«Godimenti ineffabili … pegno, forse, di immortalità»
(Puškin)
Nel dramma “Il divino impaziente”, José María Pemán fa dire a Ignazio di Loyola che «non vi è azione che conti se non è riflesso dell’amore». Istintivamente percepiamo qualcosa di vero, di bello e di importante in questa frase, ma è difficile illuminarne razionalmente il contenuto. Forse pensiamo che senza amore la vita sarebbe un inferno e il mondo un luogo squallido in cui vivere.
È vero, l’amore ci salva dagli orrori della storia, dall’insensatezza del mondo, ci dà una ragione per esistere e per sperare. Ma cos’è l’amore? Se ci si chiedesse di spiegare cos’è il tempo sarebbe palesemente sciocco guardare l’orologio e dire l’ora. Altrettanto inutile è definire l’amore come il nostro voler bene a Tizio, il desiderare di accompagnarsi a Caio, l’essere attratti da Sempronio.
Per semplificare potremmo rendere l’amore una sorta di ipostasi come lo Spirito Santo, farcene un’idea generale talmente ampia che possa voler dire tutto e nulla. O all’opposto trarne una tabella tassonomica, mostrando che come il triangolo implica infinite varietà di triangoli esistono altrettante varietà di amori, dalla caritas fino alla fregola bestiale, dall’amore del denaro a quello delle stampe giapponesi ecc.
Vari elementi – fisiologici, psicologici, sociologici, poetici, religiosi, metafisici – mescolandosi danno all’amore l’aspetto di una chimera con fattezze d’uomo, animale, angelo, demone, dio. Un mostro in cui si combinano in vari modi e in varie misure tenerezza, brutalità, forza, debolezza, dignità, abiezione, compassione, possesso, gelosia, invidia, orgoglio, vanità, narcisismo, persino odio e crudeltà, ogni tipo di contrastante e incoerente sentimento.
Ma anche redigere una lunga catalogazione dei vari tipi d’amore, completa di classi, generi, specie, sottospecie ecc. non ne farebbe progredire granché la nostra conoscenza. Perché l’amore è un sistema aperto, non è possibile chiuderlo in un insieme finito di concetti. Non contiene immagini fisse ma processi creativi sempre fluidi e in divenire, che troverebbero una misera fine in una sistemazione statica e definitiva, o se trovassero perfetto compimento in un “punto Omega” che ne fosse l’immutabile punto d’arrivo.
Vi sono tuttavia nell’amore, al di là delle innumerevoli contingenze, aspetti necessari e vincolanti. Il più ovvio e radicale mi par quello che si può esprimere dicendo che l’amore è relazione. L’amore tende a unire due termini: “A ama B”. Il che non sempre implica che B ami A. A volte perché B è un soggetto inanimato e incapace di amare (ad esempio un’opera d’arte) o perché “amor ch’a nullo amato amar perdona” non è un assioma valido in tutti i casi della vita.
È fondamentale secondo me osservare come la relazione trascende sempre i termini che la esprimono. L’amore non è A+B o una loro combinazione, ma è una X che li precede, li rende possibili e li determina. È il Noi che crea l’io e il tu, e solo all’interno di questo Noi, come sulla tela di un quadro, possono emergere le forme individuali della relazione.
L’amore è un Noi che unisce, aggrega e coordina gli atomi, le molecole, i tessuti, gli organi, i corpi nello spazio, le idee nel tempo, affratella i popoli, lega le anime in una società immateriale, organizza la materia in forme sempre più complesse, trae le monadi dal loro isolamento, si fa raccordo di realtà estetiche, storiche, politiche ecc., nesso di tutte le cose.
Che ruolo ha la volontà nell’amore? Credo nessun ruolo essenziale. ‘Amore’ viene dal sanscrito kam, desiderio, e desiderare è cosa ben diversa dal volere. Difatti si dice che Dio, comandando di “non desiderare” ci ha condannati al peccato e ha reso la nostra volontà inefficace a salvarci. Questo ci permette di considerare del tutto inutili in amore le decisioni coscienti e volontarie.
Anche la nostra razionalità sembra restarne estranea. È vero che il desiderio tende a qualcosa con l’idea di trovarvi un bene, e si direbbe perciò che per amare serva una nozione adeguata e ragionevole dell’oggetto amato. Ma in realtà è più una sorta di anelito verso qualcosa di indefinito, un “je ne sais quoi” in cui si confondono dubbi e speranze, in modi che assai poco si conciliano con la logica e la coerenza.
