L’uomo enigmatico della tragedia greca è quello posto tra due bivi, lacerato da due opzioni, entrambe dotate di una certa verità. Pitagora ha un’ampia esperienza di vita, dalla musica alla maestria filosofica, ma parlava da dietro un velo, perché l’importante non era la parola di Pitagora ma la parola in sé. Questo elemento è significativo per spiegare un tratto fondamentale della filosofia greca: dalla parola si giunge alla verità, dal confronto, dal dialogo i filosofi antichi, nella cornice della polis, argomentavano e battevano i loro avversari. il passaggio da Platone a Aristotele è quello dal dialogo al venir meno del dialogo. Questo percorso lo si vede già negli ultimi scritti di Platone. Il dialogo era stato in Platone una odos, una “via” per arrivare alla verità. Via via che si sviluppa la struttura del discorso di Platone si vede che, come nell’ultima parte del Parmenide, l’interlocutore del Filosofo sta sempre zitto, al contrario dei primi dialoghi in cui vi è un dibattito vero e proprio. Alla fine, Platone rinuncia alla dialettica tra due interlocutori per imporre la sua verità, sopra tutti e tutto. Aristotele farà propria questa tendenza di Platone e eliminerà il dialogo, Si narra che Platone abbia bruciato una sua tragedia davanti alla statua di Dioniso. Platone, quindi, aveva scritto di teatro, e nelle opere filosofiche giovani aveva ripreso la scena teatrale precisamente nella struttura del dialogo: nel teatro ci sono tante voci, tutti i personaggi hanno una voce, ma manca la voce della verità. Invece negli scritti ultimi Platone ebbe la presunzione di scartare la scena teatrale e di dar voce solo alla sua verità. In ciò si spiega il fatto che bruciò una sua tragedia. Con Aristotele la verità non ha bisogno di un dialogo.
Quando si parla della logica greca viene in mente il nome di Aristotele, considerato il più grande logico che sia mai esistito. Una delle sue opere più importanti è la Metafisica, nel Libro IV ci sono contributi essenziali anche per quanto riguarda la logica. Aristotele si situa verso il IV secolo a.C. (Stagira 383-Calcide 322). Agli inizi della sua carriera da discente andò a scuola per venti anni, si trattava dell’Accademia fondata da Platone. Aristotele divenne l’allievo prediletto di Platone e questi pensava che Aristotele sarebbe diventato il suo successore. Ma quando Platone morì Aristotele andò via da Atene, poi trovò lavoro diventando precettore di Alessandro Magno, per cinque anni egli fece il tutore di Alessandro. Aristotele gli instillò nella mente che la cultura greca era la migliore, ha una tale grandiosità che aveva il diritto di espandersi nel mondo intero. Alessandro si mosse, conquistò mezzo mondo andando fino in India e in Egitto, però l’impero durò poco perché morì giovane. Nel 335 ritornato ad Atene Aristotele divenne rettore del Liceo, una scuola fondata da lui. L’Accademia era una scuola che oggi chiameremmo superiore, invece il Liceo fu la prima università e si insegnavano un gran numero di materie, con molti assistenti che egli mandava in giro per acquisire informazioni. Il corpus aristotelico che ci rimane, che è immenso, mezzo milione di righe, contiene soprattutto gli appunti di questi assistenti, raccolti in tempi diversi; quindi, il corpus è assai contraddittorio e variegato (dalla filosofia alla meccanica e alla zoologia, e così via).
Come Platone, Aristotele scriveva opere essoteriche e opere esoteriche. L’insegnamento essoterico era riservato agli acusmatici, “uditori”, diremmo oggi erano le conferenze divulgative, riservate a tutti; quello esoterico era riservato non solo a chi voleva udire, ma mettere in pratica, e costoro erano detti in greco matematici, che vuol dire etimologicamente “apprendisti”, dal verbo greco manthanein, “apprendere”.
