“Quelli che si lamentano di più, sono quelli che soffrono meno”
(Tacito)
“È dura la vita”, mi confida un amico. Frase che racchiude in sé millenni di storia, di filosofia, di grande letteratura. Me lo dice fissandosi malinconicamente i piedi, suppongo a significare che una invincibile forza di gravità ci inchioda al terreno. Poi i suoi occhi si volgono in alto, forse a esprimere la speranza in una vita futura, desiderio di un altrove dove la vita sia finalmente soffice, morbida come una piuma.
Annuisco senza dir nulla. Condivido con lui il peso di un mondo nel quale, nostro malgrado, ci è toccato nascere e ci toccherà morire. Semplicemente: “sì, è dura la vita”, gli faccio eco, sospirando con intima solidarietà, mentre il dolore del mondo ci unisce in una muta, coraggiosa e amara meditazione. La sublime intensità del momento sarebbe sminuita dalle parole.
“Dura? La tua vita? Ma in confronto a che?”. L’incanto è rotto dalla vocina impertinente di questo essere che non so bene come e quando ha preso stanza nella mia coscienza, un tizio petulante che gode a contraddirmi e a contestare anche i miei pensieri più nobili. Sfortuna vuole che abbia recentemente sfogliato un libro che narra dell’assedio di Leningrado.
Novecento giorni di cannoneggiamenti. Case distrutte, pile di cadaveri ammucchiati dove talvolta vengono buttate persone ancora vive e coscienti. Lunghi inverni in cui il termometro sfiora i -40°, senza nulla per riscaldarsi, una città lasciata senza aiuti, senza cibo, senza medicine. La vocina sa di questa mia recente lettura e ne approfitta: “la tua vita sarebbe dura?”.
A questa bassa insinuazione, cioè che io mi lamenti senza un valido motivo, potrei rispondere facilmente sia con prove di fatto che con argomenti morali. Ma io non ho mai detto che la mia vita sia un monolite di amarezza e di dolore. La mia è un’asserzione più ampia, che tiene conto di vari elementi storici e dialettici. Intanto, è evidente che, per dire che una vita è dura, deve esserci anche una vita molle da qualche parte.
È una fondamentale legge di “complementarità inversa”: se c’è un dentro c’è un fuori, c’è un alto solo se c’è un basso, un bello solo se c’è un brutto ecc. (non voglio moltiplicare gli esempi praeter necessitatem). Se tutta la vita fosse dura, non ce ne accorgeremmo neanche, come non sapremmo che è notte se ogni tanto non facesse giorno.
Affermare che “la vita è dura” non ha dunque carattere assoluto, ma rinvia a un problema di proporzioni tra elementi contrari. È legittimo supporre che anche gli sfortunati che si trovavano a Leningrado tra il ’41 e il ‘44 abbiano conosciuto qualche momento di tenerezza. Si tratta solo di stabilire in quale misura rispetto ai momenti di durezza. Calcolando il rapporto tra i due opposti otterremo varie sfumature di giudizio: “la vita è abbastanza dura … dura … molto dura … durissima”. Dipende dalla durata e dalla oggettiva quantità di durezza che si deve sopportare.
Ma in tale giudizio bisognerà far conto anche di alcuni elementi qualitativi e soggettivi. Infatti, il peso e il dolore di un’esperienza non si misurano sulla bilancia dei fatti ma su quella della coscienza. Per una bambina perdere la sua bambola può essere un’esperienza più tragica che per un guerriero barbaro perdere una figlia. E sentire alla radio che la propria squadra del cuore è stata sconfitta sarà per qualcuno più penoso che sapere di una strage di bambini in un lontano Paese.
Esser consapevoli di questa relatività ci aiuta a sopportare con stoica pazienza le disgrazie degli altri. In teoria dovrebbe aiutarci anche ad affrontare più serenamente le avversità che ci colpiscono direttamente, ma questo in pratica non accade quasi mai. Quando ci tocca una croce vorremmo solo trovare un volonteroso cireneo che la portasse al posto nostro. E sapere che altri portano una croce più pesante della nostra non ci conforta.
