Tutti noi d’istinto abbiamo paura della sofferenza, o la consideriamo un grave ostacolo. Ma la dottrina esoterica insegna che il dolore è necessario per conseguire meriti nel mondo occulto, cioè nel livello astrale di esistenza.
La materia grossolana costituisce il corpo fisico. Le esperienze della vita, invece, riescono a formare il corpo astrale, formato di etere, il quale serve per condurci ad una esistenza su altri piani, dove non vi è più dolore e quindi si vive beati. Ora, le esperienze che abbiamo scelto di fare prima di incarnarci qui, si accompagnano inevitabilmente al dolore. Pertanto, non possiamo evolverci senza esperienza e allora non possiamo evolverci senza dolore.
Nicoll spiegava questo mistero interpretando il procedimento alchemico: “Immaginiamo un vaso o un alambicco riempito di diverse polveri metalliche. Tra queste polveri, che sono in contatto le une con le altre, non esiste alcuna relazione definita. Ogni cambiamento accidentale della posizione dell’alambicco, modifica la posizione relativa delle polveri. Se si scuote l’alambicco o gli si dà un colpo con un dito, allora la polvere che si trovava in alto può apparire in fondo, a metà, o viceversa.
Non vi è nulla di permanente nella situazione rispettiva di queste polveri e in tali condizioni, non può esservi nulla di permanente. Un’immagine esatta della nostra vita psichica. Ad ogni momento, nuove influenze possono modificare la posizione della polvere che si trova in alto e farne venire al suo posto un’altra, di natura assolutamente opposta. Questo stato relativo delle polveri viene chiamato dalla scienza “stato di mescolanza meccanica”.
La caratteristica fondamentale delle relazioni reciproche delle polveri in questo stato di mescolanza è la loro variabilità e la loro instabilità. È impossibile rendere stabili le relazioni reciproche delle polveri che si trovano in uno stato di mescolanza meccanica. Ma esse possono essere fuse; la loro natura metallica rende possibile l’operazione. A tal fine, può essere acceso sotto l’alambicco un fuoco speciale, che, scaldando e mescolando le polveri, alla fine le farà fondere insieme.
Così fuse, le polveri si trovano allo stato di composto chimico. Da questo momento, non possono più essere separate tanto facilmente come nel loro stato di mescolanza meccanica, quando bastava una piccola scossa per farle cambiare di posto. Il contenuto dell’alambicco ora è diventato indivisibile, “individuale”.
È un’immagine della formazione del secondo corpo. Il fuoco, grazie a cui la fusione è avvenuta, è il prodotto di una “frizione” che a sua volta è il prodotto della lotta tra il “sì e il no” nell’uomo. Se un uomo non resiste mai ad alcuno dei suoi desideri, o è loro condiscendente, se li lusinga, se arriva persino ad incoraggiarli, allora non vi sarà mai un conflitto interiore in lui, nessuna ”frizione”, nessun fuoco.
Se in lui tutto accade senza opposizione, se va sempre seguendo la corrente, o come il vento lo spinge, allora resterà come è. Ma se per raggiungere uno scopo definito egli lotta con i desideri che lo ostacolano, giungerà allora a creare un fuoco che trasformerà gradualmente il suo mondo interiore; se una lotta ha inizio in lui e soprattutto se questa lotta ha una linea definita, allora gradualmente certe caratteristiche permanenti cominciano a formarsi in lui; egli comincia a “cristallizzare”.
Bisogna sapere che l’uomo ha la possibilità di trasformare le energie grossolane in energie sempre più sottili, e può, in certe condizioni, trattenere questa energia allo scopo di saturarne il proprio corpo per un’eventuale cristallizzazione. Le sostanze psichiche sono subordinate allo stesso ordine di leggi di quelle chimiche, e una volta arrivate a saturazione si cristallizzano come si cristallizza il sale nell’acqua quando supera una certa proporzione.
La corrente della vita porta via tutte le energie dall’uomo, di questo è facile rendersi conto. Se l’uomo potesse sottrarsi o riuscire a trasmutare le influenze disastrose della vita, la sostanza che egli elabora potrebbe cristallizzarsi più in fretta e mantenersi su un piano superiore rispetto a quello della sua esistenza ordinaria.
I sistemi che parlano di “corpo astrale” affermano che tutti gli uomini lo possiedono. Ciò è assolutamente falso. Ciò che può essere chiamato “corpo astrale” è ottenuto per fusione, cioè per mezzo di una lotta e di un lavoro interiore terribilmente duro. L’”uomo macchina”, per il quale tutto dipende dalle influenze esteriori, per cui tutto accade, che ora è un certo uomo, il momento dopo un altro e più tardi un altro ancora, non ha avvenire di sorta: è polvere e ritorna polvere.
Affinché si possa parlare di vita futura, di qualsiasi genere, ci deve essere una certa cristallizzazione, una certa fusione delle qualità interiori dell’uomo: una certa indipendenza dalle influenze esteriori. Se in un uomo vi è qualcosa capace di resistere alle influenze esteriori, allora proprio questo qualcosa potrà resistere anche alla morte del corpo fisico”.
L’Arcano Maggiore dei Tarocchi detto Appeso raffigura un uomo sofferente, torturato, per l’appunto appeso da un piede, ma che è nella gioia. Il dolore è quindi una energia divina, che sembra crudele, ma solo all’apparenza, in quanto manifesta un aspetto della divinità; quindi, è in sé giusta e in armonia con l’universo. La cabala chiama questo mistero così: Via di Mem, associata a Geburah, la Severità di Dio.
La sofferenza della vita sta nel dominare le passioni dei sensi e materiali in vista di un ideale più elevato. Hartmann scriveva che l’uomo ai primordi aveva volontà e pensiero uniti: poi vennero le tentazioni dei sensi e si ritrovò a fantasticare, quindi divenne separato da sé stesso. Il compito dell’addestramento magico non è tanto quello di fare portenti ma di ridonare all’uomo la sua dignità perduta. Il mago, pertanto, si trova all’avanguardia della evoluzione, in un traguardo che tutte le persone prima o poi, in qualche altra vita, otterranno.
Per dominare il potere dei sensi e della materia ci vuole un animo da leone, per questo le varie tradizioni esoteriche rivelano che il mago è un guerriero. Il mago deve lottare contro le forze del male per far emergere la propria volontà tea alla realizzazione di sé: questo produce sofferenza.
Papus scriveva: “Lo scopo dell’allenamento magico è la sottomissione dell’essere impulsivo a quello di Volontà. Il mago non deve tollerare nessun allettamento, nessuna emozione riflessa senza essere in grado di resistervi immediatamente e con successo. Tutte le ripulse istintive, tutte le emozioni puramente riflesse debbono essere impietosamente domate”.
La sofferenza altro non è che il percorso per la nostra trasformazione, nella unione con la nostra natura divina originaria, che è andata perduta. Ogni uomo era un dio ma che ha perso la memoria della sua dignità. La magia e le religioni sarebbero metodi che, con strumenti assai diversi tra loro, aiutano l’uomo a riscoprirsi il Signore del creato.
La cabala insegna che il dolore è il Sigillo che inverte. Vale a dire che ciò che sembra spiacevole in questa dimensione, in realtà porta molto frutto in un mondo superiore. Sempre i cabalisti affermano che il male è il Trono del Bene.
Il filosofo cinese Laozi scriveva: “Il sapere più altro è riconoscere di non sapere nulla. Questo non-sapere ci rende sereni e devoti. Conosciamo certamente il significato delle lettere più degli analfabeti, ma circa il più profondo mistero della vita e della morte non sappiamo una sillaba in più”.
La vera malattia dell’umanità è di non essere consapevole di questa fondamentale ignoranza. Tuttavia, non dovete pensare che Laozi suggerisca di lasciarsi andare ad una forma mistica negativa di rifiuto della conoscenza intellettuale. In realtà egli dice semplicemente che la mente è come una diga che impedisce il fluire dello Spirito ed è questa, dunque, la ragione per cui andrebbe rimossa.
Osservare dunque qual è realmente l’uso che si fa delle nostre facoltà intellettuali: razionalizzare pensieri gnostici con la mente e circondare di un’aurea mistica le emozioni del cuore. Ecco come noi stessi ereggiamo la diga che impedisce allo Spirito di raggiungerci. E tuttavia non dice la saggezza universale che testa e cuore devono formare un’unità?
Oltretutto, finché ci ostineremo a non prendere atto di non sapere niente, le verità più alte resteranno nella migliore delle ipotesi un bel sogno. Solo noi stessi possiamo porre rimedio a questa situazione di totale assenza di consapevolezza.
Per questo gli alchimisti insistevano sull’Attenzione. Bisogna guardare fino in fondo noi stessi e gli altri per accorgerci delle verità più profonde che si trovano in noi e nel mondo circostante. Era l’Attenzione il segreto degli alchimisti!
Il dolore nasconde delle realtà divine in quanto è il processo della nostra trasformazione in ciò che siamo: Dio. La percezione sensoriale è un inganno che fuorvia volontà e pensiero scindendoli e facendoci credere che la sofferenza sia spiacevole. Secondo la dottrina ermetica, piacere e dolore sono due poli di una stessa realtà, sono la stessa cosa, anche se diversi per grado. Il dolore è una gioia talmente intensa che i sensi, erroneamente, ce la fanno apparire come spiacevole.
Il mago prima di tutto impara a d osservare il proprio animo. L’addestramento magico il più delle volte inizia con l’introspezione più profonda. Solo dopo che ha scoperto la propria natura più intima, può guardare al mondo soprannaturale e evocarlo.
