4 Settembre 2026
Antropologia

Il sacrificio degli innocenti – Rita Remagnino

Logiche rituali e biopotere nella secolarizzazione dell’abbandono

Quante volte abbiamo udito – o noi stessi pronunciato – il lamento secondo cui la presente umanità sarebbe immersa nell’Età Oscura? Stando ad alcuni enunciati contenuti nei testi puranici e nel trattato astronomico Sūrya Siddhānta, l’ingresso in quest’epoca di grossolanità materiale e decadenza spirituale (Kali Yuga), ben rappresentata dalla metallurgia del ferro, sarebbe avvenuto allo scoccare della mezzanotte tra il 17 e il 18 febbraio del 3102 a.C., data tradizionalmente associata alla scomparsa di Krishna, ottavo avatāra di Vishnu.

Si può crederci, oppure no. Fatto sta, che appartiene a quel tornante cosmico gran parte delle rivoluzioni che hanno fondato l’attuale sistema sociale. Tra queste: la nascita dell’individualismo, il superomismo eroico (oggi, tecnologico), la conflittualità diffusa, il progressivo abbandono dei princìpi di cooperazione, etica e cultura, il crollo delle istituzioni condivise, qualsiasi logica fondata sulla competizione e via dicendo.

È riconducibile allo stesso periodo il principio di stratificazione sociale – in gestazione fin dai primi regni agrari, ma divenuto sistemico con la formazione dei grandi imperi -, che tracciò un confine invalicabile tra persone «sacrificabili» e «intoccabili». Una gerarchia che i secoli successivi avrebbero custodito quasi intatta, fino a riverberarsi nel principio di selettività delle teorie novecentesche che ancora oggi ci portiamo dietro, quasi tutte nate dal crogiolo esoterico vittoriano – tra logge londinesi, Royal Geographical Society e utopie imperiali di matrice rosacrociana. Ne sono esempi il darwinismo sociale (Spencer), il razzismo scientifico (Haeckel e Chamberlain), l’eugenetica (Galton), le gerarchie di classe e le politiche economiche più spietate (Sumner).

Le radici di queste costruzioni di origine preistorica, che nel corso del tempo hanno trovato sempre nuove giustificazioni ideologiche, allignano nella saldatura tra potere politico e autorità religiosa che rivoluzionò la coscienza morale collettiva. Con la nascita della figura del re-sacerdote, ciò che era inconcepibile divenne lecito per decisione sovrana e vincolante, mentre il corpo umano si trasformò in una lavagna simbolica su cui incidere i comandamenti del nuovo modello di società economica: misurare, classificare, selezionare, classificare, rendere conveniente, valutare come prezioso.

A quest’ultima categoria apparteneva il bambino, il sacrificio del quale alzava sensibilmente la posta dell’offerta e, con essa, l’attesa della risposta divina. Ma a quale prezzo, e in cambio di quali valori? Se anche il bambino – da sempre ponte tra dimensioni differenti – diventava «vittima», significava che il patto generazionale su cui si fondava la riproduzione simbolica del gruppo poteva dirsi sciolto.

Tale rottura riconfigurò l’ethos fondamentale che fino a quel momento aveva legato gli antenati ai vivi, e questi ai loro discendenti, infrangendo l’immagine stessa di umanità che il patto era chiamato a preservare. Non risulta, nei secoli successivi, alcun effettivo ricompattamento, né che il genere umano abbia ricavato dalle antiche fratture insegnamenti di reale portata formativa. Tante ferite, per nulla.

 

Il potere, tra violenza e sacro
Dopo avere assunto le funzioni di rappresentante ufficiale del volere divino nel mondo umano, il re-sacerdote si ritenne libero di selezionare le vittime all’interno delle fasce subalterne, così che il rito da «orizzontale» (la comunità unita nell’offerta) divenne «verticale» (frutto di una decisione unilaterale). In questo modo, si realizzò il passaggio dal «sacrificio di coesione» al «sacrificio di dominazione» che ancora oggi vincola il nostro presente.

1. La “verticalizzazione” come frattura ontologica della comunità.
Con il re-sacerdote non più primus inter pares, bensì mediatore esclusivo, si spezzò l’omeostasi sacrificale delle società arcaiche – dove la vittima, sostituto universale, rigenerava il legame orizzontale. Un tempo patto comunitario, il sacrificio divenne editto unilaterale. Tuttora quella rottura è visibile nella transizione da «aggiornamento partecipato» del patto sociale a «comando immutabile» scritto nei livelli di profondità della rete: la comunità non è più il corpo che elegge il suo male minore, ma l’interfaccia che riceve, senza fiatare, la sentenza di un’architettura che non conosce replica.