Cos’è dunque che ci spinge ad amare? Con schietta obiettività Sant’Agostino osserva che “si ama solo ciò che dà diletto”. E questa è certo una constatazione plausibile, ma solo a patto che se ne ammettano le misteriose e latenti implicazioni. Diletto viene da lak, ‘laccio’. Siamo “presi al laccio”, catturati, rapiti dal piacere di qualcosa: “Amor … mi prese del costui piacer sì forte”, “erano i capei d’oro a l’aura sparsi” ecc.
A volte basta un bel volto per venir tirati nel vortice gravitazionale del desiderio. Ed è sorprendente che una combinazione di proporzioni geometriche – quelle che formano una figura umana – eserciti su di noi una forza simile a quella che regola i moti degli astri, facendo ruotare i nostri pensieri secondo leggi ineluttabili intorno a un misterioso centro d’attrazione. L’amore deve dunque avere qualcosa di inconsciamente matematico, come la musica.
Ma se l’amore è legame, un esser fatti prigionieri, come si concilia con la libertà? Nella prospettiva dell’individuo è sicuramente inconciliabile. Ma la libertà individuale è un’astrazione cui rinuncerei volentieri per una concreta e viva relazione. L’amore gode di un’altra e superiore libertà, che non è tua o mia, ma del Noi, di questo organismo che ci precede, ci plasma, ci contiene e ci emancipa dai nostri limiti individuali: la coppia, la famiglia, la comunità.
L’amore non dipende dalla nostra ragione o volontà. Si ama così come si nasce o come si muore, senza intenzione, come quando il maestro zen dice che la freccia si tira da sé, la corda si tende, il bersaglio si centra. Così, l’amore si ama, e l’io deve piegarsi come l’arco, cedere a questo farsi inconscio, che continuamente lo sollecita a disciplinarsi, ad aggiustare la mira. Perciò l’amore trascina con sé una costante insoddisfazione, come un tirocinante che non giunge mai ad essere maestro.
Soddisfare significa satis facere, rendere sazi. Il neonato che poppa, è saziato, soddisfatto, ma i nostri bisogni non sono semplici e immediati, sono desideri confusi, che implicano complesse mediazioni con la realtà, e il soddisfarli implica spesso gravi paradossi. Finiamo così col cercare piacere persino nel dolore, in certe relazioni tormentose e infelici, così che la teoria dell’amore come diletto pare trovare qui un’evidente contraddizione. E in realtà non solo qui, ma anche nel caso di quegli amori altruistici e oblativi che inclinano l’animo a gravose rinunce e a penosi sacrifici, a scelte che prescindono dalla ricerca di un piacere personale.
Sappiamo tutti che, pur non amando la sofferenza, capita di amare qualcosa che fa soffrire. Dunque, o gettiamo a mare l’idea di Agostino, oppure dobbiamo intenderla diversamente, e credere che il diletto occupi un’area di inconsci significati molto più vasta e profonda di quella che ci è dato superficialmente vedere.
L’amore che soffre, che a una quieta solitudine preferisce un legame faticoso e pieno di assilli, dimostra che amare è una necessità ontologica più impellente dell’essere amati. L’essere è, per così dire, una madre sempre gravida, che vuole sgravarsi e allattare le sue creature; perciò il suo amore è travaglio e cura; perciò rompe la sua immacolata solitudine, scuote la sua immobile unicità, rinuncia alla sua autosufficienza – a dispetto dei cinici, per i quali felicità è bastare a sé stessi.
Quello che amiamo in un oggetto è la grazia che in lui fluisce da una Fonte metafisica. L’essere si sdoppia e si rispecchia nell’altro, vi cerca quel chiarore caldo e luminoso che non potrebbe percepire restando isolato in sé stesso. Per questo “il bello è splendore del vero”, e la sua contemplazione è propedeutica a un amore spirituale, scala verso il regno delle Idee divine.
Tuttavia un estetismo platonizzante non rende giustizia all’amore. Non concepisce infatti come sia possibile cogliere un riflesso di Dio anche nel mostruoso. “Quelli che noi chiamiamo mostri non sono tali per Dio” dice Montaigne parlando di un ragazzo che pare un orripilante errore di natura. Alcuni amano queste creature di un amore materno, perché vedono riflessa nel fondo della materia deforme una luce invisibile agli occhi, bellezza dell’essere in sé.
