribaltando certezze consolidate, ma erronee. Tuttavia, per oltre mezzo secolo, l’ambiente accademico non si è minimamente mosso i questa direzione, e tanto meno l’insegnamento scolastico e la divulgazione che continuano a nutrirsi di miti superati. E’ ora che qualcosa si muova, e pare sia quello che sta avvenendo.

Un altro punto che io ho trovato di grande interesse, è questo:

Lipotesi dellorigine kurganica nella famiglia indoeuropea, ad esempio, risulta oggi del tutto obsoleta, senza alcun sostegno né archeologico né mitologico né letterario”.

Si tratta della tesi di Marjia Gimbutas, un tempo molto diffusa anche al di fuori dell’ambiente accademico che, appoggiandosi ai kurgan, antichi monumenti funerari sparsi per le steppe, sosteneva l’origine dall’Asia centrale dei nostri antenati indoeuropei. Ora, a quanto pare, si tratta di un capitolo chiuso e l’origine degli Indoeuropei non va cercata altrove se non in Europa.

A ciò, devo aggiungere che ho trovato di particolare interesse il fatto che fra le fonti di cui si dovrebbe tenere conto sono menzionate anche quelle letterarie e mitologiche, quando sappiamo che intere generazioni di archeologi le hanno scartate con sussiego, attenendosi esclusivamente alla cultura materiale, chissà, forse perché queste ultime tendono perlopiù a confermare, riguardo al nostro passato, quelle idee tradizionali che la cultura dominante vorrebbe mettere al bando.

Più avanti, troviamo:

Gli Egizi parlavano di una civiltà proveniente da un mondo di isole esterne al Mediterraneo che a causa di eventi disastrosi – provocati dalla caduta di un astro celeste nellOceano – si vide costretta, con i suoi numerosi popoli, a una migrazione di massa nel Mediterraneo”.

Questa è una storia che conosciamo da gran tempo, anche se perlopiù ritenuta leggendaria. Platone racconta che la storia di Atlantide venne narrata a suo nonno Solone dai sacerdoti egizi che gli raccontarono come in origine l’Egitto stesso fosse una colonia atlantidea. Tutto ciò è stato ritenuto a lungo una pura invenzione di Platone, ora il ritrovamento di antichi documenti egizi fa propendere per l’ipotesi che egli non abbia narrato altro che la realtà.

Questo testo, insomma ci prospetta dei cambiamenti radicali del modo in cui concepiamo le nostre origini.

Ora però, sempre facendo la tara dei post di tutt’altro argomento, sarà il caso di tornare a vedere cosa ha da dirci “MANvantara” riguardo alla tematica delle origini.

Per essere esatti, riprendiamo un pochino più indietro degli inizi di aprile con un link del 28 marzo a un reel di “Irish History revelead”, Older than Ireland, che ci parla del gene dei capelli rossi. Oggi, sappiamo, la chioma fulva è considerata quasi un marchio di appartenenza della popolazione irlandese, anche se si ritrova in Scozia quasi con la stessa frequenza, ma, ci viene spiegato, il gene responsabile di tale caratteristica è più antico dell’Irlanda, esso è comparso probabilmente in epoca preistorica tra le popolazioni che sarebbero state antenate dei Celti, e Irlandesi e Scozzesi sono appunto coloro che hanno conservato la più ampia eredità celtica, non solo linguistica, ma anche genetica.

Un argomento in qualche modo simile lo troviamo sul link a un altro reel, stavolta di “Untold History” su You Tube che ci parla dei Baschi e ci racconta che “non sono quelli che credevamo”. Si tratta in effetti di una popolazione di origini molto antiche, paleolitiche, e fin dal paleolitico geneticamente distinta dagli altri europei che appartengono perlopiù al tipo definito dagli antropologi “eurasiatico settentrionale”, la loro struttura genetica, ci viene detto, è come una capsula del tempo che ci consente di gettare uno sguardo sul passato remoto del nostro continente.

