17 Gennaio 2026
Storia delle Religioni

La promessa di Dio – Marco Calzoli

I Re Magi raggiungono il Messia, Gesù Cristo, seguendo una stella. Nel racconto della creazione le stelle sono volute da Dio, mentre nel mondo pagano la formazione del mondo deriva da lotte tra gli dèi e dalla divinizzazione degli elementi del creato. Gli antichi pagani adoravano le stelle intendendole quali divinità. Invece la Bibbia le considera semplicemente creature di Dio, l’Onnipotente. La loro bellezza è un riflesso della bellezza di Dio.

Il Salmo 8 proclama lo splendore del cielo, che avvertiamo tutti noi quando puntiamo lo sguardo in alto:

 

“1 O Signore, Signore nostro,

quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!

Tu hai posto la tua maestà nei cieli.

2 Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici,

per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

3 Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai disposte,

4 che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?

Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura?

5 Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio,

e l’hai coronato di gloria e d’onore.

6 Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,

hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:

7 pecore e buoi tutti quanti

e anche le bestie selvatiche della campagna;

8 gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

tutto quel che percorre i sentieri dei mari.

9 O Signore, Signore nostro,

quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!”.

 

L’uomo è tra questi due mondi: il creato e Dio. Come le opere inanimate delle mani di Dio, l’uomo ha un corpo materiale, ma ha anche qualcosa di simile a Dio, la scintilla divina in sé, che è l’anima, così come gli angeli sono esseri spirituali.

L’uomo è quindi un Microcosmo rispetto al Macrocosmo, l’universo. Come le altre creature spirituali dell’universo, è uno spirito, ma incarnato in un corpo materiale. Nemmeno gli angeli hanno la possibilità di essere un Microcosmo, in quanto non hanno un corpo. Per questo il Salmo 8 canta che l’uomo è stato fatto poco inferiore a Dio, in ebraico ‘Elohim, termine che vuol dire anche “angeli”.

Dato che il Salmo 8 è di tradizione jahvista, alcuni interpretano ‘Elohim in conformità al secondo significato: l’uomo sarebbe stato creato poco inferiore agli angeli. Così si muovono la Septuaginta, la Vulgata, il Targum e la Peshitta. Anche la citazione di Ebrei 2, 7.

Invece l’altra resa (“lo hai fatto solo poco inferiore a Dio”), presente in Aquila, Simmaco, Teodozione, è più probabile perché, oltre al fatto che il motivo della corte angelica è assente nel testo del Salmo, paragonare l’uomo agli angeli e non a Dio sarebbe un impoverimento rispetto ai toni solenni con cui viene presentato l’uomo nel Salmo 8, e non solo (infatti secondo Genesi 1, 26 l’uomo è creato a immagine di Dio).

La grande dignità dell’uomo è espressa nel Salmo 8 da tre termini:

  • Kabod, gloria: è il vocabolo tecnico che esprime lo splendore della maestà rivelata di Dio, ora partecipata all’uomo.
  • Hadar, ornamento, splendore: un vocabolo che indica la vigorosa prestanza di un toro (Deuteronomio 33, 17), lo splendore del Carmelo (Isaia 35, 2), la magnificenza del re (Salmo 21, 6). Chi è privo di tale “splendore” non è più un uomo ma un reietto (cfr. Isaia 53, 2).
  • La corona, un simbolo regale, per cui l’uomo è il viceré del vero sovrano dell’universo, che è Dio.

 

Nella Bibbia a volte il cielo è da dove proviene la voce di Dio e dei suoi angeli (Genesi 22, 11: “Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!»”). Il cielo è il luogo dove si trova il Trono di Dio: “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi” (Isaia 66, 1). È anche la postazione del suo Tempio: “Volgi a noi lo sguardo dalla dimora della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo d’Israele e la terra che ci hai dato, come giurasti ai nostri padri, terra ove scorre il latte e il miele” (Deuteronomio 26, 15).

Leopardi guardando la estensione del cielo stellato si domandava: “A che tante facelle?”. Le stelle sono funzionali alla esaltazione della Gloria dell’Onnipotente, il quale la dona agli uomini. Salmo 19, 1: “I cieli narrano la Gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento”. E il quarto evangelista ricorda che dalla pienezza di Cristo “abbiamo ricevuto tutti noi grazia su grazia, ēmeis pantes elabomen kai charin antì charitos” (Giovanni 1, 16). Dio vuole espandere la sua Gloria a tutto il genere umano che lo sceglie. La preposizione greca antì indica i momenti della grazia che si susseguono senza interrompersi mai. Infatti, il filosofo ebraico Filone di Alessandria (De Posteritate Caini 145) scriveva che Dio in luogo di grazie precedenti ne dona sempre di nuove. Alla fine, dell’Asclepius, un importante testo ermetico, è scritto: “Soltanto con la tua grazia abbiamo ricevuto la luce della conoscenza”. La grazia di cui parla la Bibbia altro non è che l’insieme dei doni sovrabbondanti di salvezza che Dio elargisce agli uomini: pace messianica, gioia e prosperità, conoscenza di Dio, vita eterna.

“Io sono venuto perché abbiano la vita e la abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). “È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce” (Salmo 35, 10).

La Lettera agli Ebrei e quella agli Efesini interpretano il Salmo 8 in chiave cristologica: l’uomo “coronato di gloria” è il Signore Gesù Cristo nel suo splendore regale, al quale il Padre “tutto ha sottomesso e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa” (Efesini 1, 22; cfr. Ebrei 2, 5-9). La teologia vede in Cristo il nuovo Adamo, il prototipo della umanità redenta. Quello che è Cristo, sarà ogni cristiano alla fine dei tempi, il quale, alter Christus (Tertulliano), essendo figlio di Dio, ha i medesimi diritti del suo Signore.

Il libro della Sapienza (13, 3) così parla dello splendore dell’universo:

“Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. Quanto è più potente colui che li ha formati”.

 

“Autore della bellezza” è nell’originale greco kallous genesiarchēs. Il sostantivo genesiarchēs, “autore”, “generatore”, è hapax in Sapienza, mai usato dalla Septuaginta, si tratta di un conio dell’autore della Sapienza. È sconosciuto alla grecità anche perché quel primo elemento del composto (genesis) rimanda inequivocabilmente alla storia ebraica.

