7 Giugno 2026
Antropologia

L’Aquila, il Serpente e la pace impossibile – Rita Remagnino

 

Genesi e apocalisse del processo di demonizzazione

Nell’opera profetica Così parlò Zarathustra (1882), il filosofo Friedrich Nietzsche narra la vicenda di un trentenne che lascia il paese natale, situato sulle rive di un lago, per ritirarsi sulla montagna. Dopo dieci anni trascorsi in solitudine, l’isolamento sensoriale viene rotto da una visione: un’aquila traccia ampie volute nel cielo con un serpente «amico» attorcigliato attorno al collo. La scena porta Zarathustra – il cui nome è spesso interpretato come «astro d’oro» – a riconoscersi composto di tre parti inscindibili:

• la base esperienziale = il corpo;
• l’identità percepita = il serpente;
• la forza propulsiva verso la piena realizzazione = l’aquila.

La rivelazione dei tre centri vitali – simili ai “nuclei” fondamentali per lo sviluppo e l’equilibrio della persona studiati da autori come Carl Rogers – entusiasma il giovane al punto da farlo sentire fuori posto nella misera caverna in cui vive. Ora che sa, vuole insegnare a un pubblico. Lascia così l’eremo e torna a immergersi nella società, sottovalutando gli effetti della «caduta» conseguente alla discesa dalla montagna.

C’era un’alternativa al distacco/rottura del corpo sia da un Sé flessibile e congruente con l’esperienza organica (il serpente) sia dalla tendenza attualizzante più autentica (l’aquila)? Oppure, l’idea che “rompendo s’impara” è una componente intrinseca della natura umana? La radice deve essere profonda, se la notte in cui l’umano imparò a sacrificare (rompere) in nome del divino non è mai davvero terminata e il mantra “dei due ne resterà soltanto uno” è stato ripreso da tutte le culture del mondo: dalle civiltà mesopotamiche (Anzû vs Mushussu) all’Egitto (Horus vs Apophis), dall’India (Nāga vs Garuḍa) alla Grecia classica (Zeus vs Tifone), dalle saghe norrene (Veðrfölnir vs Níðhöggr) all’Antico Testamento (Angeli vs Arcangeli).

Oggi il Serpente si è ritirato per potersi sviluppare, per lasciar avvenire, mentre il volo dell’Aquila è visibile nelle azioni delle aristocrazie ingegneristiche della Valle del Silicio, che hanno messo nero su bianco le loro intenzioni sul manifesto d’intenti pubblicato da Alexander Karp, CEO di Palantir Technologies. In sintesi: è terminata l’Era del soft power (del consenso ottenuto “con le buone maniere”, cioè per mezzo di cultura, media, cinema e televisione), siamo entrati in quella dell’hard power (della forza, delle guerre e dei ricatti) che verrà controllata dalle intelligenze artificiali.
Il ritorno dello spirito religioso nelle sue forme più fanatiche e fondamentaliste, prova che le grandi manovre sono già iniziate. Probabilmente, i posteri ricorderanno l’attuale declino dell’Occidente come apoteosi del motto coniato nel Medioevo dall’ordine teutonico e poi ripreso dai soldati del Terzo Reich: “Dio è con noi” (Gott mit uns), un’affermazione che implica necessariamente la presenza, dalla parte opposta, delle truppe dell’Anticristo, alle quali i “buoni” daranno la caccia fino all’ultimo uomo.

Ne consegue che la lotta tra l’Aquila (forza celeste, solare, maschile) e il Serpente (forza ctonia, notturna, femminile) non è un residuo arcaico, ma continua come rappresentazione di un modello profondo, quasi una grammatica del rapporto con la potenza che nel corso del tempo ha cambiato il proprio linguaggio, lasciando però intatta la sostanza.

 

– Quando la liturgia ruppe lo specchio del racconto per entrare nel tempo
Attraverso il suo profeta, Nietzsche ci consegna un’immagine storico-antropologica di cruciale importanza: prima della caduta, Zarathustra vede l’aquila che vola con il serpente attorcigliato al collo, non stretto in una morsa mortale, ma come fosse un «compagno di viaggio». In questo colpo d’occhio non c’è sopraffazione, né separazione, bensì una tensione feconda in cui le due forze, pur restando divise, collaborano.

Fino alla rivoluzione neolitica, probabilmente, le cose stavano in questo modo. Poi s’impose il concetto del do ut des: il dono divenne una moneta di scambio mentre il rito – non più canale di comunicazione dove passavano significati condivisi, manifestazioni identitarie (nascite, matrimoni, morti), relazioni tra il visibile e l’invisibile – si trasformò in un vero e proprio atto liturgico.