2. L’usurpazione dell’ambiguità divina (l’arbitrio come “libertà” profetica).
Una volta sottratta al giudizio umano, la scelta della vittima si fece volontà divina letta nei segni dal re-sacerdote, il quale, cessando di esercitare un potere, iniziò a incarnare il criterio stesso della selezione celeste. Questo archetipo della burocrazia del sacro, oggi rivive nella figura del tecno-monarca che vorrebbe chiudere l’era atomica per sigillare la deterrenza ai codici sorgente dell’intelligenza artificiale, di cui si proclama depositario.

3. La selezione nelle fasce subalterne come “sacrificio politico”.
Innestando Girard su Foucault, se così si può dire, il re-sacerdote sceglieva per l’altare lo schiavo, lo straniero, il povero, il prigioniero, il bambino – l’indifferenziato per eccellenza. Con un solo gesto, egli compiva tre operazioni: economica (risparmiava il sangue nobile), catartica (scaricava le tensioni sul debole), pedagogica (mostrava che vita e morte dipendevano da lui). Segno visibile della persistenza di un potere assoluto, il profilo della vittima oggi sopravvive nell’«ottimizzazione» perpetua (Byung-Chul Han), dove l’ordine non è esplicito, ma sussurra nella lingua dell’auto-miglioramento e della libertà di prestazione, un idioma che considera la ribellione come «inefficienza da ottimizzare».

Come si vede, cambiano i supporti – dall’altare al software – ma il principio resta lo stesso: scegliere chi cade per mostrare chi comanda e decide. Il filosofo Roberto Esposito chiama «immunità negativa» questo tipo di appropriazione elitaria del meccanismo vittimario: il re-sacerdote o il tecno-monarca si rende spettatore del sacrificio – si immunizza, appunto – scaricando l’intero costo dell’offerta sugli altri, sugli esclusi, su coloro che non contano. E in cima alla lista dei capri espiatori, c’è il bambino.

La sua estrema fragilità lo rende non solo indifeso, ma perfettamente funzionale al dispositivo sacrificale: è puro, innocente, totalmente privo di potere. Non può ribellarsi; i suoi legami sociali, al di fuori del nucleo familiare, sono deboli o inesistenti; la sua morte non innesca faide, non genera vendette, non turba gli equilibri di potere. Il bambino è un soggetto sacrificabile per definizione – non perché gli dèi abbiano richiesto esplicitamente il suo sangue ma perché il potere, ormai verticale, ha bisogno di vittime che non lascino traccia.

 

L’appropriazione elitaria del meccanismo vittimario
Tra le cause che concorsero alla mutazione del rito sacrificale spiccano l’ascesa della società economica (imperniata sullo scambio dare ↔ avere), il trionfo delle logiche utilitaristiche e l’arroganza di un potere sempre più rapace che iniziò a posare gli occhi su ciò che invece avrebbe dovuto custodire: il bambino.

Alla base di tale aberrazione c’era la convinzione – contorta e perversa – che l’uccisione di un innocente potesse accrescere sul piano sottile il potere del sacrificatore; come se fosse possibile trasformare un’esistenza prematuramente recisa in capitale visibile, rendita simbolica, moneta di scambio con l’aldilà.

Tracce archeologiche d’infanticidi emergono dai rituali praticati da Cananei, Fenici, Moabiti e Cartaginesi – adoratori di dèi sanguinari come Moloch (o Milcom) e Chemosh -, presso i quali vigeva l’uso di offrire il primogenito in cambio di favori materiali che andavano dal buon raccolto alla vittoria in guerra, dal conferimento di poteri sovrannaturali al controllo sulla realtà.

Autori classici come Plutarco, Cicerone, Tertulliano e Diodoro Siculo (nella narrazione del sacrificio di 200 bambini di nobile famiglia durante l’invasione di Agatocle nel 310 a.C.), descrissero le stragi degli innocenti in termini inequivocabili. Tali pratiche non erano rare nella Grecia classica – dove venivano usate per propiziare la vittoria all’inizio di una guerra o in battaglie cruciali (es. figlie di Eretteo) – né nel Regno di Giuda (VII sec. a.C.), la terra in cui Manasse sacrificava i bambini per garantire al regno fertilità, vittoria e sicurezza politica (2 Re 21:4-7).

