8 Aprile 2026
Società

Viale del tramonto – Ramingo

AVVERTENZA: questo breve scritto non è opera di fantasia. È il resoconto obiettivo di un fatto di cui io stesso son stato testimone. Non ho aggiunto nulla che potesse abbellire la realtà o mostrarla in una luce sfavorevole. Nonostante questa mia fredda obiettività, quando l’ho fatto leggere ad alcune amiche – di “una certa età” – tutte si sono offese. Benché naturalmente non si riconoscano nel modello di cui narro, ritengono che le cose che dico siano offensive per le donne, a priori e in generale. L’hanno definito uno scritto capzioso, acido, giudicante, ipercritico, ingiusto, meschino, misogino e maschilista. Alcune m’hanno tolto il saluto. Questo conferma che la verità attira su di sé gli strali dell’odio e dell’inimicizia.

Io non ho un profilo social. Non so quanti siamo ancora a resistere. Credo pochi, pochissimi. A che serve un simile profilo? La risposta è ovvia: a farsi conoscere, a farsi degli amici. Qualcuno può forse averne un beneficio nel lavoro, ma immagino lo si faccia soprattutto per motivi legati alla sfera delle relazioni umane. Il vuoto si colma con centinaia di graziosi messaggi, di ammiccanti immagini, comunicandosi pensieri e fantasie. È un incrociarsi ininterrotto di fluidi mentali convertiti in bit, che ricoprono il mondo come filamenti invisibili di bava. Quello che più colpisce è il tasso di narcisismo contenuto in questi scambi. Sembra vi sia un patto segreto tra i partecipanti la cui regola fondamentale è: “lusinga la mia vanità e io lusingherò la tua”.

Nessuno trova nulla di male in questo sforzo continuo di sedurre gli altri e di riceverne conferme. Naturalmente, ognuno lo fa a modo suo, seguendo strategie diverse. Ciascuno mette in bella mostra quello che ha o crede di avere: bellezza, fascino, intelligenza, cultura, impegno in campo sociale,  simpatia, una particolare abilità, ricchezza, o varie combinazioni di invidiabili qualità. Chiunque può trovare una platea disposta ad ammirarlo. E se vi sono angoli da smussare, spiacevoli incompatibilità, basta una faccina sorridente o che strizza l’occhio ad appianare ogni contrasto. Maschi e femmine, giovani e anziani, tutti sono presi in una rete di giochi relazionali dove tutto è vanitas. A volte, lo sforzo di conquistare l’approvazione degli altri è condotto con tale metodo e tale infaticabile costanza da lasciare ammirati.

Particolarmente emblematico e toccante è il caso di certe signore attempate, strenuamente tese a fissare in uno spazio virtuale incorrotte immagini di sé, vestali di una bellezza che si vorrebbe eterna. Perché, dopo tanti gloriosi successi nell’emancipazione delle donne, nessuna conquista sociale, intellettuale o politica può ancora nulla contro la più atavica paura femminile, il terrore di invecchiare. Questo incubo perseguita il gentil sesso in ogni tempo, luogo e condizione. Nell’abisso imperscrutabile delle sue cellule ogni donna conserva questo ancestrale e brutale messaggio: “se vuoi vivere devi sedurre”. Fallire in questo scopo corrisponde per lei a un abbandono che equivale a una morte. Perciò, finché lo spirito non la sollevi a dimensioni ultramondane, lotta disperatamente per negare una vecchiaia che la privi di sex appeal, di arcani poteri di fascinazione.

Poco importa che oggi una donna possa essere più ricca e autonoma di tanti uomini o che possa, come loro, usare potere e denaro come richiami sessuali. La natura, che in fondo non è che un sedimento di inerti abitudini, di metodiche molecole, orbita sempiterna di atomi intorno a un centro immutabile, la costringe a trascinare con sé quelle pesanti catene che la legano al desiderio di suscitare nel prossimo pensieri voluttuosi. La sua istruzione, la sua razionalità, la sua matura coscienza sociale, sono solo leggere note di contrappunto, mentre giù, nei recessi della sua psiche e della sua biologia, risuona grave e potente quella nota di bordone.