Persino le guerre cessarono di essere dei semplici strumenti di conquista politica per diventare «sante», ovvero la principale fonte di approvvigionamento di vittime sacrificali. Allo stesso tempo, si assottigliarono le differenze tra il guerriero che catturava un prigioniero e il sacerdote che lo immolava, entrambi incaricati di procurare il “combustibile” che permetteva all’Aquila solare di tenere a bada le tenebre, continuando il suo viaggio nel cielo.

Va detto, comunque, che la risposta alla «rottura neolitica» non fu univoca, ma ogni popolo si fece interprete della propria storia e della propria geografia. Ad esempio, in Stati Civiltà come Cina e India il passaggio dalla dimensione totale (sacrificare per scongiurare una nuova fine del mondo) alla dimensione individuale (singolo vs insieme) fu molto lento e tendenzialmente conservativo.

1. In Cina, l’aquila divenne fenice e il serpente entrò nella pelle del drago. Qualche tempo dopo, con il dualismo complementare e non oppositivo del yin-yang, la fenice assunse i tratti dello yang (il principio maschile, celeste, solare) mentre il drago assorbì quelli dello yin (il principio femminile, terrestre, acquatico). Da questa unione – le due metà del Tao – dipendeva l’armonia nel mondo.
2. In India, il conflitto tra Nāga (serpenti) e Garuda (uccelli) rimase un movimento alternato che garantiva la sopravvivenza del cosmo: il Serpente (la terra, le acque primordiali, l’energia tellurica, la saggezza nascosta) “vinceva” ogni notte la sua battaglia, quando il Sole tramontava, e “perdeva” ogni mattina al primo battito d’ali di Garuda (lo spirito, l’aria, il sole, l’energia vitale ascendente).

Sotto l’aspetto storico-antropologico, la posizione delle due culture appare più politica che etica. Gli schieramenti, d’altra parte, appartenevano alla stessa famiglia etnica, condividevano la stessa natura, onoravano gli stessi dèi. Le loro guerre erano “giochi bellici” finalizzati alla proclamazione di un “vincitore”, in attesa di riprendere la competizione e ottenere una rivincita.

La trasformazione dell’«avversario» in «nemico» avvenne durante l’ultima fase della civilizzazione olocenica, quando le tribù ariane sparse nel mondo avevano ormai sviluppato caratteristiche differenti e spesso inconciliabili. Era scontato, del resto, che dai semi gettati qua e là germogliassero piante diverse: la geografia è un destino (Napoleone) che impone vincoli immutabili capaci di plasmare le sorti dei popoli, indipendentemente dalla loro volontà.

Ciò significa che la vera essenza dell’oltreuomo risiede nella diversità, cioè nella coesistenza dinamica dei due poli: colui che impara a volare in compagnia del serpente senza desiderare la sua “rottura” (uccisione), stabilisce l’armonia degli opposti. In caso contrario, diventa preda dell’ansia di apprendimento (tutto e subito), illudendosi che la “morte liminale” di una o più vittime possa allontanare l’inevitabile fine e rigenerare sia il singolo che l’insieme (Victor Turner).

 

– Il mondo come agonismo
L’immagine dell’Aquila che sacrifica il Serpente per ottenere il dominio sul mondo, è uno dei simboli più significativi del passaggio dalla Preistoria alla Storia. Questa rottura favorì l’affermazione delle religioni istituzionali, in larga misura percorse da visioni terrorizzanti e apocalittiche, tutte dominate dalla figura inedita del Nemico Assoluto: una forza co-eterna, indipendente e assolutamente contrapposta al Bene.

La descrizione più lucida del cambio di passo proviene dallo Zoroastrismo (a partire dal II millennio a.C.) in seno al quale, più tardi, si formerà la potente casta persiana dei Magi che esercitò la propria influenza tra l’Impero Medo (VII-VI secolo a.C.) e quello Persiano Achemenide (VI-IV secolo a.C.), professando un dualismo radicale altamente divisivo.
Due fazioni scesero in campo: quella dei magi ortodossi – che praticavano sacrifici incruenti a base di haoma, latte, acqua, pane e ramoscelli di baresman – e quella degli “eretici”, per i quali l’azione suprema consisteva nell’uccidere con le proprie mani qualunque creatura vivente In alcuni testi pahlavi, come ad esempio il Dēnkard, si parla esplicitamente dei riti “perversi, diabolici, empi” celebrati dai dēwāsn (i “demoni-latranti”, o “stregoni”) in onore di Ahriman.

