Come sapete, io vi ho parlato molte volte del 25 aprile, questa assurda ricorrenza nella quale lo stato italiano, senza dubbio coprendosi di ridicolo davanti al mondo intero, festeggia la sconfitta nella Seconda guerra mondiale come se si fosse trattato di una vittoria, e nulla uccide quanto il ridicolo.
Vi ho parlato più volte anche di altre ricorrenze, a cominciare dal 10 febbraio, giornata che dovrebbe essere dedicata al ricordo della tragedia che a conclusione di quel conflitto mondiale si è abbattuta sulle nostre terre del nord-est, le foibe e l’esodo, l’estrema brutalità con cui le bande comuniste jugoslave hanno quasi del tutto cancellato la presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico.
Ve ne ho parlato più volte, al punto che, sebbene si tratti di conoscenze fondamentali per capire la nostra realtà e che la democrazia antifascista fa di tutto per passare sotto silenzio, ho avuto il timore di essere troppo ripetitivo, così quest’anno ho adottato la soluzione di trattare tutte le Ricorrenze nell’articolo con questo titolo pubblicato da “Ereticamente” lunedì 9 febbraio alla vigilia della Giornata del Ricordo.
Ma una volta fatto questo, mi sono posto la domanda, davvero non c’era altro da dire in proposito? Forse non avevo affrontato adeguatamente proprio quella che è la questione principale, ossia cosa significhi essere antifascisti oggi, a ottantuno anni di distanza dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Di certo, l’antifascismo è una cosa molto strana, pensate solo al fatto che ancora oggi esiste ed è in piena attività politica un’associazione chiamata ANPI, Associazione Nazionale Partigiani Italiani. Strano, vero? Anche chi non aveva più di vent’anni alla conclusione del secondo conflitto mondiale, dovrebbe ora avere passato il secolo. I casi sono due, o costoro hanno trovato un modo per sottrarsi magicamente alla normale falcidia dell’età, oppure qualcuno bara in modo davvero sporco.
Su cosa mai possa significare l’antifascismo per i ragazzi delle generazioni più giovani, ci ha illuminati una recente inchiesta televisiva. Una troupe giornalistica ha intervistato i ragazzi all’uscita di una scuola superiore. Tutti si sono dichiarati antifascisti, ma alla domanda su cosa è stato il fascismo, nessuno ha saputo rispondere.
Probabilmente i più giovani, vittime di una scuola ormai incapace di trasmettere cultura soprattutto per quanto riguarda la storia, ma solo propaganda di regime, hanno l’oscura percezione che il fascismo sia stato una specie di babau da condannare a prescindere senza saperne nulla. Per loro, “fascismo” è una parola-feticcio da detestare senza comprendere, esattamente come per un contadino medioevale non più ignorante di loro la parola “eresia” di cui del pari non sapeva nulla, secondo i dettami dell’inquisizione.
Subito, la memoria è corsa a un altro avvenimento analogo. Quando fu inaugurato il monumento sopra la foiba di Basovizza che rinchiude ancora le ossa di migliaia di nostri concittadini barbaramente trucidati dai “compagni” jugoslavi, il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza tenne un discorso estremamente vago. Alcuni giornalisti del “Piccolo” il quotidiano triestino, chiesero ai più giovani tra il pubblico se avessero capito chi fossero stati i responsabili della strage della foiba (non parliamo di tutte le altre foibe sparse nei territori oggi sloveno e croato, perché i “compagni” jugoslavi hanno massacrato italiani su scala industriale).
Molti di loro hanno ammesso di non averlo capito, altri hanno indicato come colpevoli della strage “i nazisti” o “i fascisti”. Poveri cocchi, cresciuti con una mentalità da film hollywoodiano, sono abituati a vedere il mondo diviso in “buoni” e “cattivi” (ripartiti acriticamente come gli suggerisce lo sceneggiatore, che sappiamo chi è e quanto attendibile) ad attribuire acriticamente tutte le colpe a una parte sola.
Roberto Dipiazza è indiscutibilmente un uomo di destra, vi ho ricordato nell’articolo del 9 febbraio i suoi tentativi frustrati dall’intransigente opposizione della sinistra locale, di istituire il 12 giugno, data in cui le truppe neozelandesi scacciarono le bande comuniste jugoslave dalla nostra città ponendo fine a 40 giorni di incubo, come festa della vera liberazione di Trieste e di fare del “porta-cd” di piazza Goldoni (orribile, ma prescindiamo) un monumento alle vittime di tutti i totalitarismi. L’opposizione della sinistra a entrambe le iniziative è stata insuperabile. Dicono di non essere più comunisti, ma guai se il comunismo glielo tocchi, gratta il dem e troverai sempre il comunista, c’è un solo totalitarismo di cui la gente deve sentir parlare.