Perciò potete dire a una donna che è stupida, o di reprensibili costumi, e nel suo intimo vi perdonerà, perché essere svampita o messalina non contraddice la sua femminile forza d’attrazione. Ma ditele che è vecchia e vi odierà in eterno, e oltre. Ella vive in un miroir dove costantemente si rimira, si scruta, si analizza impietosamente, con la speranza di cogliere nei propri lineamenti, nelle forme del corpo, nei gingilli o negli abiti di cui si adorna, la presenza rassicurante della seduzione, e insieme con l’angoscia di scorgere qua e là, sulla pelle, nei capelli, nella flaccidità o nell’eccesso dei tessuti le orme irrispettose del tempo,  le avvisaglie di un appassimento che la renderà indesiderabile.

Giunta così allo stadio inoltrato di un’adolescenza che dura da più di quarant’anni, sul ciglio di un fervore biologico che si avvia a una fatale decadenza, l’afferra la tragica consapevolezza del tempus fugit. Lei, il cui epitelio ha opposto un’indomita resistenza al trascorrere delle stagioni amorose, al trascolorare degli sfuggenti lustri, deve ora organizzare una disperata difesa contro l’ineluttabile, osare una confutazione del logico argomento secondo cui ogni cosa vivente invecchia e muore. Lei, un tempo irradiante tropicale sensualità, ora trema all’ombra delle fanciulle in fiore che alle sue spalle incalzano, minacciano, competono ad armi impari con la sua vissuta e prostrata bellezza. Eccola dunque determinata a respingere gli assalti del dato anagrafico, fortificare i precari bastioni del suo fascino, immortalarne le forme caduche e dar loro rinnovato splendore prima che il sole tramonti sulle loro malinconiche vestigia.

Come ogni artista metodico, non attende l’ispirazione, si pone di fronte al suo specchio digitale, decisa a consegnare ai posteri un’interminabile galleria di autoritratti: uno sguardo ammiccante, un sorriso ingenuo e provocante, una fetta di gamba ancora tonica, il flessuoso inabissarsi delle vertebre dorsali, la spalla morbidamente tornita, le forme pudicamente o maliziosamente drappeggiate, che alludono a nudità da tempo inviolate. Le pieghe vizze dell’epidermide, i lembi cadenti, costretti ad arrendersi alla forza di gravità, tutto ciò che potrebbe tradire una condizione crepuscolare è sapientemente nascosto. Quelle immagini evocano, quasi riluttanti fantasmi, i segni di un’avvenenza ancora albeggiante, di un eros che non disarma, ancora capace di sottili tentazioni. E quei segni miracolosamente moltiplicati, rimbalzano tra le indiscrete connessioni, offerti generosamente a occhi noti e ignoti. Spettatori di un triste inganno, un po’ divertiti e un po’ tediati da quel gioco, ma complici benevoli, che risponderanno con un telegrafico: like.

Dolce parola, cui lei non chiede d’esser sincera. Semplice formula con cui si illude di combattere il declino, esorcizzare il demone dell’età sfiorita, richiamare magicamente i giovanili incanti. Poi si schermisce elegantemente, accetta i complimenti con grazia e ironia, con finta noncuranza. Simula un aristocratico disinteresse per quel corpo, da lei esibito solo in quanto umile, visibile vicario della sua invisibile intelligenza, della sua cultura, del suo spirito. In realtà, conta ansiosamente i consensi che raccoglie, quei caldi e rassicuranti mi piace, dietro cui immagina uno stuolo di ammiratori, adulatori, spasimanti. Non è che un blando medicamento, un effimero antidoto al sensus finis, ma le basta. In fondo, lei sa che quel click, poco più di un riflesso nervoso, o quel molle chiacchiericcio, lusinghiero e consolante, fatto di logori convenevoli, non possono cambiare una realtà che ha leggi ferree e impietose. La sua non è semplice vanità. Ogni autoscatto è un gesto di rivolta, dignitoso e fiero, contro il tarlo dell’obsolescenza che corrode la vita. Un solenne j’accuse rivolto all’inesorabile destino, alla natura, a Dio. Grido senza speranza, soffocato in un selfie silenzioso e insieme pieno di tragiche voci, di imploranti sussurri. È il gemito di una umanità ferita e spaventata,  che ci lascia commossi e ci stringe a lei in un solidale, virtuale abbraccio.

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