Bailey scriveva che l’aspirante deve guardare” verso la Luce Suprema, la Vita o Energia centrale che cela in sé il proposito e il piano verso cui tende ogni essere. Non so come esprimermi più chiaramente. Cosa sia quella forza direttiva, quale sia il segreto dell’Esistenza stessa, è rivelato soltanto durante le iniziazioni più avanzate e viene infine compreso quando il corpo causale stesso, il Karana Sarira, si disintegra e le ultime limitazioni scompaiono”. Ma deve anche volgere lo sguardo “sul regno in cui l’Angelo solare (anima) regna supremo, sul mondo delle anime o impulsi egoici dell’opera gerarchica e del pensiero puro. È il Regno di Dio, il mondo dell’Essere Celeste. È lo stato di cui i discepoli divengono sempre più coscienti, in cui operano gli iniziati e dal quale i Maestri, nel loro ordine gerarchico, dirigono il processo evolutivo del pianeta. Queste due direzioni in cui l’anima guarda costituiscono il mondo della sua esperienza spirituale e l’oggetto della sua aspirazione. Non si dimentichi che l’uomo spirituale, l’Angelo solare, ha anch’egli la sua meta da raggiungere e che suo è l’impulso predominante una volta
che il veicolo nei tre mondi sia stato soggiogato. Come soltanto l’essere umano in pieno possesso della sua intelligenza può cominciare a operare coscientemente come anima e venire in contatto con il regno delle anime, così soltanto l’anima pienamente attiva e sovrana, nella quale il principio buddhico governa potenzialmente, può venire in contatto con lo stato del puro Essere in cui la Monade o Spirito eternamente dimora. Nell’uomo, lo sviluppo dell’intelletto indica la sua idoneità a risalire il Sentiero fino alla piena coscienza dell’anima. Lo sviluppo dell’aspetto buddhico, o amore-saggezza, dell’Angelo Solare dimostra la sua idoneità a un ulteriore progresso nella consapevolezza dello stato di puro Essere”.
Per Hartmann, ciò che spinge ad evolverci, e quindi a guardare ai mondi angelici e divini, reintegrandoci nella nostra natura originaria, è l’amore. Se vogliamo imparare delle lezioni, dobbiamo iniziare ad amare!
Cosa è il vero amore, quello che ci fa evolvere? Spesso scambiamo l’amore per i nostri desideri egoistici, che tengono conto ben poco dell’altro. Quindi per il buddhismo il vero amore si accompagna a karuna, l’intenzione e la capacità di alleviare e trasformare la sofferenza e i dispiaceri. Di solito karuna si traduce con “compassione”, ma non è del tutto corretto. “Compassione”, nella sua radice latina, è formato da cum (insieme a), e patior (soffrire). Ma per alleviare la sofferenza dell’altro non occorre soffrire a nostra volta: i medici, ad esempio, possono alleviare le sofferenze dei loro pazienti senza provare gli stessi loro disturbi. Se soffriamo troppo potremmo crollare e allora saremmo nell’impossibilità di essere d’aiuto. Comunque possiamo continuare a tradurre karuna con “compassione”, finché non troviamo un termine migliore. Per sviluppare in noi la compassione abbiamo bisogno di praticare il respiro consapevole, l’ascolto profondo e l’osservazione profonda. Il Sutra del Loto descrive il Bodhisattva Avalokiteśvara come “colui che guarda con gli occhi della compassione e ascolta profondamente il pianto del mondo”. La compassione implica un profondo coinvolgimento. Sai che l’altro sta
soffrendo e gli stai vicino: lo ascolti e lo osservi profondamente, così da essere in grado di entrare in contatto con il suo dolore. Ma il significato di karuna non si esaurisce al sentimento, in quanto karuna deriva dal verbo sanscrito karoti, “fare”: karuna è la azione compassionevole. È insomma l’amore calato nei bisogni reali dell’altro.
Il vero amore si associa anche a mudita, la gioia. Il vero amore porta sempre gioia a noi stessi quanto alla persona amata. Se l’amore che ci unisce non dà gioia a entrambi, non è vero amore. I commentatori del sutra spiegano che la felicità si riferisce sia al corpo che alla mente, mentre la gioia è correlata soprattutto alla mente. Si porta spesso questo esempio: una persona che viaggia in
una zona desertica vede un ruscello di acqua fresca e prova gioia, bevendo quell’acqua, prova felicità. Ditthadhamma sukhavihari significa “dimorare felicemente nel momento presente”. Non ci precipitiamo verso il futuro: sappiamo che ogni cosa è già qui, nell’attimo presente. Ci sono tante piccole cose che possono darci grandissima gioia, da una bela alba a uno stupendo arcobaleno. Alcuni commentatori hanno scritto che mudita significa “gioia simpatetica” o “gioia altruistica”, quel tipo di felicità che proviamo quando gli altri sono felici. Anche questa, però, è una limitazione, perché discrimina tra sé stessi e gli altri. Con una definizione più profonda, mudita è una gioia piena di pace e di soddisfazione. Noi ci rallegriamo quando vediamo felici gli altri, ma ci rallegriamo anche per il nostro personale benessere. Come possiamo provare gioia per un’altra persona quando non proviamo gioia per noi stessi? La gioia è di tutti. Etimologicamente il termine mudita può essere analizzato come una combinazione della radice sanscrita muda (“gioioso” o “dal cuore tenero”) e del suffisso tā (“pratica”), che porta al significato di “pratica della pratica gioiosa” o “pratica della gioia compassionevole”. Si tratta di una gioia calata nella azione: solo se facciamo gioiosi l’altro lo siamo a nostra volta, e viceversa.
Secondo la dottrina esoterica, Lucifero non sarebbe il diavolo nel senso volgare del termine (il Male assoluto), bensì il simbolo preso in prestito dagli iniziati per indicare la Luce Portata (lucem-ferre, portare la luce) all’uomo dalla sua stessa autoconsapevolezza. Lucifero, quindi, è simbolo dell’iniziato che scopre la propria vera natura. È naturale che chi raggiunge tale traguardo va contro tutti i dettami della società e del pensiero collettivo; quindi, viene visto “male” e tacciato di “diabolicità”. Andare contro il pensiero del gregge è lo scotto da pagare per essere sé stessi in maniera autentica.
Ma c’è un altro particolare interessante. Osiride (gli egizi lo chiamavano anche “Onnos”), aveva il corrispettivo tra i sumeri e babilonesi, come Ea-Oannes, il dio pesce. Il Baphometto è da molti considerato come rappresentazione della testa tagliata del Giovanni Battista (il “Patrono” della Massoneria insieme a Giovanni l’Evangelista). Il nome Giovanni deriva dall’originale “Juana” o “Oannes” Il Baphometto potrebbe essere quindi la testa di Giovanni, cioè dell’Oannes-Osiride, riproponendo in tal modo il culto della reliquia più preziosa per gli egizi. Il famoso studioso del Nuovo testamento, Hugh Schonfield, sosteneva che i Templari adottavano un codice denominato Atbash Cipher, pare usato anche dai redattori dei testi esseni di Qumran un migliaio di anni prima. Utilizzato questo codice per il termine Baphometto, si trasforma nella parola greca Sophia. Sophia simboleggia la Iside egizia ed i suoi misteri. Maria Maddalena, che ripropone la figura della sacerdotessa di Iside in seno alla comunità di Qumran, era considerata in tal senso Sophia, “colei che tutto conosce “, analogia che si ritrova nei testi di Nag Hammadi ove la “Pistis Sophia” è strettamente associata a Maria Maddalena. Pare che i Templari avessero una venerazione profonda per Iside, considerata come l’aspetto femminile ed acqueo della divinità, e di riflesso per Maria Maddalena, depositaria, attraverso Gesù, del Dna mitocondriale del Sang Reàl o Graal, la stirpe davidica, e di converso la stirpe di Ea-Oannes (se diamo credito alle teorie di Laurence Gardner, descritte nella sua ultima opera “La genesi dei re del Graal”, ove lo stesso opportunamente sottolinea il fatto che Genesis proviene da “gene-isis” il gene di Iside). L’elite templare doveva conoscere molto bene i poteri della Dea, cioè dell’energia femminile insita in ogni essere umano, avendo richiesto l’erezione di Charters proprio sopra un antichissimo sito ad essa dedicato. Non è un caso che il termine “Siddhé” (la “Consapevolezza) ricorda molto “Iside”, così come “Ram”, (ancora “la Consapevolezza”) letto al contrario è Mar, Maria, Myriam.
Iside non è semplicemente una divinità del pantheon egizio; è l’archetipo vivente della Grande Madre, la custode dei Misteri e la forza coesiva che tiene insieme l’universo. È sia dea della magia sia madre. Ogni mago, ogni iniziato, ogni Figlio della Luce è suo figlio esoterico.
Nel vasto panorama dell’esoterismo, Iside si erge come “Iniziatrice di Ere” perché è lei che presiede alla nascita della coscienza: è il grembo oscuro e fertile da cui emerge la luce della consapevolezza. Consapevolezza della propria natura divina e, prima di questo traguardo, possibilità di contemplare e di agire sui mondi occulti.
Iside ha presieduto l’inizio dell’ultima Era del grande Ciclo, iniziata nel 5.500 a.C.
Per comprendere il ruolo salvifico di Iside, dobbiamo guardare al mito centrale della sua esistenza: la morte e risurrezione di Osiride. Quando Osiride (lo Spirito, il Verbo) viene ucciso e smembrato dal fratello Seth (il Caos, la Materia bruta), è Iside che non si arrende. Lei è l’ancora di salvezza perché rappresenta la ricerca attiva. Non attende passivamente; vaga per il mondo, raccoglie i pezzi dispersi dello sposo (il sé frammentato dell’iniziato) e, attraverso la sua magia, gli restituisce la vita, non più come re terreno, ma come signore dell’Amenti (l’aldilà).
Per chi intraprende un cammino spirituale, Iside è l’intuizione superiore che ci “salva” quando siamo persi nel labirinto della materialità. È la promessa che ciò che è stato diviso può essere riunito, e che la morte non è la fine, ma una trasformazione necessaria.
Il legame tra i Misteri Isiaci e la massoneria è profondo e verte su un concetto fondamentale: la Morte e la Rinascita. Ecco i punti chiave di questo parallelismo:
- I “Figli della Vedova”. I massoni si definiscono tradizionalmente “Figli della Vedova”. Sebbene il riferimento biblico sia a Hiram Abiff (l’architetto del Tempio di Salomone), in chiave esoterica ed egizia la “Vedova” per eccellenza è Iside, che piange e cerca lo sposo perduto, Osiride. Il massone, dunque, è colui che si identifica con Horo (figlio di Iside e Osiride), l’iniziato che deve vendicare il padre (restaurare l’ordine) e ritrovare la “Parola Perduta”.
- La Ricerca delle Membra Disperse. Nel cammino massonico, l’iniziato lavora per sgrossare la pietra grezza. Questo lavoro di perfezionamento interiore è analogo al viaggio di Iside che raccoglie i 14 pezzi di Osiride. Mito egizio: Iside “ricorda” (nel senso di re-cordis, riportare al cuore/rimettere insieme) il corpo di Osiride. Rito massonico: Il Maestro Massone deve “riunire ciò che è sparso”. L’iniziato deve integrare le varie parti della sua psiche (ragione, emozione, spirito) per costruire il proprio Tempio Interiore. Iside rappresenta la forza attrattiva dell’Amore e della Sapienza che rende possibile questa integrazione.