Per venire a tempi storici maggiormente vicini a noi, sappiamo che l’ecumene romano era un mondo più complesso di quanto perlopiù si immagini, e a questo riguardo troviamo un link a un post di “East iranic Civilization” che ci dà un’informazione relativamente inedita. Sappiamo che l’esercito romano ingaggiava come ausiliari cavalieri Alani e Sarmati. I famosi cavalieri catafratti, cioè corazzati sarmati, ad esempio, ebbero un ruolo di rilievo nella conquista della Dacia, come ricorda la colonna traiana.

Quello che è meno noto, è che vi fossero guarnigioni di questi ausiliari in varie parti dell’impero. Il post in questione ci ricorda che vi erano guarnigioni sarmate in Gallia, in particolare a Poitiers, a Parigi, a Reims, ad Amiens, ad Autun.

Non può non venire in mente la pellicola King Arthur nella quale si ipotizza che re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda fossero in origine cavalieri sarmati stanziati in Britannia che si sarebbero rifiutati di partecipare al ritiro delle legioni romane dall’Isola. Alla luce di quanto apprendiamo adesso, l’ipotesi appare non inverosimile.

Abbiamo poi un video della presentazione avvenuta a Trieste nel novembre dell’anno scorso, del libro Orione, a proposito dell’antichità dei Veda di Bal Gangadhar Tilak, con la presentazione della storica delle religioni Claudia Giordani, di Eugenio Tabano curatore dell’edizione, e di Ezio Albrile curatore della collana.

Diciamo che questo video mi ha riaperto una ferita sanguinante, infatti, sebbene l’evento si sia svolto nella mia città, non ho potuto parteciparvi, perché lo stesso giorno mi trovavo a Roma impegnato nella nella presentazione del libro Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, opera postuma di Ernesto Roli.

Il 6 aprile abbiamo un link a un filmato su You Tube da “Atlantis and ancient Civilisations” che è basato su un testo di Robert Sepher che ci parla dei Kalash, una delle popolazioni asiatiche più misteriose che abita le più alte valli del Pakistan e dell’Afghanistan, caratterizzata da lineamenti nettamente europidi, pelle bianca, occhi azzurri, e che praticano un’antica religione pagana, motivo per il quale sono stati spesso e sono tuttora oggetto di persecuzione da pare dei loro vicini islamici. Se ve ne ricordate, ve ne ho già parlato più volte anch’io. Si tratterebbe di ciò che rimane di un antico popolamento “bianco” dell’Asia centrale oggi quasi completamente sommerso dalle genti “brune”, forse da collegare all’antico popolo dei Tocari.

Va ricordato, è degno di nota anche chi è l’autore del filmato. Robert Sepher è assieme a Tom Rowsell, uno dei pochissimi ricercatori indipendenti e controcorrente del mondo anglosassone, l’autore di Species with Amnesia, che ci hanno rivelato come la presunta colorizzazione e la supposta origine africana dei nostri antenati non siano altro che fake. Sepher, in particolare ci ha rivelato le caratteristiche europidi, testimoniate da varie raffigurazioni, dei costruttori di Gobeckli Tepe.

Visto il periodo, non poteva mancare neppure un riferimento alle festività pasquali, e infatti in un post si parla del significato dell’uovo. Nell’interpretazione cristiana, in quanto simbolo di nuova nascita, alluderebbe alla resurrezione di Cristo, un’interpretazione forzata, tirata per i capelli, è il minimo che si possa dire, ma il post in questione ci racconta che in realtà l’uovo, pensiamo al simbolismo dell’uovo cosmico, è molto più antico del cristianesimo.

Io aggiungerei che penso si possa andare ben oltre a ciò. Il natale, ad esempio l’abbiamo visto più volte, è una festa di origine pagana, dies natalis solis invicti, la rinascita del sole dopo il solstizio invernale, che la Chiesa, non riuscendo a sradicarla ha “battezzato” trasformandola nel compleanno del suo presunto fondatore, che in realtà non si sa quando sia nato, e nemmeno se sia stato realmente un personaggio storico.

