7 Giugno 2026
Società

Locazioni d’amore – Ramingo

“Nell’amore ci accorgiamo per lo più troppo tardi se un cuore ci è stato dato solo in prestito, se ci è stato donato oppure se ci è stato addirittura sacrificato”. Non ricordo più chi lo disse. Un tempo mi piaceva, ora la trovo una frase anacronistica, odorosa di vecchie stanze ammuffite, ricoperte di stinte tappezzerie floreali, piene di pesante mobilia da mandare al macero.

In via preliminare e per onestà devo ammettere che anch’io sono stato un conservatore. Un po’ per pigrizia, un po’ per istinto, un po’ per partito preso, ho sempre opposto resistenza alle novità.  Per esempio, i nuovi modelli familiari. Ne ho sempre diffidato. Anzi, ho sempre provato per loro una radicale avversione, proporzionale all’amore e al rispetto che provo per la famiglia cosiddetta tradizionale, dove appunto non si dava in prestito ma si donava, si sacrificava qualcosa.

A proposito, avrete notato che è in corso in paesi e città una vera strage di alberi. Querce, faggi, platani, giganti maestosi, imponenti, secolari, vengono abbattuti, e al loro posto vengono piantumati alberelli magrolini, rachitici che, si dice, rimboschiranno viali e giardini nelle città future. È molto triste, ma è il progresso. Il vecchio deve far posto al nuovo.

Ora direte, cosa c’entra la selvicoltura con la famiglia? C’entra metaforicamente, nel senso che uno degli alberi sui quali più si accanisce la scure del mondo moderno è l’albero genealogico, questo tronco vecchio di millenni, più antico degli ulivi del Getsemani, più grandioso delle sequoie californiane, albero le cui radici si protendono in un passato senza fine, sulle cui ramificazioni leggiamo il nome di genitori, nonni, bisnonni, trisavoli, antenati, persone amate e altre che non abbiamo mai conosciuto ma cui ci lega uno stesso sangue, una stessa linfa.

Confesso che questo albero mi ha sempre affascinato. Mi sembrava di poter trovar un rifugio sicuro sotto le sue fronde, appeso anch’io a uno di quegli innumerevoli rami dove per millenni han costruito i nidi i miei avi. Certo, ne vedevo anche le nodosità, i rami secchi, i frutti marci, e tuttavia ne ammiravo la maestà e mi pareva di cogliervi un che di misterioso e sacro.

Si capirà dunque che non è stato facile per me accettare l’idea che si dovesse abbattere questo vetusto ma solido albero, per far posto ad alberelli senza radici, senza storia, intendo famiglie improvvisate, raccogliticce, dove i figli sono spesso frutti raccolti da altri alberi, quasi rubati, dove non sarà più possibile sapere chi sono i nostri veri genitori, i nostri veri nonni, conoscere il nostro più o meno onorabile lignaggio.

È stato difficile e doloroso mettermi al passo coi tempi, superare questa mia retriva prevenzione, ma non volevo sentirmi antiquato. Così – ombre di mia prosapia, perdonatemi! – dopo aver a lungo dibattuto con me stesso ho capito che i miei paradigmi familiari non erano leggi divine scolpite nella pietra ma galleggiavano pigramente in una palude di obsoleti condizionamenti culturali. Tolti i miei paraocchi, sono emersi in me con un repentino chiarore i possibili sviluppi della mia nuova libertà di pensiero.

Ho capito che la strada da noi fin qui percorsa sulla via dell’evoluzione familiare è solo un piccolo tratto di quella ancora da percorrere. Così, mi è balenata subito un’idea. Mi son basato su una semplice constatazione: normalmente l’essere umano desidera aver dei figli. Questo però implica difficoltà e impegni assai gravosi, sia per chi segua un iter classico sia per chi adotti procedure più moderne, come accade all’interno di famiglie alternative, atipiche.