- Il Velo di Iside e la Verità. La celebre iscrizione nel tempio di Sais recitava: “Io sono tutto ciò che è stato, che è e che sarà, e nessun mortale ha mai sollevato il mio velo”. Nel percorso massonico, la Verità non viene mai data interamente; viene svelata per gradi. Iside rappresenta la Natura e la Sapienza Divina che l’iniziato deve, grado dopo grado, “svelare”, imparando a leggere i simboli e a penetrare i misteri dell’esistenza, passando dalle tenebre dell’ignoranza (Seth) alla Luce della conoscenza (Osiride risorto).
L’animo dell’uomo poggia su due colonne. La prima colonna è maschile e stabile, si mostra ossequiosa nei confronti dell’ordine prestabilito, della educazione ricevuta dall’infanzia, dei luoghi comuni. La seconda colonna è femminile e potente, va contro i luoghi comuni, il Si dice heideggeriano.
Pertanto, la via della magia punta a far sviluppare nell’adepto l’aspetto femminile della natura umana, che scardina i dogmi e gli stereotipi e, nella massima libertà, guarda in faccia la verità, fino in fondo.
Il maschio ha la identificazione paterna, quindi tende a essere uniforme agli insegnamenti ufficiali, allo stato, alla religione. Tende alla stabilità, allo status quo. Invece la psiche femminile è dominata dalla luna, tende a guardare con occhi di verità tutto ciò che la circonda e, con forza, scardina i dogmi e tenta di trovare nuove strade.
Il mago sa che il mondo è una scuola. Siamo qui per imparare, e la nostra presenza qui dimostra il nostro bisogno di istruzione. Ogni creatura vivente lotta per spezzare i legami soffocanti della limitazione, quella ristrettezza opprimente che abita la visione e lascia la vita senza un ideale. Ogni anima è impegnata in una grande opera: il lavoro di liberazione personale dallo stato di ignoranza. Il mondo è una grande prigione; le sue sbarre sono l’Ignoto. E ognuno è un prigioniero finché, alla fine, non si guadagna il diritto di strappare queste sbarre dalle loro cavità ammuffite e passare, illuminato e ispirato, nell’oscurità, che viene illuminata da quella presenza.
Tutti i popoli cercano il tempio dove Dio dimora, dove lo spirito della grande Verità illumina le ombre dell’ignoranza umana, ma non sanno dove volgersi né dove si trovi questo tempio. La nebbia del dogma li circonda. Ere di spensieratezza li incatenano. La limitazione li indebolisce e rallenta i loro passi. Vagano nell’oscurità in cerca di luce, senza rendersi conto che la luce è nel cuore dell’uomo stesso.
L’uomo è il Microcosmo nel quale si riflette l’universo o Macrocosmo. Già dall’antichità i maghi hanno intuito che ciò che avviene dentro l’uomo avviene anche nell’universo, e viceversa.
È dottrina platonica che l’universo abbia un’Anima, la quale è riflesso dello Spirito divino. Così come l’anima umana, pur stando in tutta la persona, si delimita, per cui vede con l’occhio o sente con l’orecchio, anche l’Anima del mondo è suddivisa in principi o settori. Giordano Bruno (La Magia) rifletteva: “Quando un qualsiasi mago voglia attuare opere simili alla natura, deve conoscere il principio ideale, che sia proprio quello specifico della specie, numerale del numero, individuale dell’individuo. Di qui quella preparazione di immagini e la porzione di materia così formata, e non senza causa evidente l’effetto viene attestato dal potere e dalla filosofia del mago, poiché molti esercitano malefici e cure mediante figure predisposte con parti specifiche, o con quelle che hanno qualche comunicazione, partecipazione, con quanto va maleficato o curato, e così l’opera si contrae e si delimita ad un determinato individuo. Dall’esperienza di queste cose, è palese che ogni anima e spirito posseggono una certa continuità con lo spirito dell’universo”.
Se così stanno le cose, secondo i maghi, l’universo, la sua Anima e Dio non possono contemplare l’inferno. Infatti, se noi siamo particelle di Dio, è evidente che Dio non può soffrire veramente e non può distruggersi.
Anche la magia nera assumerebbe un altro significato. Non si tratta di pratiche legate al Male assoluto, ma di opere di giustizia sostanziale, per punire un malvagio. È il karma, che gli spiriti fanno procedere attraverso il maleficio operato da un mago. Dio infatti punisce i malvagi, sia direttamente sia indirettamente, per spingerli lungo la retta via.
Nei popoli antichi era la divinità stessa che prescriveva di sacrificare o di punire a morte i delinquenti. La Bibbia non fa eccezione. Il comandamento di Esodo 20, 13, “non ucciderai”, è tradotto male, significa letteralmente “non assassinerai”. Il precetto biblico vieta l’omicidio intenzionale commesso con intenzione criminale, e non ogni altri modi di causare la morte. Lo stesso verbo ebraico, infatti, è usato in Numeri 35, 16-18, dove si vieta solo questo tipo di omicidio. Altre leggi bibliche chiariscono meglio il concetto. Se l’omicidio è accidentale, all’assassino è concesso asilo (Deuteronomio 19, 4-10). Dio inoltre ordina spesso nella Bibbia la herem, “strage sacra” (Deuteronomio 13, 12-15; 20, 16-17; Giosuè 6, 21; 8, 2). Oggi si invoca questo comandamento anche contro l’aborto, ma questo presuppone che il feto sia una persona, ma non era il caso dell’Israele antico (cfr. Esodo 21, 22-25).
In questo senso, sempre secondo i maghi, i diavoli sarebbero semplicemente esecutori della volontà divina. Goethe nel Faust ricorda che il demonio opera il male ma concorre sempre al bene.
Ma come funziona la magia? Nera, bianca, rossa. I rituali della stregoneria sono molto antichi, li troviamo nel Grande Grimorio e in Tritemio, possiamo cercare indietro nel tempo fino alle pagine di Virgilio e di Esiodo, pare di trovare l’origine di molte formule, così come leggendo il Libro dei Morti egizio. Nelle confessioni di Isabel Goudie e di altre streghe della sua congrega compaiono, ancora riconoscibili, formule mutilate e corrotte di quegli stessi rituali; così anche con la congrega di Kinross, quella di North Berwick e molte altre. Oggi molte delle antiche formule sono praticate dai gitani.
Ma la loro innegabile corruzione indica palesemente una cosa: per la efficacia dei riti non è necessario attenersi a una procedura specifica, a invocazioni chiare o alla ripetizione di nomi precisi. Spesso i nomi dei diavoli erano storpiati dalle streghe rispetto ai modelli antichi.
Qua veniamo al punto. La magia funziona, come scriveva Crowley, il più grande mago mai esistito, per via della volontà umana che influenza la realtà. È la volontà del mago che crea portenti. Tutti noi abbiamo questa facoltà magica, ma il mago in maniera più accentuata, anche grazie a continui esercizi. Il rito, le parole magiche, e quant’altro, servono unicamente ad eccitare la mente del mago.
A detta di molti esoteristi, anche i diavoli, così come gli angeli, non avrebbero una esistenza propria, ma abiterebbero nell’inconscio più profondo del mago. Il mago fa un rito, evoca le potenze spirituali, le quali si mettono a suo servizio: la realtà fa tutto il mago, e questi a volte può non esserne consapevole del tutto.
Il mago vero e proprio ha dalla nascita delle doti particolari per via della “eredità karmica” che gli proviene da altre vite. Il vero operatore dell’occulto deve disporre di doti naturali che vengono affinate con l’addestramento magico. Quando il mago opera viene illuminato dalla propria anima e, perché questo sia possibile, è necessario che già all’inizio della sua incarnazione terrena (infanzia), lo “strato” che divide la mente dal corpo astrale non sia così “spesso” come avviene nelle persone comuni. Questo gli deriva dalla eredità karmica. Ferma convinzione di Paracelso è che la magia opera in natura e non ha nulla di “divino”.
Ricordiamo che la teologia cristiana pone una distinzione netta tra uomo e Dio. Inoltre, riconosce la natura personale dei diavoli e degli angeli. Inoltre, non ritiene che l’uomo abbia facoltà magiche naturali: se le dimostra sono opera dei diavoli, che cercano di ingannarlo. Come scriveva san Tommaso d’Aquino, se i diavoli appaiono hanno sempre uno scopo subdolo e tendono alla distruzione dell’uomo; infatti, tra uomini e diavoli vi è una lotta aperta e non si mettono a servizio di coloro che odiano, se non per uno scopo nascosto, come la rovina finale della persona che si affida a loro.
Per la tradizione ebraica i diavoli, come Samael, che significa “giustizia di Dio”, sono angeli distruttori, al servizio della volontà di Dio.
Ma per il cristianesimo chiunque ricorre alla magia, sia come mago sia come cliente, commette peccato. Addirittura, una volta le streghe, gli stregoni, così come i suicidi e i criminali, non venivano sepolti nei cimiteri. Se i parenti davano loro un posto nello spazio sacro, i loro cadaveri venivano riesumati e bruciati. A Roma, nel 897, il cadavere di Papa Formoso, morto da sette mesi, venne riesumato per odine del suo successore, Papa Stefano VII, e giudicato da un sinodo per aver usurpato il seggio pontificio. Il cadavere venne ritenuto colpevole e gli vennero mozzate due dita della mano destra per insegnarlo a non riprovare a farlo. Poi venne gettato nel Tevere. Trovato accidentalmente da alcuni pescatori, venne sepolto di nuovo, ma nel 905 Papa Sergio III lo fece ancora riesumare. Il cadavere venne rivestito con i paramenti pontifici e messo su di un trono per essere giudicato una seconda volta: venne condannato, decapitato, privato delle dita che gli erano rimaste sulla destra e gettato nuovamente nel Tevere.
Secondo Reggiani, il maleficio può essere di tre tipi:
- Fattura a morte: operante sul piano fisico;
- Sortilegio Volontario: in cui la persona colpita non solo viene attaccata fisicamente ma anche mentalmente, dove agiranno “effetti esterni”, equivale a dire forme-pensiero in grado di destabilizzare l’equilibrio emotivo attraverso l’influenza ambientale;
- Maledizione: è la forma più potente di maleficio, che intacca non solo il piano fisico e quello mentale, ma pure quello astrale. È una forma di maleficio inusuale e rara. Gli antichi usavano definire la maledizione come “stregoneria di più vite”, in effetti essa agisce lungo il percorso evolutivo dell’anima. Per tradizione essa ha una durata equivalente a sette vite terrene, e colpisce i diretti discendenti di una famiglia.
