7 Giugno 2026
Società

La gente – Ramingo

Io non sono un misantropo. Non odio l’uomo, nutro semmai un generico disprezzo per la gente, la massa degli individui di cui anch’io naturalmente faccio parte. Si dice in genere sia facile amare l’Uomo, inteso come umanità, e che sia invece difficile amare gli uomini presi uno a uno. Per me è il contrario. Mi è capitato talvolta di amare delle persone, ma mai di amare la gente. Tizio o Caio, presi in sé, possono essere amabili. La gente mi ispira invece un’istintiva paura e una riluttante idiosincrasia.

Dietro un’apparenza odiosa il singolo individuo può sempre nascondere qualcosa di nobile e bello. La massa degli individui, la popolazione, per quanto la idealizziamo, rimane un animale sporco e pericoloso. Qualcuno dirà che ‘gente’ è un’astrazione e che solo gli individui, Tizio e Caio, sono reali. O forse sia la gente che Tizio e Caio sono astrazioni.

Questo non ha molta importanza. Non so dire di preciso cosa significhi la parola ‘gente’. Un agglomerato di corpi, un ammasso di coscienze eterogeneo, indistinto, confuso. Non è un semplice “gruppo di persone” unite da qualche interesse o scopo comune, da affinità intellettuali o da legami affettivi. È una specie di essere misterioso e indefinibile.

Ma non è neanche la semplice somma di tante individualità, un assembramento di qualità e caratteri diversi e sconnessi. È mucchio disorganico, eppure ha qualcosa che ricorda l’organismo vivente, sembra avere una sua fisiologia, una sua psicologia. Forse è questa sua natura paradossale che rende la ‘gente’ minacciosa, come un animale di cui è difficile prevedere le reazioni.

Non vorrei però perdermi in speculazioni astratte, quindi torno a considerazioni più semplici e convenzionali. E dopo aver ammesso di non poter spiegare chiaramente cosa sia la ‘gente’, dirò cos’è che ne forma secondo me il carattere estrinseco. Per esempio, quando la osservo mi par di notare in essa un’inconscia inciviltà, una fisiologica resistenza allo spirito e alla cultura.

Da qualunque angolo la si guardi – estetico, morale, religioso, filosofico, tecnico, scientifico – l’evoluzione della società non è mai il prodotto di forze collettive ma nasce dagli impulsi e dalle idee di pochi grandi uomini che seppero distinguersi dal normale modus operandi della collettività, individui che elevarono il loro spirito sottraendolo alla gravità esercitata dalla massa.

I pensieri della gente sembrano invece fatalmente attratti verso il basso, spinti da un’involontaria peristalsi lungo oscuri meandri intestinali, per produrre infine melmose evacuazioni di violenza e stupidità. Come si può constatare in un qualsiasi talk show dei nostri tempi, nelle discussioni politiche o nei chiacchiericci dei social, tali pensieri non vanno di solito oltre modestissimi valori intellettivi, e anzi spesso ne restano notevolmente al di sotto.

L’intelligenza non è mai stata una qualità cumulabile, questo è chiaro. Date a cento o a mille stupidi un difficile problema di matematica e non ne verranno mai a capo, neanche in cento o mille anni. Il fatto strano è che anche persone dotate di buon senso, quando si aggregano alla ‘massa’, perdono gran parte delle loro facoltà razionali. Come se il loro diapason intellettuale dovesse abbassarsi di parecchi Hertz per intonarsi a quello dell’Individuo comune (cioè della collettività).

L’influenza della massa riduce l’intelligenza del singolo a un limitato repertorio di luoghi comuni, ovvietà e banalità, a semplici automatismi mentali, e la sua spiritualità – quando ne abbia una – a un rozzo e superficiale materialismo. Solo nella solitudine fioriscono i grandi pensieri, le sublimi ispirazioni dell’arte, della poesia.