Inoltre, anche una volta che con metodi antichi o nuove tecnologie si ottenga un bambino, rimane l’onere di allevarlo, educarlo. Bisogna farsi carico per tutta la vita di problemi e responsabilità. Non è raro il caso che qualcuno si penta poi di esser genitore a causa delle pene e delle fatiche che tale ruolo comporta. Molti restano scoraggiati dalle difficoltà e rinunciano all’appagamento di un desiderio tanto naturale, altri lo rimandano tanto da esser infine troppo avanti con l’età per poterne ancora serenamente godere.

La mia proposta, semplice e pratica, è perciò questa: si affittino i bambini. Società ad hoc si occuperanno del loro allevamento, sbrigando tutte le noiose procedure relative al concepimento, alla gravidanza e al parto, e fin dal primo giorno di vita il bambino potrà essere affittato a chi ne farà richiesta. Ma potremo noleggiare anche un bambino già cresciuto, senza dover aspettare anni perché parli o cammini.

Naturalmente, massima elasticità e minimi vincoli. L’affitto potrebbe limitarsi a pochi giorni oppure estendersi ad alcuni mesi o anni. Si potrebbe prendere il bambino in leasing, con la possibilità di riscattarlo alla fine di un periodo stabilito, oppure rivenderlo. Non è mia intenzione definire qui tariffe, formule di noleggio, diritti di recesso ecc. Mi basta esporre per sommi capi la mia idea e sottolinearne gli aspetti innovativi e funzionali.

Immaginate: vi piacciono i neonati? Ne avrete uno sempre nuovo cui dare il biberon e a cui potrete pulire il sederino per tutto il tempo che vorrete. Oppure potrete per un paio di mesi noleggiare una bella bambina di tre anni, comprarle delle bambole, farla trotterellare sulle ginocchia, viziarla, sculacciarla e metterla in castigo, poi riportarla al negozio e al suo posto prendere a nolo un maschietto di dieci, aiutarlo a fare i compiti, portarlo al cinema.

Un ragazzino che vi ammiri e vi ubbidisca, prima che diventi impertinente e irrispettoso. Potrete fargli le prediche, lamentarvi con lui per il tempo che passa al telefono, ripetergli le cose che vi dicevano i vostri genitori. E se vedete che è un po’ tonto o che comincia ad avere problemi adolescenziali, lo potete rendere in anticipo all’agenzia pagando una modica penale.

Se avete la vocazione al sacrificio e al dolore potrete affittare un bambino molto malato.  Se invece non vedete l’ora di diventare nonni, potrete affittare per un certo periodo un bravo giovane e una onesta ragazza insieme a uno, due o più nipotini (dipende dalle vostre disponibilità economiche) vivendo così tutte le emozioni che si possono provare in questi casi.

E intanto che lo dico mi viene un’altra idea luminosa. Si potrebbero cioè, con gli stessi criteri, noleggiare nonni su misura: rassicuranti, esperti, assennati, che ricordino tradizioni e saghe familiari; o nonne incanutite, affettuose e sagge, che insegnino ai bambini vecchie preghiere, consolino le fanciulle alle prime ferite d’amore, trasmettano vecchie ricette di cucina (ovviamente con diritto di recesso alle prime avvisaglie di demenza senile).

L’affitto breve di nonni garantirebbe il calore umano necessario in occasione di Natali, feste, compleanni, ricorrenze speciali. E per rendere più gaia l’intimità familiare si potrebbero noleggiare all’occasione anche cani, gatti e altri animali d’affezione. Da questi affitti d’amore la nostra società potrebbe trarre innumerevoli benefici psicologici ed economici. Potremmo creare un mercato ricco di nuove opportunità e sviluppare una rete di relazioni umane sempre nuove e appaganti.

Ma la mia proposta, oso sperarlo, va ben oltre i suoi aspetti pratici e affettivi. È prima di tutto il tentativo di incoraggiare un’evoluzione morale, di emanciparci da schemi limitanti e sorpassati. Il mio scopo è dimostrare che una famiglia non nasce da formalità civili o religiose, non poggia su grigi doveri, su fruste abitudini, ma sul diritto di star insieme e di lasciarsi serenamente, per libera scelta, senza esservi costretti.

 

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