I riti per fare la fattura a morte sono molti. Uno dei più antichi è la Fattura del Morto. Si tratta di mettere un elemento della vittima sotto la testa di un morto da non più di ventiquattro ore, cioè prima che la sua anima si sia del tutto distaccata dal corpo, e quindi di recitare una frase il cui effetto sonoro riesca a catturare la vibrazione astrale dell’anima che si sta staccando dal corpo, in modo da ottenere una vibrazione detta “vibrazione concomitante”. Tale radiazione raggiungerà la vittima provocando in essa un distacco tra il corpo fisico e quello astrale, interrompendo così il “cordone vitale” dell’anima.
Un metodo classico per effettuare un Sortilegio Volontario è quello del Nastro di seta viola. Si fanno su di esso nodi quante sono le lettere del nome della persona da colpire, i nodi vengono infilzati da spilli; si prende una bambolina di cera vergine, su cui si metteranno i capelli della vittima (o altro materiale a lei appartenente, anche una foto), la si trafigge con sette spilli e quindi si annoda il nastro attorno al collo. Infine, si prende una candela di cera nera e la si fa gocciolare sulla bambolina, all’altezza del cuore, avendo cura che le gocce che scendono siano dello stesso numero del nome della vittima.
Un Sortilegio Volontario può essere fatto anche richiamando una larva astrale e scagliandola contro la vittima. Le larve astrali sono parassiti energetici, non dotati di volontà vera e propria, che, se attivate contro qualcuno succhiano energia vitale tanto da creare profondo malessere fisico e mentale. I maghi consigliano di farsi aiutare da un diavolo potente nella evocazione della larva e di fare il rito il giorno di Marte e di notte. Deve essere presente la stella a cinque punte rovesciata. Bisogna ricordare che la stella a cinque punte con la punta in alto è un simbolo della magia bianca e indica l’armonia degli elementi: dato che la magia nera non è un’arte vera e propria bensì il sovvertimento della magia, il mago nero usa spesso il simbolo bianco invertito, cioè con la punta verso il basso, detto Segno dello Zoccolo e anche Capra di Mendes (in quanto la stella invertita ha la stessa forma della testa di una capra). Il mago nero che fa questo rituale deve odiare profondamente la vittima ed essere arrabbiato. Quindi traccia su un foglio la formula per la attivazione della larva, sotto la frase pone a chiare lettere il nome della vittima, firma la lettera con il proprio sangue o un altro fluido corporeo, prende alcune foglie di acacia e le pone sulla lettera, chiude tutto quanto, lega il foglio con nastro nero e gli fa tre nodi, infine fa cadere alcune gocce da una candela nera per sigillare il foglio.
La Maledizione viene effettuata solo da una strega. La forma-pensiero della strega raggiunge direttamente il corpo astrale della vittima (e poi i piani fisico e mentale), distorcendone il cammino karmico. Questo per la proprietà innata della strega che è unicamente preposta al male.
Ancora oggi i satanisti praticano la Messa Nera, che secondo la letteratura dell’argomento sarebbe un rito orgiastico in cui una donna stesa sopra un altare viene penetrata dal sacerdote di Satana e poi a turno dagli altri partecipanti, i fluidi sessuali vengono raccolti in un calice e distribuiti ai presenti. Sarebbe facoltativo il sacrificio di un fanciullo. A volte viene ucciso il figlio avuto dalla sacerdotessa con il sacerdote di Satana.
La Messa Nera, in qualche modo, è la scimmiottatura, il rovesciamento della cerimonia cristiana, offerta a Satana o a altri diavoli, anche se la Messa Nera ha una propria filosofia. Viene officiata in una chiesa sconsacrata e sarebbero indispensabili la croce rovesciata e la invocazione Ave, Satana.
La filosofia dietro a questo rito, parte fondamentale del satanismo oltre al maleficio, è quella dello scambio di favori. I diavoli, infatti, si nutrono della sofferenza e della energia liberata dal sangue, nonché della forza sessuale. Quindi essi, dopo aver ricevuto il nutrimento, sarebbero in grado di presentizzarsi; quindi, si dimostrerebbero servizievoli ed esaudirebbero le richieste dei satanisti.
Non solo, ma la promiscuità sessuale, la nudità, e se vi è un sacrifico, anche il dolore e il sangue, accrescerebbero la condizione fluidica dei partecipanti: cioè, si scatenerebbe il loro magnetismo personale, che, se indirizzato a dovere farebbe portenti a distanza. Se i partecipanti, durante la Messa Nera, eccitati in questa maniera, si concentrano su una vittima e la maledicono, si scatena una fattura molto potente.
Si può sacrificare anche una capra, un topo, un gallo nero, e così via. Waite, uno dei più grandi esoteristi mai esistiti, scrive: di solito si ritiene che la offerta di un sacrificio cruento sia una condizione essenziale per la riuscita di un rito di magia nera e che l’imbarbarimento dell’operatore sia lo scopo principale dell’ordinazione; in realtà nella maggior parte dei casi l’offerta è richiesta, ma lo scopo è banale e non ha nulla di diabolico, a meno che non si tratti di una vera offerta a Satana. Il più delle volte l’arte ha la sua vittima non perché si abbia bisogno di sangue ma per un motivo originario: era abitudine che i patti e i pentacoli fossero scritti su pergamena o vellum e il mago per quanto possibile doveva fare a meno di manodopera esterna. Quindi era lui che uccideva la bestia e conciava la pelle. Paracelso diceva “alterius non sit qui suus esse potest”, cioè, bisogna fare da soli, formula che nella magia nera è stata spinta all’estremo.
Bisogna anche dire che tutte le religioni antiche o quasi contemplavano sacrifici di sangue, spesso di umani. Gli storici delle religioni fanno una distinzione tra sacrificio umano e omicidio rituale: il primo servirebbe a omaggiare una divinità, il secondo ha altri scopi rituali. Per esempio, un mago nero può compiere un omicidio rituale per nutrirsi lui stesso della vita della vittima.
La dea Cibele richiedeva il sangue dei propri sacerdoti. l rito del Sanguem (o Dies Sanguinis) era una festività romana in onore di Cibele che avveniva il 24 marzo, connessa al rito del taurobolium, che rappresentava il sacrificio di un toro. Questo sacrificio sanguinario era associato al mito di Attis e al ciclo di morte e rinascita della natura. La giornata segnava la morte di Attis. I sacerdoti si flagellavano, lasciando che il loro sangue, in rappresentanza di quello di Attis, scorresse nel terreno. Il sacrificio del toro era spesso parte di questa celebrazione. Il sacerdote veniva immerso in una fossa dove il sangue del toro veniva raccolto e gli cadeva sopra. Questo rappresentava la morte e la rigenerazione, simbolizzando la rinascita di Attis e la fertilità della terra. La discesa del sacerdote nella fossa simboleggiava la morte di Attis e il conseguente avvizzimento della vegetazione. Il giorno successivo, il 25 marzo, era l’Hilaria, la celebrazione della gioia e della rinascita di Attis, segnata dall’annuncio della sua resurrezione con una luce nel tempio.
Probabilmente l’antecedente della Messa Nera è stata la Messa dei Morti, un rito cristiano officiato per far morire qualcuno. Nei primi tempi del cristianesimo, infatti, era facile dire la Messa cristiana anche per scopi poco leciti, come anche liberare un condannato. Il vino del calice era sostituito da acqua proveniente da un pozzo in cui era annegato un bambino e l’ostia era nera e triangolare. La Messa dei Morti si trasformò in Messa Nera quando venne collegata al sabba delle streghe medioevali, da cui assunse il carattere orgiastico.
Secondo quanto scritto da Blackstone, la Messa Nera tradizionale prevede almeno tre diversi ufficiali:
- Il sacerdote: è un neofito che cerca l’ammissione ai misteri satanici. All’inizio è nudo, ma dopo il battesimo satanico veste di scarlatto.
- La sacerdotessa: una donna, esperta e pratica dei rituali, vestita in abiti rossi o porpora, provocatori e simbolici della depravazione.
- Il diacono: maestro di cerimonie, vestito in una tunica nera, responsabile della direzione della Messa.
Oltre al maleficio e alla Messa Nera, il satanismo prevede anche rituali per la specifica evocazione di diavoli, mediante appositi sigilli e parole di potere. Lo scopo è ottenere favori e conoscenza. Un rituale è quello del Fuoco Nero, una cerimonia dedicata a invocare le energie del fuoco infernale. Il mago prepara un altare con candele nere e rosse, un calice contenente una bevanda sacra e un pugnale. Durante il rituale il mago recita invocazioni per richiamare gli spiriti del fuoco nero, chiedendo il loro potere per purificare e trasformare. Questo rituale è spesso utilizzato per liberarsi da influenze negative e per rafforzare la volontà del mago.
Secondo Guénon, il mondo di oggi corre molti più pericoli esoterici di ieri. Nel passato le persone avevano un contatto più diretto con le energie superiori, oggi invece il materialismo abbassa la vibrazione degli esseri umani, i quali si trovano attaccati meglio dalle potenze infernali. Per questo nel mondo attuale i malefici sono all’ordine del giorno, inoltre la gente è spesso infelice e non trova il senso della propria vita, ricercandolo senza trovarlo nell’abuso di sostanze e in altre forme di alienazione, come il consumismo, lo stakanovismo, e così via.
La sapienza tradizionale chiama questi attacchi generalizzati come le “fenditure della Grande Muraglia”. Nel simbolismo della tradizione induista, questa Grande Muraglia è la montagna circolare Lokaloka, che separa il “cosmo” (loka) dalle “tenebre esteriori” (aloka). Nella tradizione islamica si allude a tale mistero mediante l’immagini delle onde devastatrici di Gog e Magog.
Guénon denuncia anche un altro pericolo. Attualmente stiamo alla chiusura di un ciclo di esistenza universale; quindi, appaiono nell’immaginario collettivo pratiche e nozioni che tentano di allacciarsi al passato. Un ciclo che sta finendo, infatti, deve esaurire le possibilità inferiori. Oggi assistiamo per esempio alla rinascita del paganesimo in tutti i settori del vivere civile, pensiamo alla Wicca, ma anche al fatto che la antica festa di Halloween è stata sdoganata pure in Europa. L’allacciarsi a tradizioni del passato porta all’emergere di quelle forze ostili ad esse legate: ma una volta vi erano operatori in grado di contrastarle mediante la controparte benefica, oggi invece tutti siamo indifesi all’emergere del paganesimo con tutte le forze potenzialmente ostili che si porta dietro. Non che esse siano ricercate direttamente, ma sono inscritte in maniera latente in quei simboli e in quelle pratiche da tutti praticate.