Eppure, quel giorno a Basovizza neppure Dipiazza ebbe il coraggio di dire fino in fondo la verità, che il vero mostro responsabile di gran parte delle atrocità del XX secolo, che ha seminato dovunque terrore e morte, che ha massacrato migliaia di persone nelle nostre terre, ma centinaia di milioni in tutto il mondo, è stato il comunismo.
A livello di base, l’antifascismo è conformismo e ignoranza. A un livello di azione politica, a tutti gli effetti, antifascismo significa anti-Italia, calpestare la nostra gente e i suoi diritti.
E’ in nome dell’antifascismo che sono avvenute le cessioni postbelliche – in cambio di nulla – alla Jugoslavia, come se sul confine orientale le nostre terre non fossero state mutilate abbastanza, ve le ho ricordate nell’articolo del 9 febbraio, Pola, Crevatini, la sovranità sulla zona B con il trattato di Osimo, e non è stato solo il riconoscimento di una situazione di fatto, le acque nazionali antistanti Trieste sono state ridotte a uno stretto budello, dando in tal modo un altro colpo mortale alla nostra attività portuale. Posso aggiungere ancora, nel cuore stesso della nostra città, la cessione alla Slovenia della scuola interpreti che aveva il torto di sorgere dove un tempo esisteva l’hotel Balkan, il cui incendio è stato un “crimine fascista” inesistente e il fuoco era stato appiccato dagli stessi sloveni.
Si può anche ricordare che allora, quando la consegna avvenne con tanto di visita del presidente a vita Sergio Mattarella, come ci informò l’onorevole Renzo De Vidovich oggi purtroppo scomparso, in quella circostanza fu proibito all’Unione degli istriani di esporre il proprio labaro. Coloro che avevano patito l’esodo e la perdita di ogni cosa per non essere massacrati nelle foibe, coloro che avevano pagato per tutti gli Italiani il prezzo della guerra perduta, non avevano nemmeno il diritto di ricordare che esistevano.
Antifascista significa sostanzialmente antitaliano. Se, nonostante ottant’anni di incuria dell’interesse nazionale e di indebite cessioni allo straniero di ciò che era nostro, non bastassero a ricordarcelo, ci hanno pensato gli Antifa affiggendo per il 10 febbraio manifesti che esaltano il comportamento criminale delle bande comuniste jugoslave, a titolo di insulto alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo.
Sarà un caso, ma io penso che a volte il linguaggio sveli verità profonde, anagrammando Antifa si ottiene tafani, che sono le mosche più fastidiose.
Tafani-Antifa, zecche, grillini, sardine. Viene spontaneo chiedersi se nel bestiario antifascista ci sia qualcosa, non dico umano che sarebbe pretendere troppo, ma che si avvicini ai vertebrati superiori.
Bisogna comunque riconoscere che anche lontano dal nostro insanguinato confine di nord-est il 25 aprile non fu liberazione, fu mattanza. I partigiani che fino ad allora avevano combattuto una guerra comoda nascondendosi in montagna, quando dopo la resa i vinti avevano deposto le armi, si scatenarono con inaudita ferocia contro chi aveva difeso la patria fino all’ultimo. Tra le loro vittime si contarono non solo i ragazzi della RSI, fascisti o presunti tali, ma anche preti, possidenti, chiunque aveva qualcosa che potesse essere un ostacolo alla tirannide comunista che sognavano di instaurare, avesse qualcosa che valeva la pena di rubare, o potesse essere un testimone scomodo delle atrocità che si andavano compiendo.
È ovvio che i ragazzi ai quali viene raccontata la favola della resistenza, di tutto ciò non sanno nulla, si dichiarano antifascisti senza neppure sapere cosa significhi, per conformismo, per belare in sintonia col gregge, “bela ciao”, appunto.
Il fatto che essere antifascista o di sinistra, le due cose quasi coincidono, significhi essere antitaliano, lo vediamo praticamente tutti i giorni. Un tempo, costoro erano dalla parte degli assassini slavi che hanno massacrato la nostra gente, e per molti decenni sono riusciti a imporre sulle atrocità compiute sul confine orientale un’omertà quasi assoluta, oggi sono dalla parte dei clandestini cosiddetti migranti, e non si tratta solo del favoreggiamento all’immigrazione clandestina, ma dal fatto che costoro sono liberi di commettere ogni genere di reati, tanto sanno che, se arrestati, troveranno sempre un giudice di sinistra pronto a rimetterli in libertà. Povera Italia, un tempo patria del diritto!
E francamente non trovo consolante il fatto che i sinistri si comportino così non solo in Italia ma dappertutto. La sinistra è dovunque il grimaldello di cui il NWO si serve per far saltare quel principio di nazionalità che è il maggiore ostacolo alla creazione di un mondo omologato e imbastardito, e pensare che alcuni di questi poveretti (intellettualmente) sono convinti di essere antisistema!