Aristotele scrisse un numero enorme di dialoghi, alcuni di essi erano considerati ancora al tempo dei romani come opere ispiratrici, Cicerone testimoniava di aver letto un dialogo perduto di Aristotele, il Protrettico, e ricavò l’ispirazione per la carriera politica e le idee etiche. Si trattava in buona sostanza delle opere essoteriche, divulgative, delle quali non ci rimane quasi nulla. Abbiamo invece scritti suoi (o dei suoi assistenti) che si rifanno al filone esoterico, riservati alla cerchia interna. Invece di Platone ci sono rimaste solo le opere essoteriche, cioè i suoi dialoghi. Non sappiamo con certezza se Aristotele abbia abbandonato il dialogo per esprimere meglio la verità, come abbiamo detto, ma è assai probabile, perché una tale tendenza è ravvisabile anche nei dialoghi tardivi di Platone.
Il termine “Metafisica” deriva dal greco metà ta phusikà, “(libri) dopo la fisica”: quando Aristotele morì i suoi successori raccolsero gli scritti e inserirono la Metafisica dopo i libri di Fisica, da ciò il nome dell’opera. Nel Libro IV ci sono gli assiomi dell’essere, cioè le due qualità fondamentali dell’essere.
Eraclito sosteneva che il mondo è in continuo divenire, in greco panta rei, “tutto scorre”. Si trattava della visione più intuitiva, il mondo cambia in continuazione sotto i nostri occhi. Ma ad Elea si sviluppò una filosofia contrapposta, quella di Parmenide: dietro al divenire, che è l’apparenza, doxa, esiste l’essere, che è immutabile. L’idea che il mondo possa essere costituito non da eventi che cambiano bensì da elementi stabili, divenne la base della filosofia greca, poi ripresa anche da Aristotele.
Il primo assioma dell’essere è il principio di non contraddizione: non è possibile che una stessa proposizione sia vera e falsa allo stesso momento e sotto lo stesso aspetto. Il secondo assioma dell’essere è il principio del terzo escluso: o una proposizione è vera o è vero il suo contrario (la terza possibilità è esclusa, nel Medioevo si dirà: tertium non datur). Già Parmenide e Platone ragionavano in questa maniera, Aristotele ebbe il merito di formalizzare questi principi.
La Metafisica è un libro giovanile di Aristotele, siamo agli albori della logica formale; quindi, ciò che avvenne dopo cambiò la storia del pensiero occidentale. Le opere logiche di Aristotele vengono ricordate con un nome collettivo: Organon, che in greco vuol dire “strumento”. Quindi esse sono state considerate lo strumento per ragionare, senza il quale non è possibile fare un discorso razionale.
Il primo libro dell’Organon è detto Categorie. Le “categorie” di Aristotele non sono più di moda oggi, esse furono influenti fino al Settecento, però l’idea fondamentale delle categorie è ancora attuale: cosa significa essere soggetto di una proposizione e essere un predicato atomico (che non si può scomporre). Non ci sono i complementi, e questo può apparire strano. Quando alle medie facevamo analisi logica ci hanno insegnato che una frase è composta da chi fa l’azione (soggetto), dall’azione stessa (predicato) e da un qualcosa o qualcuno sul quale si fa l’azione (complemento). Questo fu il limite più grande della logica aristotelica, ma non fu sorpassata fino a Frege alla fine dell’Ottocento.
Poi abbiamo l’Interpretazione. Dopo aver parlato delle proposizioni atomiche, Aristotele parla di come si possono mettere insieme queste proposizioni atomiche per formarne di altre, dette composte.
I due libri più citati sono gli Analitici, in cui vengono analizzati gli argomenti, cioè non solo la struttura delle proposizioni ma come si passa da proposizione a proposizione mediante un ragionamento.
Nei Topici si parla della dialettica e nelle Confutazioni della sofistica.
