Archeologia della rimozione e forme dell’alterità interiore
Nei Veda, i più antichi corpus testuali religiosi a noi pervenuti, i démoni non sono creature infernali bensì proiezioni di stati mentali negativi: entità ambivalenti, e talvolta sublimi, che incarnano la stessa dinamica del pensiero creativo, il quale, ramificandosi oltremisura, tende a smarrire il proprio centro ordinatore.
Più ancora che espressione di un dualismo radicale, la demonologia vedica si configura come un lessico morale dell’interiorità opportunamente codificato e ritualizzato. Sulla scia di questa visione, il pensiero classico pone la figura demoniaca a metà strada fra il divino e l’umano (δαίμων, trasl. dáimōn, «essere divino»), come spiega Diotima nel Simposio di Platone: grazie alla sua natura né divina né bestiale, ma entrambe le cose, il dèmone colma il vuoto ontologico tra gli dèi e gli uomini, tra immortali e mortali.
Ancora San Paolo allude a una genealogia demoniaca, menzionando i dèmoni come “spiriti del male nelle regioni celesti” (Ef 6,12). Questo passo, letto alla luce di Gv 14,30 – dove Gesù cita il “Principe di questo mondo” – conferma la natura angelica originaria di tale essere, prima della caduta.
Il cambio di prospettiva avvenne insieme alla crescita dell’individualità autoreferenziale che chiuse la ferita dell’incompiutezza, inducendo l’uomo a fraintendersi come «centro». L’equivoco creò tutt’attorno a questo punto, cioè «al di fuori», uno spazio geo-metafisico in cui l’angelo puro si ritraeva progressivamente dal mondo visibile mentre il dèmone-mediatore s’imponeva come invasore: un «mostro» che minacciava dall’esterno la presunta integrità dell’Io.
Ma poiché la relazione tra questo e l’altro mondo non poteva essere interrotta – pena lo sprofondamento dell’uomo in uno dei due estremi -, il sangue assunse il ruolo di mediatore. Quanto a doppiezza e ambiguità, nessun altro simbolo umano avrebbe potuto competere con questo sostituto biologico e simbolico che apparteneva al corpo ma era capace di fuoriuscirne, e oggi riesce persino a farvi ritorno.
• Il sangue era vita (Levitico 17,14: “la vita della carne è nel sangue“).
• Il sangue era legame (il sangue del patto, dell’alleanza inter-clanica).
• Il sangue era trasmissione (il sangue della stirpe, l’eredità genetica e spirituale).
• Il sangue era sacrificio (il sangue «offerto» per ristabilire l’ordine).
A lungo andare, però, il sangue riprodusse la stessa frattura che avrebbe dovuto ricomporre. L’Io si scoprì nuovamente esposto all’alterità, mentre il dèmone che premeva dall’esterno trovò nel fluido vitale un canale privilegiato per infiltrarsi. Tra paura e incertezza, prese forma così l’entità vampirica – sia fisica che energetica -, un multiforme soggetto solitario, refrattario ad ogni alleanza, che non trasmetteva eredità né ristabiliva alcun ordine, ma «consumava ed esauriva». Ciò cambiò radicalmente la natura del sacrificio: non più dare ↔ avere, bensì un canale a senso unico in cui l’Altro succhiava e l’Uomo era oggetto di prelievo.
La trasformazione fu graduale: non si trattò di magia, ma di alchimia.
Il mostro vampirico, insomma, non era un’«origine» bensì l’epilogo degenerato di una funzione sacra a cui venivano riconosciuti una stirpe, un padre e una madre, oltre al compito ingrato di rappresentare una crisi destinata a ridurre a pura sopravvivenza predatoria la potenza dell’antico mediatore, privandolo di ogni finalità collettiva.
Genesi del terrore organizzato
Nelle culture più antiche (dalla Mesopotamia alla Grecia arcaica), le figure confluite in seguito in quella del vampiro non erano intrinsecamente malvagie. Lo stesso atto sessuale tra entità considerate demoniache e l’umano – quando presente -, veniva narrato come un’unione ambivalente che poteva portare sia conoscenza (il potere magico) che energia vitale (i figli). Finché gli Assiri insinuarono che i vampiri – o edimmu – fossero il frutto bacato «dell’unione tra esseri umani e il mondo dei dèmoni».
In una lettera ritrovata nell’archivio paleo-assiro di Kültepe (l’anatolica Kanesh), databile intorno al 1950-1850 a.C., le entità vampiriche vengono descritte come «spiriti che degradano la Terra e sono dotati di una forza colossale». Non sfugge la somiglianza con i Nephilim biblici, esseri ibridi – violenti e corrotti, secondo il Libro dei Giubilei (II secolo a.C.) – che avrebbero insegnato agli uomini la magia, le arti occulte, la fabbricazione di armi metalliche e l’adorazione degli idoli.
Non è chiaro il nesso tra la generosità rivoluzionaria del gesto prometeico e l’aridità della cattiveria. Il paradosso, tuttavia, assume un senso se inserito nel contesto di un’epoca estremamente critica per il giudaismo – segnata dalla rivolta maccabaica e da un forte dibattito interno – in cui la coesione etnica poteva essere mantenuta solo in presenza di “nemici esterni” contro i quali combattere.
Per rafforzare il concetto si disse che la sofferenza non era causata dall’indifferenza di dio, né tanto meno dall’inadeguatezza della classe politica, bensì dai dèmoni e dai vampiri che si erano infiltrati nel tessuto sociale con l’intenzione di distruggerlo. Le figure che un tempo incarnavano l’alterità feconda divennero così minacce allo stato puro: l’antico mediatore divenne invasore, il sesso libero divenne empietà, l’uomo ribelle divenne eretico, il parassita sociale divenne vampiro, le regole contestate divennero trasgressioni imperdonabili.
Qualsiasi ambivalenza fu bandita dalla società: non c’era più dono, ma solo prelievo; non più conoscenza, ma solo corruzione; non più figli, ma solo offerte sacrificali. Persino il sangue che per secoli aveva sigillato le alleanze, fu trasformato in un nutrimento unilaterale, prima che le migrazioni di intere popolazioni dal Vicino Oriente al bacino del Mediterraneo esportassero queste credenze in altri contesti geografici, dove nacquero nuove fisionomie.
Per esempio, nel mondo slavo gli upyr erano morti inquieti, mentre dall’Ordine del Drago e dalle tombe mal sigillate emerse Dracula, un personaggio erroneamente attribuito alla fantasia di Bram Stoker, il quale non incontrò il suo beniamino in un incubo generato – secondo la leggenda – da una cena a base di granchio, ma trasse ispirazione dal complesso stratificarsi di fedi superstiziose appartenute alle tradizioni demonologiche delle civiltà mesopotamiche.
Vale lo stesso discorso per la sinistra idea del sangue succhiato a scopo di nutrimento – con il suo corredo di aggressioni notturne e prosciugamento di fluidi vitali -, anch’esso già presente nel repertorio magico degli Assiri. Emerge da questa catena di manipolazioni una costante antropologica: la proiezione esterna della paura è una caratteristica dei momenti di maggiore debolezza, quelli in cui manca la forza di abitare i propri fallimenti. Ogni riferimento all’attualità è puramente voluto.
Il soffio di vento che generò il vampiro
Un esempio emblematico di «costruzione del mostro» è costituito da Lilitu, uno spirito femminile presente nella mitologia sumera come soggetto errante tra le rovine e i luoghi appartati, lontani dalla civiltà. Il suo nome deriva dal termine lil – che significa “vento”, “aria” o “spirito”-, mentre la sua figura è spesso associata ad altre presenze similari, come Lilû (demone maschile) e Ardat Lilî (“fanciulla del vento”). La sua apparizione più famosa, comunque, è quella incisa nella Tavoletta XII dell’Epopea di Gilgamesh.
In questo racconto, Lilitu è un’entità eolia o pneumatica – nata dal vento, non dalla terra – che abita il tronco di un albero sacro (huluppu) piantato dalla dea Inanna lungo le rive dell’Eufrate. Gilgamesh abbatte quell’albero, costringendola a fuggire nel deserto; e fin qui, nulla di terrificante da segnalare.
Furono gli Accadi – ma soprattutto gli Assiri, che erano una parte del mondo accadico – a convertire l’etereo spiritello dell’aria in un incubo notturno: un demone colpevole di causare la morte dei neonati in culla e di danneggiare le donne in gravidanza. Sulla trasformazione incise in modo significativo il rapporto di Lilitu con il vento, le tempeste e la desolazione, una relazione che l’assimilò alle forze più insidiose dell’Elemento Aria, ovvero alla “febbre che prosciuga” (i virus).
A Ninive, nella biblioteca del re Assurbanipal (VII sec. a.C.), gli archeologi hanno trovato testi magici con elenchi dettagliati di creature demoniache che includono sia Lilitu che Ardat Lilî, spesso associate all’assira Lamashtu (“Colei che cancella”), un dèmone alato che invece “succhiava la vita” (un concetto astratto) estraendo dai dormienti i loro fluidi vitali.
Durante la prigionia a Babilonia, gli ebrei vennero a conoscenza di queste ed altre storie dell’orrore, ne subirono il fascino malefico e se ne appropriarono. Risale a quel processo di assimilazione la conversione dell’eterea Lilitu in Lilith, una figura presente nel testo satirico L’Alfabeto di Ben Sira (VIII- X secolo d.C.) in veste di prima donna creata da Dio dalla stessa terra di Adamo, e quindi sua pari.
Ma poiché il principio di uguaglianza era inapplicabile in una società rigidamente patriarcale come quella ebraica (“Perché devo stare sotto di te? Siamo stati creati entrambi dalla stessa polvere.“), sul capo della ribelle Lilith cominciarono a cadere tuoni e fulmini, ovvero ingiurie e accuse di ogni genere. Uno psicoterapeuta moderno non esiterebbe a collegare un simile processo di mostrificazione al sesso malato, essendo l’atto di succhiare liquidi vitali (sangue e/o sperma) una perfetta sintesi di alcune psicosi piuttosto comuni:
• paura della sessualità indomita (specie quella femminile);
• paura della morte (il cadavere che torna a nutrirsi);
• paura della perdita di controllo (il desiderio che prosciuga).
Tra i vari capi d’accusa mossi a carico di Lilith, vi fu anche quello di avere pronunciato il nome ineffabile di dio (il Tetragramma). Una trovata, quest’ultima, riconducibile all’esilio del popolo ebraico in Egitto, dove conoscere o pronunciare il nome di Ra era blasfemia. A causa, però, dell’abissale differenza culturale tra i due popoli, la complessa magia attraverso cui Iside ottenne il nome segreto del padre, venne convertita dal midrash ebraico nella rocambolesca fuga di Lilith verso la libertà.
A questo punto, la vicenda si sposta sulle coste del Mar Rosso. Qui la reietta si sarebbe unita a vari “dèmoni” prima di finire tra le braccia dell’angelo della morte Samael, con il quale generò le súcubos, femmine immonde dalla bellezza provocante destinate ad assumere un ruolo da protagoniste nella demonologia mistica ebraica con il nome di lilim o lilin.
Il Medioevo cristiano riprese questa narrazione e concluse l’opera di mostrificazione, confermando così la credenza che Lilith – la donna “desiderante” – fosse un essere satanico che nottetempo succhiava il sangue dei neonati (maschi), quando non masturbava gli uomini nel sonno per raccogliere il loro seme e farne un uso improprio. E con ciò, l’identikit del vampiro sanguisuga poteva dirsi completo.
L’equazione del non-morto
L’ icona del vampiro con il mantello nero (simile alle ali di un pipistrello) e i canini sporgenti (segno della sua natura lupina), non avrebbe potuto mantenere per secoli la propria presa sull’immaginario occidentale, se non fosse stata posta al crocevia di una fitta rete simbolica. Tale figura, infatti, costituisce il nodo gordiano tra fenomeni solo apparentemente eterogenei: rituali di sangue, pratiche iniziatiche legate ad animali totemici (il lupo), il solstizio d’inverno come spartiacque cosmico, la morte che rigenera, l’amore nella sua declinazione venusiana e molto altro ancora.
In un’epoca in cui l’astronomia regolava il tempo sacro dell’agire umano scandendo le semine, le guerre e le alleanze, fu gioco forza associare la struttura temporale del ciclo venusiano alla ciclicità femminile delle Grandi Madri della preistoria (Inanna, Ishtar, Iside, Lilith). La Dea, era Venere. Venere, era la Dea. La sua temporanea scomparsa dal firmamento venne interpretata come una «morte» simbolica, un oscuramento celeste che esigeva sacrifici apotropaici per essere superata, mentre il suo riapparire in veste di Stella del Mattino imponeva offerte di ringraziamento per salutare la resurrezione.
I riti dedicati a questa entità si concentrarono in prossimità del solstizio d’inverno, che prima dell’adozione del calendario gregoriano (1582), cadeva il 13 dicembre – data oggi consacrata a santa Lucia, patrona della vista e dispensatrice di doni ai bambini -, ultima vestigia cristianizzata di un’antichissima dea della luce.
Emerse da questo crogiolo ribollente – in mezzo a sangue, divinità femminili, lupi e coincidenze astronomiche – la figura del «mostro». Cuocendo a fuoco lento l’innocua Lilitu si ottenne la perfida Lilith ebraica, che influenzata dal pianeta visto morire e rinascere si vestì di nero per poi essere impiattata, medicalizzata e trasformata in parassita. L’incubo più intimo e insieme più potente dell’Occidente cristiano – il vampiro – era servito.
L’incredibile di questa miscela multietnica di odori e sapori sta nella sua versatilità, ovvero nella capacità di piacere a tutti grazie alla varietà di ingredienti temporali e culturali differenti che, compattati in uno spazio simbolico unificato, si offrono alla formulazione di un’equazione che comprende antropologia, storia e simbologia.
• LL = matrice mitica della Lilith (ebraica) → autonomia femminile, sessualità notturna, predazione, rifiuto della procreazione patriarcale.
• SS = insieme di antiche maghe e streghe notturne (strix, lamia, empusa) → metamorfosi, suzione di sangue/vita, ibridismo uomo-animale.
• CC = complesso dei cadaveri rianimati (gli slavi upir, vampir) → morte biologica invertita, contagio, legame con la terra e il villaggio.
• GG = narrazione gotica ottocentesca (Dracula di Stoker) → aristocrazia decadente, sessualità repressa, tecnologia vs arcaismo, paura dell’Altro.
Questa, l’operazione:
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dove:
• ⊕⊕ = sovrapposizione sincretica (non addizione, perché non sono termini omogenei; si stratificano per sedimentazione culturale).
• ⊗⊗ = riscrittura narrativa (il mito prende forma romanzesca, fissandosi in un canone).
• limt→∞limt→∞ = processo di selezione culturale di lunga durata (Braudel).
Risultato:
V=icona inossidabile.
Nota: il tasso di mutazione semantica dopo la pubblicazione di Dracula si avvicina a zero nella sua struttura profonda (sanguisuga notturna, immortale, seduttiva, contagiosa) in quanto cambiano solo gli «abiti storici» (cinema, psicanalisi, crisi pandemiche, ideologie postumane).
La parabiosi come tecnologia vampirica
Ansie e paure sono le basi della costruzione del mostro, fondata sul terrore dell’umano per la propria finitezza. Non potendo essere integrata, questa ossessione si è riversata all’esterno, indirizzandosi verso le figure di démoni e vampiri – ambigui, sanguinari, sempre in agguato – divenuti simboli di una morte che si preferisce non riconoscere come parte della vita.
L’uomo di oggi non conosce la Storia e ha dimenticato che il corpo e i suoi umori sono portatori di senso, relazione, cosmologia, legami comunitari. Tuttavia, ha preservato la figura del vampiro, come testimoniano i succhiasangue 4.0 presenti nella contemporaneità, cioè i milionari che praticano la parabiosis.
Ma davvero un paio di trasfusioni al mese di sangue giovane – prelevato da ragazzi tra i quindici e i ventidue anni – bastano ad aggirare la decadenza, invertendo l’orologio biologico? Fino a che punto, i fluidi freschi possono riparare i vecchi tessuti? E se anche fosse, quanto potrà durare?
L’impressione, è che questo tipo di «prelievo» sia un rituale iniziatico rovesciato – più che una terapia medica – in cui i più vecchi vampirizzano i più giovani, anziché svezzarli e istruirli, per garantirsi qualche anno in più di sopravvivenza – la vita, è altra cosa.
Sviste di questo genere non sono rare, quando l’umano perde i contatti con l’ignoto, allontanandosi dalla propria finitezza e sprofondando nell’autoreferenzialità. Tuttavia, tra il vampiro classico condannato a «prelevare» in solitudine e il trasfuso contemporaneo che opta per la stessa dannazione, c’è una differenza cruciale: la Storia dimenticherà in fretta quest’ultimo, che non è un antenato né un dèmone, non promette alcun lascito né rappresenta un ricordo.
Il milionario succhiasangue è solo un individuo con gli occhi bendati davanti a una vita che ci è stata data per essere tolta – in questo scambio sta la nostra grandezza. Dunque, non ci vuole un indovino per prevedere il suo impazzimento nelle segrete stanze del castello in cui si sono consumate atrocità inconfessabili, e dove lui stesso è prigioniero di un circolo vizioso: autoreferenzialità → isolamento → vulnerabilità percepita → paura → bisogno di controllo totale sul corpo → illusioni d’immortalità → aumento dell’autoreferenzialità. Chiusura del cerchio.
In copertina, un’opera dell’artista Giangi Pezzotti