Bene, credo che con la pasqua sia avvenuta esattamente la stessa cosa, difatti, anche qui abbiamo a che fare con una festività molto antica che in origine non aveva nulla a che fare con il cristianesimo, la  celebrazione del risveglio primaverile della natura dopo il periodo invernale, la festa in onore della divinità della primavera, Ostara. Lo si vede bene dai nomi che la pasqua ha conservato nelle lingue germaniche, Easter in inglese, Ostern in tedesco.

Il 9 aprile troviamo il link a un post di “12.794 anni fa” (sono sempre stupito del fatto che si possa stabilire una data così precisa riferendosi all’epoca preistorica) che ci parla di un’interessante realizzazione dell’antico popolo precolombiano dei Nazca, famoso per le celebri linee che costellano l’omonimo altipiano, e sono fra i più grandi geoglifi conosciuti. In questo caso, si tratta della rete idrica sotterranea da cui dipendeva l’irrigazione della regione, nella quale per potervi attingere, sboccava una lunga fila di pozzi paralleli. Non c’è che dire, le capacità ingegneristiche dei popoli antichi, compresi quelli che riteniamo spesso a torto primitivi, sono qualcosa che non dobbiamo mai sottovalutare.

Non manchiamo adesso di dare un’occhiata a qualcosa fuori da “MANvantara”, e torniamo un po’ indietro, al 30 marzo. Il nostro amico Felice Vinci è sempre molto attivo. La volta scorsa vi ho ricordato che su “Com. unica” è apparsa la versione in lingua italiana di un articolo già pubblicato in inglese, in cui illustra gli aspetti di mitologia solare contenuti nella narrazione biblica di Sansone. Bene, successivamente il nostro ingegnere ha postato una comunicazione relativa a tale articolo anche su gmail. Quanto meno gli va riconosciuto un impegno notevole nell’utilizzare tutti i mezzi possibili per diffondere idee “non convenzionali” sul nostro passato.

Io non so se sia corretto inserire qui una notizia che mi riguarda personalmente, tuttavia vi dirò che durante questo periodo pasquale mi sono concesso un viaggio in Gran Bretagna allo scopo di visitare quello che è con ogni probabilità il più classico e iconico dei monumenti megalitici europei, il triplice cerchio neolitico di Stonehenge, ma di ciò e delle impressioni che mi ha lasciato la visita nella capitale inglese, vi ho già raccontato nell’articolo Tempo di passaggi, e ora eviterei di tornarci su.

Stavolta devo dire che tracciare, come sono solito fare, delle osservazioni conclusive e riassuntive a chiusura dell’articolo, mi viene più difficile che altre volte. Il problema è rappresentato dal fatto che i post di argomento propriamente storico-archeologico su  “MANvantara” si stanno rarefacendo e “No OOA” che avrebbe dovuto in qualche modo sostituirlo, non decolla, è fermo, si può dire, dall’inizio dell’anno. D’altra parte, ho l’impressione che se tornasse a cimentarmi nel tentativo di correre dietro a “di tutto, di più”, non vi renderei un buon servizio, sarei costretto a tornare a essere pesantemente nozionistico e a non avere spazio per cose di altro tipo su “Ereticamente”. Continuiamo ad andare avanti così, anche se forse un po’ più a fatica.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il libro Una nuova preistoria umana  di Widner Berni e Maria Longhena. Al centro una copertina famosa di “National Geographic”, quello che però pochi sanno, è che si tratta della foto di una ragazza kalash, come rivela l’azzurro degli occhi. L’espressione spaventata sembra riflettere il tragico destino del suo popolo. A destra, da “12.794 anni fa”, una serie di pozzi paralleli che formano parte del sistema idrico dell’altopiano di Nazca.

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