La classificazione delle varie branche della logica si faceva sulla base della verità delle ipotesi e sulla correttezza o meno degli argomenti. La logica vera era un ragionamento corretto che parte da ipotesi vere. Nella dialettica il ragionamento è corretto ma le ipotesi non è detto che siano necessariamente vere (verosimili). Quando il ragionamento è corretto ma le ipotesi sono palesemente false, abbiamo la eristica. Infine, abbiamo la sofistica: essa fa ragionamenti scorretti.
I contributi più importanti di Aristotele riguardo la logica, oggi riconosciuti, sono:
- Aristotele compì una analisi completa di tutti i possibili tipi di sillogismi. Un sillogismo parte da due premesse e arriva a una conclusione, del tipo: Ogni uomo è mortale (premessa 1), Socrate è mortale (premessa 2), Socrate è un uomo (conclusione). Aristotele scoprì che ce ne erano 256, di questi fece una lista di sillogismi corretti (una dozzina e mezza). Poi introdusse delle regole che permettevano di passare da uno all’altro. Scoprì che tutti i sillogismi corretti derivano da uno solo, detto “in Barbara” (è un nome medioevale), detto oggi “transitività della implicazione” (se da A discende B, se da B discende C, allora da A discende C).
- Sono parole (qualcuno, nessuno, tutti) delle quali Aristotele fece una tabella (Quadrato delle Opposizioni). È stato inglobato nella logica moderna attraverso le leggi di trasformazione da un quantificatore ad un altro. Il quantificatore universale affermativo è tutti, quello universale negativo è nessuno. Il quantificatore particolare affermativo è qualcuno, quello particolare negativo è non tutti.
- Modalità. Aristotele scoprì che le modalità (possibile, impossibile, necessario, …) sono un analogo dei quantificatori.
Il problema più evidente, ad un primo sguardo, della Metafisica di Aristotele è quello della sua unità tematica: nei suoi XIV libri sembra che si sviluppino diverse linee di riflessione che per alcuni sono inconciliabili.
In verità Aristotele non ha scritto una Metafisica, in quanto l’ordine dei materiali è data non da lui, e non è chiaro nemmeno quando avvenga e con quali criteri.
Il destino della Metafisica non è unico: quasi la totalità del corpus aristotelico a noi giunta non è stata definita da lui stesso, come invece accade con Platone, perché i dialoghi platonici servivano per diffondere le dottrine al di fuori dell’Accademia; quindi, è probabile che ci fosse un imprimatur editoriale di Platone. Ma questo non vale per Aristotele.
I cataloghi antichi che riportano le opere di Aristotele si trovano in biografie del grande filosofo. Per esempio, Diogene Laerzio, Esichio, poi abbiamo gruppi di biografie siriache, latine e arabe. Quelle arabe dipendono da una biografia scritta da un certo Tolomeo Algarib, che scrive una lettera a un certo Gallo nella quale propone una piuttosto articolata biografia di Aristotele, a seguire il testamento e infine il catalogo delle opere di Aristotele.
L’ipotesi tradizionale è che questo catalogo risalisse a quello fissato da Andronico di Rodi, il celebre capo del Liceo, siamo al I secolo a. C., che a Roma avrebbe fissato le opere di Aristotele e fatta la prima edizione. Questa tesi è stata rivista ultimamente: Rashed in una lunga introduzione la mette in discussione ampiamente.
La lista di Laerzio risalirebbe III secolo a.C, probabilmente al catalogo che esisteva nella Biblioteca di Alessandria oppure a quello della biblioteca del Liceo ad Atene. La lista di Esichio risalirebbe dalla stessa fonte della prima ma in modo indipendente.
