7 Giugno 2026
Filosofia

Sul luogo comune della Guerra senza vinti né vincitori.[1] – Renato Padoan

Taluni luoghi comuni a proposito della Guerra, che sembrano inoppugnabili, come quello che la Guerra è sempre alla fine senza vinti né vincitori, non sono affatto inoppugnabili, ma devono ritenersi invece sommamente deleteri, sia per le conseguenze pratiche che inducono, sia per l’aspetto teorico.

Uno di questi luoghi comuni o saggio pensiero è che le guerre si perdano comunque, sia dalla parte del perdente che dalla parte del vincitore, il che si condensa nella massima che in guerra non ci sono né vinti né vincitori.

La prima obiezione è che se così fosse l’Umanità nel suo complesso, per il protrarsi e il ripetersi delle guerre sarebbe costituita da una massa di totalmente idioti che continuano a perseguire la Guerra, e che se finora non l’hanno fatto nonostante le raccomandazioni dei saggi sono irrimediabilmente degli idioti. Una simile affermazione si fonderebbe sui fatti e ciò non è poco. Se poi si considera che nonostante l’affermazione proferita da coloro che ritengono essere la Guerra destinata alla perdizione comunque dei suoi agenti, si continuano a farsi le guerre, si produrrebbe una idiozia duplice, costituita da una parte da coloro che insistono nel promuovere la Guerra e dall’altra parte da coloro che inutilmente ne proclamano il fallimento. L’umanità risulterebbe allora totalmente idiota per rispetto all’inefficacia di una sublime raccomandazione a desistere dalla Guerra. Idioti coloro che continuano a fare la Guerra e idioti coloro che inutilmente persistono a dissuaderli dal farla. Ma perché la Guerra sarebbe sempre totalmente inutile e perdente?

Quel che maggiormente impressiona di una Guerra sono i suoi morti.

Coloro che sono morti di Guerra se non ci fosse stata la Guerra non sarebbero morti. Ciò è incontrovertibile e ricorda il maresciallo di Francia Lapalisse. Ma potrebbe soprattutto obbiettarsi che sarebbero morti comunque. Siccome la Guerra li ha resi mortali nemmeno la Pace li avrebbe resi immortali.

La Guerra però seleziona i suoi morti nel senso che non solo accelera o anticipa la morte di coloro che s’impegnano nel conflitto o ne sono coinvolti, ma impedisce loro successivamente per certo di generare.

La Guerra pertanto uccide sia i viventi attuali che i viventi futuri che dovessero discendere da quei viventi attuali.

La Guerra in quanto tale si propone da una parte l’estinzione assoluta dei viventi sia di quelli attuali e presenti che dei futuri o virtuali.

La Guerra si propone l’estinzione più completa dei viventi. La faccenda non sta però in questi termini così truci! Se il tema principale della Guerra fosse quello dell’estinzione dei viventi attuali non avrebbe alcun senso promuoverla perché tanto costoro morranno comunque sia per la Guerra che in assenza di Guerra. Quel che la Guerra si propone invece, e che dà un senso all’iniziativa e alla condotta di Guerra, è l’estinzione non solo dei viventi ora, ma soprattutto dei viventi futuri o virtuali. Nessuna Guerra si è mai posta semplicemente e ingenuamente lo scopo di uccidere dei viventi, ma di ucciderne la sopravvivenza. Ciò non è diverso dalla cura delle malattie. Le malattie si curano per debellarle del tutto ma non per convivervi. Ciò si evidenzia in quel luogo ancora comune che vede intento il medico alla cura del malato e non della malattia il che significa esattamente il contrario. È impensabile, infatti, che un medico guarito un malato rinunci alla guarigione di un altro malato afflitto da una simile malattia affermando che ciascun malato è diverso da un altro e che la sua competenza per quel nuovo malato si è esaurita con la guarigione del precedente! Il vero medico attende egualmente al particolare e all’universale. Se si conduce una Guerra non si è così idioti da pensare la propria morte soltanto. In tal caso non si promuoverebbe nessuna Guerra. In Guerra si promuove l’estinzione più completa del Nemico come contrappasso alla nostra Resurrezione nei figli che ci seguiranno.

La cessazione di ogni impulso e congettura di Guerra avrebbe fine a una condizione soltanto che si cominciasse a pensare alla propria morte e a quella altrui come cessazione di vita presente e futura nella propria discendenza.

La Guerra si oppone invece a una mortificazione assoluta, non soltanto propria o del Nemico, ma soprattutto si oppone al riconoscimento di un’estinzione totale del genere umano.

Se infatti fossimo persuasi che comunque, nemmeno con una guerra, saremo capaci d’impedire l’estinzione di ogni vivente ora e futuro, a questa condizione soltanto porremmo fine a ogni guerra presente e futura.

In tal senso la sola armata in grado di arginare ogni impulso e congettura di Guerra sarebbe quella di un esercito la cui sola fede fosse l’accelerazione dell’estinzione del genere umano con la rinuncia definitiva a qualsiasi progetto generativo, sia da parte nostra che da quella del Nemico.

