26 Giugno 2026
Remigrazione

REMIGRAZIONE. Parte quarta: schiavi all’assalto – Gianluca Padovan

Italia.

Terra di Cultura, l’Italia è l’ago della bilancia culturale, intellettuale, artistica e.. perché no… alimentare. Ci si nutre di cose belle, intelligenti e buone. L’Italia è pertanto un esempio da cancellare.

La peggiore industria e il peggior lobbismo vogliono stra-guadagnare con impegno minimo e investimento minimo di capitale nel mondo. Pertanto gli esempi di eccellenza, come l’Italia abitata da Italiani (non da stranieri che approfittando di una situazione corrotta si sono fatti dare la cittadinanza) sono da eliminare.

Quattro passi indietro.

Perché le ondate di “trans” brasiliani, di nordafricani, d’indiani e d’africani? Per dare una prima risposta occorre risalire alla Seconda Guerra Mondiale: le etnìe partecipanti tra le nazioni meno abbienti avrebbero avuto in futuro un più libero accesso al territorio italiano.

E soggiungo: per farci quello che volevano.

Prendiamo qualche esempio di eroico intervento militare che ha contribuito fattivamente alla LIBERAZIONE d’ITALIA. Questi stranieri hanno sacrificato sé stessi per dare ai becchi italiani la libertà; pertanto vanno sempre ricordati.

Operazione militare “Tuttostupro liberatorio” all’Isola d’Elba.

Iniziata il 17 giugno 1944 l’Operazione Brassard mirava alla liberazione dell’Isola d’Elba. Sbarcarono reggimenti algerini, marocchini e senegalesi i quali, con il beneplacito dei loro ufficiali francesi, ma sbarcati da navi inglesi, commisero numerosi ed efferati crimini di guerra nei confronti della popolazione civile inerme.

Un documento intestato «Riservato personale / COMANDO GENERALE DELL’ARMA DEI CARABINIERI REALI / ufficio servizio – situazione e collegamenti / n. 67/16 di prot. r.p. / Roma, 21 settembre 1944 / oggetto: Isola d’Elba – Violenze commesse da truppe coloniali francesi in danno della popolazione» è indirizzato ai Ministri degli Esteri, dell’Interno, della Guerra, al Sottosegretario di Stato all’Interno, al Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, e per conoscenza al Presidente del Consiglio dei Ministri, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Capo di Stato Maggiore Generale. Recita il testo: «Il 17 giugno 1944, alle ore 2 circa, avevano inizio le operazioni militari per la liberazione dell’Elba, che, superata la difesa – in alcune zone accanita – dei reparti tedeschi e repubblicani, veniva completamente liberata il 19 successivo. Le operazioni furono compiute da una divisione di fanteria coloniale degaullista, su due brigate (17.400 uomini), appoggiata da oltre 10 batterie di medi e grossi calibri. Trattavasi di truppe di colore (senegalesi e marocchini) inquadrati da ufficiali francesi, molti dei quali corsi. Terminate le operazioni, queste truppe si abbandonavano, verso la popolazione dell’isola, ad ogni sorta di eccessi, violentando, rapinando, derubando, depredando paesi e case coloniche, razziando bestiame, vino, // ed uccidendo coloro che tentavano di opporsi ai loro arbitri [etc. N.d.A.]» (Sito Web: http://www.elbafortificata.it/1943-1944.htm).

Scrive Sandro Forte: «L’Operazione Brassard ha comunque lasciato un ricordo indelebile nella memoria degli elbani non solo per la liberazione ma soprattutto per le violenze esercitate dai nuovi occupanti alleati che, come scrive un verbale dei carabinieri dell’epoca, si abbandonarono “a ogni sorta di eccessi, violentando, rapinando, derubando, depredando paesi e case coloniche”. Questo ricordo e le polemiche che sono andate via via rinfocolandosi hanno suggerito al sindaco Vanno Segnini (alla guida di una Giunta civica col sostegno del Pdl) di rinviare la celebrazione ad altra data. Delusa e amareggiata la comunità senegalese che, come scrivono alcuni quotidiani nelle pagine locali, era pronta a prenderne parte. Ma la celebrazione s’è scontrata con critiche bipartisan. «I soldati liberatori – ha scritto addirittura il Pd locale – si trasformarono in spietati oppressori» (Sandro Forte, I cittadini dell’Elba non celebrano la Liberazione. Gli alleati portarono con sé stupri e violenze, in Il Secolo d’Italia, mercoledì 30 ottobre 2013; Sito Web: http://www.secoloditalia.it/2013/10/i-cittadini-dellelba-non-celebrano-la-liberazione-per-gli-stupri-consumati-dalle-truppe-africane/).

La liberazione africana.