La differenza tra queste tre liste (Laerzio, Esichio e Algarib) è questa. Le prime due contengono un numero di titoli più numeroso della terza ma non corrispondono ai tioli che oggi noi conosciamo. La terza ha meno titoli, ma sono quelli che noi oggi abbiamo. La spiegazione è semplice: nel III a.C. si conoscevano molte opere di Aristotele, poi andate perdute, ma non c’erano ancora quelle a noi giunte, in quanto queste furono edite nel I secolo a.C. da Andronico.
Questa storia editoriale è congetturale, ma deriva da una notizia di Strabone, poi ripresa da Plutarco, per la quale i manoscritti originali delle opere di Aristotele furono da lui lasciati a Teofrasto, poi sarebbero stati affidati a Neleo, figlio di Corisco, il quale li avrebbe portati a Scepsi, qui sarebbero stati nascosti in una cantina dagli eredi di Neleo per essere sottratti dai re Attalidi che cercavano materiale allo scopo di rimpinguare la biblioteca di Pergamo. Nella cantina rimasero due secoli, poi Apellicone di Teo li portò ad Atene per farne varie copie. Quindi le opere di Aristotele sarebbero state sconosciute per duecento anni. Quando poi i romani occuparono Atene, Silla le portò a Roma e lì un grammatico di origine greca, Tirannione, ne avrebbe fatta un’edizione, poi completata da Andronico.
Oggi si ritiene che tale notizia, pur romanzata, sia essenzialmente veritiera, eccezion fatta per la scomparsa delle opere di Aristotele in età ellenistica. Infatti, ci sono riferimenti ai suoi scritti sia nella filosofia stoica sia in quella epicurea. Pertanto, alcune copie delle opere di Aristotele sarebbero sopravvissute in alcune delle principali biblioteche dell’epoca. Questo sarebbe provato dal fatto che proprio la Metafisica, nella lista araba dipendente da Andronico, compare in 13 libri (probabilmente perché il primo e il secondo libro erano unitari: cioè erano indicati dalla stessa lettera greca A); la Metafisica è assente nella lista di Diogene ma egli cita il libro Delta a cui dà il titolo “Sulle cose dette in una quantità diversa di sensi”; la Metafisica e il titolo compaiono in Esichio e in 10 libri. Se è vero che il catalogo di Esichio dipende dalla stessa fonte di Diogene (III secolo), allora se Esichio cita una Metafisica in 10 libri, ne consegue che nel III secolo si conosceva una versione diversa dalla nostra ma alla quale era stato dato lo stesso titolo di Metafisica. Quest’opera quindi esisteva, anche se in forma un poco diversa.
Cicerone fa riferimento ai dialoghi aristotelici come “discorsi essoterici”, espressione usata anche da Aristotele nelle sue opere sopravvissute: discorsi esterni. Erano destinati, come abbiamo detto, a una diffusione, forse per le stesse ragioni dei dialoghi platonici, cioè come esortazione alla pratica della filosofia. Cicerone dice anche che lo stile di Aristotele è bello: e questo poteva riferirsi solo ai dialoghi, in quanto le opere esoteriche che abbiamo hanno uno stile involuto, molto discutibile (in quanto destinate non alla diffusione bensì alla cerchia interna).
I trattati che abbiamo furono chiamati dai commentatori antichi, tutti posteriori alle edizioni di Andronico, come discorsi acromatici, che devono essere ascoltati. Qualcuno ha parlato anche di discorsi esoterici, termine che non ha a che fare con il segreto, come sostenuto da Enrico Berti, ma semplicemente per la destinazione a una cerchia interna. Si tratta di materiali che verosimilmente sono stati redatti in vista di lezione orali e non prevedevano diffusione ufficiale, ma in poche copie (dispense) all’interno della scuola. Ci sono molti verba dicendi (io dico, io spiego), questo fa venire il sospetto che le opere esoteriche fossero il riflesso delle discussioni che avvenivano all’interno della scuola e il segno del dibattito che c’era attorno all’insegnamento di Aristotele.