Non dovremmo dunque dire che l’amore rende ciechi, ma veggenti. È via di conoscenza privilegiata, intelligenza di cose nascoste. Rivela una primitiva verità, intuita e mai interamente posseduta, incomprensibile a cuori profani, ovvero che “vediamo tutte le cose in Dio”, la visione non è negli occhi o nel cervello. Allo stesso modo, quando amo un essere umano, un cane, un fiore, una poesia ecc., queste cose le amo in un Dio ignoto, come i caldi bagliori di un unico Sole che non vedo. Ed è questo l’unico modo che conosco di amare Dio, nelle sue creature. “Come pensare che qualcosa Lo veli, Lui che si rivela mediante tutte le cose e in tutte le cose?”.
L’amore raccoglie così i raggi sparsi della mia esistenza e li lega a un centro, al nucleo dell’essere. È questo punto focale, in sé costante e indistruttibile, a trasmettermi un senso di eternità, l’intima fiducia che, come scrive Angela da Foligno «ciò che ti fu impresso nel cuore durante la tua vita è impossibile che tu non serbi nella morte». L’immagine divina che l’amore contiene gli imprime un sigillo di immortalità, che non è la fissità del ricordo, ma la perennità di un fluire sempre nuovo.
Stendhal vede nell’amore una cristallizzazione di umori, pensieri e fantasie, ma io vi vedrei al contrario uno scioglimento, un calore che porta alla liquefazione della membrana protettiva che circonda il nostro io e ne favorisce la fusione – o confusione – con l’oggetto amato, liberando energie inespresse e rendendo allo stesso tempo il nostro io più aperto e vulnerabile.
Quindi, per poter amare, servono sempre un certo calore e un certo coraggio. Amore e freddo non possono coesistere, perché il primo produce un’interna contrazione e blocca lo scorrere dell’energia vitale, mentre il secondo espande, dilata, fa maturare le cose. Anche la tiepidezza, che pure è sufficiente all’amicizia, in amore esprime sempre un difetto e una colpa.
Un’altra regolarità ricorrente dell’amore è l’universalità del fenomeno, la sua costante presenza nell’esperienza di tutto ciò che vive, certamente non solo degli esseri umani. E sarebbe assurdo che non fosse così, dato il carattere ontologico dell’amore, ovvero considerando il fatto che è l’amore che ci crea, ci dà una forma, ci impregna dei suoi fluidi vitali.
Per cui, come dice Santa Caterina da Siena: “l’anima non può vivere senza amore”. Ammessa questa inderogabile necessità, secondo Caterina, l’uomo si vede costretto a compiere una scelta di campo: “conviengli amare o Dio o il mondo”. Opzione che ci pone, come Ercole al bivio, in mezzo ad amor sacro e amor profano, incerti tra il dovere e il piacere, la virtù e il vizio.
La frattura tra Dio e la natura, la carne e lo spirito, è dunque insanabile, non si può ricomporre? Non esiste una terza via, di conciliazione o di compromesso? Alla nostra idea di Dio un po’ di panteismo in fondo non nuocerebbe e, dopo aver concesso alla carne un’estenuante libertà, troverei salutare riconciliarla con lo spirito, riscoprire quella umana fisicità spirituale, che ci tiene sospesi a metà strada tra un mondo verginale, dimora di forze angeliche, e un abisso popolato di immondi demoni.
Il nostro eros partecipa di entrambe le dimensioni e, in tal modo, le supera entrambe, ne fa qualcosa di più ricco e complesso. Bisogna però intendersi. Se per eros intendiamo l’attitudine di due anime ad avvicinarsi e fondersi, allora l’erotismo è senza dubbio il fulcro d’ogni relazione sentimentale. E certo anche i corpi, che sono la concrezione visibile e tangibile dell’anima, devono necessariamente partecipare in qualche misura di questa attrazione.
Ma se in eros vediamo il semplice sensale di congiunzioni carnali, dobbiamo ammettere che l’erotismo non esaurisce affatto l’amore, oppure che in certe relazioni sia talmente sublimato da diventare inavvertibile, senza alcun peso misurabile, come un’essenza posta in una diluizione omeopatica. È del resto facile notare come gli stimoli erotici, che pure attingono alla inesauribile riserva della fantasia, perdono forza col calare dei dosaggi ormonali nel sangue, mentre l’amore può conservare tutta la sua forza anche in un vecchio o in un eunuco. L’ipotesi che l’amore sia un epifenomeno della libido sessuale, mi pare quindi verosimile quanto quella che l’uomo discenda dalla scimmia. Crederei più probabile il contrario – in entrambi i casi.
Trovo ingenuo pensare – come Schopenhauer – che il “genio della specie” usi il miraggio dell’amore per scopi procreativi. È semmai l’amore, che è realtà più antica e originaria, a usare il sesso per manifestare su un piano biologico la propria potenza generativa. Del resto, se ci spostiamo su piani più astratti, fatti di amplessi estetici e poetici, vedremo che l’amore ha sempre usato a fini creativi anche l’arte, la musica, la letteratura.