Anche il libro del Siracide, al capitolo 43, esalta lo splendore del cielo e del mare:

 

“1 L’alto firmamento è sua bellezza. L’aspetto del cielo ne fa vedere la gloria, 2 Il sole al suo apparire si proclama, coll’uscir fuori, meraviglioso strumento, opera dell’Altissimo. 3 Al mezzogiorno arroventa la terra: chi potrà reggere dinanzi ai suoi ardori? Come chi mantiene la fornace pei lavori a fuoco, 4 tre volte di più, il sole brucia le montagne, vibrando raggi di fuoco, e col fulgore dei suoi raggi abbacina gli occhi. 5 Grande è il Signore che l’ha fatto: al suo comando egli accelera la sua corsa. 6 E la luna, con tutte (le sue fasi) a suo tempo, indica i tempi e segna l’età. 7 Dalla luna (viene) il segno della festa, dal luminare che, arrivato alla pienezza, decresce 8 Il mese ha preso il nome da lei, che cresce mirabilmente fino ad esser piena. 9 Un esercito è nel più alto dei cieli, risplende gloriosamente nel firmamento celeste. 10 Lo splendore delle stelle è la bellezza del cielo, dalle altezze più sublimi il Signore illumina il mondo. 11 Secondo la parola del Santo stanno al posto assegnato, e non si stancano nelle loro veglie. 12 Mira l’arcobaleno e benedici chi l’ha fatto: è molto bello nel suo splendore. 13 Fa il giro del cielo col suo cerchio di gloria: lo han disteso le mani dell’Altissimo. 14 Col suo comando fa precipitar la neve, si affretta a lanciar i fulmini del suo giudizio. 15 A tal fine si aprono i ripostigli, e le nuvole volan via come uccelli. 16 Colla sua gran potenza addensa le nubi, e se ne staccano le pietre della grandine. 17 Davanti a lui tremeranno i monti, per suo volere soffierà il vento australe. 18 Il rumore del suo tuono percoterà la terra, così il turbine aquilonare e il confluir vorticoso dei venti. 19 Fa spandere la neve come uccelli che calano a riposarsi, essa discende come locusta che tutto ricopre. 20 L’occhio ne ammirerà il candore e il cuore si spaventerà per il fioccar di lei. 21 Egli spanderà come sale sulla terra la brina, la quale, ghiacciata, diventerà come punte di triboli. 22 Al soffiar del freddo vento aquilonare l’acqua si congela in cristallo, che si posa sopra ogni ammasso d’acque e si riveste di acqua come di corazza. 23 Egli divora i monti e brucia i deserti, secca ogni verdura come il fuoco. 24 Il rimedio a tutto ciò è il subito apparir d’una nuvola, e la rugiada che, venendo dal calore contrario, lo fa diminuire. 25 Ad una sua parola tace il vento, al suo pensiero si placa l’abisso, nel quale il Signore pianta le isole. 26 Quelli che corrono il mare ne raccontino i pericoli, e, sentendoli coi nostri orecchi, ne resteremo stupefatti. 27 Ivi splendide opere e meraviglie, varie specie di bestie, animali d’ogni sorta e creature mostruose. 28 Per lui è assicurato lo scopo del viaggio, alla sua parola tutto si mette in ordine. 29 Diremo molte cose e le parole ci mancheranno, ma la conclusione del discorso è: Egli è in tutto. 30 Per glorificarlo che potremo fare? Egli infatti, l’onnipotente, è superiore a tutte le sue opere. 31 Il Signore è terribile ed oltremodo grande, e la sua potenza è meravigliosa. 32 Glorificate pure il Signore quanto potete, ché Egli sarà sempre al di sopra, ed è mirabile la sua magnificenza. 33 Benedicendo il Signore, esaltatelo quanto potete, perché Egli è maggiore d’ogni lode. 34 Per esaltarlo riempitevi di forza e non vi stancate, ché non arriverete mai. 35 Chi lo potrà vedere per descriverlo? Chi lo potrà lodare com’è ab eterno? 36 Molte (sue opere) nascoste son maggiori di queste: abbiamo visto ben poco delle sue opere. 37 Ma tutto ha fatto il Signore, ed Egli dà la sapienza a chi vive piamente”.

 

Le stelle sono anche il simbolo del popolo di Abramo. Genesi 15, 5:

 

“Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»”.

 

Dio disse ad Abramo di uscire fuori dalla sua terra e dal suo egoismo e di intraprendere un cammino nuovo. Abramo si fidò di Dio e cominciò la storia della salvezza. Abramo e sua moglie erano sterili, ma Abramo si fidò della promessa di Dio e da questo atto di fiducia scaturì la salvezza per il mondo intero. Dio è il Signore di tutta la storia e ci guida a orizzonti inattesi.

Nell’ebraismo si celebra la festa detta Channukkà per ricordare un miracolo relativo alla Menorah. La Menorah è una lampada ad olio a sette bracci che nell’antichità veniva accesa all’interno del Tempio di Gerusalemme attraverso la combustione di olio consacrato, che simboleggia i sette giorni della creazione (sabato al centro) e i 7 pianeti. Il progetto originale, la forma, le misure, i materiali e le altre specifiche tecniche si trovano per la prima volta nella Torah, nel libro dell’Esodo, in corrispondenza delle regole inerenti al tabernacolo: le stesse regole adottate poi per il Santuario di Gerusalemme. Ebbene, la festa menzionata ricorda il miracolo della durata dell’olio della Menorah dopo la riconquista del Tempio di Gerusalemme e la riconsacrazione dell’altare nel Tempio di Gerusalemme avvenute nel 164 a.C., nelle prime fasi della rivolta dei Maccabei contro l’Impero seleucide.

La luce di Dio mai si spegne ed è significativo che i Re Magi giungono al Messia mediante una stella. Quella stella è la luce di Dio che accompagna la nascita di Cristo, vero Dio e vero Uomo.

Dio scrive dritto anche sulle nostre righe storte. Noi tutti siamo stoppini dalla fiamma smorta (Isaia 42, 3), ma è Dio che è la luce, che agisce per mano dei suoi servitori. Dio accende i suoi discepoli con la forza del suo Spirito. Abramo era un fallito, senza una speranza per il futuro, ma Dio lo pone al centro di una storia meravigliosa, quella dell’incontro definitivo tra Dio e la povera umanità, bisognosa di aiuto.

Il candelabro di Chanukkah (quello odierno) è chiamato in ebraico Chanukkiah. Ha nove luci, otto delle quali rappresentano gli otto giorni in cui la Menorah nel tempio rimase accesa, nonostante avesse solo olio sufficiente per un giorno (secondo la tradizione) e una candela extra, chiamata shamash, che viene usata per accendere le altre. Anche se la maggior parte degli ebrei americani la chiama Menorah, non è una replica della Menorah antica del tabernacolo. Tuttavia, era chiaramente destinata a rappresentare la Menorah del Tempio nella tradizione religiosa ebraica, poiché commemora il miracolo della Menorah a sette bracci durante la riconsacrazione del Tempio.