A ciò si aggiunga anche il fatto che oggi molti diventano adoratori consapevoli del diavolo: è la demonizzazione volontaria della società, il satanismo praticato a tutti i livelli. Anticamente e nel Medioevo i satanisti erano pochi e agivano nell’ombra, se scoperti erano uccisi, oggi invece fanno anche i congressi pubblici, l’ultimo mondiale si è tenuto poco tempo fa negli USA.
La psicologia di Satana (detto anche Lucifero, anche se alcune tradizioni distinguono le due figure) può essere riassunta in questi punti:
- La potenza. Egli ha ogni potere; gli Acta Sanctorum lo uniscono alla magia. Egli è il Principe.
- L’orgoglio. Quello di capo con intelligenza superiore. Il Seduttore.
- La prudenza e l’astuzia. Gesù raccomanda ai suoi discepoli di usare la prudenza del serpente e la purezza delle colombe.
- La ribellione. Egli rifiuta con fierezza le leggi della Chiesa. È il contestatore, il ribelle, l’essere libero; colui che si sottrae alle costrizioni spirituali. Gesù lo chiama: bugiardo, padre della menzogna (Giovanni 8, 44).
- L’intimidazione. J. K. Huysmans dice: “Sembra che di comune accordo il Clero e la Magistratura spengano le luci e tacciano quando passa il Demonio”. Bisogna segnarsi al suo passaggio.
- La duplicità, la perversità. Tutti i vizi. Voluttà di peccare. Alcuni papi verranno accusati di corruzione e dissolutezza: di aver creduto a Satana. La donna a volte si serve della bellezza del Diavolo.
- Il prodigio: Seguitemi e sarete incantati. Che importa delle fiamme?
Ci sono persone la cui via è quella della magia nera, anche per via dei prodigi che questi individui intendono operare, ma anche per i benefici materiali che i diavoli accordano loro.
Spesso un mago nero è un satanista, ma non ogni satanista è un mago nero. Il satanista spirituale, per esempio, non fa Messe Nere né malefici, in quanto considera Satana il vero Dio, originario, benevolo e amante dell’umanità.
Nel 1260, Papa Alessandro IV fissava i punti fondamentali della stregoneria:
- Gli stregoni rinnegano Dio.
- Adorano i diavoli.
- Gli consacrano i propri figli.
- Gli sacrificano, nel sangue, i figli.
- Consacrano i loro figli a Satana nel grembo materno.
- Si pongono a servizio di Satana.
- Giurano in nome dei diavoli.
- Commettono incesti.
- Uccidono e fanno bollire le loro vittime per mangiarle.
- Mangiano gli impiccati.
- Fanno morire il bestiame.
- Sono schiavi dei diavoli.
Il mago nero diventerebbe tale mediante un patto con le potenze infernali. Origene e sant’Agostino affermavano che la divinazione e le pratiche di magia e stregoneria richiedevano patti demoniaci. Il mago stipulava con il demonio l’accordo di essere servito per ottenere beni materiali e spirituali, in cambio della propria anima. Anche San Tommaso d’Aquino affermava che i maghi fanno portenti mediante contratti con i diavoli.
Ma cosa chiedono veramente i diavoli in cambio del servizio? Socrate diceva che l’anima è il principio vitale del corpo, quindi la essenza della persona. Quando si evoca un diavolo, questo diviene parte del mago; quindi, la natura stessa del mago ne viene trasformata. Sarebbe questo l’oggetto del patto. In altre parole, stando alla letteratura sull’argomento, il diavolo entra in simbiosi con il mago, diviene parte della sua natura, quindi inizia a ispirarlo, inizia a farlo sentire in maniera diversa dalle altre persone, inizia a influenzarlo in tutte le maniere. la persona cambia radicalmente. Per legge divina, un essere umano deve accettare volontariamente un cambiamento così radicale del proprio essere.
Il satanismo, infatti, si esprime al meglio attraverso i complessi rituali. Questi atti rituali rappresentano un canale diretto verso le porte dell’inferno e costituiscono una via di trasformazione profonda dell’adepto. Ogni componente, dal simbolismo al linguaggio, assume una funzione cruciale e carica di significato. Emblemi come la stella a cinque punte rovesciata, e il Sigillo di Satana non sono semplici rappresentazioni, ma autentici strumenti che agiscono come portali verso i reami infernali. La conseguenza è che i diavoli entrano nell’adepto e lo conducono per una via per la quale egli non sarà più lo stesso.
Uno degli aspetti più oscuri e al tempo stesso più potenti della magia nera sono i rituali di sangue (praticati anche nelle varie religioni). I più noti sono:
- Patto di sangue: il mago si taglia, incide un simbolo satanico sulla pelle e raccoglie il sangue in un calice che offre ai diavoli.
- Magia mestruale: la maga raccoglie il proprio mestruo e lo usa per fare pozioni, sigilli o come offerta ai diavoli. È un rito assai forte per via del fatto che il sangue mestruale è connesso con la fertilità e la vita.
- Rito della trasfusione: due maghi mescolano il proprio sangue per creare connessione eterica.
- Rituale del sole: praticato dai nativi americani durante la Danza del Sole, prevede anche l’offerta di sangue agli spiriti della natura. I partecipanti si trafiggono il petto con punte affilate, si tratta di un rituale di rinascita.
- Matam: i musulmani sciiti praticano questo rituale che può includere atti di autoflagellazione che fanno scorrere il sangue come segno di devozione e ricordo delle sofferenze di figure religiose importanti.
La magia nera prevede anche la magia sessuale, che è potentissima. Il sesso infatti è la più forte energia di cui può disporre un essere umano. Il più grande potere magico sessuale si esprime nell’orgasmo, quindi il satanista fa il cosiddetto “edging”, cioè appena prima di ottenere l’orgasmo, lo trattiene per potenziarlo e fare altre pratiche. Per esempio, un mago può prevedere il futuro durante l’orgasmo, può proiettare pensieri, e così via. Nel Rituale Sessuale di Lilith, durante la luna nera, i due satanisti prolungano l’orgasmo con l’edging con lo scopo di potenziarlo, poi offrono l’energia sessuale accumulata a Lilith per avere da lei favori. Mediante appositi riti sessuali, sarebbe possibile anche fare un maleficio: con l’edging si potenzia l’orgasmo, quindi lo si offre ai diavoli per fare del male a qualcuno, infine si trasferisce l’energia sessuale su un talismano, sigillandolo con parole di potere (il talismano sarà un potente strumento di vendetta).
Secondo Cavendish (1972), chi sceglie di praticare la magia nera (quindi di sottomettersi con un patto ai diavoli) è roso dalla brama di potere. È questo l’anelito più recondito del mago nero. Desiderio di dominare e quello correlato di ricevere benefici, anche economici, per questo evoca i diavoli e li sottomette alla propria volontà.
Invece il mago bianco vuole aiutare l’umanità e lo fa anche gratuitamente. Gli angeli lo invitano a collaborare in armonia per il bene di chi sta in difficoltà, impartendo benedizioni, togliendo malefici e altre negatività.
Il mago nero che opera una Messa Nera mette a rischio nel rito la propria integrità, fisica e mentale, per nuocere agli altri. Quindi possiamo dire che è pervaso da una forte volontà malvagia. Fare un rito nero è molto pericoloso perché il mago può incorrere nel “colpo di ritorno”.
Invece il mago bianco che opera una Messa Bianca spesso si proietta in astrale e va a mettere i bastoni tra le ruote al satanista, affinché quest’ultimo non uccida fanciulli oppure non ordisca malefici. Anche la Messa Bianca è pericolosa perché il satanista e i diavoli possono difendersi, ma il mago bianco accetta tali rischi per amore degli uomini. Chi, infatti, esce volontariamente dal proprio corpo può sempre incorrere nella interferenza di nemici invisibili, specie se osteggia l’azione dei diavoli, che sono potenti e vendicativi. A volte il mago non può nemmeno rientrare nel corpo.
Ripel rivela che l’iniziato ha la possibilità di formarsi 56 corpi e di sperimentarne 58 (se si considera anche quello astrale e quello detto “bolla di proto-energia”, che tutti hanno, assieme a quello fisico). Inoltre, l’iniziato ha la possibilità di trasmutare il corpo astrale.
Netta Fornario era una esoterista britannica, appartenente alla potente organizzazione conosciuta come Golden Dawn. Per tale società la Fornario faceva importanti opere di guarigione magica a distanza. Durante uno di tali riti bianchi venne attaccata violentemente da nemici invisibili con l’intento di ostacolarla. L’attacco psichico al quale fu soggetta riuscì addirittura a fare ossidare la sua argenteria. Cercò di fuggire dall’isola nella quale si trovava, ma invano, morì tragicamente dopo pochi giorni dall’inizio dell’attacco, nel 1929.
I diavoli e gli angeli hanno bisogno di operatori umani perché queste creature sono sì a volte potenti ma specializzate: quindi non possono fare tutto. A volte ci sono diavoli così molesti che riescono a uccidere direttamente, come quello che portò a morte i figli di Giobbe, anche se con il permesso di Dio; invece, altre volte assoldano un mago nero per riuscire nell’opera.
Così gli angeli: hanno bisogno di maghi bianchi che contrastino le azioni malvage, che benedicano i bisognosi, concorrendo in questa maniera all’opera della redenzione, che altro non è che prendere i pesi gli uni degli altri.
Nell’antico Egitto la magia (heka) era considerata una forza preesistente alla creazione, di cui gli dèi si servirono per creare il mondo. Non solo, ma nell’insegnamento per Merikara si definisce la magia come “un’arma a loro disposizione [degli uomini] affinché possano tener lontano il braccio degli avvenimenti”, cioè le disgrazie. La magia è necessaria anche ai morti, per difendersi dalle insidie dell’aldilà (infatti erano sepolti con oggetti magici).
Anche il faraone aveva bisogno della magia: per fare andare bene lo stato e, dopo la morte, per sopravvivere. Egli adottava un tipo di magia nera, che gli permetteva di divorare gli dèi per acquisirne i poteri magici. Il faraone inoltre difendeva il suo popolo dai nemici con tecniche di magia nera: a Tebe vi era l’usanza di trascrivere i nomi dei nemici su vasi di terracotta rossa e poi di romperli, con lo scopo di annientare coloro che attentavano al buon ordine (maat) dello stato.