Da quello che agli studiosi sembra di poter dire in base a vari dati filologici, nel I secolo a.C. pare che Andronico o qualcun altro fece una prima edizione che stando ai cataloghi corrisponderebbe a un ordinamento del corpus come noi possediamo. Il lavoro editoriale durò molti anni, infatti la versione della Metafisica come noi la possediamo la abbiamo solo con Alessandro di Afrodisia (III secolo a.C.), abbiamo quindi un lasso di tempo di due secoli e mezzo.
La editio princeps delle opere di Aristotele è quella di Aldo Manuzio stampata tra il 1495 e il 1498, ma l’edizione di riferimento risale all’Ottocento: Immanuel Bekker, Aristotelis Opera, Berlin 1831-70, 5 voll. (presenta il corpus aristotelico completo: Logica, Fisica, Metafisica, Etica e Politica, Retorica e Poetica). La Metafisica si trova nel secondo volume, da 980 a 23 fino a 1093 b 29. Le pagine e le colonne di questa edizione vengono riportate in margine a tutte le edizioni successive come termine di riferimento per le citazioni.
Poi ne abbiamo altre. William David Ross, Aristotle’s Metaphysics. A Revised Text with Introduction and Commentary, Oxford 1924, 2 voll.
Werner Jaeger, Aristotelis Metaphysica, Oxford 1957. Importante è il lessico di Hermann Bonitz, Index Aristotelicus, compreso nel V volume dell’edizione Bekker, Berlin 1870. Ricordiamo qui le traduzioni italiane più importanti: la traduzione di Giovanni Reale (Loffredo 1968, Rusconi 1978, Vita e Pensiero 1993, Bompiani 2004 e 2008) è condotta sul testo greco dell’edizione Ross, integrata altresì con l’edizione Jaeger; la traduzione di Enrico Berti, pubblicata da Laterza nel 2017.
Il problema relativo alla natura della Metafisica si collega alla tradizione delle opere di Aristotele. Essa presenta due caratteristiche incontrovertibili.
Ciò che noi possediamo non è quello che Aristotele licenziò per la pubblicazione, che invece comincia a comparire più o meno nello stesso periodo in cui compaiono i trattati esoterici, come se l’evidente superiorità degli ultimi abbia fatto cadere interesse per i dialoghi e le altre opere essoteriche. È stato qualcun altro ad aver dato una forma editoriale a tali scritti!
In secondo luogo, non siamo ben informati relativamente ai modi e ai tempi e ai criteri sulla base dei quali chi ha edito il corpus lo ha fatto.
La Metafisica entro il corpus solleva tre questioni:
- Quando c’è menzione di libri della nostra metafisica?
- Quando c’è menzione del titolo?
- Quando c’è una sistemazione dell’opera che sia simile a quella che noi abbiamo oggi?
Il titolo, metà ta phusikà, nella più ottimistica circostanza, risalirebbe al III secolo a.C (catalogo di Esichio) e secondo alcuni commentatori potrebbe addirittura risalire a Eudemo di Rodi, un discepolo e collaboratore di Aristotele. In questo caso avremmo il titolo metà ta phusika e una versione in 10 libri (come dice Esichio) molto vicina ad Aristotele per mano di un suo allievo. Invece nella peggiore delle ipotesi avremmo il titolo e una edizione in 13 libri nel I a.C. con l’edizione di Andronico. Va sottolineato che la seconda delle occorrenze del titolo (Andronico) sembra più sicura, perché al di là dei cataloghi posteriori, ne abbiamo una menzione anche in Plutarco, nello stesso brano nel quale riporta l’aneddoto della scomparsa dei libri di Aristotele. C’è al riguardo anche una curiosità filologica: l’editore ottocentesco delle Vite Parallele di Plutarco ha emendato il testo di Plutarco ritenendo che fosse impossibile che Plutarco facesse riferimento a quest’opera di Aristotele, ma tale emendazione non ha pregio. Quella di Plutarco è la prima certa menzione del titolo (I-II secolo a.C.). I più ottimisti arrivano al III secolo a.C. con un allievo di Aristotele (Eudemo).