La gente è geneticamente afflitta dalla prosaicità e dal cattivo gusto. Basta vedere le nostre grandi città per capire come l’aggregazione di grandi masse faccia emergere il kitsch latente in noi e produca un’immediata ipotrofia del nostro senso del bello, una lassità di legamenti interni da cui nasce il tipico squallore urbano. Anche le virtù morali, o le semplici buone maniere, vengono in genere compromesse nella transizione dallo stato di individuo a quello di “elemento della massa”.

Confusi nella moltitudine amorfa e anonima dei nostri simili, perdiamo le nostre più preziose e delicate peculiarità personali. Fenomeno che oggi cresce a misura che gli individui vengono spersonalizzati, risucchiati in una Rete che è il regno del subumano, dominio indiscusso del brutto, del falso e del morboso, trionfo dell’opinione di tanti sulla verità di pochi.

La Rete è in fondo un’occasione di riscatto per la gente, un luogo dove sembra sia l’opinione della massa a dettar legge, a tirare i fili del discorso. Si crede infatti esista un’entità detta “opinione pubblica” e che la sua forza quasi demonica eserciti un influsso decisivo sulla società. Si dice quindi che politici e mercanti la rendano oggetto di assidua sorveglianza, per carpirne le tendenze, i gusti, le idee. Ma questa è una favola. “Opinione pubblica” è infatti un ossimoro, essendo la massa troppo stupida per avere una propria opinione. E la Rete è solo un altro modo per darle ordini e guidarla, fingendo di concederle libertà.

La gente è sonnambula, è un grosso tizio mezzo addormentato che parla e si muove senza averne coscienza. La differenza è che Tizio, per quanto suggestionabile, ha un solo cervello, mentre la massa ne ha molti, e questo moltiplica la sua suggestionabilità per n volte. Perciò la gente è così facilmente manipolabile. L’anima collettiva è molto più vulnerabile alle pressioni esterne.

Inutile indignarsene o lamentarsene. Risponde a un’evidente necessità politica. La gente non deve riflettere o avere una sua volontà, ma ubbidire e servire. Occorre però darle comandi molto semplici, sostenuti da semplici immagini, perché la gente odia le complicazioni, fornirle già le conclusioni, perché la gente odia le lunghe premesse, e mostrarle soluzioni già pronte, perché odia i problemi.

Soprattutto, bisogna ingannare la gente, perché, lo dicevano già gli antichi romani, è questo che la gente vuole, essere illusa. È facile convincerla a seguire la via già tracciata, spingerla come una mandria compatta nella direzione voluta, quando si è capito che solo la retorica più grossolana la ispira, solo il desiderio e la paura la consigliano, solo l’illusione la guida. Mentire alla gente non è quindi un gesto biasimevole ma un atto socialmente necessario.

Cercare di insegnare alla gente il Bello, il Giusto o il Vero, sarebbe tempo perso e non farebbe che renderla ostile e insofferente, come cercare di infilare le braghe a un caprone. Ed è assurdo sperare che la gente possa cambiare. Non v’è idea più assurda di quella che vorrebbe “educare le masse” o elevarle. Chiunque ci abbia provato non ha fatto che peggiorare le cose.

Ha ragione Machiavelli: “chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusione, sanza gusto, sanza diletto, sanza stabilità”. La gente è una bestia selvaggia e fa bene il Principe a trattarla con durezza, fan bene coloro che la frustano, la incatenano, la inducono a sottomettersi e a pagar pegno. Questa è la nuda realtà, quando la spogliamo dei suoi logori paramenti democratici e liberali.

Occorre rassegnarsi alla necessità al caso: o siamo Principi o siamo gente. Quindi, a meno che non godiamo di qualche aristocratico privilegio o che qualche rara forma di immunità ci protegga, nessuno di noi può sfuggire al triste destino d’esser parte di una massa. Possiamo ritenerci superiori al volgo, liberi da condizionamenti e sudditanze, e dalla nostra torre osservare l’indistinto formicolare della gente con disprezzo – odi profanum vulgus, et arceo – ma di solito niente giustifica la nostra idea di esser diversi dagli altri.

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