La parola egizia heka, che significa anche “potere”, deriva dall’espressione “usare il ka”. Heka si riferisce alla forza magica che ha creato l’universo, sostiene la vita e permette la guarigione, ed era personificata come una divinità nell’antica religione egizia. Il termine è intrinsecamente legato al ka, che era la forza vitale o il doppio spirituale di una persona o di una divinità.
La divinità Heka dice queste parole: “Oh voi nobili che siete alla presenza del Signore di Tutto, attenti, io vengo da voi; rispettatemi nella proporzione di ciò che conoscete. Io sono colui che l’Unico Signore ha creato, prima che venissero in essere le due parti del mondo, quando Egli ha inviato il suo Unico Occhio quando era da solo, quando venne fuori dalla sua bocca; quando i milioni del suo spirito erano la protezione dei suoi compagni; quando egli parlò con Khepri, con lui, egli è più potente di lui, quando egli prese le parole dalla sua bocca. Invero io sono il figlio di colei che diede vita ad Atum, Io sono la protezione di ciò che l’Unico Signore ha comandato, io sono colui che fa vivere l’Enneade, io sono «Se-Egli-desidera-egli-fa», il padre degli dèi. […] Io sono venuto così che io possa prendere il possesso del mio trono e così che io possa ricevere la mia dignità, perché a me apparteneva tutto ciò prima che tu lo portasti in esistenza, i tuoi dèi; scendi e sali gli ostacoli, perché io sono Heka” (dai Testi dei Sarcofagi, estratto della formula CT 261).
Invece l’etimologia della parola “magia” deriva dal greco antico mageía, che a sua volta deriva dal termine persiano antico per indicare i sacerdoti zoroastriani, i magi (persiano magu), considerati persone di grande potere e saggezza. Inizialmente, il termine si riferiva a questa dottrina, ma successivamente, nel mondo ellenistico, passò a indicare l’insieme delle pratiche e dei riti per influenzare eventi e fenomeni naturali.
Spesso la magia si pratica in un gruppo, o setta che dir si voglia. Blavatsky osservava che far parte di una setta non è casuale, ma risponde a leggi di evoluzione karmica. Come le unità della sostanza molecolare che devono aggregarsi per formare le cellule del corpo fisico sono attratte verso il nucleo centrale dell’embrione che diventerà prima il feto, poi il bambino completamente formato e infine l’uomo o la donna adulti, così le Anime sono le unità che dovranno formare il veicolo di un Dio, di un Sole, quando evolveranno in epoche future. Queste Anime, o unità, sono attirate verso il nucleo centrale di una Grande Anima – il Reggente di un Pianeta oppure una Grande Anima di Gruppo – per formare ciò che si potrebbe chiamare un veicolo manifestato, un Corpo Spirituale che ai sensi dell’uomo può apparire come una stella o un sole.
Le Leggi di Attrazione e Coesione che attraggono e trasformano tutta la sostanza in forme definite, naturalmente attraggono tutte le anime l’un l’altra. I loro desideri, pensieri e azioni, operano generalmente su un solo piano di espressione, ed è quest’unica verità universale di attrazione e coesione, generalmente poco compresa, ad aver fatto nascere la teoria delle “Anime Gemelle;” e che sia un gruppo di uomini, di donne, di entrambi i sessi, o anche di un solo uomo e una sola donna, è l’azione della Legge Universale di Attrazione nella sua pienezza ad attrarre insieme le unità di una Grande Anima di Gruppo per un proposito definito.
Naturalmente, nel caso in cui un uomo e una donna siano coscienti dell’azione di questa Legge, poiché le unità del Gruppo menzionate si sono reincarnate ripetutamente in quel gruppo, le memorie parzialmente risvegliate di avvenimenti in vite precedenti tendono a rafforzare il legame tra loro. Ma il fatto che esse siano unità di un gruppo non significa che le loro reincarnazioni debbano avvenire nello stesso ambiente. Potrebbero reincarnarsi anche su pianeti differenti e, in realtà, questo accade più frequentemente del contrario.
Bisogna comprendere, continua Blavatsky, che questi rapporti non appartengono ai sensi. Potrebbero esserci anche forti antagonismi sul piano fisico tra i membri di un gruppo, ma il riconoscimento reciproco sul piano fisico è quasi impossibile, perché in tal caso dovrebbero funzionare i sensi del corpo fisico, che però sono incapaci di riconoscere le cose interiori.
L’aspetto negativo o inferiore della Legge di Attrazione, comunemente chiamata attrazione sessuale, è il potere che attira reciprocamente i sessi opposti, e proprio il fatto che le relazioni tra i sessi, anche nel matrimonio, abbiano in moltissimi casi vita breve, prova che tali relazioni non sono dell’anima ma appartengono chiaramente al corpo con il suo istinto di accoppiamento per riprodurre la propria specie, esattamente come avviene in tutte le forme inferiori di vita animale e vegetale.
Se uomini e donne riconoscessero quest’attrazione istintiva rinunciando ai loro falsi ideali di anime gemelle, ci sarebbe maggiore speranza di arrivare alla verità, ma fino a quando non considereranno disdicevoli gli istinti sessuali e non eleveranno il falso ideale delle anime gemelle a un alto grado di spiritualità, non accetteranno mai questa verità.
Tra migliaia di persone, solo pochissime sono consapevoli di avere un’anima o, meglio, di essere anime; allora come possono sperare di riconoscere l’anima di un’altra persona con cui stabilire relazioni fisiche? La maggior parte dell’umanità è stata edotta o ha letto sulla possibilità di avere un’anima da perdere o da salvare, e questo è tutto ciò che sanno o si aspettano di sapere delle proprie anime.
Per essere pienamente cosciente dell’anima individuale, l’Ego che s’incarna deve aver sviluppato un tipo di mente più elevata di quella posseduta da un uomo comune, poiché deve esserci correlazione tra quella mente e il veicolo, cioè la forma dell’anima, in cui tale mente agisce. Come un uomo guarda consapevolmente il suo volto e il suo aspetto in uno specchio, così il sé inferiore dell’uomo diventa cosciente della propria Anima quando cerca nella
concentrazione le complessità della sua natura trovando risposta alle sue richieste. Queste risposte non somigliano a quelle che riceve quando interroga la propria mente inferiore, dove dominano passioni e desideri di rapporti e di attrazione sessuale, come pure tutte le altre caratteristiche che in qualche modo attraggono i sensi.
In una setta le Anime si ritrovano dopo innumerevoli vite passate attratte da esperienze che devono continuare a vivere assieme nella vita attuale.
Secondo le dottrine magiche, esposte da Leadbeater, l’uomo possiede diversi corpi. L’uomo scende dapprima nella materia a lui più prossima, cioè quella dei livelli inferiori del piano mentale. Subito, e quasi da sé, si avvolge in un rivestimento di questa stessa materia, che è l’esatta espressione delle qualità che già esistono in lui, per quanto possano esprimersi a quel livello.
Non bisogna dimenticare che ogni stadio della discesa significa soggiacere a maggiore limitazione e per questo fatto, nessuna espressione dell’anima sui livelli inferiori può mai costituire una sua espressione perfetta. Essa rappresenta soltanto le qualità come un quadro fatto da un artista; è la rappresentazione in due dimensioni di una scena esistente (o immaginata come esistente) in tre dimensioni. Proprio allo stesso modo le vere qualità esistenti nell’anima non possono essere espresse nella materia dei livelli inferiori.
Nell’avere pensieri materiali e cattivi e nel compiere azioni materiali e inique l’uomo si esprime nei veicoli inferiori. Invece pensiero e l’azione buoni, anche se producono i loro risultati pure su questi piani inferiori, inoltre hanno un effetto immensamente più elevato e permanente sul corpo causale, che costituisce un fattore importante nell’evoluzione dell’uomo.
Così, continua Leadbeater, mentre tutti ugualmente producono i loro risultati quaggiù e li manifestano nei vari veicoli temporanei, soltanto le buone qualità vengono integrate come una definitiva conquista del vero uomo. Questi incontra il male di nuovo nelle successive discese nelle incarnazioni, finché non lo abbia vinto ed infine non abbia sradicato dai suoi veicoli ogni tendenza a corrispondergli, fino a quando, cioè, in realtà non sarà più suscettibile di essere travolto da alcuna passione o da desideri, ma avrà appreso a dominarsi interiormente.
Da ciò si può inferire che praticare la magia nera è altamente deleterio e porta a incarnazioni successive molto spiacevoli. Di converso il mago bianco, avanzando nell’altruismo, fa esperienze molto buone, che ritroverà in un’altra vita come karma positivo.
Anglada riferisce che il nostro universo è costituito di Logoi creatori (energie potentissime) che effettuano la loro azione, che è magica, nello spazio, creando aggregati atomici (esistenze molecolari). L’incredibile campo di ricerca che si apre, dopo la scoperta dell’esistenza della grande corrente di vita Logoica che gli esoteristi chiamiamo “evoluzione atomica”, inciterà, dunque, allo studio di quelle esistenze intermolecolari (che vivono tra le entità molecolari) che, completamente invisibili agli occhi umani, costituiscono senza dubbio il fattore coerente che permette l’espressione di qualsiasi tipo di forma nella vita della Natura. Si tratta degli Elementali e delle altre creature deviche preposte alla evoluzione magica dell’universo.
Una volta che il mago è riuscito a localizzare le entità intermolecolari che necessita per eseguire l’opera magica che ha deciso di realizzare e gli è stato possibile contattare l’impulso dinamico che arde nel centro di ogni unità di vita atomica, il lavoro che ha di fronte è quello di costruire, attraverso il potere della mente, le forme geometriche che saranno necessarie per poter scegliere le strutture molecolari che rispondono al suo proposito creatore.
In accordo a questo, sempre secondo Anglada, il mago dovrà attenersi ai seguenti requisiti:
- Avere un’idea molto chiara e definita dell’oggetto magico da realizzare.
- Potersi situare coscientemente nel livello richiesto di attività magica.
- Sapere con esattezza con quali gruppi devici e vite atomiche gli sarà possibile lavorare in quel livello.
- Conoscere i mantra di invocazione mediante i quali si farà obbedire da quelle vite deviche e atomiche.