Nei territori amministrati da Yahweh, il neonato veniva “donato” al Signore quando aveva circa otto-dieci giorni di vita (bəkōr), esattamente come qualsiasi altro cucciolo di animale, per poi essere ucciso e bruciato (Ez. 20,25-26). In ambito filologico, è motivo di dibattito la traduzione del termine nichoach (letteralmente “odore di riposo” o “riposo della cenere”), che alcuni autori interpretano come un riferimento al “far passare per il fuoco” l’infante allo scopo di placare il Signore attraverso l’inalazione del fumo sacrificale.

Oggi gli israeliti preferiscono deviare l’attenzione sul Pidyon HaBen (“Riscatto del Figlio”), ovvero sulla pratica del “riscatto simbolico” mediante il pagamento di una somma di denaro a un sacerdote. Come in altre parti del mondo, sono implicite le correzioni rituali apportate con il passare del tempo, ma ciò non nega le usanze precedenti. D’altronde, se gli infanticidi non fossero proseguiti per secoli, nel 622 a.C. il re Giosia non avrebbe emanato una norma che imponeva ai capi famiglia di sostituire i neonati con gli agnelli (2 Re, 2 Cronache), né vi sarebbe stato alcun divieto di adorazione di presunte divinità costantemente assetate di sangue.

Negare eventi ormai storicizzati, non ne cancella la memoria.

Altrettanto frequenti erano i molk o molek, cioè i rituali dedicati a Ba’al Hammon e Tanit nei Tophet (dall’ebraico Tōp̄eṯ), santuari all’aperto dove gli archeologi hanno ritrovato urne cinerarie di bambini cremati sormontate da stele commemorative. Il più famoso è il Tophet di Salammbò a Cartagine, scoperto nel 19212.
Uno studio condotto dal gruppo di ricerca di Patricia Smith su 342 urne di questo Tophet ha rivelato che la maggior parte delle vittime aveva 1-2 mesi di età, e che circa il 31% delle urne conteneva anche resti di agnelli (o altri animali), spesso bruciati interi come offerta (holocaust). Nella logica del sacrificio votivo, accadeva spesso che il bambino fosse accompagnato da un animale.

Rituali simili venivano praticati anche dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, presso gli Olmechi, dove, tuttavia, il quadro è più incerto e sfumato a causa di testimonianze poco conclusive che lasciano aperto il dibattito sui “bambini-giaguaro”. Maggiori informazioni provengono da un rito posteriore, chiamato dagli Inca Capacocha (o Qhapaq Hucha), che in quechua significa “obbligo reale” o “sacrificio solenne”.
La cerimonia era officiata in circostanze straordinarie come l’ascesa al trono di un nuovo imperatore, la morte o la nascita di un erede reale, terremoti, siccità, eruzioni vulcaniche, epidemie o eclissi. In tali frangenti, venivano selezionati in tutto l’impero bambini e adolescenti dotati di una particolare perfezione fisica, i quali erano poi avviati al sacrificio. Per le famiglie si trattava di un grande onore, ossia di un modo per acquisire prestigio e favori politici all’interno della comunità.

In genere il sacrificio si svolgeva sulla cima di un monte sacro, dove infanti e adolescenti sotto l’effetto della coca erano uccisi con un colpo alla nuca, o lasciati morire di ipotermia. Noto è il corpo perfettamente conservato dal gelo di “Juanita”, detta la “Fanciulla di Ghiaccio”, ritrovato sul monte Ampato (Perù) insieme ad alcune statuette in oro, argento e conchiglie Spondylus, finissimi tessuti cumbi, coca e cibo per le necessità del viaggio interstellare.

 

Il futuro negato
I sacrifici degli innocenti proseguirono per un tempo indefinito, ma comunque lunghissimo. Nella Torah, il principio secondo cui sarebbe stato proprietà di dio ogni primogenito – umano o animale – ricorre in più passaggi e appare chiaramente ancorato all’evento fondativo della Pasqua, ovvero all’Esodo dall’Egitto. È subito dopo la decima piaga (la strage dei primogeniti egiziani per mano dell’angelo vendicatore) che dio comanda a Mosè: “Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti… sia degli uomini che del bestiame: esso appartiene a me” (Esodo 13,1-2).

Il cuore dell’evento pasquale – l’angelo che “passa oltre” le porte segnate -, continua a battere anche dopo quella fatidica notte, traducendosi in un meccanismo rituale destinato ad entrare nella Storia sotto forma di sangue dell’agnello in sostituzione di quello del neonato, “riscattabile”, ovvero ricomprabile dalla famiglia, nei termini stabiliti dalla Torah: “Riscatterai ogni tuo primogenito maschio” (Esodo 13,13).