In ebraico la parola shamash significa “servo”, e ha la stessa radice semitica di “sole”. I servi di Dio non compiono le opere prodigiose a nome proprio ma in quanto illuminati da Dio. Abramo era un povero disgraziato, diremmo oggi, senza una discendenza, Giacobbe era un fallito, il profeta Geremia era un ragazzo e per di più fragile, e così via. Ma i servi di Dio possono compiere la loro opera perché illuminati dalla luce divina, sono il riflesso di Dio Onnipotente.

La promessa fatta da Dio ad Abramo e reiterata durante la storia della salvezza è quella di essere salvati. Ma non da creature che non possono fare opere grandi, bensì salvati da Dio l’Onnipotente, il Creatore di tutto. È questa la grande dignità dell’uomo!

“Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?” (Salmo 26, 1). “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmo 118, 105). “Io sono la Luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8,12).

Con il battesimo diventiamo figli di Dio e coeredi del Regno. Per questo Papa Francesco vuole che ricordiamo la data del nostro battesimo. Papa Francesco diceva: “Il Battesimo permette a Cristo di vivere in noi e a noi di vivere uniti a Lui, per collaborare nella Chiesa, ciascuno secondo la propria condizione, alla trasformazione del mondo. Ricevuto una sola volta, il lavacro battesimale illumina tutta la nostra vita, guidando i nostri passi fino alla Gerusalemme del Cielo” (Udienza Generale, Piazza San Pietro, Mercoledì, 11 aprile 2018).

Anticamente i simboli principali del battesimo erano due: la veste candida (nuova vita) e la candela (luce della fede che si trasmette all’iniziato ai misteri cristiani).

La vita cristiana è un percorso, che deve essere accompagnato dall’opera luminosa di Dio, perché, come scriveva Tertulliano, “cristiani non si nasce, ma si diventa”.

Non si diventa cristiani per aderire a una filosofia bensì per il dono gratuito della fede, che solo Dio può dare, ma Egli si serve della chiesa, dove i cristiani sono delle piccole luci nelle mani del Sole Onnipotente. La fede va conquistata e annaffiata ogni giorno.

La vita cristiana inizia con il battesimo. Il battesimo cancella le colpe con le quali nasciamo e ci introduce nella chiesa. Il battesimo è una sorta di grande rimozione della influenza demoniaca sulla nostra vita, opera come un esorcismo. Gesù iniziò la sua vita pubblica vincendo il demonio, come racconta Matteo, al capitolo 4:

 

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. 2 E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. 3 Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto:

 

Non di solo pane vivrà l’uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

5 Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio 6 e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:

Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,

ed essi ti sorreggeranno con le loro mani,

perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».

7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:

Non tentare il Signore Dio tuo».

 

8 Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: 9 «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». 10 Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto:

 

Adora il Signore Dio tuo

e a lui solo rendi culto».

11 Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano”.

 

Il battesimo ci strappa dalle mani del Nemico, che non vinciamo noi, ma è stato già vinto da Cristo. Il battezzato partecipa della redenzione di Cristo. Il battesimo ci dona la grazia santificante, che però possiamo perdere se dopo di esso commettiamo peccati mortali, allora la confessione ripristina in noi la grazia santificante.

Uno degli effetti della grazia santificante è quello di farci capire il senso profondo della Rivelazione cristiana. Nel racconto della Trasfigurazione, Cristo cambia d’aspetto di fronte a tre apostoli e mostra la propria natura divina, che è Luce, e alla fine Dio Padre esclama dal cielo:

 

“Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Matteo 17, 5).

 

La fede, donataci con il battesimo, richiede la permanenza o il restauro della grazia santificante, altrimenti le verità di fede sembrano parole vuote, senza senso. È lo Spirito che agisce nel battezzato in stato di grazia di Dio che permette di continuare a perseverare nella vita cristiana udendo la voce del Buon Pastore.

La vita cristiana ha tre leggi. La prima è la “lex credendi”, che si basa sul Credo, che preghiamo ogni domenica a Messa. La seconda è la “lex orandi”, che si basa sulla preghiera del Padre nostro, consegnatoci da Cristo stesso. La terza è la “lex vivendi”, che si basa sulle Beatitudini.

La fiaccola della fede rimane accesa se stiamo in grazia di Dio, preghiamo, non siamo attaccati con il cuore ai beni terreni e compiamo opere di misericordia corporale e spirituale verso il prossimo. Tito 2, 11-13: “È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo”.

La chiesa pone come condizione quella di partecipare alla Messa domenicale. Questo precetto è così importante perché nella Eucaristia vi è la presenza vera, reale e sostanziale del corpo e del sangue di Cristo. Per questo la Eucaristia è la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana.

Nel capitolo 22 di Matteo, leggiamo che un re volle fare una grande festa di nozze del figlio suo ma gli invitati non vennero accampando scuse, allora disse ai propri servitori di chiamare gli ammalati e i poveri che stavano in mezzo alla strada: “Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono”, che nell’originale greco vi è il verbo sunēgagon, “raccolsero”. Da esso deriva la parola sinagoga. Gli studiosi richiamano l’attenzione che ai tempi di Cristo ancora non vi era una precisa delimitazione e strutturazione della chiesa: quindi Cristo parlava in termini di sinagoga, ma voleva intendere la chiesa primitiva.

Questo vuol dire che la chiesa è formata da bisognosi, da malati che hanno bisogno del Medico celeste. Ma anche che Cristo vuole che i malati vadano a farsi guarire nella chiesa, nella assemblea liturgica, cioè alla Santa Messa. È nella Messa che trova efficacia la promessa di Dio!

Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù vuole sfamare una folla numerosa, ma c’erano solo pochi pani e pochi pesci messi a disposizione da un giovincello. Allora Cristo spezza i pochi pani e li dà ai discepoli perché essi (e non Lui) li distribuiscano alla folla, che miracolosamente mangia a sazietà e ne avanza anche, perché quel poco cibo viene moltiplicato da Dio. Questa parabola vuole dire che è Dio a compiere il miracolo, ma vuole la nostra piccola disponibilità, i pochi pani e i pochi pesci, che poi Lui moltiplicherà. La promessa di Dio si compie nella chiesa formata da uomini deboli e peccatori, ma che donano il loro tempo perché questi compia il miracolo della salvezza.

Cristo ha scelto la sua chiesa come intermediaria tra Dio e il popolo fedele. Cristo stesso vuole che gli uomini aiutino gli altri uomini lungo il cammino verso la patria celeste, assistiti dallo Spirito Santo. Sant’Agostino diceva:

 

“Ardi d’amore tu, così sarai in grado di attirare un altro allo stesso amore, in modo che egli veda ciò che tu vedi, ami ciò che tu ami, possegga ciò che tu possiedi” (Sermone 357, 3).