Ad esempio, quando d’inverno mi lamento del costo del gas, sapere che in Siberia fa più freddo non mi consola e non mi fa risparmiare sulla bolletta. E quando tra un paio di settimane comincerà l’estate, ricordarci che in Africa fa più caldo non ci aiuterà a sentire più fresco. È prevedibile quindi che saranno in molti, oppressi dall’afa e dalle temperature roventi, a dire che la vita è dura.
Questo è per altro un ottimo esempio di come, nel determinare la durezza della vita, si possano fondere percezione soggettiva e dati oggettivi. L’estate infatti non crea solo intolleranze psicologiche in soggetti sensibili ma – come del resto tutte le stagioni – presenta serie problematiche di carattere sociale e sanitario.
È noto che il caldo torrido, la canicola, l’umidità, rendono la stagione estiva un pericolo mortale, una specie di killer che non ha pietà neppure di anziani e bambini. I soggetti fragili ne sono anzi le vittime preferite. Il bel tempo li induce a godersi la luce del sole, il rinfrancante calore del meriggio, e poi li stronca con insolazioni, disidratazioni, subitanei malori, fatali collassi.
Per difenderci da questi pericoli, gli esperti ogni anno ci ripetono i loro consigli: non esporsi ai raggi del sole nelle ore più calde della giornata, vestirsi leggeri, bere molto (non alcolici), mangiare preferibilmente frutta e verdura, ripararsi nei supermercati, dove c’è l’aria condizionata. Ma purtroppo, anche rispettando queste norme scientifiche, non si può evitare che il solleone spedisca molta gente al creatore.
(Mi si conceda qui una breve digressione autobiografica. Vorrei che mia nonna buonanima fosse qui a sentire. Vedi, nonna, sono le stesse cose che dicevi tu, che d’inverno ci raccomandavi di mettere la maglietta di lana, e d’estate ci dicevi di bere molto e di non stare troppo al sole. E noi non ti davamo retta, perché tu avevi la terza elementare. Forse solo per miracolo siamo ancora vivi! Non sapevamo che ai tuoi tempi tre anni di scuola valevano quanto venti di oggi, che fornivano le stesse basilari nozioni).
Tornando alla calura omicida ormai incombente – prepariamoci, si sa che i mesi estivi sono sempre “i più caldi degli ultimi cento anni” – non vorrei aver dato l’impressione che il termometro sia l’unico nostro nemico. Il clima è in realtà solo una piccola parte di una crisi vasta, profonda e generale che investe l’intero pianeta e l’intera popolazione.
Metaforicamente, ma non troppo, potremmo dire che il nostro mondo ha urtato un enorme iceberg e sta rapidamente affondando. E poiché tale funesto disastro ci coinvolge tutti, non avrebbe né senso né utilità lanciare SOS. Come sul Titanic, pochi si salveranno, e i poveracci che viaggiano in terza classe dovranno accontentarsi di cantare “Più vicino a te, mio Dio” prima di affogare.
Per questo molti cercano l’oblio nel piacere, nel più sfrenato edonismo, pensando forse: “se dobbiamo morire, almeno sia in un’orgia dei sensi, in un’estasi di piacere”. Come chi in tempi lontani, durante la peste, si dava a una gioia sfrenata e disperata. Per la stessa ragione masse di persone scoraggiate si drogano, si imbottiscono di analgesici, ansiolitici e sonniferi, di anestetici fisici e morali, e altri, più risolutamente, si suicidano.
È un naturale, umanissimo meccanismo di difesa di fronte al quotidiano susseguirsi di segnali d’allarme, ai continui presentimenti di crolli sistemici, alle paci traballanti, alle crisi diplomatiche, alla paura di guerre nucleari, di contagi virali. Tutto ci ricorda che la vita, già così dura e instabile per natura, poggia oggi su equilibri sempre più delicati e precari. A farci male è anche un amaro e radicale disincanto: “dunque il nostro magnifico progresso non è servito ad altro che a questo?”.