I fattori psicologici, sociali e religiosi che determinarono quei rituali di sangue non sono estinti, ma tuttora sopravvivono in certe cerchie esclusive delle élite internazionali, dove si continua a credere che il tornaconto dell’azione cruenta sia il potere. Una tesi del genere, ieri come oggi, necessita di una legittimazione spirituale o trascendentale; pertanto, in un’epoca di estrema povertà intellettuale come l’attuale, si è provveduto a riciclare gli antichi pretesti: la “rottura” che rigenera (insegnando come mantenere il potere), l’invidia divina che giustifica ogni trasgressione, la logica del “dio di questo mondo”, i patti e le alleanze con esseri fittizi.

• La “rottura” che rigenera.
L’idea sacrificio cruento inteso come atto creativo e rigenerante risale ai rituali di sangue praticati nei substrati culturali pre-iranici dell’Età del Bronzo, ai quali sono riconducibili varie alleanze con le potenze ctonie (infere) associate al modellamento di un destino orientato verso la ricchezza materiale (nel sottosuolo, si nascondono i metalli preziosi). Il sangue dei “corpi rotti” era visto come il liquido prezioso che, fecondando la terra, generava prosperità all’interno del gruppo.
• L’invidia divina che giustifica la trasgressione.
In particolare presso le antiche società di stampo matristico, era diffusa la credenza di dèi «invidiosi» della felicità terrena che osteggiavano, malignamente, l’emancipazione umana. Propiziarsi le forze “inferiori” a loro insaputa, dunque, non era considerata una mancanza di rispetto bensì un modo per ottenere quel “dovuto” che il divino negava. Potrebbe radicare in questo contesto culturale l’idea del “patto col diavolo” che ha percorso la nostra cultura negli ultimi secoli, dal Faust cristiano ai riti satanici contemporanei.
• La logica del “Dio di questo Mondo”.
A partire dallo zoroastrismo, molte tradizioni religiose assimilarono l’idea di un dio buono e distante dalle faccende mondane (Ohrmazd) opposto al sovrintendente o vigilante del mondo «basso e corrotto» (Ahriman), il quale, più vicino alla materialità, avrebbe invece distribuito potere e ricchezza. Ecco perché gli umani più ambiziosi preferivano, e ancora oggi preferiscono, stringere patti con lui, anziché attendere la vittoriosa fine dei tempi.
• L’alleanza con gli esseri fittizi (eggregore).
Nella visione dicotomica bene/male, c’era posto per una «zona grigia» vista come uno spazio in cui le molteplici interazioni neuronali della specie umana venivano usate come batterie di accumulo per alimentare entità intermedie chiamate «eggregore». Sia le forze progressive (positive) che quelle retrograde (negative), si sarebbero sviluppate assorbendo energia dall’inconscio collettivo, indipendentemente dalle intenzioni della coscienza umana che generava energia. Il metodo scientifico giudica “falsa”, in quanto indimostrabile, questa ipotesi filosofica e spirituale. Allo stesso tempo, ritiene “vera” o verosimile la possibilità che l’alta tecnologia riesca un giorno a dotare le intelligenze artificiali di forme-pensiero superiori, che, una volta liberate, sublimeranno la coscienza umana fino a raggiungere la Singolarità. Delle due l’una.

 

– Un caso di distorsione cosmica
Una profonda riorganizzazione della teologia in materia di male e forze cosmiche, avvenne allorché il dualismo zoroastriano penetrò nell’ebraismo durante l’esilio babilonese (tra il VII e VI secolo a.C.). Divinità e figure mitologiche cananee come Ba’al o Mot – originariamente espressioni di forze naturali o nazionali – furono ridefinite in perfetto “stile assiro”, diventando così potenze demoniache e/o infernali.

La trasformazione più significativa riguardò ha-satan, l’«avversario di dio» presente nei testi biblici più antichi come il membro della corte celeste deputato alla sorveglianza del comportamento umano (da qui, probabilmente, la narrazione relativa ai Vigilanti). Ancora nel Libro di Giobbe (1, 1-22), egli appare come una figura subordinata a dio. In epoca post-esilica, però, il suo profilo cambia, realizzando un’entità autonoma e radicalmente malvagia che anticipa sviluppi pienamente compiuti solo nella letteratura inter-testamentaria e rabbinica.

Determinante in questa metamorfosi fu la necessità politica di affermare la superiorità del dio d’Israele sugli dèi più antichi, e quindi più autorevoli, delle tradizioni vedica e indoeuropea. Questi ultimi non erano intrinsecamente buoni o malvagi, bensì esseri ambivalenti capaci di azioni benefiche e dannose, perciò incompatibili con le aspirazioni di potenza della società veterotestamentaria.

Il Male cessò così di essere una mera assenza di Bene, disordine o eccesso – concezioni ancora vive nelle filosofie più antiche – e fu ri-concettualizzato come sostanza ontologica, principio attivo e opposto al divino. Una forza attiva, personale e fortemente negativa, di fronte alla quale la stessa Storia Umana smise di essere intesa come un movimento ciclico ritmato dalle stagioni, dalle generazioni e dagli eoni ricorrenti, per divenire un dramma lineare dotato di una struttura triadica: un inizio (la creazione), uno svolgimento (la lotta escatologica tra Bene e Male) e una fine (l’avvento dell’Anticristo e dell’Apocalisse).