 

Qualcosa del genere avviene anche nell’ebraismo. La Torah è il matrimonio (ketubah) tra Dio e il popolo ebraico, il dono più grande. Quindi, come dicono spesso i rabbini del passato, dopo che Dio ha dato agli uomini la Torah, questi non devono cercare più segni da Dio, sono gli uomini che devono applicare e interpretare la legge di Dio entro le esigenze della comunità.

La Messa rinnova in modo non cruento il sacrificio di Cristo compiuto in modo cruento duemila anni fa sulla croce. Egli, Agnello senza macchia, morì come un peccatore per ottenere il perdono dei peccati degli uomini al Trono di Dio Padre. La Messa è il grande atto di amore di Dio nei confronti dell’umanità.

Sant’Antonio da Padova, uno dei santi più amati a livello mondiale, scriveva:

 

“Considera che la misericordia del Signore compie tre azioni: purifica l’anima dai vizi, l’arricchisce di copiosi carismi, la ricolma delle delizie dei celesti gaudi. La prima azione riempie il cuore con il dolore della contrizione, la seconda lo intenerisce di amore, la terza lo inonda di rugiada celeste con la speranza dei beni celesti” (Sermone per la Domenica XXII dopo Pentecoste, 8).

La seconda preghiera più importante è il Rosario alla Beata Vergine Maria. Maria Santissima in persona fece 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che morì nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:

 

  • “Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
  • Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
  • Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
  • Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
  • Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
  • Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
  • I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
  • Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
  • Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
  • I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
  • Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
  • Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
  • Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
  • Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
  • La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione”.

 

La promessa di Dio è la vittoria sul peccato e quindi sulla morte, conseguenza del primo. Dio ha vinto la morte e ha inaugurato la vita eterna in Paradiso mediante la Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Da allora qualunque battezzato che muore in grazia di Dio in realtà non muore ma si risveglia in Paradiso con l’anima e attende la fine del mondo per risorgere alla Gloria anche con il corpo. Sino alla fine del mondo sono solo due le persone che sono risorte: Gesù Cristo e Maria, la sua Madre Verginale. Cristo e Maria sono vivi oggi e sempre in anima e corpo.

Come Enoch e Elia sono stati portati in cielo (Genesi 5, 24; 2Re 2, 11), così i cristiani sanno che questi profeti dell’Antico Testamento sono la speranza e la anticipazione del destino dei redenti da Cristo:

 

“Perciò in questa tenda gemiamo, desiderando intensamente di essere rivestiti della nostra abitazione celeste” (2Corinzi 5, 2). “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Filippesi 3, 20).

 

E è verità di fede che chi muore martire raggiunge sicuramente il Paradiso. Per questo nella chiesa primitiva i battezzati cercavano volontariamente il martirio, tanto che si dovette proibire di esporsi volontariamente a tale rischio per ottenere la salvezza certa.

Anche se oggi la maggior parte dei cristiani non ricerca la prova del sangue, attualmente la chiesa è perseguitata più di ieri. Vengono uccisi più cristiani oggi che nei primi tempi del cristianesimo.

Oltre al “martirio rosso”, esiste anche il “martirio bianco”, cioè le varie discriminazioni che si subiscono in nome di Cristo, senza raggiungere la profusione del sangue, e quest’ultimo anche in Europa. Si parla di 380 milioni nel mondo di cristiani perseguitati e discriminati.

Tuttora ci sono battezzati che chiedono a Cristo la grazia di essere “anime vittima”, cioè di soffrire in riparazione alle offese a Dio e per il perdono dei peccatori. Ad esempio, la Arciconfraternita della Guardia d’Onore al S. Cuore di Gesù fu ispirata da Dio alla Beata Maria Bernaud del S. Cuore e cominciò ad esser praticata nel Monastero della Visitazione in Bourg (Francia) il 13 marzo 1863, terzo venerdì di Quaresima, estendendosi poi nel mondo. Il fine è quello di  consolare il S. Cuore di Gesù trafitto un dì sulla Croce, oggi dalla dimenticanza e dall’ingratitudine degli uomini, rendendogli un culto di Gloria, di Amore e di Riparazione perpetuo di ora in ora dalle Guardie d’Onore di tutto il mondo. La stessa fondatrice venne uccisa dentro il suo monastero attinta da un colpo di pistola alla gola.

Perché tutto questo? Il battezzato scopre che Dio vale più della vita e della felicità terrena. Senza di Lui, nulla ha senso. Il teologo Guardini così scriveva:

 

“L’elemento religioso si trova, di fronte alla vita, in una posizione tutta particolare. Se lo consideriamo con più attenzione vedremo che esso stesso è vita; non è, in fondo, che la pienezza della vita teocentricamente intesa”.

Più volte nella Bibbia si dice che Dio ha scelto il popolo di Israele non perché è il migliore. Era una popolazione nomade nel deserto, ridotta in servitù dagli egiziani e vessata dai popoli antichi. Dio ha scelto Israele in conformità a queste parole di San Paolo (1Corinzi 1):

“26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. 30 Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31 perché, come sta scritto:

Chi si vanta si vanti nel Signore”.

 

Per questo in ogni Messa si legge la Parola di Dio: non dobbiamo mai dimenticare che Dio ha scelto Israele per la sua debolezza e ha esteso anche a non israeliti la salvezza, culminata nella morte in croce e risurrezione di Cristo, perché siamo tutti malati bisognosi del medico. Non dobbiamo mai dimenticare questo altrimenti corriamo il rischio di considerare un diritto ciò che è semplicemente una grazia immeritata (la fede e la promessa della salvezza), a cui tuttavia dobbiamo corrispondere meritandola con le buone opere.

Prima della venuta di Cristo e del suo sacrificio per il perdono dei peccati, gli uomini stavano sotto il giogo del diavolo. Nei primi secoli la chiesa si affermò sui ruderi dell’Impero Romano in quanto i sacerdoti compivano molti esorcismi, liberando i pagani dal gioco dei diavoli.

La sapienza pagana sembra avere un suo fascino, ma ha lo scopo ultimo di legare l’anima al male. Essa è come le Sirene, che incantano i marinai con lo scopo di rovinarli. Il termine deriva dal greco seirà, “fune”, oppure dal semitico sir, “canto”. Esse illudono promettendo di rivelare la verità tutta intera (Odissea 12, 186 ss).

L’uomo anela alla verità. La prima asserzione della Metafisica di Aristotele è: “Gli uomini per natura desiderano sapere”. I Veda affermano che l’uomo ha un debito nei confronti della verità e l’unico a pagarlo è il sapiente. Pertanto, per i Veda la vita è un itinerario alla ricerca della verità su sé stessi, sul mondo e sugli dèi.