Il testo precisa che la transazione non è affidata alla discrezionalità delle famiglie, bensì stabilita da regole che fissano sia l’età del riscatto (un mese) sia il suo importo (cinque sicli d’argento). La devoluzione di tale somma al tempio (Numeri 18,15-16), trasforma il dramma della salvezza in una tassa amministrativa, cioè in un vincolo che lega ogni famiglia israelita al santuario e al suo clero.

Sul piano antropologico, il “riscatto” sancisce la trasformazione del dono: da obbligazione sociale gratuita (circolare, basata sulla reciprocità diffusa) a transazione economica calcolabile (produttrice di debito, gerarchia e antecedente logico dello scambio mercantile). La sopravvivenza della casta sacerdotale si fonda esattamente sul calcolo differenziale della vita computata e compensata, cioè su una sostituibilità che è già, in nuce, l’equivalente generale di ogni futura economia.

Il nuovo sistema non «monetizza» soltanto il bambino, ma l’intera sfera del sacro. Le regole diventano ancora più perverse nel passaggio successivo, quando i ceti abbienti si domandano: “perché sacrificare il patrimonio famigliare [con il pagamento del riscatto], quando a costo zero si possono immolare i figli degli altri?” Rientrano nella categoria «altri», o «vite sacrificabili», sia l’individuo che un’intera tribù (“io ho scelto i Leviti… in luogo di ogni primogenito” – Numeri 3,12-13).

A questo punto, viene spontaneo chiedersi se sia mai realmente esistito un dio affamato di bambini e di popoli, o se l’ignoranza e la malafede abbiano distorto il principio di obbedienza del cuore. Un indizio prezioso emerge dalla stessa voce divina, che smaschera l’inganno nell’episodio in cui un angelo ferma la mano di Abramo, il quale finisce per immolare un ariete al posto di Isacco (Genesi 22).
Proprio l’archetipo abramitico rivela la contraddizione insita nel dispositivo sacrificale così concepito, in quanto l’appello a un’«obbedienza che salva la vita» si rivela, allo stesso tempo, l’ingrediente che lo perpetua. E allora la posta in gioco non è più il corpo fisico, bensì la disponibilità assoluta dell’individuo a cedere alla casta sacerdotale il bene più prezioso: la prole, il futuro, la propria carne.

Imperniato sulla cieca obbedienza, il sacrificio degli innocenti finisce così per laicizzarsi e interiorizzarsi. Chiunque abbia letto i Racconti di Canterbury di Chaucer, ricorderà la terribile storia di Little Hugh, che rievoca l’uso rituale di versare sangue cristiano da parte di alcune famiglie ebraiche durante il Medioevo. Cacciati dall’Inghilterra nel 1290, i cosiddetti “prestatori di danaro” furono fatti rientrare nel 1556 da Cromwell, e quindi sistemati nel miglio quadrato oggi occupato dalla City of London. Un luogo altamente simbolico, da qualsiasi parte lo si guardi.

Anche l’Italia del 1475 fu sconvolta da un fatto analogo: quello che ebbe come protagonista involontario Simonino da Trento (futuro San Simonino), un bambino di due anni e mezzo la cui morte violenta avvenuta a Trento (città allora facente parte del Sacro Romano Impero) fu attribuita alla comunità ebraica locale, accusata di omicidio rituale.

Su questi fatti calò il sipario per secoli, prima della clamorosa “accusa del sangue” fatta dall’ebreo polacco Jakob Frank (1726-1791), il quale dichiarò davanti alle autorità ecclesiastiche: “il Talmud insegna che gli ebrei hanno bisogno di sangue cristiano, e chiunque creda nel Talmud è obbligato a usarlo.” Detto ciò, Frank si fece battezzare a Varsavia con grande solennità, avendo come padrino il re Augusto III di Polonia e venendo imitato da migliaia di seguaci formalmente convertiti al cattolicesimo. Non spetta a noi oggi giudicare la veridicità di quelle accuse, penseranno il Tempo e la Storia a fare chiarezza, ma certo molte voci fanno un coro.

 

Sangue e sovranità: il sacrificio degli infanti nel mondo senza dio
Ultimamente gli infanticidi non vengono più dichiarati tali, ma il fatto che si svolgano in incognito non significa che siano scomparsi. In alcune frange estreme dell’integralismo religioso, anzi, resiste l’idea che l’eliminazione fisica della prole del nemico possa annichilirlo moralmente, decapitando allo stesso tempo il suo futuro. Solo nei primi mesi di quest’anno abbiamo assistito infatti a due eventi eclatanti: la strage degli innocenti nella scuola elementare iraniana di Minab (centosessantacinque bambine di 7-10 anni) e l’attacco al convitto studentesco di Starobelsk, in Russia, con decine di giovanissimi morti e feriti.