Perché solo 10 libri? Il primo libro ad essere guardato con sospetto è il libro Kappa, che viene censuato da una lunga tradizione ripresa poi dal neokantiano Paul Natorp (1854-1924), che sarebbe non autentico, in quanto un riassunto posteriore e non fatto molto bene di altre dottrine aristoteliche. Poi c’è Delta, che sembra essere una sorta di dizionario, una raccolta di significati di diversi termini e secondo molti è estraneo allo svolgimento del ragionamento della Metafisica. Inoltre, uno dei primi due libri Alfa e infine si pone il problema anche per il libro Lamba, che la tradizione posteriore ha consacrato come il culmine (Alessandro di Afrodisia: è il compimento della ricerca di Aristotele, vista come una teologia).
Il libro Lamda sarebbe mancante nella edizione più antica in quanto esso appare inautentico. Infatti, si divide in due parti, nella prima viene ripercorsa l’intera concezione della sostanza, nella seconda ci si concentra solo sulla sostanza sovrasensibile, l’insieme dei motori dei cieli, con la dottrina del primo motore immobile. Quindi sembra un trattato più a sé, piuttosto che la continuazione di un discorso filosofico, è insomma un riassunto, aggiunto posteriormente ai libri della Metafisica.
In un importante contributo Barnes, “Roman aristotle”, ha ridimensionato il ruolo di Andronico di Rodi nel percorso editoriale della Metafisica. Barnes ipotizza, esaminando i cataloghi antichi, che non si può affermare che Andronico abbia prodotto una vera e propria edizione critica delle opere di Aristotele, forse ha lavorato mettendo insieme dei materiali la cui cura testuale e strutturale lascia molto a desiderare. Tuttavia, Barnes non arriva a negare qualunque ruolo di Andronico nella vicenda della trasmissione della Metafisica, in quanto esistono notizie, molto più tarde, relative al fatto che commenti alla Metafisica o riferimenti si troverebbero in un certo Nicola di Damasco, del I secolo a.C., contemporaneo di Andronico di Rodi, e forse un commento ci sarebbe in Eudoro di Alessandria, filosofo del II a.C. Allora, se ci sono più persone che citano la Metafisica e sono contemporanee di Andronico, significa che Andronico ha effettivamente fatto una edizione nel I secolo.
Ma Silvia Fazzo in una serie di importanti articoli mette in discussione questa tesi di Barnes. Fondamentalmente Fazzo ha mostrato come le notizie relative a questi riferimenti del I secolo (Nicola, Eudoro) sarebbero fortemente da ridimensionare, e lo fa con una serie di argomenti strettamente filologici. La conclusione è che la prima attestazione argomentata e giustificata della Metafisica in 14 libri e nell’ordine che abbiamo oggi, si trova in Alessandro di Afrodisia (II d-C.).
Alessandro ha composto un commento alla Metafisica, ma è conservato solo per i libri I-V, mentre il commento riguardo le altre parti della Metafisica è stato composto da Michele di Efeso che ha tentato di colmare il vuoto. Il commento di Alessandro di Afrodisia per la parte che abbiamo perduto sta nella tradizione araba, come dimostrato da Fazzo. Gran parte della introduzione di Averroè alla Metafisica dipende dal commento di Alessandro di Afrodisia per le parti che non abbiamo più in greco.