Ma la rivelazione definitiva sull’uomo e su Dio è stata quella proclamata da Cristo e dalla sua chiesa. Anche in ciò Dio mantiene la promessa ancestrale per i suoi seguaci. San Paolo diceva (1Corinzi 2):

 

“6 Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9 Sta scritto infatti:

Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,

né mai entrarono in cuore di uomo,

queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.

10 Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”.

 

In quasi tutte le religioni le divinità esprimono delle promesse ai loro seguaci, che questi devono meritare mediante l’osservanza di riti religiosi. Il rito per eccellenza è il sacrificio, che consiste nella immolazione di offerte a un dio.

Nel Ṛg-Veda (I.164.35), il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, è scritto in sanscrito vedico:

 

iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||

 

“L’altare è l’ultimo limite della terra;

questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;

Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;

la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.

 

Sempre nel Ṛg-Veda (I.23.11) è osservato che, quando gli dèi accettano i sacrifici, il grido dei Marut si alza. Il termine sanscrito marut vuol dire propriamente “vento” e i Marut sono considerati le divinità della tempesta e dell’atmosfera. Quindi il poeta vedico vuole dire che, quando un’offerta sacrificale è gradita a un dio, il cielo stesso esulta facendo sentire la sua voce. Il sanscrito tanyatur vuol dire propriamente “tuono”.

 

jayatām iva tanyatur marutām eti dhṛṣṇuyā |

yac chubhaṃ yāthanā naraḥ ||

 

“Ogni volta che, o capi divini (degli uomini), accettate un’offerta propizia, allora il grido dei Marut si diffonde con esultanza, come (quello) dei conquistatori”.

Il genitivo plurale jayatām presenta la radice associata all’idea della vittoria. Il poeta vedico vuole sottintendere che gli dèi sono vittoriosi e offrono il loro conseguente beneficio alla comunità che offre il sacrificio, in quanto è stato sacrificato per loro.

Il composto yacchubhaṃ è formato dal pronome yak + śubha, “offerta propizia”, ed è propriamente una perifrasi indicante la prestigiosa marcia degli Antichi Dei riccamente adornati, ma deriva dal linguaggio umano. La “bellezza” (senso proprio del sanscrito śubha) pertiene anch’essa al linguaggio umano, che viene applicato poi alle divinità. Pertanto, abbiamo a che fare con un divino molto umano, che “ha bisogno” di una offerta “bella”. Anche nel sacrificio greco la vittima è detta kalà, “bella”.

In X.121 ci si chiede se, oltre alla folla di divinità simili alle creature, non vi sia anche un principio meno umano, più trascendente. Leggiamo in X.121.1:

 

hiraṇyagarbhaḥ sam avartatāgre bhūtasya jātaḥ patir eka āsīt |

sa dādhāra pṛthivīṃ dyām utemāṃ kasmai devāya haviṣā vidhema ||

 

“” (Qual) germe d’oro (hiraṇyagarbhaḥ) sorse nel principio; appena nato, fu l’unico signore di ciò che esiste. Egli sostenne la terra e il cielo: a qual dio dobbiamo fare omaggio con il sacrificio?”.

 

Questo principio impersonale venne chiamato Brahman. Il Brahman esiste eterno; sottratto al fluire delle cose, lo condiziona; è alla base di tutto.

Il termine sanscrito Brahman è di genere neutro. In sanscrito il genere grammaticale non è sempre indicativo del sesso fisico. Il genere suggerisce la funzione, il sesso la forma. Così un individuo può essere maschile da un punto di vista e femminile da un altro. Per esempio, Prajapati (il Progenitore, maschile) può essere detto “incinto”. Il Brahman (neutro) può essere considerato una sorta di “utero” della vita, come nella Genesi: l’uomo e la donna sono creati a immagine del Dio unico ma secondo polarità maschio/femmina. Vale a dire che la “immagine di Dio” si riflette su una creazione che è maschile e femminile. In linea di massima, in sanscrito il genere maschile implica attività e processione, il genere femminile passività e recessione, il genere neutro una condizione statica o assoluta. Essenza e natura sono rispettivamente maschile e femminile, logicamente distinte, ma una cosa sola in Dio, che non è né l’una né l’altra cosa, e dunque neutro, piuttosto che specificatamente maschile o femminile. Allora il Brahman è l’Assoluto al di là delle qualificazioni e delle polarità, al di là di ogni caratterizzazione limitativa, individualizzatrice. È la fonte onnicomprensiva e trascendente di ogni possibile virtù e forma.

Renou (1978) osservava che anche nei passaggi più banali del Ṛg-Veda dove compare il sostantivo neutro Brahman si ha a che fare con qualcosa di cui si “parla” o che si “canta” (i verbi adoperati sono gli stessi che indicano il parlare: arc-, ga-, vac-, stu-) ma c’è anche un qualcosa che si “fa” (ḳr). Senza dubbio il verbo ḳr- in sé si presta a indicare la “fabbricazione” del poema o del verso.  Ma assieme al termine Brahman in verbo in questione ha un significato tipico, come lascia intendere VIII.32.17: panya id upa gayata panya ukthani camsata/brahma krnota panya it, “cantate per (Indra) l’ammirabile, pronunciate la recitazione per (Indra) l’ammirabile, fate il Brahman per (Indra) l’ammirabile”. Quindi il Brahman è innanzitutto qualche cosa che si situa entro la sfera del dire e che deve essere tributato agli dèi.

Quando Agni viene chiamato prathamaya brahmana, “il primogenito del Brahman”, abbiamo a che fare con la “parola”? In altri passaggi abbiamo l’accostamento prathamaya ṛtasya, “primogenito del ṛta”, cioè primogenito dell’ordine cosmico (ṛta). Sembra quindi che il Brahman sia la forza che permette la “realizzazione” di ṛta. Il termine Brahman deriverebbe, per Gonda e la cultura indiana, dalla radice bṛh, “forza”.

Ma ci sono altri passaggi nei quali si chiarisce meglio il senso di Brahman. In I.152.5 si parla di acittam Brahma, “la formulazione inaccessibile all’intelletto (comune)”. Quindi il Brahman indica il mistero stesso del cosmo e del suo ordine, che gli uomini comuni non possono conoscere, ma che viene rivelato al Rishi, cioè al poeta vedico. È questo mistero, inaccessibile all’uomo comune, che viene “formulato” e che permette anche la realizzazione dell’ordine cosmico.

Nella riflessione vedica più tardiva il Brahman acquisirà il senso consueto di Assoluto, Entità impersonale che condiziona tutte le cose senza esserne condizionato, cioè Brahman nirguna, “senza attributi”. Ma già nel Ṛg-Veda, stando alla analisi di Renou, abbiamo un concetto altissimo in relazione al Brahman.