I media hanno subito etichettato le stragi come “casi sfortunati”, “tragici errori”, “atti non voluti”. Pretesti che cozzano però contro la realtà dei fatti; se così fosse, i soldati non sarebbero tornati sul luogo della strage quaranta minuti dopo il bombardamento (nel caso di Minab) per assicurarsi di avere fatto piazza pulita.

Da secoli le strategie genocidarie si ripetono, e perciò la loro lettura non richiede particolare acume, ma piuttosto il coraggio di chiamarle con il loro nome. A ciò si aggiunge la persistenza di precise direttive ai militari per colpire i bambini, i cui corpicini vengono quotidianamente ritrovati tra le macerie con fori di pallottola nella fronte, al cuore e nel basso ventre, segni inequivocabili di una precisa intenzionalità.

Dietro le forme ambigue del linguaggio tecnico-militare e dell’ipocrisia sociale, l’infanticidio rituale continua. O meglio, si è mostruosamente trasformato, passando dall’economia del dono – come teorizzato da antropologi come Marcel Mauss e René Girard – alla violenza ludica, alla condivisione della foto ricordo sul luogo del delitto, sintomi di un vuoto di reciprocità saturo di nichilismo.

L’intento è sempre quello di intimidire per costringere, scommettendo sull’impatto devastante che il sacrificio dell’innocente produce sulla società colpita, costretta a vedere il proprio futuro violato da azioni che eccedono ogni logica bellica. E mentre il dolore piega l’aggredito, l’aggressore si esalta, persuaso che la propria ascesa dipenda dalla discesa dell’altro, il cui mondo deve soccombere.

Solo trent’anni fa, nessuno avrebbe immaginato che il secolo consacrato alla tecnologia, il XXI, sarebbe stato attraversato da uccisioni di bambini e pasti cannibalici. E invece, eccoci qua: immersi in un presente egoista e feroce in cui la brutalità del potere ha sostituito la complessità dell’etica e della cooperazione, e dove è perfino superfluo evocare la fine del mondo, dato che siamo già in piena apocalisse.

Oggi spetta all’algoritmo – in veste di entità suprema – decidere chi debba essere «sacrificato» o «risparmiato». E poco importa, a questo punto, se al posto delle giaculatorie scaramantiche del re-sacerdote risuonano nell’aria i boati dei droni, perché le stragi di innocenti la faranno franca anche questa volta, essendo la pena del tutto umana, politica e giuridica, ovvero negoziabile, evitabile, asimmetrica. Lieve.

 

In copertina, un’opera pittorica di Giangi Pezzotti

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

4 Comments

  • Roberto 16 Agosto 2026

    Grazie per il dono della tua documentata ricerca sul sacrificio e le forme sociali e quelle gerarchiche di ruolo/potere.
    Interessanti le discriminazioni….e per alcuni aspetti chiarificatrici delle opere di R.Girard..
    Il lavoro inoltre è ricco di molti altri stimoli e spunti di lettura storico politica; utili per comprendere il nostro tempo

  • Rita Remagnino 16 Agosto 2026

    Grazie Roberto per la pazienza – non voglio dire il “sacrificio” – di leggermi. La lettura è un dono prezioso per chiunque scriva e voglia comunicare ad altri le proprie intuizioni. Ad ogni modo, viaggiare nella Preistoria è un’esperienza meravigliosa; solo da questo fiume carsico, che continua a scorrere sotto la superficie delle cronache ufficiali, si possono estrarre frammenti di verità che nessuna ideologia può falsificare.

    Un caro saluto.

  • Cruz 16 Agosto 2026

    Coraggiosa Rita,
    non pensa che milioni di aborti siano anch’essi un grandissimo e non riconosciuto sacrificio a Moloch?

  • Rita Remagnino 16 Agosto 2026

    Si Cruz, si può vederla anche in questo modo.
    Tuttavia, più che un sacrificio degli innocenti in senso antropologico, l’aborto riflette tensioni di altro genere. In ultima analisi è un esperimento de-sacralizzante, come del resto l’utero in affitto. La vittima (l’embrione/feto) non viene “offerta” a nessuna entità superiore. Manca al gesto il carattere rituale, comunitario e trascendente.
    Grazie del commento.

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