Le “magnifiche sorti e progressive”! L’evoluzione, la scienza, la tecnica, ci hanno illusi, ingannati, hanno incoraggiato un falso ottimismo, ci hanno fatto sognare un futuro migliore, mentre in realtà ci portavano verso il baratro. Così, ora camminiamo su uno strato di ghiaccio che si assottiglia ogni giorno di più, con grandi probabilità statistiche di cadere infine nel vuoto o nell’inferno.
Sognavamo un mondo finalmente libero e felice, e ci troviamo condannati a una vita sempre più dura, a un’angosciosa attesa, in un perenne stato di emergenza, sommersi da un flusso ininterrotto di notizie tragiche, annunci di drammi imminenti. Un sinistro segnale rosso, di massima allerta, è sempre acceso, ed è vano sperare che viri verso colori più tranquillizzanti.
È facile moraleggiare, criticare l’epicureismo, il consumismo, la tendenza al futile diversivo delle masse. La compulsiva ricerca di godimenti e distrazioni superficiali, lo shopping, l’effimero stordimento della Rete. Inutili espedienti o blandi palliativi per lenire la paura del domani. A Leningrado avevano solo le bombe, la fame e il gelo di cui preoccuparsi. La nostra vita è invece afflitta da durezze così numerose che è impossibile ricordarle tutte.
Lo Stato agisce ormai solo per danneggiare i cittadini, sa solo aumentare tasse, veti, imposizioni, la democrazia e la libertà son solo una favola, la giustizia invece di tutelarci ci perseguita. La scienza, che doveva risolvere i nostri problemi ne ha creati di peggiori. La nobile arte di Esculapio si è ridotta a uno spietato business, e oggi i farmaci servono solo a farci ammalare e morire. I batteri si fanno beffe degli antibiotici, i virus ridono dei vaccini.
Le religioni, una volta sorgente di forza per lo spirito, oggi raccontano solo storie infantili, come ninne nanne per tener buona la gente. Legioni di guru si arricchiscono alle nostre spalle spacciando per profonde verità illusioni e stupidaggini. I media, invece di informarci con onestà e imparzialità, son pagati per diffondere menzogne. Anche la storiografia ufficiale è piena di fandonie. I cattivi maestri crescono come funghi. Tutti contraddicono tutti e non si sa più a chi credere.
Su di noi grava un’immensa nube nera dove si addensa ogni sorta di terribile minaccia: esaurimento delle risorse energetiche, penuria di riserve idriche e alimentari, inquinamento dell’aria, della terra, dell’acqua, scie chimiche, geo-ingegneria, crisi economiche, inflazione, disoccupazione, pensioni da fame, guerre, siccità, carestie, pandemie, pestilenze, nubifragi, inondazioni, esondazioni, diluvi e altri cataclismi.
Ogni giorno ci assillano i cupi lamenti delle nuove Cassandre: i ghiacci polari si stanno sciogliendo, il pianeta si surriscalda, finiremo arrosto per colpa dell’effetto serra e della terribile CO2, o forse ci sarà una tremenda glaciazione, chi lo sa? Come se non bastasse, antiche e oscure profezie ci atterriscono con i loro tragici avvertimenti, le Madonne piangono, i crocifissi sanguinano.
L’immoralità e la criminalità dilagano, siamo invasi da popolazioni straniere che presto ci sostituiranno. Siamo usati come cavie di esperimenti chimici, militari, atmosferici, biologici. Gli alimenti sono avvelenati da pesticidi, ormoni, antibiotici, OGM. A Leningrado mangiavano i topi, noi dobbiamo mangiare gli insetti. Alberi secolari vengono abbattuti per lasciar via libera a letali emissioni elettromagnetiche, le specie animali si estinguono a un ritmo vertiginoso.