Quando leggiamo i Veda, dobbiamo ricordare che essi non sono un’opera occidentale. I Veda non sono testi né filosofici né mitologici, bensì simbolici. Le parole non esprimono concetti né immagini bensì attributi mediante i quali si delinea una realtà. Quando il poeta vedico parla di “sacrificio” (yajña) non sta intendendo un concetto logico né una azione materiale veicolata dalla parola.

Cosa è allora il “sacrificio” per i Veda? È il principio di tutto. La concezione ebraico-cristiana vede in Dio il creatore di tutto nel senso che egli fa promanare le cose dal non essere: Dio è la causa della creazione. Ma nei Veda abbiamo una concezione alquanto diversa: le cose non vengono dall’essere, da Dio bensì vengono all’essere. Non c’è una causa prima, un Dio, che le sostanzia, che le crea. Esse all’inizio non ci sono, ma poi vengono all’essere, sono create. Questa “cosa” che le porta all’essere è il sacrificio. Si tratta di un procedere ideale dei Veda non razionale-occidentale, bensì intuitivo. Il sacrifico è il centro del mondo in quanto porta all’essere la creazione.

In questo senso l’azione del sacrificio, l’attore che innesca il sacrificio, il dio a cui il sacrifico è rivolto e la offerta del sacrifico, pur essendo diversificati, sono nello stesso continuum. Il sacrificio vedico è detto anche karman, che vuol dire “azione”. Si tratta di una azione assoluta che non prevede un prima, un durante e un dono: è una azione collegata strettamente con l’effetto di creare il mondo attraverso l’opera degli dèi: di più, l’intero universo. La mente occidentale non può ragionare senza prima, durante e dopo, non così il poeta vedico.

Per la concezione vedica, l’universo (che contiene i mondi) non ammette qualcosa di estraneo a sé stesso: anche gli dèi fanno parte dell’universo. Esso è una realtà autosufficiente. L’ordine interno dell’universo si chiama ṛta ed è ciò che permette al sacrificio di ottenere i suoi effetti benefici sulla comunità rituale.

Questa concezione vedica non logico-razionale si vede in X. 130.3:

 

kāsīt pramā pratimā kiṃ nidānam ājyaṃ kim āsīt paridhiḥ ka āsīt | chandaḥ kim āsīt praügaṃ kim ukthaṃ yad devā devam ayajanta viśve ||

 

“Quale fu il modello, lo schema, quale la connessione? Che cosa fu il burro rituale e la linea di demarcazione? Quale fu il metro, l’inno, il canto preliminare, quando tutte le divinità sacrificarono Dio in oblazione?”.

 

La base (schema) del sacrificio è la parola stessa (metro). Il sacrificio indicato dai Veda non è un atto bensì la realtà stessa che permette la creazione della realtà.

Inoltre, abbiamo questa frase ambigua: yad devā devam ayajanta viśve, in cui le divinità allo stesso tempo offrono all’unico Dio e anche offrono Dio. Il sacrificio non è un concetto ma il nesso in cui tutto si tiene, senza una causa e senza una sequenza temporale di tipo logico-razionale.

Il sacrificio è caratterizzato da una qualità detta apūrva. Il sacrificio genera nell’officiante una potenza suscettibile di generare il frutto (la trasformazione in divinità) detta apūrva, “ciò che non c’era prima” (più estesamente “non accessibile prima da parte di altri mezzi di conoscenza”, mānāntarāpūrva). Questo vuol dire che tra l’atto sacrificale e il suo effetto vi è un intermedio “non visibile” (adṛṣṭa), ma certo. L’atto rituale ha termine non appena viene compiuto, ma dal momento che è indicato nei Veda con il suffisso dell’ottativo (lin, soprattutto il cosiddetto ottativo epesegetico ossia normativo, come nella prescrizione svargakāmo yajeta, “chi desidera il cielo sacrifichi”), il suo risultato perdurerà fino a quando sarà destinato a fruttificare.

Ma il senso squisitamente vedico del sacrificio quale apūrva viene inteso dalla mentalità primitiva come un tutto unico tra azione e risultato, al di là di categorie spaziali e temporali (simultaneo, senza prima, durante e dopo). Per questo Guénon scriveva:

 

 

“L’azione (rituale) non porta in sé le proprie conseguenze; l’opposizione è qui, in fondo, quella tra successione e simultaneità, e sono le condizioni stesse di ogni azione a far sì che essa possa produrre i suoi effetti solo in modo successivo. Tuttavia, perché una cosa possa essere causa, occorre che esista attualmente, e quindi il vero rapporto causale non può essere concepito se non come un rapporto di simultaneità; se lo si concepisse come un rapporto di successione, ci sarebbe un istante in cui qualcosa che non esiste più produce qualcosa che non esiste ancora, supposizione che è manifestamente assurda”.

 

Per questo in X. 90. 16 è scritto:

 

yajñena yajñam ayajanta devās tāni dharmāṇi prathamāny āsan |

te ha nākam mahimānaḥ sacanta yatra pūrve sādhyāḥ santi devāḥ ||

 

“Gli dèi sacrificarono il sacrificio attraverso il sacrificio; quelli erano i primi doveri. Quei grandi divennero partecipi del cielo dove dimorano le antiche divinità, i Sādhya”.

 

Ci interessa la frase: yajñena yajñam ayajanta devās, “gli dèi sacrificarono il sacrifico attraverso il sacrificio”. Si tratta della traduzione di Renou (1956).

Invece Geldner traduceva: “Con il sacrificio gli dèi sacrificarono al sacrificio”. E le cose cambiano. Ma yajñam è un accusativo, e non un dativo; tuttavia, la forma mediale del verbo yaj- permette anche questa lettura.

Stando alla resa di Renou, la vittima sacrificale è al tempo stesso l’oggetto offerto e la divinità alla quale si offre. Sacrificio come un tutto unico!

Leggiamo in V.1.3 che al dio Agni viene offerto un sacrificio, e questo sacrificio gli permette di afferrare e strappare la cintura del mondo, cioè ciò che lo limita, ne impedisce la manifestazione, quindi il dio, tolto il velo, concede la conoscenza sul mondo così rivelato:

 

yad īṃ gaṇasya raśanām ajīgaḥ śucir aṅkte śucibhir gobhir agniḥ | ād dakṣiṇā yujyate vājayanty uttānām ūrdhvo adhayaj juhūbhiḥ ||

 

“Quando Agni ha afferrato la cintura (limitante) del mondo aggregato, allora, splendente, rende tutto manifesto con raggi brillanti; quindi, le preziose (oblazioni) desideranti del cibo vengono aggiunte (alla fiamma), e Agni, librandosi in alto, lo beve così com’è (sparso) disteso dai mestoli”.

 

Quella che abbiamo riportato è la resa di Wilson, il quale traduce l’accusativo raśanām con “cintura” (gaṇasya raśanām, “del mondo cintura”).