Sono pertanto coerenti per rispetto all’assunto di impedire ogni guerra e perciò la Guerra e il suo principio, soltanto coloro che si oppongono al perpetuarsi del genere umano, dal momento che non vi è differenza alcuna, per rispetto all’inevitabilità della morte, tra coloro che combattono la Guerra e coloro che la perseguono. Ambedue sono destinati alla morte più certa!

La Guerra a differenza della Pace invece, quali che possano essere gli esiti e le condotte, non pensa la propria morte ma quella del Nemico e della sua discendenza. In tal senso la Guerra non è diversa dall’esercizio del Gioco d’azzardo ove nessuno gioca mai pensando di perdere.

Mentre la Pace integrale di coloro che si oppongono alla Guerra e la ritengono comunque perdente non può che volgersi all’assoluto della Mortificazione, la Guerra di coloro che la perseguono scommette sulla propria vitalità presente e incrementata nella speranza di una persistente sopravvivenza a spese del Nemico ovviamente e umanamente parlando!

Un’altra considerazione sottesa dal precedente argomentare è che se in Guerra non ci sono né vinti né vincitori, come non ci sono dei vinti così si potrebbero considerare coloro che l’intrapresero come dei vincitori e se non ci sono dei vincitori gli stessi potrebbero considerarsi dei vinti. Non potendo decidere né chi ha vinto, né chi è stato vinto, risulteranno o tutti vincitori o tutti vinti.

Nel caso in cui nessuno risultasse né vincitore né vinto varrebbe comunque la pena di prolungare e tentare la Guerra se non altro per impiegare del tempo in assenza di meglio!

Se si considera invece la Vittoria come vita e sopravvivenza rispetto alla Morte come estinzione, si avrà comunque la Vittoria da parte dei sopravvissuti di contro alla morte dei vinti.

Coloro che non scorgono differenza alcuna tra la Vittoria e la sconfitta, comunque si configurino, violano lo stesso principio di contesa e sopravvivenza a favore di un’indifferenza, per così dire letale, che non può distinguere a priori i vincitori dai vinti, in quanto ambedue necessariamente mortali.

Né i vincitori né i vinti infatti possono ambire a una sopravvivenza assoluta, ma a un prolungamento soltanto del proprio esistere.

La Guerra senza vincitori né vinti trae proprio da questa persuasione implicita l’alimento del suo perdurare.

Se si mira a una Guerra senza vincitori né vinti la si può ancora tentare, laddove una Guerra che portasse a una Vittoria certa o a una Sconfitta inevitabile costituirebbe una tentazione irrinunciabile a iniziarla e condurla o una paralisi a compierla.

La certezza della Fine comunque indurrebbe egualmente alla Guerra come alla Pace.

Il Gioco della Guerra, e la Guerra si dimostra essere veramente un Gioco, consiste tutta nella probabilità dell’esito favorevole o sfavorevole che sia.

La certezza dell’esito renderebbe la Guerra stessa improbabile, ma la certezza dell’esito sarebbe quella di una Guerra senza vinti né vincitori, ma una Guerra senza vinti né vincitori sarebbe certamente un Gioco che nessuno intenderebbe giocare.

Una Guerra certa nel senso di una Guerra senza vinti né vincitori sarebbe l’esperienza di un Gioco dall’esito certo come la certezza di morire comunque.

La Guerra invece propone l’esperienza di un Gioco in cui si possa evitare la morte.

La Guerra attinge dall’esperienza del Gioco la ragione insopprimibile del suo congenito perpetuarsi.

La Guerra senza vinti né vincitori sarebbe la Guerra certa, ma la Guerra certa non interesserà mai coloro che intendono praticarla. Se si potesse praticare il Gioco espellendone il caso e l’incertezza si avrebbe veramente una Guerra senza vinti né vincitori.

Ma chi giocherebbe a una simile Guerra? La Guerra è l’incertezza del Gioco che prefigura la sopravvivenza di fronte alla morte. Ne consegue che la Guerra non può essere senza vincitori né vinti. Se così fosse saremmo impediti a ogni esperienza di Gioco. In tal caso però verremo sottratti alla speranza nella disperazione per essere consegnati all’indifferenza di fronte alla gioia di un premio. Se non si distingue la Vittoria dalla Sconfitta non vi è distinzione tra l’al di là della Salvezza e l’al di qua della Dannazione, ma si dimora eternamente nell’apatia mortificante della Ragione.

 

Renato Padoan

 

[1] Per gentile concessione dell’autore di “Almanacco di Strategia Trascendentale S1 x S2 x S3” Ehr Sheng.

So che l’autore è assai geloso del suo testo e che per questo ha un costo eccessivo per dissuadere gli oziosi e coloro che credono di sapere dall’acquistarlo. Sono comunque riuscito a farmi concedere la pubblicazione di questo capitolo per EreticaMente, rivista per la quale egli ha stima.

copertina: immagine che IA ha confezionato su mio suggerimento. Ho ringraziato IA per questa orribile e sontuosa invenzione nella quale si scorgono i morti che celebrano i morti. La meditazione su di una tale contraddizione sta nel testo che segue.

 

 

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