«Tutte le madri sono madri di grandi persone, e non è colpa loro se poi la vita le delude».
(Boris Pasternak)
Solo due esseri al mondo possono amare veramente un uomo, sua mamma e il suo cane. Benché una moglie possa tentare di emulare l’uno o l’altra, i suoi sforzi per amare il marito non possono andare oltre una più o meno deludente imitazione. Si eviterebbero tante tragedie umane e penose procedure legali se questa verità, da tempo ben nota, non venisse irresponsabilmente sottaciuta.
Cos’hanno in comune una mamma e un cane? In primo luogo, sono compiacenti e servizievoli. Sia l’uno che l’altra accorrono prontamente al richiamo del figlio-padrone e, con un po’ di pazienza, si possono addestrare a eseguire ordini anche complessi. Sono fedeli, disponibili a sacrificarsi per noi, e ci amano con feroce gelosia, anche se una mamma lo negherà sempre, mentre un cane lo ammette senza ipocrisia.
Questa non è però l’unica differenza tra loro. Un cane ti accetta così come sei, non gli importa nulla se sei uno scapestrato, un fannullone o un deficiente. Gli è indifferente come ti vesti, se tieni in ordine la tua camera, se lasci avanzare qualcosa nel piatto. Sei il suo idolo, e questo gli basta. Anche una mamma tende a idolatrarti, è vero, e quando ti guarda i suoi canoni estetici non vanno oltre la muta adorazione, come quelli del tuo cane. Tende però a lamentarsi dei tuoi difetti morali, vorrebbe far di te un bravo ragazzo, uno studente modello, uno che si fa strada nella vita.
Un cane non ti fa la predica, non ti critica, è molto più tollerante e liberale di una mamma. Ti senti più a tuo agio con lui. Però non ti lava e non ti stira le camicie, non ti dà la paghetta settimanale, non si prende cura di te quando sei malato. L’amore di un cane è semplice, quello di una mamma è un assurdo groviglio di emozioni. Il cane non ha sentimenti ambivalenti, ti ama senza ombre. Una mamma, chissà perché, prova verso il figlio un latente risentimento, che talvolta erompe dalle tenebrose profondità del suo essere.
Un cane non ti riprende se ti infili le dita nel naso, non urla se entri in casa con le scarpe infangate, né ti costringe ad andare a messa la domenica. Un cane non ti prende a sberle, non usa le lacrime come arma di ricatto morale, non ti fa pesare il fatto di averti messo al mondo. Un cane non si offende, non si arrabbia mai con te, mentre una mamma la ferisci con un nonnulla, e anche la mamma più tenera e dolce può trasformarsi, per motivi futili, in una furia cieca e distruttiva.
Un cane, anche se rientri a notte tarda, ti accoglierà scodinzolando con immutato entusiasmo, cosa che una mamma, a prescindere dalla coda, non potrà mai fare. Un cane non vorrà sapere dove sei stato, con chi, cosa hai fatto. Ti leccherà il viso, contento, e si rimetterà a dormire. Una mamma sospetterà terribili perdizioni, minaccerà ritorsioni pratiche e morali. Un cane non ti tiene il muso per così poco, ti ama e ti perdona senza chiederti nulla. Non ha progetti per te, non desidera dei nipotini. Si fida ciecamente di te ed evita le inutili complicazioni psicologiche.
Una mamma si affanna, si informa, cerca di seguire dei modelli pedagogici ma, si sa, sbaglia sempre, in un senso o nell’altro. Lei che voleva evitare i tragici errori di sua madre, si ritrova ad averne commessi altrettanti, o forse più, alcuni perfettamente identici, altri legati al mutare dei tempi. Se usa il bastone sbaglia, sbaglia se usa la carota, sbaglia se ci sgrida, sbaglia se non ci dà due schiaffoni a tempo debito, sbaglia perché è troppo severa, sbaglia perché ci concede troppo.
L’aurea via di mezzo non la trova mai, neppure dopo anni. E trascorsa una vita intera ancora aspetta di vedere i frutti del suo sistema educativo. D’altronde, per una mamma l’età del figlio è una pura astrazione. Per lei sarete sempre il suo bambino e dovrà fare violenza a se stessa per non titillarvi le labbra, scompigliarvi i capelli, tenervi sulle ginocchia cantandovi un’insensata filastrocca, anche se siete ormai in età da prender moglie.
Un cane vi tratta con maggior equilibrio e dignità. Non fa di voi dei principini smidollati, di quelli che la vita li deve sempre imboccare, aspettare il ruttino, pulire loro il sederino. È che una mamma non possiede l’istinto infallibile di un cane, né il suo naso. Ha solo un vacillante intuito umano e, per quanto annusi e fiuti, si confonde fra i tanti odori della vita.
Soprattutto, ogni mamma sente un’intima e insanabile colpa nei confronti del figlio, ma fa in modo che sia il figlio a provare rimorso. Cerca così di sgravarsi la coscienza, di negare quello che ogni mamma inconsciamente sa: è lei la causa se il figlio si ritrova in questo mondo sozzo e malvagio. La legge di natura, la tradizione, l’amore, il dovere coniugale, nulla può giustificarla. È lei rea della fatale caduta, lei la botola, l’oscuro pozzo attraverso cui l’anima precipita nel dolore.