Nel frammento 1 Averroè riporta parti del commento di Alessandro al libro Lamda, da una versione araba. In esso Averroè dice: “Alessandro inizia e dice: Coloro i quali dicono che il libro Lamda è l’ultimo di questa scienza hanno ragione, perché negli altri libri in uno di essi (il libro beta) egli pone i problemi che devono essere risolti in questa scienza dopo essere stati esaminati in lungo e largo. In alcuni altri libri questi dubbi sono risolti (aporie del libro beta) e ciò è fatto nei libri che vengono dopo questo libro. In alcuni di essi egli tratta con gli attributi dell’essere in quanto essere, ma nel libro Lamda tratta dei principi dell’essere in quanto essere, e con essi i principi della prima sostanza, ed egli lo fa perché deve rendere chiaro che una simile sostanza esiste, e spiega cosa è questa sostanza. La dimostrazione di questa sostanza è il compimento di questa scienza. I due libri che seguono questo, il 13 e il 14, non forniscono alcun chiarimento riguardo questo obiettivo finale ed in essi egli non conferma alcunché sulle teorie di questa scienza. Essi includono solo una confutazione di alcune tesi …”. Il frammento continua dicendo che la Metafisica, quella autentica, presenta libri con un proseguo logico degli argomenti, quindi vi è convergenza tematica.
La testimonianza dice che Alessandro si pone il problema dell’ordine e dell’unità dei libri della Metafisica. Poi Alessandro attesta il numero di libri come lo conosciamo oggi. Inoltre, se Alessandro avverte la necessità di riferire il numero esatto di libri di cui è composta la Metafisica, allora l’edizione di Andronico (ammesso che ci sia stata) non era così conosciuta come la tradizione ha sostenuto. Un altro aspetto è che ancora al tempo di Alessandro la versione che doveva essere già diffusa non era accettata in modo scontato, e questo perché evidentemente se Alessandro sente il bisogno anche di dire qualche parola riguardo la convergenza tematica dei libri della Metafisica, è perché anche la convergenza tematica faceva problema: si tratta del problema dell’unità, che evidentemente è stato sollevato anche dagli antichi, e non solo dai moderni.
Ta metà ta phusikà: sono i libri (ta) “dopo quelli di Fisica”. Il titolo si spiega in riferimento a un catalogo. Mettiamo che un editore, che potrebbe essere Andronico di Rodi, non sapendo bene come interpretare la Metafisica, ha evitato di dare un titolo preciso, come invece avviene con gli altri trattati, ma si sarebbe limitato a dire che si tratta dei libri che vengono dopo quelli di Fisica.
Va aggiunto che il più grande studioso novecentesco dei cataloghi aristotelici antichi, Paul Moraux, ha sostenuto che in quello che in lui avrebbe riconosciuto come il catalogo primitivo, non è vero che la Metafisica viene dopo la Fisica.
A riguardo segnaliamo un particolare. La Metafisica inizia così: la forma più alta del sapere è la sapienza, che consiste nella conoscenza delle cause (aitiai) e dei principi primi (archai) (A 1-2). Queste cause, che vengono qui enunciate, erano già state esposte nella Fisica (B 3 e B 7), si tratta della causa materiale, formale, efficiente e finale (A 3). Se Aristotele ha già esposto le cause nella Fisica perché le ripete nella Metafisica? Se a suo parere queste quattro sono le cause della Fisica sta dicendo la stessa cosa ora che le riprende o vuole richiamare l’attenzione su un nuovo elemento che prima, nella Fisica appunto, non era stato tematizzato? Oppure la Metafisica non segue editorialmente la Fisica?