Negli Atti Parlamentari della Camera dei Deputati del 7 aprile 1952 si può leggere: «L’ordine del giorno reca lo svolgimento delle seguenti interpellanze, entrambe dirette al Ministro ad interim del Tesoro: Rossi Maria Maddalena, Perrotti, Vigorelli, Cornia, Natoli, e Borellini Gina, “per sapere: le ragioni per le quali, a sette anni dalla fine della battaglia di Cassino, non sia stato ancora provveduto alla liquidazione delle 60 mila pratiche di pensione e di indennizzo delle donne di quella zona che subirono violenza dalle truppe marocchine della V armata; quale accoglimento sia disposto a dare alle legittime rivendicazioni delle interessate, consistenti nella pronta liquidazione delle pensioni, senza trattenuta delle modeste somme percepite da alcune nel 1944 dai governi francesi e italiano per immediato soccorso, e nella concessione immediata a tutte di una indennità di cura e di medicinali e cure gratuite presso i dispensari, gli ambulatori e gli ospedali della zona; quali siano i propositi concreti del Governo nei confronti delle famiglie, dei bambini, della popolazione della zona”».

E qui s’è parlato delle sole sessantamila donne italiane violentate nella sola area di Cassino.

La provocazione.

Nel 2002 è collocata una lapide nel Comune di Esperia (Frosinone) a ricordo di 175 soldati “francesi”, o per meglio dire nordafricani, morti nel corso della Campagna d’Italia: «I soldati onorati con la lapide di Esperia erano i cosiddetti “Goumier”, marocchini di etnia berbera, costituenti le truppe coloniali irregolari francesi e parte del Corpo di Spedizione Francese. Questo Corpo era composto da circa 130.000 unità, e contemplava, oltre i già citati marocchini, anche senegalesi, algerini, tunisini, successivamente identificati tutti indistintamente col termine Goumier (…). Subito dopo le prime battaglie, i Goumier al seguito dell’esercito anglo-americano non perdettero tempo, iniziando a devastare il territorio: razzie, saccheggi, furti, violenze e sequestri delle donne siciliane, considerate vera e propria “preda di guerra”. I primi episodi si verificarono sulla statale Licata-Gela, per arrivare fino a Capizzi dove, come scrive lo storico Fabrizio Carloni, gli africani praticarono stupri di massa: “le consideravano bottino di guerra e le portavano via sghignazzando e trattandole con un linguaggio da trivio, come se fossero delle prostitute”. L’ondata di terrore, purtroppo, era solo all’inizio. In breve tempo avrebbe colpito l’intero Meridione (…). Lo scrittore Norman Lewis, all’epoca ufficiale britannico sul fronte di Montecassino, narrò gli eventi di cui fu testimone nel suo libro “Napoli ‘44”: “Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate. A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I Marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza” (…). Numerose cittadine del Lazio vennero sconvolte dal passaggio delle truppe franco-africane. Il sindaco di Esperia, in provincia di Frosinone, affermò che 700 donne, su un totale di 2.500 abitanti, furono stuprate. Molte di esse, a causa di queste violenze, morirono. Ad Acquafondata (FR) venne praticato un sistematico rastrellamento di donne da violentare, mentre a Mastrogiovanni (IS) decine di donne, madri e figlie, vennero stuprate, per poi essere passate per le armi. Le province di Frosinone e Latina (allora Littoria), vennero investite da una furia sanguinaria senza precedenti e, soprattutto in quest’ultima, numerose furono le testimonianze di bambine e ragazze ripetutamente violentate alla presenza dei genitori, costretti ad assistere allo scempio. La violenza non riguardò solo le donne, ma anche uomini, vecchi, bambini e addirittura animali, in un vortice di sanguinaria ferocia volta ad annientare il “nemico” nell’animo, nel morale, nel fisico. Referti medici testimoniarono inoppugnabilmente la brutalità delle violenze, constatando lacerazioni anali e di corde vocali da penetrazioni, denti rotti per evitare morsi delle vittime, carni maciullate per i supplizi inferti. Alle violenze si aggiunsero sovente torture ed esecuzioni nei modi più barbari: impalamenti ed evirazioni (pene riservate soprattutto agli uomini che tentarono di difendere le proprie mogli, madri, figlie, sorelle), mutilazioni, eviscerazioni (spesso mentre le vittime erano vive), senza contare le infezioni da sifilide, gonorrea ed altre malattie veneree che rischiarono di provocare una vera epidemia, causando la morte di moltissime persone. Tra gli atti di disperato coraggio degli uomini che tentarono di difendere le proprie donne, va sottolineato quello di Don Alberto Terilli, parroco di Esperia (in foto), che, all’arrivo dei soldati del Corpo di Spedizione Francese, tentò di salvare tre donne nascondendole in sagrestia. I Goumier riuscirono comunque a trovare le sventurate, le quali vennero violentate a ripetizione, mentre il coraggioso sacerdote venne catturato, portato in piazza, legato e sodomizzato per l’intera notte. Don Alberto morì il giorno dopo, in seguito alle brutali violenze subite. L’orrore che sconvolse l’Italia meridionale, ed in particolar modo la Sicilia ed il Lazio, anche se non ufficialmente pianificato a tavolino come sembrerebbe invece dal volantino che riporta il presunto comunicato del generale Juin, fu tale però nella sostanza, come scritto dal professore Vasco Ferretti: “Il carattere sistematico delle violenze e della sostanziale acquiescenza degli ufficiali francesi che erano al loro comando conferma che essi ubbidivano a disposizioni superiori in base alle quali ai goumier marocchini era stata accordata “mano libera”, o “carta bianca” che dir si voglia nei confronti della popolazione civile italiana nel presupposto che tali truppe erano state reclutate “mediante un patto che accordava loro il diritto di preda e di saccheggio”. La discriminante etica e giudiziaria tra vincitori e vinti in questo caso risulta molto evidente”. A prescindere quindi dall’autenticità o meno del proclama alle truppe, il modus operandi dei Goumier sotto direttiva francese fu chiaro, attuato con lo scopo di annientare la popolazione italiana nello spirito. Non c’erano altre ragioni per infierire su un popolo inerme e sconfitto, così come non vi erano nell’infliggere quei bombardamenti a tappeto che gli alleati continuarono ad effettuare fino alla fine, provocando migliaia di vittime innocenti nelle città del nord Italia. L’unico scopo alla base di questa cieca violenza fu quello di piegare mentalmente il popolo italiano, minarne la capacità di resistenza, umiliarlo nel morale prima che nel fisico. Per i vinti non doveva esserci pietà. Per questo il Corpo di Spedizione Francese sparse il terrore in tutto il Meridione d’Italia e ripeté, tra il 12 e il 27 maggio 1944, queste tragiche violenze anche sulle popolazioni del viterbese e della Val d’Orcia in Toscana, fermandosi solamente nell’ottobre 1944, alle porte di Firenze, quando venne trasferito in Provenza. Dopo la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata, e tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall’Italia alla Francia. Il governo italiano, da par suo, pagò alle vittime una pensione minima e a tempo, niente di più. Per le vittime, al danno si aggiunse dunque anche la beffa di un risarcimento ridicolo, ma soprattutto dell’essere emarginati dalla società: rari gli atti di solidarietà e vicinanza popolare, numerosi i casi di infezione da moglie a marito, e per questo frequenti i ripudi delle donne che subirono violenze, le quali faticarono per la maggior parte a trovare marito e lavoro, oltre a trovarsi costrette a partorire figli indesiderati frutto degli stupri. Molte non riuscirono a convivere con il pensiero dell’onta e della discriminazione di cui vennero fatte oggetto, arrivando a suicidarsi (F.B., I massacri e le violenze dei “liberatori” nel Lazio nel maggio 1944. Il pezzo è stato tratto da un sito web oramai chiuso: https://movimentoirredentistaitaliano.wordpress.com/2014/01/26/i-massacri-e-le-violenze-dei-liberatori-nel-lazio-nel-maggio-1944/. In ogni caso si può consultare utilmente: https://www.marocchinate.org/l-historical-crime-mapping-italia.html ).