Vi dicevo la scuola che oggi non trasmette più conoscenze ma propaganda di regime. Bene, è ovvio che questa situazione è stata creata dagli insegnanti di sinistra che la impestano dal ’68. Vi cito a titolo di esempio un fatto avvenuto nella mia scuola di cui ho avuto la ventura di essere testimone diretto. Doveva essere una riunione sindacale nella quale si doveva discutere della distribuzione del premio incentivante, ma un collega ha esordito dicendo che il preside gli aveva affidato il compito di scegliere e poi accompagnare due classi alla visione del film Rosso Istria che appunto narra le atrocità con cui i partigiani rossi jugoslavi hanno seviziato la nostra gente, e si è detto stupito e disgustato di aver ricevuto tale incarico.
La discussione ha subito raggiunto un tono surreale e demenziale. Alla fine, si è deciso di non indire uno sciopero o altre azioni contro il preside solo perché per età era ormai prossimo al pensionamento.
Ci sono verità storiche che i ragazzi non devono conoscere, è una congiura del silenzio, o se preferite omertà mafiosa.
In compenso, ogni ragazzo delle superiori si vedrà propinata almeno una volta all’anno nell’arco del quinquennio curricolare. La lista di Schindler, naturalmente senza essere messo in grado di capire che lo stesso Oskar Schindler era un personaggio molto discutibile che avrà salvato dagli ebrei, ma ha condannato a morte molti soldati tedeschi producendo cartucce difettose. Chi sabota lo sforzo bellico della propria patria mentre essa è impegnata in una lotta mortale per la sopravvivenza, qualsiasi regime essa abbia, merita un solo nome, quello di traditore.
Insomma, viene iniettata nei ragazzi una visione delle cose, che manichea è il meno che si possa definire.
Poiché il 25 aprile è temporalmente molto vicino al 1° maggio, sarà forse il caso di dire qualcosa anche di quest’ultima ricorrenza. Nell’articolo del 9 febbraio l’ho definita una festa in maschera nella quale la sinistra, per un giorno finge di essere come si presentava (non voglio dire che fosse) prima del 1989-91, della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Sarà bene aggiungere che in realtà la metamorfosi che l’ha portata oggi a essere una fotocopia dei dem americani è cominciata molto prima, precisamente con la contestazione del ’68.
Essa partì dalle università all’epoca frequentate soprattutto da rampolli delle famiglie altoborghesi che avevano un problema: alle loro spalle premeva la scolarità di massa che avrebbe reso loro molto difficile riprodurre, come era avvenuto in passato la posizione sociale dei loro genitori. Soluzione, trasformare la scuola in un ignorantificio in grado di distribuire diplomi che siano solo delle patacche svalutate.
Era un’operazione di conservazione sociale travestita da rivoluzione. I contestatori, tanti piccoli Joseph de Maistre travestiti da Robespierre. La sinistra annusò subito l’affare, accoglierli tra le sue file significava un domani garantirsi posizioni strategiche nell’insegnamento, nel giornalismo, nelle professioni, nell’amministrazione pubblica, nella magistratura e via discorrendo. Un pactum sceleris da cui avevano da guadagnare entrambe le parti, a rimetterci erano le prospettive di vita futura dei figli delle classi lavoratrici.
I mutamenti del 1989-91 saranno stati accolti con sgomento da alcuni sinistri, ma da altri con sollievo, era proprio l’occasione giusta per liberarsi da una “pelle” proletaria che andava loro stretta e, come una farfalla dalla crisalide, è emersa la sinistra come la conosciamo oggi.
Avremmo pensato che il tempo trascorso dalla Seconda guerra mondiale a oggi, e soprattutto il fatto che gli eventi del 1989-91 hanno dimostrato anche ai ciechi che non volevano vedere, che sulla mostruosità comunista avevamo ed avevamo sempre avuto ragione, avrebbero indebolito la pregiudiziale antifascista. Beh, non è andata così, al contrario, nonostante il suo palese anacronismo, si è inasprita. Per i nostri padroni USA la gratitudine o presunta tale per averci “liberati” dal fascismo – a suon di bombardamenti devastanti sulle nostre città – è diventata un sostituto del timore di un’eventuale invasione sovietica nel giustificare il dominio americano sull’Europa.
Per la sinistra, questa pregiudiziale è l’unico articolo di fede che gli rimane, dopo aver buttato a mare l’idea proletaria e rivoluzionaria, la dittatura del proletariato, lo stesso socialismo e via dicendo. Per essa, rinunciarvi equivarrebbe al fatto di annullare sé stessa.
Il tutto in un clima di sostanziale mistificazione storica.
NOTA: Questa immagine è un falso all’interno di una storia falsata. Le tre ragazze armate di fucile nella foto non sono tre partigiane, ma tre modelle che erano state pagate per impersonarle, erano così inesperte nell’uso delle armi che subito dopo lo scatto di questa foto, una di loro lasciò partire un colpo che uccise un’altra delle tre.