I bambini son fatti in provetta, appena nati son bombardati di vaccini tossici, a sei mesi vengono chiusi in prigioni-nido, a due anni gli regalano lo smartphone per tenerli buoni, a sei anni propongono loro di cambiar sesso, dopo vent’anni di scuola hanno un lessico di circa duecento parole che connettono a fatica, a trenta devono emigrare dall’altra parte del mondo per trovare un lavoro saltuario e mal pagato, forse a quaranta fanno un figlio e i nonni devono volare in Australia, Cina o Canada per abbracciare il nipotino.
Bambini seviziati, orge pedofile, persone uccise per prelevare loro gli organi o il sangue. Registi depravati che deturpano capolavori operistici, artisti che vendono i propri escrementi, film che vomitano turpitudini. Siamo immersi in un magma ribollente di orrori estetici e morali, vediamo ovunque una umanità in sfacelo, abbandonata anche dalle ultime ombre di bellezza e di bontà.
Si direbbe che è prossimo il Giudizio di Dio, se non fosse che Dio è morto. Ci giudicheranno i posteri, se ci saranno. La nostra civiltà è in dissoluzione, la tecnologia ci disumanizza, l’intelligenza artificiale soppianta l’uomo, il transumano e il subumano incombono. Ma tutto potrebbe finire prima del previsto, perché forse enormi meteoriti cadranno sul pianeta, o forse ci sarà un’invasione aliena e saremo colonizzati da extraterresti antropofagi.
Esserne consapevoli, sapere delle torbide macchinazioni, dei complotti, delle insidie mortali che da ogni lato ci premono, non serve a nulla. Anche i più severi, assidui, zelanti, scrupolosi, implacabili, eruditi, integerrimi e metodici fustigatori dei costumi non sono che complici inconsapevoli del nemico che vorrebbero combattere. Parlare del Male, smascherarlo, gridarlo ai quattro venti, non fa che alimentarlo, rifletterlo in tanti specchi, rimandarne l’immagine centuplicata.
Siamo così trascinati in una spirale autolesionistica – ossessione maniacale, coprofaga bulimia, voluttuoso masochismo – come di chi si gratta fino a sanguinare. Leggere, informarsi, cercare soluzioni, restare paralizzati dalla paura, sognare impossibili salvezze, cercare vie di fuga o vagheggiare di essere gli intrepidi eroi di una battaglia contro forze superiori e invincibili, è tutto ugualmente vano, aumenta solo il nostro tormentoso arrovellarsi e la nostra rabbia.
Chiedere aiuto alle istituzioni? Sarebbe come dare le chiavi di casa al ladro o offrire la gola alla lama dell’assassino. Sappiamo bene che quando quelli si inventano qualcosa, teoricamente per tutelarci, garantirci una maggior sicurezza, una più ampia libertà, proteggere i nostri risparmi, migliorarci la vita, anzi ottimizzarla, il loro vero scopo è esattamente il contrario: rovinarci, controllarci, sfruttarci, manipolarci, dominarci, impoverirci.
Il Potere nasconde sempre le sue vere intenzioni. Tende trappole, trama nell’ombra, ci spia, gioca con noi come il gatto col topo. Siamo sottoposti a uno stress cronico, che corrode le surrenali, provoca terremoti adrenalinici, intasa le coronarie. E alcuni, come Cappuccetto Rosso, fiduciosi e ignari, credono ancora a un lupo che, travestito da nonna, ha già deciso di sbranarli.
C’è chi si illude che contestare, protestare, manifestare, dissentire, fare petizioni e raccolte firme, referendum, marce per la pace e dibattiti, polemizzare, denunciare, scrivere libelli, darci fuoco, essere anti-questo o anti-quello serva a qualcosa. In realtà, tutto va a finire nell’enorme stomaco del lupo, che con queste cose si ingrassa, e forse ne trae pure un sadico diletto.
E tu che mi citi Leningrado, risparmiami, ti prego, la retorica bolsa e dozzinale. Non vi fu niente di straordinario in quell’episodio. Troia, Costantinopoli, Malta, Vienna, Fort Alamo ecc. sono storia comune. Niente in confronto all’Idra gigantesca che oggi incombe su di noi, questa Bestia cui crescono, come teste mostruose, sempre nuove emergenze – climatiche, sanitarie, sociali – confronto a cui le dieci piaghe d’Egitto, per numero e gravità, non sono che una trascurabile inezia.
