7 Giugno 2026
Appunti di Storia

Ora rido: “partigiani in Valle d’Aosta” – Gianluca Padovan

Il mito del parteggiante chiamato partigiano.

Invece di parlare delle solite e oramai desuete nonché scontatissime panzane sulla “liberazione” d’Italia ricordiamo -seppure per sommi capi- che qualche “italiano” s’era fatto pagare per cedere una fetta di suolo patrio ai francesi.

Ma procediamo con calma.

L’italiano medio, nonché mediocre, è un po’ buffo. Il 25 luglio 1943 riempie gli angoli delle strade con le tessere del Partito Nazionale Fascista. Il 25 aprile 1945 si diffonde un’influenza più contagiosa del “covid” e spuntano i “partigiani-parteggianti” come papaveri nei campi. Nel veronese, ad esempio, a fine aprile 1945 giravano alcuni camion con a bordo ceffi che distribuivano le “fasce da partigiano” a chiunque. E con l’arrivo dei soldati americani c’erano più “parteggianti-partigiani” che -per l’appunto- papaveri nei campi.

«Certi valichi e certe mulattiere si scoprono soltanto dopo aver fatto una lunga salita» (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 39).

Per sommi capi…

A tutta prima, tra il maggio 1943 e l’agosto del 1944, nella mente e nelle memorie di Charles de Gaulle -il generale- si monta lo scenario di una intera Valle d’Aosta in mano francese, unitamente ad un pezzetto di Liguria e a qualche valle piemontese.

Gli Americani, di contro, desiderano l’intera Italia già dal 1917. Il loro intento è mascherato dietro l’offerta -rifiutata- di un sostanzioso e sostanziale aiuto al Regio Esercito Italiano, il quale è disperatamente ma coraggiosamente aggrappato al Massiccio del Grappa e al Fiume Piave.

Quasi trent’anni dopo gli americani si sono impossessati dell’Italia raccontando che stanno dando al popolo la libertà, la quale si concreta -a tutt’oggi- in circa 112 basi militari operative che controllano capillarmente ogni peto di singolo italiano.

Ma torniamo a quell’aprile-maggio del 1945.

Gli americani allargano grandi sorrisi ed equipaggiamenti militari a profusione agli alleati francesi, ma evitando di dare loro troppe armi pesanti. Difatti sanno che costoro non staranno ai patti e non si limiteranno ad avanzare per soli pochi chilometri in territorio italiano.

«Si è oramai giunti a una nuova concezione del potere, a brutali condensazioni dagli effetti immediati. Per opporsi ad esse è necessaria una nuova concezione della libertà, ben lontana dagli sbiaditi concetti che oggi vengono associati a questa parola. Ma ciò presuppone che non ci si accontenti di salvare la pelle, e anzi si sia disposti a rischiarla» (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 39).

Parteggianti valdostani?

Le storie diffuse dai “media” sulle fondamentali azioni dei partigiani per la liberazione della Valle d’Aosta sono delle clamorose panzane.

Basta, ad esempio, prendere in mano il lavoro dello storico Marc Lengereau, dottore in scienze politiche, e leggere tanto il suo scritto quanto la corposa documentazione d’epoca che vi unisce: “Le général de Gaulle, la Vallée d’Aoste et la frontière italienne des Alpes (1943-1945)”.

I “partigiani” valdostani sono pochi e ad un certo punto vengono costretti a lasciare la regione e a riparare in Francia, dove sono equipaggiati. Tra il 1943 e il 1945 i francesi finanziano i così detti “partigiani” che devono favorire l’ingresso delle truppe francesi nel territorio e agevolare l’annessione della Valle d’Aosta alla Francia, anche andando contro gli accordi stipulati con inglesi e americani. Qualche valdostano vorrebbe un’autonomia anche dalla Francia e viene messo a tacere, in un modo o nell’altro.

Gli americani non se la dormono e, come si leggerà, pagheranno profumatamente i mercenari destinati ad opporsi, partigianamente, all’occupazione francese della Valle d’Aosta. E poi, in certi territori, si possono muovere liberamente perché non v’incontrano né truppe tedesche… né truppe francesi!

– Il Documento “B2. Compte-rendu du général Bondis au général Juin”, del 17 dicembre 1944, in un passo recita: «L’ensemble de la population du Val d’Aoste est autonomiste [in corsivo nel testo. N.d.A.]. La formation des divers “Maquis” de cette région a été conditionnée par ce programme politique. Certains éléments sont plus avancés et se déclarent séparatistes en demandant leur rattachement à la France. Le Chef incontesté de tous ces partisans est un nommé OLLIETTI alias MEZARD qui est personnellement séparatiste mais dont l’autorité est reconnue par tous les autonomistes. Dispersés au début de Novembre 1944 par des colonnes Germano-Fascistes, ces partisans sont en partie réfugiés en France (Caserme Bizanet à Grenoble) et en partie éparpillés dans les Montagnes du Val d’Aoste avec peu possibilités de regroupement pour le moment» (Marc Lengereau, Le général de Gaulle, la Vallée d’Aoste et la frontière italienne des Alpes (1943-1945), Musumeci Éditeur, Aosta 1980, p. 106).