Tutti questi requisiti formano parte della vita degli iniziati della Grande Fratellanza Bianca (che riunirebbe i più potenti maghi bianchi dell’universo), ma sono utilizzati anche dai componenti della Loggia nera del pianeta, i cui fini sono diametralmente opposti a quelli che cercano di compiere i membri della Gerarchia spirituale planetaria. Questi indirizzano le loro mire e i loro progetti alle intenzioni divine, cercando con nobile impegno il bene comune, mentre gli adepti della Loggia nera (in genere i maghi neri) pretendono solo fini egoistici per il bene di loro stessi o di un ridottissimo gruppo di persone che utilizzano il nobile esercizio della magia per opporsi allo sviluppo del piano dell’evoluzione planetaria dettato dal Logos dello schema terrestre. Questi maghi neri costituiscono la legione di coloro che Madame Blavatsky definì come “anime perdute”.
Il livello di creazione o di utilizzo della magia indicherà sempre il grado di evoluzione spirituale del mago, tenendo conto che nel piano mentale inferiore, nel piano astrale più denso e nei bassi livelli
eterici, i maghi neri detengono un potere uguale o maggiore rispetto ai maghi bianchi, la cui efficacia creativa è osservata principalmente nei livelli superiori del pianeta.
Potremmo dire, in accordo con l’analogia, che i maghi neri operano nel livello quaternario umano (mente concreta, corpo emotivo, veicolo eterico e corpo fisico denso) e che i maghi bianchi, seppur esercitando potere su questo quaternario, operano con molta più efficacia nei livelli della Triade. Così, in accordo con i fini proposti dall’uno o dall’altro gruppo di maghi, gli elementi atomici, composti molecolari e forze deviche invocate, varieranno enormemente in qualità e grado di sottigliezza.
Potremmo anche dire che i Deva invocati dai maghi bianchi, operando dal livello della Triade spirituale, costruiscono i composti atomici e molecolari che formano i piani atmico, buddhico, e manasico superiore, i quali contengono un’importantissima quantità del triplice fuoco monadico che, nel recipiente di Manas si fondono per compiere qualsiasi tipo di magia di ordine superiore. Da questo
punto di vista potremmo dire che l’Iniziazione spirituale dei membri della Grande Fratellanza Bianca è un’operazione magica alla quale intervengono congiuntamente i tre fuochi della Natura, quello di Fohat, quello Solare e quello di Kundalini.
Anche i maghi neri si adattano a certe iniziazioni, le quali sono impartite in alcuni oscuri e sinistri recinti posizionati a volte sotto la crosta terrestre, utilizzando il fuoco di Kundalini nel suo aspetto inferiore, sarebbe a dire quello che potenzia e sviluppa i centri situati sotto al diaframma dei discepoli nell’apprendimento dell’arte fatale della magia nera e li dota di una tremenda vitalità nei corpi inferiori, fisico, astrale e mentale concreto; grazie a ciò gli è estremamente facile soggiogare, stregare o condizionare l’anima delle persone deboli, timorate o che sono prive di propositi spirituali.
Sempre secondo Anglada, osservando dai livelli causali il lavoro realizzato da entrambi i gruppi di maghi, si assiste a un’interessante e allo stesso tempo ammonitrice esperienza. I composti molecolari utilizzati dai maghi neri appaiono all’osservazione chiaroveggente sotto delle curiose forme geometriche poliedriche, generalmente cubiche e irregolari, i cui colori variano dal grigio opaco al viola scuro passando per una serie di gradazioni rosse e marrone terroso. Tali composti molecolari sono costruiti dai deva correntemente definiti in occultismo come “forze lunari” o forze dell’ombra, venute alla Terra in un’ondata di vita involutiva proveniente dalla terza catena del nostro schema planetario, chiamata lunare. Sono una particolare specie di deva di bassa vibrazione, la cui dimora si trova nelle oscure
grotte e tenebrose gallerie che solcano il sottosuolo della Terra e hanno un gran potere nei livelli eterici planetari. Li si osserva molto attivi anche nelle zone più inferiori dei tre mondi dell’evoluzione umana e il loro potere è enorme, venendo intensificato attraverso le età e dallo scarso grado di evoluzione spirituale raggiunto dalla maggior parte degli esseri umani, la cui coscienza si muove preferibilmente nei livelli psichici inferiori e sono una facile presa per questi angeli dell’ombra, sapientemente conosciuti come maghi neri.
Invece il mago bianco si serve di forze deviche molto più evolute, che concorrono direttamente o indirettamente alla creazione dei livelli vibrazionali più alti dell’universo.
Cristo è la più importante potenza logoica che esista, la quale crea il mondo. Liturgicamente Cristo nasce nella carne il 25 dicembre. Ogni anno, il 25 dicembre, a mezzanotte, sorge all’orizzonte la costellazione della Vergine, ed è questo il motivo per cui è detto che Gesù è nato dalla Vergine. In direzione opposta appaiono i Pesci, e nel medio cielo si può vedere la splendida costellazione di Orione, con al centro l’allineamento delle tre stelle che, secondo la tradizione popolare, rappresentano i tre Re Magi.
Anche Orione è significativa: secondo la tradizione esoterica, infatti, in Orione si trovano le forze deviche che più di altre aiutano l’umanità nel suo cammino.
In quella data, il 25 dicembre, ha luogo nella natura la nascita del principio cristico, di quella luce e di quel calore che trasformeranno tutto.
Gesù è nato in Palestina duemila anni fa, ma questo è soltanto
l’aspetto storico del Natale: come sostiene Aivanhov, per gli iniziati tale aspetto è secondario poiché, prima di essere un avvenimento storico, la nascita del Cristo è un avvenimento cosmico: è la prima manifestazione della vita nella natura, l’inizio di tutto ciò che sta nascendo. Inoltre, questa nascita è un avvenimento mistico, il che significa che il Cristo deve nascere in ogni anima umana come principio di luce e di amore divino.
Il mago bianco incarna il principio cristico. Secondo la dottrina esoterica, l’iniziato sviluppa in sé il Cristo Interiore. ll concetto di “Cristo interiore” nell’esoterismo si riferisce all’idea di riscoprire una dimensione spirituale e divina dentro di sé, un principio di trasformazione e illuminazione personale, spesso collegato all’archetipo cristico. Questo percorso si basa sulla coltivazione di una “mente” o coscienza che rispecchia quella di Gesù, attraverso un cammino interiore di consapevolezza e conformazione all’amore, guidato dalla grazia e dallo Spirito Santo.
Il mago bianco è esotericamente figlio della Vergine perché deve essere puro: la purezza è una condizione indispensabile per accedere ai sacri Misteri. E deve impiegare la sua potenza e le arti magiche bianche per aiutare l’umanità, come fanno i figli delle stelle, quelli di Orione.
Il segno dei Pesci è legato a profonda emotività, immaginazione fervida e rifugio nella fantasia, ciò lo porta spesso a temere la razionalità e l’ordine. Questa tendenza può manifestarsi negativamente con inconcludenza, dilapidazione di risorse e insoddisfazione emotiva, come si evince da varie fonti astrologiche. Ma anche come libertà di creare il mondo a proprio piacimento, sfuggendo le rigidità degli stereotipi e del pensiero comune. I Pesci tendono a sfuggire la logica e la rigidità, preferendo un approccio più “libero” e intuitivo alla vita. La loro mente è spesso persa in mondi paralleli, e le sensazioni irrazionali sono per loro una fonte di spinta vitale. Cercano sempre un senso magico o spirituale anche nelle attività più banali, una ricerca che può renderli distanti dalla realtà concreta.
In tal modo, anche il mago bianco, figlio esoterico dei Pesci, è dominato dall’archetipo di oltrepassare gli schemi consueti e il pensiero comune. Ciò domina ogni iniziato ai poteri superiori.
È necessario che il mago abbia queste caratteristiche per collaborare con le entità spirituali allo sviluppo dell’umanità. Secondo la dottrina rosacrociana di Max Heindel, quella che adesso è la Terra non è sempre stata così densa e solida come lo è attualmente, ma è passata attraverso a tre periodi di sviluppo anteriori a quello attuale, e dopo che il presente periodo Terrestre sarà passato, ci saranno altri tre periodi prima che la nostra evoluzione sia completa. Durante i tre periodi che precedettero il nostro stato attuale, tanto quello che è ora la Terra, come l’uomo su di essa, si consolidarono ambedue passando gradualmente da uno stato eterico membranoso a una densità molto superiore a quella presente. Mentre l’Involuzione, il processo di consolidazione, procedeva, lo spirito, che è attualmente l’Ego nell’uomo, si costruiva un corpo o veicolo per ogni grado di densità. Esso era incosciente, ma era aiutato da differenti gerarchie spirituali: i Troni, i Cherubini, i Serafini. Quando la massima densità fu raggiunta, lo spirito acquistò
coscienza come Ego separato nel mondo materiale. Questo fu il momento decisivo in cui, cosciente, egli non poté essere trascinato più in basso; mentre la coscienza spirituale sorge in lui gradualmente, egli spiritualizza i suoi corpi estraendo da ognuno di essi l’anima, la quale è la potenzialità del corpo da cui è stata estratta. In tal modo egli si eleverà gradualmente al disopra delle dense regioni materiali, e con sé eleverà la Terra durante il rimanente periodo terrestre e i tre periodi successivi.
Per questo gli esseri umani devono pensare ai valori dello spirito e ridurre al minimo gli istinti e le pulsioni materiali. E per questo il mago nero, che serve le potenze più basse, corre un pericolo tremendo.
I Signori della Fiamma (i Troni), i Cherubini e i Serafini avevano lavorato con l’uomo di loro spontanea volontà, per puro Amore. Essi non potevano imparare niente da un’evoluzione come la nostra. Adesso essi si sono ritirati e nel periodo Terrestre le Potestà (Exusiai) del cristianesimo esoterico, chiamate i Signori della Forma dai Rosacroce, hanno il loro compito particolare. Poiché questo è prevalentemente il periodo della Forma e questa gerarchia spirituale ha dato a tutte le cose l’attuale ben definita forma concreta, mentre, nei periodi precedenti, queste forme erano incipienti e nebulose.
Nella tradizione cabalistica si parla di una via privilegiata, derek ha-melek. “via del re”. La via regale è il pilastro centrale dell’Albero della Vita, mentre alla destra abbiamo Acqua (amore) e alla sinistra Fuoco (giudizio). La via centrale media tra queste due polarità opposte. Essa collega la Corona a Malkuth (Regno), per questo è detta via regale. È la centratura che avviene mediante la meditazione, che permette di unire pensiero destro (intuitivo) con pensiero sinistro (razionale).
Numeri 20, 17: è il momento in cui Israele passa per il paese di Edom per andare alla Terra Promessa, e dicono “percorreremo solo la strada maestra”, derek ha-melek, e non svolteremo né a destra né a sinistra”.
Deuteronomio 17, 18 ss: il re di Israele quando si insedierà sul trono dovrà scrivere una doppia copia della Torah, copiandola da quella dei leviti, la leggerà tutti i giorni “perché non si allontani a destra e a sinistra dai precetti”.
La meditazione permette di trovare l’unità interiore, scoprendo la complementarità degli opposti. I cabalisti spiegano che da quando Adamo e Eva sono usciti dal giardino dell’Eden non vi è una cosa al mondo che non contenga il suo contrario. Non c’è cosa positiva che non sia anche in parte negativa. C’è Acqua e Fuoco in ogni cosa. Quindi il segreto della via centrale è di scorgere nelle cose positive il lato negativo, e in quelle negative il lato positivo.
Questo atteggiamento è una potente alchimia interiore che permette all’iniziato, dovunque si trovi, di irradiare luce attorno a sé. È magia bianca pratica, che tutti possono fare, anche se non sono maghi bianchi. Accettare gli avvenimenti, anche se tragici, e scorgervi sempre il piano di Dio, significa benedire noi stessi e gli altri.
In ebraico “oscurità” si dice choshek. Le porte dell’oscurità si aprono quando si piange per la malasorte: così facendo attiriamo ancora più male. Le porte dell’oscurità si aprono quando nutriamo odio.
Ma c’è dell’altro. Un metodo cabalistico di analisi della Torah è l’anagramma. Gli anagrammi delle lettere costituiscono un esempio regio di alchimia cabalistica. Quindi la parola choshek, “oscurità”, anagrammata, dà shachak, “dimenticare”. Un altro anagramma è chakash, “mentire”. Ancora. Ogni lettera dell’alfabeto ebraico ha un valore numerico, quindi ogni parola forma un certo numero. Un altro metodo cabalistico è la ghematria, con cui si creano collegamenti tra parole diverse ma dallo stesso valore numerico. Il valore numerico di choshek, “oscurità”, è 328. Esattamente come un’altra parola ebraica, ‘erabon, “pegno”.
A questo punto i cabalisti offrono questa interpretazione, collegando i dati della analisi di choshek. Yehudà è uno dei 12 figli di Giacobbe. A un certo punto nasce una forte gelosia tra i fratelli di Giuseppe, tra cui Yehudà, e Giuseppe stesso: allora i fratelli, con a capo Yehudà, decidono di vendere come schiavo Giuseppe. Poi, per far capire al padre che Giuseppe non c’è più, prendono la tunica che il padre aveva regalato a Giuseppe e la immergono nel sangue; quindi, Yehudà dice falsamente al padre che Giuseppe è stato sbranato da una bestia feroce. Questa è una grande bugia, che provoca un immenso dolore al padre. “Riconosci la tunica di tuo figlio?”, sono le parole di Yehudà al padre.
Intanto Yehudà viene allontanato, si reca nel sud di Israele dove ha tre figli. Uno di essi sposa una donna chiamata Tamar, poi poco dopo muore. In forza della legge del levirato, quando muore un fratello, il fratello superstite sposa la moglie del deceduto per assicurargli la discendenza. Subentra quindi un altro fratello ma muore anche questo. Ne rimane l’ultimo, che però non sposa la donna per timore di morire anche lui, ma la manda via. Tamar viene messa da parte. Ad un certo punto Yehudà va per caso al paese di Tamar e lei decide di incontrarlo ad un incrocio col volto coperto per non farsi riconoscere. In quel tempo agli incroci col volto coperto vi sono le prostitute; quindi, Yehudà la scambia per sbaglio per una donna di malaffare e si unisce carnalmente a lei. Non ha soldi e gli dà in pegno il bastone, un drappo del vestito sontuoso e il sigillo della sua casata. Yehudà, infatti, è un uomo importante, un capo tribù. Promette alla donna di inviare dopo qualche giorno un suo servitore con un capretto, solo allora la donna dovrà restituire gli oggetti del pegno. Dopo qualche giorno, il servitore si reca all’incrocio ma non trova nessuna prostituta. Tamar intanto è rimasta incinta. Yehudà, dimentico di quanto era successo, scopre che Tamar è rimasta incinta senza avere marito e nella sua autorità la vuole bruciare. Infine, arriva Tamar e davanti a tutti mostra gli oggetti e dice: “Io sono incinta della persona cui appartengono queste cose”. Quindi a Yehudà: “Riconosci le tue cose?”. Yehudà prova molto dolore, ma si pente e Tamar non viene uccisa.
La menzogna dei fratelli di Giuseppe ha provocato dolore al padre. Quindi Yehudà viene ripagato da Dio con la stessa moneta, infatti viene svergognato da Tamar. È “la legge della misura con misura”, presente nella Torah.
Allora, secondo i cabalisti, questo pegno è la chiave per comprendere quando arriva l’oscurità nella nostra vita. Se mentiamo e attraverso la menzogna provochiamo un grande dolore a una persona, poi tale misfatto sarà riproposto al colpevole. Il colpevole si dimenticherà, ma quando meno se lo aspetta, troverà nel cammino della vita la stessa cosa.
Quindi non bisogna mai fare del male a nessuno, in quanto poi Dio punirà il colpevole. Il mago nero verrà punito da Dio. Anzi, chi fa il bene, si ritroverà il bene sul proprio cammino. È insomma l’insegnamento di ogni religione. Le buone azioni vengono premiate, quelle cattive vengono punite.
Non solo, ma c’è anche un altro insegnamento. Yehudà si comporta in modo costruttivo, cioè si pente. Questo vuol dire che, quando viene l’oscurità nella nostra vita, non dobbiamo disperarci né maledire né odiare nessuno, tantomeno Dio, ma dobbiamo scorgervi il suo aspetto di bene. Se lo facciamo, possiamo pentirci e ritornare in amicizia con Dio e i fratelli.
Se il dolore è il Sigillo che inverte, un male in questo mondo, è in realtà un bene nel mondo occulto. Se noi comprendiamo il vero valore del dolore, ne ricaviamo un bene ancora maggiore.
Il metodo cabalistico ammette che la mente può conoscere solo quello che è pronta a conoscere. Ci sono cose che la mente razionale, che si serve del pensiero, non può capire, allora è necessaria l’intuizione. I filosofi ragionano, mentre i cabalisti hanno visioni mistiche. Essi, di conseguenza, ai fini del loro sistema tirano un velo ad un certo punto della manifestazione, non perché là non ci sia nulla, ma perché la mente, come tale, deve fermarsi là. Allorché la mente umana è stata portata al suo più alto grado di sviluppo, e la consapevolezza può staccarsi da essa e, per così dire, ergersi sulle proprie spalle, noi possiamo essere capaci di squarciare i Veli dell’Esistenza Negativa, come questi vengono chiamati, e andare oltre.
Continua Dion Fortune, l’origine delle cose è inspiegabile nei termini della nostra filosofia. Per quanto possiamo spiegare la nostra indagine indietro nelle origini del mondo della manifestazione troviamo sempre un’esistenza precedente. Soltanto quando ci accontentiamo di tirare il Velo dell’Esistenza Negativa attraverso il sentiero che conduce indietro agli inizi, possiamo ottenere uno sfondo contro il quale diviene visibile la Causa Prima. E questa Causa Prima non è un’origine senza origini, ma una Prima Apparizione del Piano di Manifestazione. Fino a questo punto, e non oltre, può andare indietro la mente; ma dobbiamo sempre ricordare che menti differenti vanno indietro a distanze differenti e che per alcuni il Velo è tirato in un posto, per altri in un altro. L’uomo ignorante non si spinge oltre il concetto di Dio come un vecchio uomo con la lunga barba che sta seduto su un trono d’oro e dà ordini per la creazione. Lo scienziato si spinge un po’ più indietro prima di essere costretto a tirare un velo chiamato etere; il filosofo andrà ancora più indietro prima di tirare un velo chiamato Assoluto; ma l’iniziato andrà più indietro di tutti perché ha appreso ad esprimere il suo pensiero in simboli, e i simboli sono per la mente ciò che gli attrezzi sono per la mano; una applicazione estesa dei suoi poteri.
Il simbolo è la forza che ci consente di andare oltre e di far passare più luce dal Velo. Per questo, per spiegare la funzione del dolore, non possiamo ricorrere a parole e concetti razionali, ma dobbiamo servirci di simboli.
Il mago bianco accetta i simboli della tradizione iniziatica, che da millenni cerca di spiegare il senso dell’esistenza. Invece il mago nero, rifiutando la tradizione, si trova impreparato di fronte al mistero della vita e, anziché accettare Dio e la Provvidenza (che tutto dirige e dà un senso anche al dolore), lo rifiuta e si allea con i suoi nemici.
Come osserva Jäger, noi uomini siamo alla ricerca di modi per esprimere la “realtà assoluta”, che sta dietro il tutto. Nel rituale onoriamo questo fondo originario come la nostra vera essenza ed entriamo in contatto con esso. Ogni rituale è il tentativo di poter esprimere ciò che infine è inesprimibile e indescrivibile. I rituali hanno un grande contenuto simbolico e possiedono la forza di custodire i tesori che esistono nel nostro interiore e che non sono ancora portati alla luce. Essi conducono verso la nostra vera essenza, dietro la maschera “persona”. Fanno vibrare delle dimensioni profonde che superano largamente la nostra ratio. Degli elementi che stanno insieme, ma che vengono da noi vissuti il più delle volte come separati, si ritrovano insieme. Nel rituale la nostra psiche e le immagini archetipiche entrano in contatto. Nelle immagini archetipiche questa realtà misteriosa diventa comprensibile in qualche modo. I rituali sono quindi dei punti di congiunzione fra la nostra comprensione e ciò che non è comprensibile, fra l’immagine della realtà e la realtà stessa. Noi dovremmo avere il coraggio di praticare dei rituali, di accettarli e di rianimarli. I rituali possiedono delle forze curative e unificanti, creano un legame fra il conscio e l’inconscio. Perciò trovano anche nella psicoterapia un loro posto sicuro. Sembra che in questo modo possiamo dall’esterno raggiungere l’interno e perciò aprirci verso la nostra vera essenza. Non sono i rituali stessi quelli che curano, ma questa forza originaria più profonda della vita che riceve nel rituale la possibilità di divenire effettiva.
Il mago nero va contro i rituali della tradizione, gli unici veramente efficaci, e li pervertisce, ponendosi in contatto con energie inferiori. Questo è un grande rischio sia per lui sia per la realtà che gli sta attorno.
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Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 59 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