Leningrado era presa d’assedio dall’artiglieria tedesca, da un unico, semplice, limitato nemico. Oggi il mondo intero è assediato da un esercito immenso e tenebroso, in cui sembrano esser radunati, come stretti da un patto diabolico, tutti i peggio famigli di Satana:
plutocrati, oligarchi, tiranni, logge massoniche, sette sataniche, grandi banche, gesuiti, sionisti, integralisti islamici, multinazionali, illuminati, speculatori finanziari, filantropi, globalisti, giornalisti, Fabian Society, Club di Roma, Trilateral, CIA, CEE, OMS, HAARP, WEF, forse anche WWF, si sono alleati contro di noi.
Il mondo è nelle mani di esseri dediti a piani criminali, perversi burattinai che ne tirano i fili, decisi a depredarci, sterminarci, renderci schiavi, chiuderci nella Matrix. Siamo preda di demoni il cui evidente progetto è trasformare la terra in un Inferno.
Gli abitanti di Leningrado non sapevano quanto ben più dura sarebbe stata la vita dell’uomo odierno. Forse questo li avrebbe aiutati a sopportare meglio le loro sofferenze, o forse no. Ma almeno potevano sperare nella fine dell’assedio, che difatti terminò, e di vincere la guerra, che difatti vinsero. A noi è concesso solo di attendere con rassegnazione l’Apocalissi, il Ragnarok.
Occorre dunque mettersi il cuore in pace. È inutile tormentarsi con lugubri previsioni, preoccuparsi del futuro. Aveva ragione Borges: “io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro, una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute; se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all’inizio della primavera e continuerei così fino alla fine dell’autunno”.
E perché allora non anche in inverno? Camminiamo a piedi nudi nella neve! Esponiamo il cranio ai dardi letali del solleone! Che importa? Che ragione c’è di prendere precauzioni per la nostra salute in un simile mondo? Al destino cinico e baro possiamo opporre solo un dannunziano “me ne frego!” o lo sprezzo scatologico del generale Cambronne. Alla durezza della vita risponderemo con la nostra inflessibilità morale, mostrando la nobile lega di cui è fatto il nostro cuore. Cammineremo sulle vestigia diroccate, sui corpi insepolti, forti di una fierezza che si spezza ma non si piega.
Trovo quindi disonorevole ogni ottimismo, e mi dissocio con fermezza da coloro che sperano in eventi messianici, da quelli che annunciano una rigenerazione, l’inizio di una nuova vita, nuove età dell’oro, che attendono d’esser tradotti su altri pianeti o di rinascere in mondi celesti. Non sono che puerili illusioni, consolazioni per animi deboli, ipotesi prive di qualsiasi fondamento. A osservare con freddo raziocinio i fatti, è semmai plausibile supporre che in futuro la vita sarà ancora più dura.
Gli unici sentimenti ammissibili sono la stoica accettazione del dolore e la pietà per questa fragile vita che ancora resiste, per pochi interminabili attimi, come un’umile foglia scossa dal vento, prima d’esser rapita da turbini impetuosi. L’unico conforto è meditare sul senso tragico della storia e sull’invincibile fede nella dignità dell’uomo, il cui spirito non si lascia vincere dalla sventura.
“Va bene, mi hai convinto” dice la vocina, con una contrita e recitata gravità. “A Leningrado pensavano di essere caduti in un girone dell’inferno. Se avessero sentito la tua accorata dissertazione sulla crisi attuale avrebbero capito che quello era un invidiabile, delizioso angolo di Paradiso”. Il sarcasmo non merita risposta. Capisco che neppure dalla mia coscienza posso aspettarmi un po’ di rispetto e di comprensione, che anch’essa congiura contro di me per rendermi la vita difficile.