– Del Documento “B8. Cinq télégrammes personnels du général de Gaulle au général Doyen” riporto il solo testo del telegramma datato 4 maggio 1945, dove Charles de Gaulle dichiara espressamente che la Valle d’Aosta deve essere occupata: «Il y a urgence à occuper le Val d’Aoste entièrement. A ce sujet je suis informé que le colonel de Galbert qui commande dans ce secteur aurait une position personnelle et négative dans cette affaire. Bien que je veuille douter d’une attitude qui serait très grave de la part de cet officier, je vous prie de prendre les mesures voulues pour que le Commandement de l’opération soit exercé par un Chef qui ne se mêle que d’exécuter les ordres qui lui sont donnés en conformité des miens. D’autre part, il y aurait grand intérêt à ce qu’un détachement français se rendît à Turin, ne fût-ce qu’à titre symbolique, puisque Turin fut le théâtre du soi-disant armistice franco-italien de 1940» (Ibidem, p. 113).

– Per quanto concerne il Documento “D3. Renseignements sur la situation en Vallée d’Aoste”, datato 22 febbraio 1945, vi sbobino le sole prime righe: « Les Américains arment la population valdôtaine en distribuant à Val d’Isère les armes et les équipements militaires à des groupes de 30 à 40 Valdôtains montant de la vallée pour les chercher et les répartir non seulement au maquis, mais dans la population valdôtaine. Ces équipes passent librement par le col de Rhêmes sans rencontrer ni Allemands ni troupes françaises ni controle français. Les Américains assurent la population quel les Français ne descendront pas dans la vallée et qu’ils n’auront pas à s’en occuper. Dugoni, la veille de son départ, a fait pervenir dans la vallée une somme de 8 millions de lires, destinées à la propagande anti-francese au sein de la populatuon» (Ibidem, p. 165).

Ma questa non posso proprio risparmiarvela perché parla della situazione militare nell’aostano, con parteggianti “bonomisti” che vanno e vengono senza essere infastiditi dai Repubblicani: « Situation militaire: (…) Les Allemands quittent la vallée. La garnison fasciste d’Aoste est très réduite. Les maquisards bonomistes, soutenus par les Américains, enrôlent des volontaires et les arment sans être inquiétés par les fascistes» (Ivi).

«Tutti gli elementi messi in scena, imperi nemici, armi, pericoli, sono parte integrante della regia che dà vita al dramma. Non c’è dubbio che ancora una volta l’uomo riuscirà a domare il tempo, a ricacciare il nulla nella sua caverna» (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 84).

Il dato di fatto.

Sulla carta, fino al giorno 8 maggio 1945, ma di fatto fino a quasi la fine dello stesso mese, gli Italiani difendono i confini della Valle d’Aosta contro le truppe francesi. Si tratta di contingenti dell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana, come ad esempio il 40° Reggimento Alpini della Divisione Littorio e il Gruppo d’Artiglieria Mantova della Divisione Monterosa, a cui si sono unite “truppe partigiane” che -finalmente- sarebbe ora di inquadrare con sincerità, perché non si trattava di civili ma, per la massima parte, di soldati del Regio Esercito Italiano che non erano “passati” né con i tedeschi, né con i repubblicani e tantomeno con i francesi.

In particolare, in quella che viene ricordata come la “Seconda Battaglia delle Alpi”, il Forte Traversetta (o Forte di Traversette, ma per i francesi Redoute Ruinée) è difeso da una quarantina di soldati della R.S.I., i quali respingono con determinato furore ogni assalto francese; il giorno 8 maggio si arrendono con l’onore delle armi alle truppe americane.

Oggi quel caposaldo è tornato in mano francese. È abbandonato, diruto, stretto dappresso dall’ignoranza e dalle installazioni sciistiche, in completa rovina. Poco sotto è stata aperta una gigantesca discarica di rifiuti urbani. Mi viene quasi da dire che occorrerebbe battersi per riprenderlo e farci un sacrario.

Sull’argomento vedere utilmente su Ereticamente: “FORTE TRAVERSETTA. Il perché di un libro fotografico su questa ‘modesta’ architettura militare”

(https://www.ereticamente.net/forte-traversetta-il-perche-di-un-libro-fotografico-su-questa-modesta-architettura-militare/)

«Il mito non è storia remota; è realtà senza tempo che si ripete nella storia» (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 84).

Concludendo.

La Storia è ciò che è accaduto. Di contro, oggi si raccontano le “storielle di partito”. In Valle d’Aosta e, in particolare, nella Valle di La Thuile, si nega recisamente ciò che è stato e per due motivi: ignoranza congenita, nel senso che non sanno nemmeno che scuole hanno frequentato i loro genitori, e ignoranza indotta, ovvero cancellazione della memoria storica perché compromessi nelle “faccende francesi” e parallelamente compromessi nelle “imposizioni di partito” perché non si vuole ammettere quanto siano stati inesistenti nella protezione del suolo italiano.

Non posso che concludere mediante un altro catartico “passo” o “passaggio” di Jünger: «Forse un giorno si riconoscerà che la parte più vivace della nostra letteratura è quella non scaturita da intenti letterari: i resoconti, gli epistolari, i diari che hanno visto la luce nelle grandi battute di caccia, negli accerchiamenti, nei mattatoi del nostro mondo. Si dovrà riconoscere che nel suo de profundis l’uomo ha toccato abissi che arrivano alle fondamenta stesse dell’essere, e incrinano la tirannia del dubbio. Qui egli perde la paura» (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 85).

1 Comment

  • Nebel 19 Maggio 2026

    Che tristezza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *