«Conosci il maschile, aderisci al femminile»
(Laozi)
Da lontano Ahriman, padre d’ogni malizia, vide l’Uomo che pacificamente contemplava il creato. Il principe della tenebra disse tra sé: «che è quello sguardo limpido e quieto? Stenderò sui suoi occhi le cataratte dell’oblio, vi accenderò le contorte fiamme della cupidigia. Il suo cuore sarà eternamente corroso dal verme del desiderio, la sua anima brucerà di un’inestinguibile sete di potere. Allora ne farò il mio discepolo. Gli insegnerò a odiare, a uccidere e a mentire. Diverrà il Signore della guerra e della distruzione. E a me si volgerà, a chieder consiglio per le sue opere cruente, dimentico d’esser figlio di Dio».
Forse tutto cominciò così. Forse tutto finirà sotto i cumuli di macerie che noi stessi avremo creato. Perché è certo che la storia non ci insegna nulla, se non a ripetere e aggravare gli errori commessi. Gli anni corrono, a millenni, il mondo escogita sempre nuove e meravigliose invenzioni, ma si può dubitare che ciò sia un bene. Da questo progresso pare piuttosto sia il Male a trarre un concreto vantaggio. Perché se un tempo il diavolo andava a cavallo, armato di una semplice spada, oggi solca il cielo con il suo carico di bombe e missili nucleari. E ogni giorno il Maestro ci svela nuovi segreti di quell’arte antica che è la guerra, il massacro, l’auto-distruzione.
È impossibile dire in quanti modi l’uomo sia diventato il peggior nemico di sé stesso. La nostra storia non è semplicemente “l’autobiografia di un folle”, è la vicenda di un’umanità affetta da inconsce manie suicide. È una voluttà di morte, allucinata sequela di crimini, atrocità, aberranti perversità dell’uomo sull’uomo. Sotto la superficie di una sedicente civilizzazione alimentiamo da millenni le stesse passioni, e da queste siamo condotti sempre ai medesimi atti. E tanto l’uomo aumenta il suo sapere scientifico, tanto perfeziona gli strumenti del suo potere, il prezzo da pagare è una proporzionale involuzione del suo spirito e dei suoi sentimenti morali.
Non possiamo quindi illuderci che la scienza o la tecnica ci renderanno migliori. Diverranno le ancelle di Ahriman, le sue ubbidienti schiave. Teorie e macchinari non potranno medicare la ferita dell’essere, non cureranno l’infezione della violenza e dell’avidità. Solo una collettiva e sincera conversione etica potrebbe produrre qualche reale miglioramento sociale. Ma sperare in un tale evento è aspettarsi che l’uomo, come Astolfo, voli sulla Luna in sella all’ippogrifo per ritrovarvi il senno perduto.
L’attuale condizione umana trova secondo me un compendio essenziale nelle parole di Karl Rahner, secondo cui il nostro futuro sarà mistico o non sarà. L’unica salvezza per l’uomo è ripristinare quel cordone ombelicale che lo lega al Divino e alla Natura. Ma occorre esser dei folli visionari per sperare che in questo mondo abbandonato dagli Dei, prigioniero di una cultura ahrimanica, anti-mistica e satanica nel suo midollo, ciò sia possibile.
Nella sua sostanza politica e sociale, nei suoi costumi, la nostra civiltà non è mai stata minimamente influenzata da forme di santità, né ha mai prestato veramente ascolto alla predicazione di un Cristo o di un Buddha. Questa perdita di valori che tutti lamentiamo e di cui tutti siamo complici non è fenomeno di oggi ma figlia di un pesante passato. Quando mai il consorzio degli umani si è retto sull’amore o sull’umiltà, sulla pace o sul generoso disinteresse? Quando mai l’uomo ha ceduto allo spirito le redini della società?
Quei vecchi apparati burocratici che chiamiamo mente umana resistono e si ribellano a una simile ipotesi, da cui si sentono minacciati, in cui vedono solo una puerile illusione. A quell’utopia oppongono il realismo, la realpolitik, la ragion pratica, la quale ci assicura che finché l’uomo esisterà dovrà scendere a compromessi col male, governare con mano di ferro e fredda determinazione i destini dei popoli. E da lontano Ahriman sorride, si compiace, come ogni maestro, d’aver così ben plasmato le menti e i cuori dei suoi discepoli.
Continueremo perciò a restare affascinati dai grandi condottieri, dai grandi conquistatori, dai potenti eserciti devastatori della terra, dalle immani battaglie che nutrono di sangue la terra. I corpi arsi, mozzati, dilaniati, hanno su di noi un sinistro ascendente. Condanniamo apertamente la violenza, ma ne siamo in segreto soggiogati. Il nostro Dio è la Forza, divinità che temiamo ma alla quale tributiamo una somma e sacra venerazione, anche quando si associa alla crudeltà e all’inganno.
Anche la nostra religione stimola in noi ambigue emozioni collegate all’idea dell’Onnipotenza. Come il Principe di Machiavelli, Dio non è per noi oggetto d’amore ma di timore, rispettato solo per il suo immenso potere. Perciò non troviamo assurdo chiamar ‘cristiana’ una civiltà come la nostra, che da secoli si esercita non nell’amore e nel perdono ma nella violenza e nel punire, civiltà radicalmente anti-cristiana nelle azioni e nelle intenzioni. Non si può non credere che forze ahrimaniche, antitesi di ogni vera libertà, siano filtrate anche in quelle strutture religiose ed ecclesiali che professano apertamente il Vangelo.
La Chiesa ha infatti dato in varie occasioni avallo alla brutalità, le ha fornito come pretesto la difesa dei valori, l’ordine pubblico, la guerra giusta, libera interpretazione del «non resistere al male» che adatta questo concetto divino alle umane contingenze. Dice Agostino che «ogni uomo cerca la pace, anche facendo la guerra», ma a me pare al contrario che l’uomo faccia la guerra anche quando cerca la pace. La quiete attira le anime mistiche, ma frustra gli istinti dell’uomo comune. E quando Giovanni XXIII afferma: «Pacem in terris, quam homines universi cupidissime quovis tempore appetiverunt…», lo fa in contraddizione con una storia secolare la quale ci dice che «anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi» è il combattersi e il guerreggiare.
Sono l’avidità e l’orgoglio a renderci aggressivi, e se la mitezza, l’umiltà, possono talvolta stimolare in noi qualche trasporto intellettuale, non accade mai che una semplice curiosità muti la nostra abituale condotta d’azione e i nostri affetti. Se anche come Saulo venissimo sbalzati da cavallo, accecati da una luce divina e ammoniti da una voce misteriosa, la prenderemmo per una banale crisi epilettica e, tornati in sella, riprenderemmo il nostro cammino. Neppure Dio potrebbe farci desistere dal perseguitare la sua creazione. Perché più dell’amore e della quiete ci attira il dominio.
Le iperplasie degli organi di controllo e di oppressione sono tanto comuni nella nostra società da non sembrarci affatto escrescenze patologiche. Il prevalere di Tanatos su Eros, della distruttività sulla creatività, del conflitto sulla conciliazione, viene oggi omologato come espressione delle naturali dinamiche della psiche umana. Abbiamo infine scientificamente compreso come non sia concepibile l’emanciparsi da questa legge della giungla, meccanismo fisiologico e ineluttabile che impone ai più deboli di subire le prepotenze dei più forti, che assegna ad alcuni il ruolo di predatori e ad altri quello di prede, che congiunge in una necessaria logica dialettica il carnefice e la vittima.
Così, la caotica violenza che affligge la nostra società è per noi espressione di un rigoroso Ordine sotterraneo, fatto di codici impliciti e spietati, il cui principio fondamentale è l’idea che l’aggressività e la cupidigia umana siano riconducibili a istinti naturali, e in quanto tali siano un dato incontrovertibile, immutabile stato di fatto che dobbiamo accettare e con cui dobbiamo imparare a convivere. Di questo siamo ormai certi. Ma tale certezza non è affatto istintiva e naturale. È solo la struttura di significato, la percezione spirituale della realtà che Ahriman ci ha trasmesso.
Io credo che la natura originaria dell’uomo non sia violenta più di quanto non sia compassionevole, e che anzi sia più incline all’amore che all’odio. Quello che noi definiamo ‘un nostro istinto’ è solo una degradazione della natura umana. Ma quando Cristo cercò di rieducarci alla mitezza e all’umiltà, Ahriman suggerì all’uomo che, per conquistare le anime, il ferro e il fuoco erano più efficaci della dolcezza, l’imposizione più convincente della persuasione. La Chiesa che doveva diffondere il potere dell’amore si volse così all’amore del potere, divenne culto di Stato, superbo e bellicoso dominio sacerdotale. Si può dunque credere che non fu tanto Costantino a convertirsi al cristianesimo quanto il cristianesimo che si convertì all’imperialismo romano.
Come dicono i buddhisti, quando il Buddha cresce di un pollice, Mara (il diavolo) cresce di due. Il maligno infatti sa trarre vantaggio da ogni nostra buona intenzione. La dimostrazione più chiara di questa regola è il recente sviluppo scientifico. Lo Spirito del Male ha trovato nella scienza un nuovo, attento, laborioso, esemplare apprendista, attraverso cui insinuare nella percezione collettiva un rigido e inanimato paradigma dell’oggettività. Tutto diviene oggetto, cosa. Non sentiamo più l’universo come Soggetto vivente e pensante di cui siamo parte, ma come prodotto aleatorio, effetto di processi meccanici, agglomerato di entità esterne alla nostra coscienza.
È questo un grande risultato per Ahriman, perché tale pensiero oggettivo, già latente nel senso comune, acquisendo dignità scientifica e quindi valore apodittico diviene brutalmente reificante. Un mondo-cosa, una vita-cosa, un uomo-cosa, sono entità prive di dignità, spogliate di ogni sacralità, la cui fisicità manca di un contrappeso spirituale. Si indeboliscono così ancor più quei legami, già storicamente compromessi, di rispetto, empatia, solidarietà e compassione che dovrebbero idealmente legarci a ogni forma vivente. Al contrario, rinforzando la nostra mancanza di empatia per un prossimo-cosa, si alimentano le nostre smanie di possesso e di potere.
Persino nella nostra comune religione – su cui, come abbiamo già ricordato, il Male ha da tempo steso la sua lunga ombra – il mondo non è che una cosa, un artefatto, una macchina assemblata e messa in moto dall’onnipotenza di Dio. Ma Dio stesso, per una teologia squisitamente ahrimanica, è Cosa, per quanto remota, eccelsa e somma d’ogni perfezione. Così l’uomo diviene qualcosa posto a metà tra questa (la natura), e Quello (Dio). Essere ibrido, semi-divino e semi-mondano, sospeso tra un’esistenza minuscola e una maiuscola. Questo è quanto Ahriman ci ha insegnato.
Non è facile dire come si sia arrivati a questa reificazione della realtà, che cosifica tutto ciò che vive e pensa e soffre, e che è causa quintessenziale di una crisi dello spirito. È indubbio che tale crisi abbia raggiunto oggi, col prevalere della razionalità tecnica e scientifica, la sua più perversa espressione, ma le sue radici devono essere certamente più profonde. È mia opinione che l’immagine esteriore che ci siamo fatta del mondo, il negare valore dimostrativo all’interiorità, l’enfasi posta sui linguaggi espliciti del reale a scapito dei suoi impliciti contenuti, il progressivo imporsi del meccanico sull’organico, della superficie sul profondo, tutto ciò sia strettamente legato a uno storico predominio di principi maschili.
Un elemento tipico della supremazia maschile mi pare proprio l’esclusività di una conoscenza fondata sulla logica, sul calcolo e sui caratteri oggettivi della realtà. Tale prospettiva produce una certa rigidità, una visione limitata, una chiusura dell’orizzonte intellettuale. Il sapere femminile è più aperto e flessibile, più pronto a includere in sé quegli aspetti dell’esistenza che si negano al sapere razionale ma si offrono all’intuito e al sentimento; capisce la logica delle emozioni, fa dell’amore una via privilegiata di conoscenza, ha un orecchio più sensibile alle armonie dell’inconscio e alle risonanze dell’infinito.
L’uomo è portato a fabbricarsi strumenti nei quali si rispecchiano sia il suo pensiero chiuso, definito da chiari perimetri concettuali, sia il suo desiderio di ottenere una superiore capacità di dominio sul mondo. È quindi intimamente funzionalista, ama i macchinari, gli ingranaggi, gli strumenti che realizza per le sue necessità e nei quali si identifica. La donna si attiene piuttosto alla dimensione del naturale, partecipa di una realtà che si sviluppa spontaneamente e oscuramente, che non è fatta, prodotta, ma creata, che è vissuta più che pensata.
È opportuno precisare che non si tratta tanto di una distinzione anatomica e fisiologica – come il pensiero maschile sarebbe subito disposto a credere – quanto di un’aderenza interiore a degli archetipi intellettuali, strutture fondamentali di percezione delle cose. Uomo e donna, maschile e femminile, sono l’apparenza biologica di una polarità spirituale, di quella dialettica cosmica che i cinesi hanno codificato come onnipresente ordine relazionale di yang e yin, interazione di opposti complementari in cui ogni uomo ha il suo femminino e ogni donna il suo mascolino.
Si rende evidente qui la necessità di un equilibrio. Perché un eccesso di mascolinità porta alla durezza, alla bellicosità, alla competizione violenta, alla brutalità, all’eccessivo rigore morale, al dogmatismo intellettuale, all’impazienza del risultato, mentre un esubero di elementi femminili può generare inerzia, fatalismo, lassità morale, confusione intellettuale, irrazionalità, irresolutezza. Il nostro destino è racchiuso perciò nella capacità di conciliare i contrari in una integrazione reciproca. Questo è in fondo il segreto per non cadere in maceranti nevrosi e laceranti conflitti.
Ma a comprendere tale segreto sembrano più idonee certe attitudini femminili, calde, flessibili e intuitive, che non la fredda e artritica logica maschile. La soluzione non si trova infatti nelle macchine o nelle dimostrazioni di forza, ma nel sentire in sé lo scorrere di un’energia invisibile e feconda da cui tutto nasce e da cui tutto è nutrito, trama infinita delle relazioni che formano un mondo naturale. Per uno sguardo oggettivo, maschile, è impossibile cogliere questa totalità sommersa. Mentre il femminile ha in sé una più efficace predisposizione a percepirne il mistero, la ragione maschile è spesso causa in tal senso di un’anestesia più o meno profonda.
Abbiamo quindi da un lato un femminino più incline ad accettare la realtà, assecondarla e proteggerla, dall’altro un mascolino più propenso a controllarla e manipolarla. È anche tipicamente maschile elaborare procedure con cui costruire e decostruire il reale, comporre un insieme di cose per poi smontarlo e distruggerlo. Di conseguenza alcuni spiegano l’aumento della violenza nella società umana col declinare di un’antica struttura matriarcale, alla quale illo tempore subentrò come mentalità dominante un codice Paterno. Da allora la donna perse importanza nell’economia di una vita in cui incarnava ormai un disvalore. Ridotta a matrice, figura debole e sottomessa di sposa, inetta alla cosa pubblica, inadatta al nobile ragionare, serva, prostituta, Erinni, baccante, strega, isterica, segnacolo della tentazione e del peccato, dell’irrazionale e del caos.
Ma in epoche lontane, e io non so dire quanto lontane, se mitiche o storiche, a governare la comunità umana sarebbe stata una cultura femminile, più saggia, benevola e prudente, più istintivamente responsabile e rispettosa nei confronti della vita. Sbaglieremmo però se pensassimo che in tale società vigesse una ginecocrazia, sorta di alveare in cui gli uomini erano sottomessi e ridotti al rango di fuchi. Il paradigma del dominio e del potere sarebbe nato solo più tardi, effetto di un pensiero maschile geneticamente portato alla sopraffazione e al comando. Il matriarcato non è dunque da intendere come prevaricazione sociale delle donne ma come primato spirituale del femminino nei membri di una società.
Dio stesso era una Grande Madre, divinità lunare, mutevole e mite, i cui raggi non offendevano gli occhi, e i cui tratti clementi e generosi dovevano poi confluire nell’immagine della Vergine Maria, eredità di quel culto primitivo. Madre che è fonte di una creazione misteriosa e la cui immagine ritroviamo negli adombramenti poetici di Laozi: «Lo spirito della valle non muore mai; è detto la femmina oscura. La porta della femmina oscura è radice del cielo e della terra. Sviluppandosi in fibre sottili e innumerevoli, eternamente agisce senza esaurirsi mai». Recondito fluire di una Forza universale che si rivela all’intuizione e all’introspezione, a una metafisica immersione nella natura.
La nostra psicologia razionalistica vede in ciò il pericolo di stati fusionali, di smarrimenti simbiotici, di sentimenti oceanici in cui la coscienza vigile dell’uomo può affondare come in un caldo e confortante liquido amniotico, perdendo i propri limiti e la propria identità, abbandonandosi al quietismo o a un’inerte passività, a un inconscio mondo di immagini oniriche che distolgono l’uomo dal suo ruolo concreto nel mondo, dall’impegno di realizzare una personalità autonoma ecc. Ma questi son poco più che pregiudizi di una cultura che ha sviluppato nel tempo una progressiva incomprensione del pensiero mistico e una crescente diffidenza verso il Femminino.
Si può così presumere che una società fondata su una visione mistica della realtà, in cui spirito e natura sono intimamente uniti, favorisse criteri di comportamento che sono per noi oggi quasi incomprensibili, forme più pacifiche e armoniose di relazione col mondo e con il prossimo per noi a fatica concepibili. Una concezione materna del divenire cosmico doveva infatti stimolare azioni e ragioni sotto vari aspetti antitetiche rispetto a quelle cui ci hanno abituato una teologia maschile e una dogmatica conformata a un Dio Padre che è ipostasi della razionalità e del potere, Ente che amministra interdizioni e punizioni, Dio degli eserciti e della vendetta.
Il divino era allora fonte di tenerezza, consiglio e rifugio materno, più che organo di proibizioni e minacce. Simile a quel Tao che, nella sua fluida debolezza, è scorrere inesausto di forze seminali e luogo di fertili incubazioni. La sessualità era vissuta in modo libero e in tollerante promiscuità, i dissensi tra gli individui e i gruppi sociali non si risolvevano con l’aggressione e la guerra ma con la conciliazione pacifica, la comprensione e il riguardo per gli altri. I nazionalismi erano sconosciuti, forse perché l’identità del padre restava per quelle persone incerta. Il luogo natio non era dunque una patria ma una “terra materna”, certa e comune a tutti.
Si crede non esistesse allora la proprietà privata, che uomini e donne godessero di uguali diritti e di eguale considerazione sociale; la terra ancora non subiva lo stupro degli agricoltori e di chi cominciò poi a scavarla per rubarne le preziose risorse, strappandole dal suo ventre materno; non si conosceva quella primitiva forma di capitalismo che era il possesso del bestiame, si era indifferenti al valore dei metalli.
Ogni interazione con il mondo della natura era tinta di profonda sacralità, e forse la stessa vita dell’uomo era interpretata per analogia con lo spontaneo rigoglio della vegetazione, come un’umile, tenace e paziente crescita. La stessa idea di virilità, benché abbia assunto nel tempo tutt’altro significato, ha radici in quel mondo, nella virtù naturale delle piante, nei loro poteri terapeutici, nella viriditas, direbbe Santa Ildegarda di Bingen, verde risanante splendore della vita.
Forse prese forma allora un tesoro di proverbi popolari, ispiranti una saggezza fatta di moderazione, temperanza e di una naturale misura, che ancor oggi ripetiamo senza darci alcun pensiero di applicarli alla vita. Quella società calma, senza fretta, regolata sui ritmi della vita, i cui pensieri venivano dal cuore più che dal cervello, dal centro dell’essere più che dalla sua periferia, società non ancora irretita nei vortici del progresso e nei suoi deliri, sembra uscire da una fiaba, avvolta nelle pieghe di un sogno o di un mito.
È dunque lecito essere scettici, dubitare di una ricostruzione in cui l’utopia prevale forse sulla realtà, la fantasia sui fatti accertabili, e dove forse l’obiettività è sacrificata alla idealizzazione di un femminino purificato dei suoi elementi negativi. Possiamo considerarlo un consolante archetipo dell’Età dell’oro, depositato nella memoria o nell’inconscio collettivo, presentimento di una condizione cui ancora oggi tante aspirazioni umane spontaneamente tendono, rifuggendo gli orrori di una società brutale.
Per crederlo vero dobbiamo fidarci delle parole di visionari e di poeti, forse di inconsci ricordi che riaffiorano in noi e fanno emergere il rimpianto di un’umanità più semplice e spontanea, custode di una regola aurea di equilibrio e di armonia, società solidale, dedita alla cura e alla compassione. Ci è così possibile immaginare un Uomo qual era prima d’esser traviato da Ahriman, quando ancora camminava e conversava con gli Dei, immune all’invidia, all’inimicizia e alla competizione, ancora non corrotto dalla libido del potere.
E potremmo chiederci se per caso, nella nostra coscienza, non giacciano sepolti i semi di quel remoto matriarcato e lì attendano nuove circostanze che li facciano rifiorire. In tal senso qualcuno potrebbe cogliere i sintomi e gli indizi di una contingenza favorevole nei mutamenti avvenuti nell’ultimo secolo, nei processi di emancipazione della donna, nelle sue conquiste sociali, nell’ingresso massiccio di forze femminili negli ambiti della cultura, della politica, della comunicazione. Ma non si può non vedere come questa appropriazione di diritti e di pari opportunità da parte delle donne sia avvenuta spesso proprio a spese del Femminino, facendo partecipe la donna di modelli virili, scongiurando così il pericolo che il virus della femminilità contagiasse l’ordine del mondo.
È dunque per ora improbabile che si risvegli dal letargo quell’età reale o favolosa, posta sotto la tutela e la vigilanza di una materna divinità. Fu forse quel modo di vivere che costrinse Ahriman a far leva sul mascolino per realizzare i suoi disegni, mostrando all’uomo la via della guerra e delle armi, rendendone il cuore feroce; insegnandogli a rispondere al male col male, all’odio con l’odio, a esser nemico della libertà altrui, fino a che gli uomini fossero tutti “gli uni domati per mano degli altri”, come dice Esiodo.
D’altro canto, nulla impedisce al Male di usare per i suoi scopi il femminino, di sfruttarne i vizi e le debolezze. E infatti siamo soliti dire che “il diavolo è femmina”. A parte questo ovvio pregiudizio maschile, sarebbe certo pericoloso un ritorno a codici matriarcali che negassero, come oggi accade, l’essenziale valore etico e formativo di un complementare modello paterno, scartando ciò che in esso v’è di nobile e di necessario. Tanto più perché da un lato il Padre viene oggi messo in crisi e infamato, mentre dall’altro si celebra ancora un sinistro primato fallocratico e ci si piega al potere del Demone, all’Ordine ferino di Ahriman, per il quale la rinuncia all’uso della violenza è un’apostasia dalla virilità, una mollezza, una degradante castrazione.
Sapendo bene di dir cosa inaccettabile ai più, credo che la causa dei nostri problemi sia metafisica e che metafisica debba quindi esser anche la soluzione. I nostri pensieri, e gli atti che ne derivano, hanno sempre radici nella nostra fondamentale concezione della realtà. E tale idea non può esser che metafisica, anche quando poggia su concetti scientifici. Così l’idea metafisica di una realtà divina, il cui volto invisibile abbiamo dipinto con i colori del potere e dell’assolutismo, ci rende rapaci e disumani. E l’idea metafisica di una realtà-cosa degrada noi stessi e tutto ciò che vive. Dovremmo dunque liberarci di entrambe, riscoprendo il senso spirituale dell’esistenza e ripulendo il volto di Dio dai tatuaggi diabolici che Ahriman vi ha disegnato. Speranza che, nei tempi brevi, appare obiettivamente anacronistica. Dovremo prima esaurire i postumi di questo Kali Juga, la cui esecrabile “progenie di ferro” si è per millenni cibata di morte e di dolore.
Nessuno sa fino a quando questa civiltà, nel suo lungo crepuscolo, proietterà su di noi i suoi bagliori duri, cupi e metallici. A guardare i fatti, sembra plausibile prevedere che l’uomo si spingerà sempre più in là nella sua follia, profanando la natura, sovvertendone gli equilibri, rivestendola di fredde lamiere, abbattendone gli alberi secolari, inaridendone i verdi suoli, massacrando ogni forma di vita, torturando, saccheggiando. Si può supporre che troverà sempre più logico e funzionale surrogare la natura con la macchina, e che affiderà infine il suo destino alle decisioni di automi senz’anima, golem partoriti dalla sua razionale virilità, che gli si rivolgeranno contro come lui si è ribellato a Dio.
Chissà se mai pacifiche divinità poseranno ancora su di noi il loro occhio benigno, guidandoci con dolce severità, senza condannarci all’inferno con ira funesta; se mai ancora bagneranno la terra con gli umidi raggi di una materna pietas. Chissà se mai uscirà dal loro grembo l’eroe che ucciderà il Drago, il Serpente antico, indicandoci la via di un risanamento ontologico e metafisico da lungo tempo atteso. Allora la forza maschile si porrà al servizio di un ideale femminile, e la terra potrà rinascere. Ma fino ad allora, da lontano Ahriman riderà di noi, e l’umanità «né tregua un sol giorno avrà mai dal travaglio, dal pianto, dall’esser distrutta e giorno e notte; e pene crudeli gli Dei ci daranno».


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