
La consolazione della filosofia
Gli amici con i quali mi trovo talvolta a sorseggiare qualche tazza di buon tè mi rimproverano di portare la conversazione su questioni filosofiche, mentre il mondo è sul baratro di crisi e tragedie immani. Ma proprio in momenti bui e difficili io trovo consolazione nella filosofia. Perciò, quando i miei convitati cominciano a dibattere di politica, di guerre, di economia, e altre simili cose di poco conto, io cerco di richiamarli ai veri, eterni problemi dello spirito. Proprio ieri, ad esempio, leggevo di un fatto curioso, da cui si possono trarre alcune interessantissime e utilissime considerazioni, che vorrei condividere con chi come me si diletta di tali problemi.
Ho letto infatti che nella foresta amazzonica esistono moltissime varietà di pappagalli, più o meno come da noi esistono tante diverse razze di cani. Ognuna di quelle specie ha un nome particolare, ma non esiste nella lingua degli indios una parola unica che le accomuni, ossia manca a quei selvaggi un concetto generale di ‘pappagallo’. Evidentemente la loro logica è meno evoluta della nostra, per cui, mentre il loro vocabolario presenta un’abbondanza straordinaria di parole per designare le particolarità di un fenomeno – atmosferico, psicologico ecc. – difetta di termini che esprimano idee ‘generali’.
Utilità del generalizzare
Quante volte abbiamo detto ‘non bisogna generalizzare’? E invece bisogna assolutamente farlo. Nella scienza, per esempio, la comprensione dei fenomeni si basa su ipotesi di leggi generali. Una mela che cade da un albero, una pietra che rotola lungo un pendio, sono accomunate da una medesima legge di gravitazione universale. E ogni volta che un tale si volesse suicidare buttandosi dalla finestra, saprebbe di poter contare su questa e su altre leggi generali. Non è necessario che abbia studiato la fisica. Gli basta sapere che, grazie ad alcuni caratteri generali della realtà, non galleggerà nell’aria ma si sfracellerà al suolo.
È così che l’uomo, raccogliendo molteplici osservazioni in un’unica idea, ricava le certezze che gli servono. Se per esempio so che i siciliani sono mafiosi e che Socrate è siciliano, so anche che Socrate è mafioso. È una conclusione evidente e non discutibile. Per chi vi si eserciti con sufficiente costanza, questo modo di procedere è meraviglioso. Ci consente di muoverci nella vita passando da una generalizzazione all’altra in modo logico, necessario, e di dimostrare facilmente un’infinità di cose.
Alcuni pensano che generalizzare favorisca i pregiudizi. Costoro direbbero che non tutti i siciliani sono mafiosi, o che Socrate è un individuo unico nel suo genere e che quindi chiuderlo in una più ampia generalità di casi è sbagliato. Ma esaminare caso per caso comporterebbe un dispendio enorme di tempo e di fatica, contro l’enorme risparmio di pensiero che deriva dal generalizzare. L’alternativa è perdersi in un caos di particolari sconnessi. Generalizzando abbiamo invece ordine, chiarezza, rapidità di giudizio.
“Il gatto” non è “un gatto”
Il pensiero ha bisogno, per funzionare, di regole generali e di una generale regolarità. Sarebbe una follia, ad esempio, aspettare di aver esaminato tutti i gatti – passati e futuri, ad infinitum – prima di poter dire che ogni gatto ha la coda! Se qualcosa ha la coda e miagola è sicuramente un gatto. Qualcuno dirà che esistono gatti senza coda e che non miagolano. Ce ne mostri uno, e saremo lieti di dire che questa eccezione conferma la regola generale.

Nella realtà alcuni gatti sono bianchi, altri neri o rossi, e tutti hanno un’età e un peso. Ma quando noi, generalizzando, diciamo ‘il gatto’, non siamo tenuti ad assegnargli un colore, un peso o un’età. Il ‘gatto in generale’ può avere qualsiasi colore ecc., quindi non deve averne nessuno. Ho letto da qualche parte che i sofisti cinesi dicevano: “cavallo bianco non è cavallo”. Giustissimo! Infatti, un termine generale esclude ogni attributo specifico. “Il gatto” in generale ha solo gli attributi essenziali della ‘gattità’, la quale non implica un certo colore ecc. Sappiamo d’altro canto che non esiste un gatto senza colore, peso o età.