La concezione teleologica della Storia forgiò il cristianesimo e, per molti versi, l’intera civiltà occidentale, ferma ancora oggi sulla figura immaginaria del Nemico Assoluto. D’altra parte, senza il presunto Male crollerebbe l’intera architettura morale, politica e liturgica eretta dal presunto Bene. Per scongiurare tale pericolo la teodicea classica – basti pensare a Leibniz – assolse dio da tutti i mali del mondo, sostenendo che il Male era stato creato dal divino per suscitare un Bene ancora maggiore.

Più verosimile, invece, appare la possibilità che il Male appartenga all’aspetto torbido della nostra coscienza. Con questa realtà avremmo dovuto regolare i conti tanto tempo fa, anziché allestire raccapriccianti battute di caccia ai ribelli, agli eretici, alle streghe e a inesistenti pericoli pubblici. A quest’ora faremmo parte della civiltà più evoluta mai apparsa sulla Terra, invece siamo ancora qui, a «rompere corpi» con innesti sintetici e microchippature selvagge, giusto per non smentire noi stessi.

 

– L’invenzione del Nemico Assoluto
Per millenni il potere politico e religioso ha proiettato sui sedicenti eretici la propria ombra, attribuendo agli avversari ideologici errori e malvagità. Questo meccanismo non è un semplice espediente polemico, ma una costante antropologica profonda, come ha spiegato René Girard nella formulazione della sua teoria del «desiderio mimetico»: quando le tensioni e le rivalità all’interno di un gruppo diventano insostenibili, si scarica ogni negatività su una “vittima arbitraria” (un individuo, un gruppo, una divinità). Le acque si calmano, per un po’, ma non appena il problema riemerge, si procede alla demonizzazione sistematica dell’avversario storico, che diventa il ricettacolo di ogni male passato, presente e futuro.

Sotto l’aspetto simbolico il meccanismo descritto – culla della figura del ‘dèmone’ nelle sue forme più arcaiche – iniziò a funzionare allorché l’Aquila solare (simbolo del potere celeste e dell’ordine) divorò il Serpente (essere ctonio, emblema della ciclicità terrestre). Le mitologie indoeuropee abbondano di narrazioni in cui una tradizione giudicata ormai inefficace (il Serpente) è costretta ad arretrare davanti a un futuro promettente (l’Aquila).

In esse, c’è già il nocciolo della teoria girardiana: chi detiene il potere, legittima la propria egemonia proiettando sull’avversario ogni negatività. L’interesse antropologico di questa dinamica non sta tanto nel denunciare la sua reale o presunta ipocrisia, ma nel sottolineare quanto la demonizzazione di un nemico reale o immaginario possa essere cruciale per la coesione interna di un gruppo, fungendo da collante identitario.

In forme secolarizzate, il medesimo meccanismo opera oggi nelle ideologie politiche, nei conflitti etnici, nelle guerre di religione che hanno ripreso slancio, e persino nelle dinamiche di controllo sociale dalle quali sono scaturiti i social network. Dunque, focalizzare l’attenzione sulla genesi umana del demoniaco che costituisce l’ossatura della figura del Nemico Assoluto non è un esercizio ozioso.
Il lavoro di ricostruzione, anzi, aiuta a comprendere che il sacrificio – nella sua veste antica o moderna – non ristabilisce l’armonia, ma tutt’al più rinvia l’inevitabile crisi, dato che la vera pace non arriva quando si trova un capro espiatorio da immolare, ma nel momento in cui si smette di cercarlo.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

2 Comments

  • Namaziano 17 Maggio 2026

    Nutro qualche piccolo dubbio sul fatto che i posteri ricorderanno l’attuale declino dell’Occidente come “apoteosi del Gott Mit Uns” dei soldati tedeschi del III Reich, figurarsi dell’ordine teutonico. Credo che correggeranno un tantino il tiro, appena appena.

  • Rita Remagnino 18 Maggio 2026

    Obiezione accolta, Namaziano. Chiaramente il linguaggio è una pratica situata che rende condivisibili usi e regole sociali, ma è difficile che calzi a pennello su ogni concetto. Io per prima storco il naso quando sento applicare termini come “nazismo” e “fascismo” a situazioni contemporanee lontane anni luce dagli “originali”, perciò capisco benissimo. Tuttavia, è pur vero che là dove il cielo si schiera, l’opposto si fa inferno. E magari, un giorno si troverà un altro modo per dirlo …

    Un caro saluto.

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