Su, mamma, non fartene un cruccio. È la vita. Siamo tutti prigionieri di un uguale destino, vittime dello stesso meccanismo inesorabile. Credimi, mamma, non è colpa tua. Tuo figlio è il frutto di un albero infinito, che ha radici ben oltre il tuo grembo. Non è merito tuo se è un genio o un santo, né una tua responsabilità se è un idiota o un criminale. Ci si trova su questo pianeta, non si sa perché. Ci si ama, ci si lascia. Un cane non si cura del domani, non gli importa se un giorno tutto finirà, non ha rimorsi, si accontenta di quello che trova. Questo gli rende più facile amare.
Invece, una volta che mi hai messo al mondo, trascinato in questa valle di lacrime, tu credi di potermi risarcire offrendomi vitto, alloggio, cure parentali. Risarcimento ridicolo se paragonato al danno, e lo sai bene. Ma è l’unico modo che conosci per estinguere il tuo debito. Perciò protesti se faccio tardi e la pietanza si raffredda. E se non rientro all’ora prevista mi aggredisci col canonico “questa casa non è un albergo!”. Non è collera, è disperazione. Perché sai bene che il tuo cuore è un albergo, un nido che tuo figlio prima o poi abbandona.
E quando il fanciullo, ormai oltre la trentina, usa ancora le sue ali solo per fare piccoli voli e poi tornare al nido, una mamma finge d’esserne preoccupata. Quando un’altra donna glielo rapisce, finge d’esserne sollevata, e al fatale ‘sì’ piangerà lacrime – dice lei – di felicità. Fingerà ad arte d’essersi liberata di un fardello che avrebbe voluto portare per sempre, lei sola, sulle spalle.
Così, anche quando suo figlio esce fisicamente di casa, il suo cuore si tiene stretto quel peso. Perché una mamma deve soffrire. Si affligge per un motivo se il figlio è vicino, e per un altro se è lontano. Vive in perenne ambascia per il suo futuro, vorrebbe spianargli la strada della vita a forza di rinunce e sacrifici. E il figlio ha per lei tanta riconoscenza quanta ne ha per l’aria che respira.
Di questa ingratitudine una mamma era ripagata un tempo dalla letteratura, dalla poesia, dalla retorica, dalla toccante apologia del ‘materno’. “Una mamma provvede a dieci figli, dieci figli non provvedono a una mamma” si diceva – quando c’erano ancora mamme prolifiche. “Possono esserci cattivi figli, non può esserci una cattiva mamma”, si pensava. Ma è finito il tempo in cui si idealizzava il suo ruolo, anche questa modesta consolazione le è oggi negata.
Oggi la mamma è accusata di crimini contro l’umanità, processata per intere generazioni di figli mal cresciuti. È colpa sua, non nostra, se siamo timidi, inibiti, viziati, lavativi, arroganti, mammoni, insicuri, immaturi, narcisisti, egoisti, inetti, depressi, prigionieri di triangoli edipici e di complessi irrisolti. Dietro ogni vizio, debolezza o crimine, c’è sempre l’ombra di una mamma colpevole.
Privata della tradizionale santità del suo ufficio, scalzata dal suo altare, esclusa dal culto e dalla devozione che un tempo la cultura le tributava, è ridotta a semplice rotella di ingranaggi sociali ed economici, preda ambita del mercato, icona della pubblicità. Ieri sacra sorgente di vita, luogo benedetto di concepimenti naturali, oggi matrice profanata, serbatoio di ovuli, utero in affitto, incubatrice, strumento di fecondazioni tecnologiche e contro natura.
Data la rapida evoluzione dei modelli familiari è prevedibile che presto sarà impossibile stabilire in cosa consista esattamente la maternità. “Mater semper certa” diverrà una locuzione anacronistica e senza senso. Avremo mamme parziali, mamme provvisorie, mamme fittizie, imitazioni di mamme, mamme non mamme, persino mammi. Non potremo più dire che “di mamma ce n’è una sola”.
Il nostro cane resterà l’ultima e unica certezza. Simbolo intramontabile di un amore esclusivo e totale. Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, diceva Aristotele. E poiché il cane è per consenso unanime il miglior amico dell’uomo, nessun uomo sceglierebbe di vivere senza un cane, a meno che non metta in dubbio Aristotele.
Certo, non si può scegliere neppure una vita senza mamma, dato che almeno una ci viene assegnata d’ufficio. Tuttavia, per varie ragioni, una mamma non può essere il miglior amico dell’uomo. Al massimo un accessorio indispensabile, quella che magari per quaranta o cinquant’anni lo aiuta ad affrontare i molti problemi della vita. Finché, appassita e stanca, le forze la abbandonano e muore. Allora l’uomo capisce che, a differenza di un cane, può avere una mamma sola, e la rimpiange. Ogni tanto la invoca. Pare che spesso, in punto di morte, si immagini di averla ancora vicino.


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