Quindi, a cosa pensiamo quando diciamo ‘il gatto’? Probabilmente a un’idea platonica, gatto invisibile e vuoto che attende di esser riempito con qualcosa. Quindi ogni generalizzazione è astratta per sua natura. Il problema è che ogni generalizzazione si compone di altre generalizzazioni. Per esempio, ‘città’ è una generalizzazione composta di case, strade, giardini ecc.. Ma ‘casa’ è una generalizzazione composta di mattoni, porte, finestre ecc. E via dicendo.
Realtà e apparenza
Ogni generalità è divisibile all’infinito. E, per converso, è possibile includere ogni generalità in una generalità ancora più ampia. In questo senso, ‘Atomo’ e ‘Universo’ potevano sembrarci un tempo i due estremi di una linea che andava dall’assolutamente particolare all’assolutamente generale. Ma poi abbiamo scoperto che anche l’atomo è una generalizzazione, e che lo si può dividere, e che anche l’universo è solo un particolare universo fra i tanti universi possibili, e che lo si può moltiplicare.
Pertanto, non esiste nulla di sostanziale. Ogni nome si riferisce solo a un insieme di cose le quali sono a loro volta insiemi d’altre cose. Ogni cosa è perciò solo un nome (flatus vocis) cui non corrisponde nulla di reale. E questo si può dire anche dell’uomo, nome generico per indicare un insieme di pensieri, organi, tessuti, molecole ecc., essere che può sembrare concreto ma è solo una generalizzazione astratta, più o meno a metà strada tra il nucleo dell’atomo e il sistema solare. Reale, dunque, è solo il Tutto, l’insieme complessivo di tutti gli insiemi di concetti generali e di cose particolari.

Il problema di Dio
Questo ‘Tutto’ alcuni lo chiamano ‘Dio’, concetto speciale e generalissimo. Generalissimo perché è generalizzazione di tutte le generalizzazioni possibili, l’insieme totale delle nostre astrazioni. Speciale perché non racchiude solo un insieme di Dei particolari, dotati di certe qualità specifiche che li distinguono uno dall’altro, come succede con ‘il gatto’ e ‘i gatti’. Esiste solo un unico Dio, quindi senza attributi di peso, colore, forma, dimensione, età. Di lui non possiamo dire nulla di particolare, come diremmo di un certo gatto. Tuttavia, come c’è una ‘gattità’ deve esistere una ‘diità’ che esprime i caratteri essenziali di Dio. Ma essendoci solo Dio, in lui universalità e particolarità devono necessariamente coincidere.
Quindi di Dio si può dire tutto (via affirmationis) e non si può dire niente (via negationis), perché essendo il tutto Dio non è niente di definito, è libero di essere e di non essere qualsiasi cosa. Perciò se uno dicesse: “Dio è x o y”, gli toglierebbe la libertà di non esserlo. E mentre di un gatto si può dire che non è un pappagallo e nemmeno una tazza da tè, a Dio non possiamo negare la libertà di non essere quello che è. Nel suo caso non vale neppure il principio del terzo escluso. Non si può dire: “o Dio esiste o non esiste”. Entrambe le cose e nessuna delle due.
Dio come paradosso
Il problema nasce dal fatto che Dio non è solo un puro ente logico, un’Idea astratta, insieme di tutte le idee astratte, ma è anche l’insieme di tutti gli insiemi di cose concrete: gatti, pappagalli, tazze da tè ecc., ossia di quegli insiemi che non sono membri di sé stessi (perché l’idea generale ‘gatto’ non è un gatto). Ora, in quanto insieme di tutti gli insiemi di cose concrete, Dio è membro di sé stesso, cioè è una cosa concreta, o no? Come ha dimostrato Russell (cui rimando per ulteriori chiarimenti), ogni risposta è qui auto-contraddittoria.
Per venirne a capo servirebbe una qualche rivelazione divina. Ma Dio non dice niente, a parte quello che altri ogni tanto gli fanno dire. È il tanto lamentato “silenzio di Dio”. Perciò, chi voglia cimentarsi in questioni filosofiche è meglio non si rivolga a Dio, al quale la filosofia appare forse priva di senso. E nemmeno agli uomini, ai quali la filosofia non interessa. Meglio conversare con gatti o pappagalli. I miagolii dei gatti esprimono infatti pensieri profondi, e i pappagalli a modo loro si fanno capire, e forse anche capiscono, meglio di tanti filosofi. E qui mi fermo, certo di aver dato utili spunti di riflessione.