Invece Geldner traduce la prima parte così:

 

“Quando ha risvegliato la corda della banda musicale, il puro Agni viene unto con la vacca pura (lardo) …”.

 

Questa seconda resa intende il genitivo gaṇasya non “del mondo” bensì “della banda musicale”. Lo studioso nel suo monumentale commento al Ṛg-Veda ipotizzava che il passo potrebbe significare il rintocco con cui viene controllata la banda musicale dei sacerdoti, oppure il rintocco della banda stessa dei sacerdoti. Si potrebbe altresì pensare alla corda con cui si muove il bastoncino di attrito e alle punte delle dita. Ma ammetteva che il brano non è chiaro, altri studiosi correggono il testo.

Stando alla interpretazione di Wilson, sul mondo vi è una nube oscura, il velo di Maya, che solo il sacrificio permette di togliere. Perché? Perché nel sacrificio la divinità adempie la promessa di salvezza nei confronti del mondo. Innanzitutto, donando la Verità (ṛta), così da far risplendere l’armonia dell’Ordine Cosmico (ṛta), nel Microcosmo, cioè nell’uomo.

È quanto, seconda altre vie, arriva a rileva Aurobindo. Leggiamo innanzitutto il testo vedico:

 

ghṛtapṛṣṭhā manoyujo ye tvā vahanti vahnayaḥ | ā devān somapītaye || (I.14.6)

 

“Lasciate che i corsieri che vi trasportano, dal dorso lucido e imbrigliati a volontà, portino gli dèi a bere il succo di Soma”

tān yajatrām̐ ṛtāvṛdho ‘gne patnīvatas kṛdhi | madhvaḥ sujihva pāyaya || (I.14.7)

 

“Agni, rendi quegli oggetti di venerazione accrescitori di atti pii (partecipanti all’offerta), insieme alle loro mogli; dai loro, dalla lingua brillante, da bere il succo di Soma”.

 

La libagione più importante nel mondo vedico è la offerta del succo vegetale detto Soma al fuoco (Agni). L’eccellente dono sacrificale del culto vedico è il Soma. Come scriveva Oldenberg, l’uomo placa nel sacrificio non solo la fame e la sete del dio, ma lo aiuta anche a un’ebbrezza a cui lui stesso prende parte in seguito! L’idea della bevanda inebriante degli dèi, in particolare del dio della Tempesta, e in particolare in relazione ad essa – come si può certamente concludere – l’uso di tale bevanda nel culto, può essere datata con ogni probabilità al periodo indoeuropeo e riferita all’idromele, una bevanda inebriante di quel periodo. L’estratto di succo della pianta Soma prese il posto della bevanda al miele nel periodo indoeuropeo; era mescolato con acqua e latte. La bevanda Soma è chiamata madhu (miele) in vari modi nei Veda; è stata fatta l’ovvia speculazione che qui il nome indoeuropeo di idromele (madhu) sia stato trasmesso alla bevanda modificata, proprio come con i greci, che passarono dall’idromele al vino, ma mantennero il vecchio nome per quest’ultimo.

Come notava Renou (1957), il fuoco funge da intermediario tra il sacrificante e il dio e gli porta l’offerta, ma in origine era principalmente un agente magico di purificazione che allontanava gli spiriti maligni, come dimostrano ancora molti dettagli, soprattutto nel culto domestico. In origine l’offerta non veniva posta nel fuoco ma sul terreno, sull’erba sparsa (in seguito anche nell’acqua, nell’aria, sulla terra. Ma alla fine la funzione predominante divenne quella del fuoco sacrificale, e tutto il rituale vedico si basa sull’istituzione del fuoco.

Sempre secondo quanto ricorda Renou, un’importante distinzione fu stabilita tra il sacrificio a un singolo fuoco, forse la forma più antica, e adatta specialmente alle cerimonie domestiche eseguite dal padrone di casa, e il sacrificio a tre fuochi, proprio del culto pubblico e specialmente dei sacrifici del Soma, dove senza dubbio ebbe origine. Il primo, l’unico nominato nel Rigveda, il fuoco “del padrone di casa”, garhapatya, derivato dall’antico focolare domestico, l’unico che è tenuto acceso perpetuamente, dal quale il fuoco viene preso per accendere gli altri due, è di forma rotonda, e viene usato principalmente per cucinare le offerte. A est di questo si trova il fuoco “oblatorio”, ahavaniya, di forma quadrata, in cui viene versata l’oblazione cotta. A sud c’è il fuoco “del piatto da portare alla fine (della cerimonia per la dakshina)”, anvaharyapachana, o fuoco “del sud”, dakshinagni, che ha la forma di una mezzaluna.

Nei Brahmaṇa compare l’idea che il Soma sia associato alla luna, mentre una tale concezione è solo ipotizzata per quanto riguarda il Ṛg-Veda. Come osservava Hillebrandt, il concetto di un nettare che scorre nella luna per gli dèi è rappresentato nel luogo sacrificale dai germogli rossastri, o giallo brillante, di una pianta lattiginosa il cui succo inebriante viene estratto con procedimenti vari e miscelato a latte e acqua. Leggiamo infatti in vari pasi del Ṛg-Veda:

 

ṛjīpī śyeno dadamāno aṃśum parāvataḥ śakuno mandram madam | somam bharad dādṛhāṇo devāvān divo amuṣmād uttarād ādāya || (IV.26.6)

 

“Il falco che vola dritto, trasportando il Soma da lontano; l’uccello, assistito dagli dèi, portò, risoluto nel proposito, l’adorabile ed esaltante Soma, dopo averlo preso da quel cielo elevato”.

 

manojavā ayamāna āyasīm atarat puram |

divaṃ suparṇo gatvāya somaṃ vajriṇa ābharat || (VIII.100.8)

 

“Suparṇa, correndo veloce come il pensiero, attraversò la città di metallo; poi, essendo andato in cielo, portò il Soma al tuonante”.

 

mamattu tvā divyaḥ soma indra mamattu yaḥ sūyate pārthiveṣu | mamattu yena varivaś cakartha mamattu yena niriṇāsi śatrūn || (X.116.3)

 

“Possa il Soma CELESTE eccitarti, Indra; possa ciò che viene effuso nei riti terrestri eccitarti; possa ciò eccitarti attraverso l’influenza del quale hai conferito ricchezza; possa eccitarti ciò con cui disperdi i nemici”.

 

Ma torniamo ai passi di I.14. Aurobindo si concentra sulla interpretazione di ṛtāvṛdho, letteralmente “accrescitori di Verità”, “accrescitori dell’Ordine Cosmico”. Infatti, ṛta significa sia “verità” sia “ordine cosmico”.