Benché spesso agiscano di comune accordo, tra desiderio sessuale e amore vi sono evidenti differenze di natura e talvolta anche incompatibilità di fini. Il desiderio ha sempre in sé qualcosa di rozzo, tende senza scrupoli all’appropriazione dell’oggetto. L’amore ha natura cortese, ed essendo più primitivo del sesso è più vicino allo spirito, ne conserva l’interiore gentilezza.
“Amore e ‘l cor gentile sono una cosa”, è l’alto concetto che dell’amore ha Dante, ma questo ideale stilnovista viene spesso contraddetto dai fatti, da una realtà in cui il delicato amore e il grezzo desiderio si confondono. Per questo, mentre l’amore non può non essere amabile, quando diventa conoscenza – nell’accezione biblica del termine – può tradursi in atto violento e privo di ritegno.
Questa aggressività può avere radici sia nelle dinamiche dell’istinto sia, nel caso più comune, in una frustrazione sessuale imposta dalla società e dalla cultura. Uno storico problema infatti ci affligge, il dover fare i conti con una “buona coscienza”, religiosamente educata, che vede nel conflitto tra amore spirituale e amore fisico uno dei cardini della moralità pubblica e privata. Conflitto che teoricamente deve risolversi con la sconfitta delle nostre pulsioni e il loro dominio.
Purtroppo, “naturam expellas furca, tamen usque recurret”, e di solito la natura cacciata a forza tende a tornare incattivita, vogliosa di riscatto e di ribellione. Il governo delle passioni amorose, già difficile in sé, è reso ancor più problematico da una tradizione il cui supremo modello d’amore è un Dio paterno ma severo, privo di ogni aspetto sensuale e dionisiaco, dotato viceversa di un carattere punitivo e intimidatorio che rende assai difficile amarlo – e difatti che senso avrebbe l’ordine di amare Dio se fosse già per sua natura amabile?
Certe sante sembrano potersi consolare mediante estatici rapimenti e matrimoni mistici con Cristo di questa freddezza del Suocero divino. Alcuni santi, per compensare la durezza del Padre, cercano nella Madre celeste alcune tenerezze sovrannaturali. Eppure questo Dio veterotestamentario ancora conserva in sé qualcosa di carnale, e nel suo misto di clemenza e crudeltà, nella sua irrazionalità e nelle sue contraddizioni rispecchia l’ambigua natura dell’amore. Molto peggio è quel Dio aristotelico, scolastico, chiuso in gabbie teologiche come un animale alla catena, Dio anemico e freddo, il cui autismo intellettuale emana più repulsione che fascino.
Una feroce diffidenza verso l’eros pagano, le sue lascivie e le sue seduzioni, ci ha portato a concepire un Dio bigotto e moralista e, per converso, ad attribuire a Pan, Dio delle selve, fattezze e intenzioni diaboliche, a vedere nella sua spregiudicatezza amorale una via di perdizione. Tutta la natura, in tal modo, ci è venuta in sospetto, quasi che per meritare dolcezze spirituali ci fosse fatto obbligo di spregiare ogni godimento naturale.
Così, dopo averla benedetta, persino l’intimità coniugale è stata declassata a un igienico remedium concupiscentiae, espletazione di un dovere che ha tutta la poesia e il romanticismo di una prescrizione medica – perché, come dice San Paolo, “meglio sposarsi che ardere”, ma esser casti è ancor meglio. Solo il comando di crescere e moltiplicarsi – e la sua certificazione sacramentale – hanno permesso che la carne attentasse, entro limiti precisi, alla purezza e alla santità dello spirito.
Non mi pare però di trovare nel Vangelo una sistematica condanna del piacere dei sensi. La guerra agli stimoli naturali ci viene più dal pensiero paolino e dal rigido ascetismo di quei monaci orientali nelle cui dottrine – con le quali il cristianesimo talvolta si ibridò – la mortificazione della carne sembrava comportare una vivificazione dello spirito.
Senza avallare gli estremismi di certe eresie gnostiche – la cui concreta e coerente applicazione avrebbe portato all’estinzione del genere umano – la Chiesa ne ha in fondo condiviso quella prospettiva metafisica che vede nella carne una caduta dell’essere, un fenomeno degenerativo, una ferita dello spirito da medicare con eroica astinenza e frigido distacco.