Gli Italiani liberati.

Quante furono le vittime degli eserciti “liberatori”?

Al convegno “Eroi e vittime del ’44: una memoria rimossa” tenutasi a Castro dei Volsci il 15 ottobre 2011, il Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle “Marocchinate”, Emiliano Ciotti, fece una stima dei numeri delle violenze commesse dall’esercito alleato: «“Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, sia per vergogna o pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal “Corpo di Spedizione Francese”, che iniziò la propria attività in Sicilia e le terminò alle porte di Firenze, possiamo affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, e ben 180.000 violenze carnali. I soldati magrebini mediamente stupravano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 magrebini”. Riepilogando: oltre 60.000 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate dai soldati franco-africani (dati ANVM); circa 1.000 uomini vennero sodomizzati e uccisi, molti dei quali tramite impalamento, dopo aver vanamente tentato di proteggere le proprie donne e famiglie. In una relazione degli anni cinquanta si legge: “circa 60.000 donne oltraggiate solo nella provincia di Frosinone, di cui il 20% affette da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose. Il 40% degli uomini contagiati dalle mogli, l’81% dei fabbricati distrutto, sottratto il 90% del bestiame, gioielli, abiti e denaro”. Riflettendo a fondo su questa pagina di storia appena richiamata alla memoria, appare quindi piuttosto triste constatare la presenza di un monumento commemorativo dei soldati franco-africani proprio nelle terre che loro stessi sconvolsero con stupri, saccheggi, rapine, incendi, omicidi» (Ivi).

Traditori in casa.

Ma la guerra non è finita.

Un esercito di traditori ha lavorato per riempire l’Italia di stranieri e innanzitutto di quelli provenienti dalle popolazioni che si sono distinte per atrocità nei confronti dei civili inermi.

Nessuno ha mai istituito un processo contro di loro per crimini di guerra.

Pertanto, basta lagnarsi per le violenze d’ogni genere che quotidianamente avvengono ai danni del Popolo Italiano. Occorre svegliarsi.

Costoro non sono certo qui per integrarsi.

Il resto sono solo dettagli.

 

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