Il dio del sacrificio Agni deve dare a coloro che sono oggetto di venerazione un qualche cosa, il succo sacrificale (Soma). Questi esseri venerabili sono altre divinità, le quali sono dette “accrescitori di verità”. Sono descritti come ghṛtapṛṣṭhā manoyujo, letteralmente “riccamente luminosi e aggiogati nella mente”. Quindi siffatta caratteristica della mente luminosa e aggiogata, cioè, perfezionata, adatta a uno scopo (il sacrificio vedico), appare essere l’elemento essenziale affinché queste divinità accrescano la Verità. La pienezza della mente chiarita e purificata, continuamente luminosa e giusta nella sua attività, senza difetti o fessure, riccamente luminosa in superficie e quindi ricevente senza distorsioni i messaggi della facoltà ideale: è in questo stato chiaro, puro e correttamente ordinato della sua mente pensante ed emotiva, che l’uomo ottiene il primo assaggio della vita immortale a cui aspira, attraverso la gioia dell’attività autorealizzantesi della Verità di Dio in lui. Verità e purezza la via, beatitudine divina la porta, la natura immortale la sede e il regno, questa è la formula dell’aspirazione vedica, mediante l’atto sacrificale.

La promessa divina è la salvezza dell’uomo. Salvezza come unione inscindibile di Macrocosmo (universo) e Microcosmo (uomo).

Da quando nasce nel suo corpo materiale l’essere umano inizia ad avere parzialmente l’universo in sé: egli si nutre di latte, respira aria, si divincola nello spazio appresso. Da quel momento inizia un percorso via via crescente di compenetrazione tra lui medesimo e il mondo circostante.

Alla fine, la salvezza sarà tale che l’uomo diventerà parte costitutiva dell’universo. Uomo e universo saranno una cosa sola.

La mitologia egiziana vedeva la sorte finale del faraone nel catasterismo, cioè nella trasformazione in stella, diventando in questa maniera una divinità. Secondo la filosofia neopitagorica i defunti si trasformano nelle stelle della volta celeste.

Per il mondo antico la verità non è una semplice nozione, ma coincide con un fatto reale. È l’ordine cosmico stesso. Un altro termine sanscrito è satya, dal participio del verbo essere sat: la verità è ciò che è. Si nasce uomini ma si diventa divinità, l’essere stesso.

Quindi Verità come Vita eterna. È significativo che in I.164.32 è scritto:

 

ya īṃ cakāra na so asya veda ya īṃ dadarśa hirug in nu tasmāt |

sa mātur yonā parivīto antar bahuprajā nirṛtim ā viveśa ||

 

“Colui che ha creato (questo stato di cose) non lo comprende; colui che l’ha contemplato, lo ha anche in verità nascosto (a lui); egli, mentre è ancora avvolto nel grembo di sua madre, è soggetto a molte nascite ed è entrato nel nirṛti”.

 

Si parla di una entità che letteralmente è “nascosta nel grembo della madre, entrata nella nirṛti, ha ancora molte rinascite”.

Come spiega Renou (1978), la nirṛti appare essere un “soffio vitale” che ritornato al punto di origine si abolisce dando luogo però ad altri soffi di altre vite. Quindi nirṛti è una vita che cessa, un soffio vitale che si estingue.

Ora, il termine nir-ṛti è formato dal prefisso negativo nir + ṛta. Se la mancanza (nir) di “verità” (ṛta) è la morte, allora la verità è la vita.

Secondo la filosofia del Tantra, la dea caratterizzata dal flusso mestruale è Kali, simbolo vivente del Tempo (kali). La vergine nubile nella sua prima fase mestruale è detta ṛtu, così da evocare la verità e l’ordine cosmico, che da essa promanano. Le varie secrezioni vaginali, infatti, sono considerate tutto quanto serve alla vita umana, nelle giuste proporzioni.

Sempre secondo il Tantra, lo smasanam è il campo crematorio di Kali, dove il tantrico celebra i suoi riti misteriosi. È il crogiolo del desiderio, il luogo in cui vengono consumati ed estinti i desideri. La dea Kali concede la liberazione (kaivalya) nel vuoto (yoni), cioè nella cavità vaginale.

I maghi-sacerdoti dell’Egitto, dell’India e dell’Estremo Oriente erano particolarmente versati nella scienza dei kala (conosciuti in India come Sri Vidya). Questa scienza si interessa soprattutto delle misteriose forze (sakti) che emanano dal corpo umano. Per i tantrici le forze più potenti sono quelle dei fluidi vaginali.

Come osservava Macdonell, in un intero inno (X. 58) l’anima (manas) di chi giace apparentemente morto viene supplicata di tornare dalla distanza in cui sta vagando. Di solito nei Veda non c’è indicazione della successiva dottrina della trasmigrazione, questo che abbiamo sopra citato è uno dei pochi esempi. In un Brahmaṇa abbiamo poi l’affermazione che coloro che non eseguono riti con la conoscenza corretta, nascono di nuovo dopo la loro morte e diventano ripetutamente il cibo della morte (SB. 10, 4, 310).

Oltre a prāṇa, “respirazione” e ātman, “respiro” (diverse volte il parallelo di vāta, “vento”), i termini usuali che denotano il principio animatore sono asu, “spirito”, che esprime la vitalità fisica (I. 113.16; I. 140. 8), persino degli animali (AB. 2, 6), e manas, “anima”, come sede del pensiero e dell’emozione, che già nel Ṛg-Veda (VIII. 89.5) sembra essere considerata come dimorante nel cuore (hṛd).

Molti passaggi, specialmente nell’Atharva-Veda, mostrano che la vita e la morte dipendono dalla continuazione o dalla partenza di asu o manas, e i termini asunīti, asunīta, “spirito che guida”, si riferiscono al fatto che Agni conduce le anime dei defunti sul sentiero tra questo e l’altro mondo (X. 15.4; X. 16. 2).

Per quasi tutte le religioni la vita eterna si ottiene onorando gli dèi mediante i riti, soprattutto il sacrificio.

Ci disperdiamo in molte attività nella vita presente, ma ci occupiamo poco delle cose davvero necessarie, quelle che ci procureranno la salvezza imperitura.

Il poeta austriaco Rilke cantava in una elegia che i morti si rattristano vedendo i vivi in quanto questi compiono moltissime attività inutili. Gesù diceva:

 

“Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina sé stesso?” (Luca 9, 25).

Nei Versi aurei, attribuiti a Pitagora, summa della sapienza del pitagorismo, è scritto (16):

“Scorgi quello che davvero ti è necessario – e felice sarà la tua vita”.

 

 

Bibliografia

 

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  • H. Zimmer, Miti e simboli dell’India, Milano 1993.

 

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 57 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

 

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