È vero che l’ascetismo degli stessi monaci fu in seguito temperato da una indulgente e talvolta viziosa mondanità, ma il libertinaggio non può togliere al piacere il retrogusto amarognolo del peccato, né liberarci dall’oscuro bisogno di espiazione che sottende la nostra cultura del sesso. Una severa legge morale in noi ci accusa, benché tale norma non abbia valore universale, e sarebbe stato difficile farla intendere a un indigeno che vivesse su un’isola del Pacifico, prima che i missionari lo educassero alla morigeratezza e correggessero la dissolutezza dei suoi costumi.
La repressione o compressione degli istinti sessuali hanno avuto però un indubbio merito: l’aver costretto l’amore a nuove e magnifiche sublimazioni, inalveando le forze dell’eros nell’arte e nel pensiero. Questa meravigliosa fioritura estetica e intellettuale è durata finché una sedicente “liberazione sessuale” ha fatto precipitare l’erotismo nell’informità del caos, in un eccesso di libertà che rende infecondo il desiderio, inibisce la creatività, causando la dissoluzione di quei grandi fermenti simbolici e ideali.
Occorre anche ammettere che la cultura cristiana, rendendo l’amore fisico consapevole di una sua intrinseca colpevolezza – per aver ceduto alle seduzioni della materia – gli ha conferito in profondità tragica e in maturità psicologica quello che gli ha tolto in spontaneità e innocenza. Lo ha reso un amore pregiudicato, in attesa d’esser perdonato e redento, e con ciò lo ha arricchito di una tensione sublime.
Gesù dice infatti che «colui a cui poco è perdonato, poco ama». Per amare occorre dunque esser perdonati, accettati, scagionati. Non è però quel perdono fatto di molle condiscendenza che gli uomini concedono, ma il perdono che viene da Dio, un’effettiva forza spirituale che scioglie quegli agenti distruttivi presenti nel senso di colpa che rendono distruttivo anche l’amore.
Discorso ovviamente anacronistico e forse senza senso, visto che quasi nessuno sente più il bisogno che Dio lo salvi dalle sue intemperanze sessuali. Eccettuato qualche rigurgito di ipocrita perbenismo, ogni genere e specie di quella che un tempo con termine aulico si definiva fornicazione è oggi segno di evoluzione dei costumi, libertà, tolleranza, emancipazione. Ci scagioniamo da soli, da soli ci giustifichiamo, da soli ci assolviamo.
Anche i peccati contro natura sono stati derubricati, o vanno intesi in senso tutt’affatto diverso, di modo che il nostro senso di colpa, orfano del sesso, venga indirizzato verso problemi di inquinamento ambientale, di riscaldamento climatico, di spreco energetico ecc. Queste sembrano essere oggi le uniche perseguibili e infamanti colpe contro natura, di cui rispondere solo a sé stessi.
Il perdono di Dio non è più necessario. Tutto diventa questione di scienza, di razionalità, di decisioni umane. Anche in amore tutto dipende dalle nostre scelte, dai nostri calcoli e dalle nostre analisi. L’amore è qualcosa da conquistare e possedere con le proprie forze, da meritarsi col proprio fascino, la propria intelligenza, le proprie qualità morali ecc.
L’amore resta in tal modo essenzialmente colpevole, perché intriso di autosufficienza, non subordinato alla grazia di Dio, bloccato in una immanenza puramente fisica, psicologica e sociale, dimentico della trascendenza che lo abita. Un antico predicatore o un millenarista dei nostri tempi potrebbe dunque gridare: “pentitevi!”. Ma non possiamo decidere di pentirci. E il perdono di Dio non dipende da un nostro merito o dai nostri sforzi, viene prima del nostro pentimento ed è ciò che lo rende possibile.
“Se dio ti perdonerà tu ti pentirai”, dice Rabi’a. Meraviglioso capovolgimento, che chiarisce la gratuità dell’essere, la sua libertà da un sistema di volizioni e di intenzioni. È perciò del tutto assurdo e inutile fare dell’amore un precetto – “devi amare Dio, il prossimo, te stesso ecc.” Una luce si accende nell’anima quando il cuore è toccato, e questo è tutto. La grazia è il contrario della legge, e l’amore è abbandono, antitesi del potere. Questo è il vero bivio.
Qui si diparte la via delle scimmie, lì la via dei gatti. I cuccioli di scimmia si attaccano al pelo della madre per esser trasportati. Credono ancora nella loro volontà, nel loro capire, nel loro fare. I gattini si lasciano prendere in bocca senza far nulla, senza opporre resistenza, senza sapere. Ma a ben vedere, ogni scelta è un destino, e non possono esistere due destini, ce n’è sempre uno solo. Quindi non c’è alcuna vera scelta, e neppure un bivio. Forse solo una via che si crea camminando.