Quindi la interpretazione alternativa del titolo riguarda non la catalogazione dei libri bensì il contenuto della Metafisica. Cioè la Metafisica riguarda le cose oltre quelle fisiche. In che senso? C’è innanzitutto una interpretazione riportata da Alessandro di Afrodisia e che è avvalorata da un famoso principio aristotelico: gli umani nel loro percorso conoscitivo devono partire da ciò che è più noto a quello che è più noto in sé ma più lontano da loro. Quindi Alessandro dice che c’è un ordine degli studi: prima si deve studiare la fisica (oggetti più prossimi, vicini ai sensi) e poi si devono studiare gli oggetti a noi più lontani (metafisici). Ciò che è più lontano si trova in un livello di generalità superiore, rispetto alle mere percezioni sensibili,
Invece in ambito neoplatonico emerge un’altra spiegazione del titolo, che non riguarda l’ordine degli studi bensì l’evidenza: l’oggetto della metafisica è più eminente di quello della fisica. Quindi la metafisica viene dopo la fisica perché si occupa di un oggetto più elevato, innanzitutto si tratta del mondo platonico delle Idee, che si situa in un piano che oggi noi chiameremmo metafisico in senso proprio. Ma nella tradizione neoplatonica, più di quanto avviene in Platone, questo ambito metafisico delle Idee viene identificato in blocco con il divino. significa dire che la Metafisica si occupa di un oggetto non sensibile e che è divino; quindi, la Metafisica di Aristotele sarebbe una teologia.
Forse è bene dire qualcosa del grande assente, cioè del titolo che connota l’opera dal XII secolo in poi. Prima di quella data, qualcuno la ha mai chiamata Metafisica (anziché semplicemente tà metà ta phusikà)? Nessuno la ha chiamata così in quanto il termine metaphusiké non esiste in tutta la letteratura greca conservata.
Tuttavia, fino a qualche tempo fa venivano indicate due possibili occorrenze del termine. Una si troverebbe in Basilio di Cesarea (IV d.C.) che compone un commentario su Isaia. Ad un tratto Basilio fa riferimento a un passo del Simposio di Platone (sulla scala amoris, colui il quale sia stato educato alla comprensione della bellezza dei corpi, delle arti, delle scienze, delle leggi andrà poi oltre la bellezza sensibile per avere la visione immediata del Bello in sé). Nessuno di noi può dubitare che qui Platone ha in mente una connotazione metafisica dell’Idea: è evidente, si va oltre la fisica, cioè la “natura” sensibile, fino ad arrivare alla Idea del Bello, che non è più qualcosa di sensibile. Platone è molto chiaro in merito. Ma quello che ci interessa è come Basilio commenta il passo. Se ci si basa su una edizione di Basilio che risale al 1721 ma che ripropone una edizione di cento anni prima ed entrambe si basano su una recensione di tre o quattro manoscritti sulla traduzione greca Septuaginta, Basilio direbbe che “l’ambito superiore al quale si perviene arrivando al Bello e che è l’ambito superiore della natura (phusiologia), è chiamato da alcuni metaphusikà”. Ora, se si vanno a vedere altri manoscritti più antichi, la lezione è diversa e si dice metà fusin, “al di là della natura” (l’ambito a cui si rivolge chi è andato oltre lo studio della natura è detto essere al di là della natura, metà fusin). Quindi manca il termine “metafisica”. Abbiamo solo un sintagma formato da due parole greche, che veicola lo stesso concetto, ma il manoscritto non serba il termine “metafisica”.
La seconda occorrenza starebbe in un passo del commento al De Coelo di Simplicio. Simplicio riporta l’opinione di commentatori precedenti relativamente al capitolo VIII del libro Lambda della Metafisica, in cui Aristotele cerca di calcolare il numero dei motori che muovono le sfere celesti. Simplicio ci si riferisce alla Metafisica chiamandola ta metaphusikà. Quindi il termine sarebbe presente e usato addirittura come titolo dell’opera. M anche qui c’è un certo dissidio tra i manoscritti: il vocabolo starebbe in un manoscritto databile al XIII secolo, ma non si trova in uno poco leggermente posteriore. Come scegliere? L’unico dato fatto valere dai filologi è come Simplicio si comporta quando fa riferimento alla Metafisica in altre sue opere. Egli la chiama sempre ta metà ta phusikà. Quindi è probabile che metaphusikà sia una correzione di uno scriba.
Ma come si passa al termine “Metafisica”? Come si passa dal titolo tà metà tà phusikà (che è stato attestato da lungo tempo) a Metafisica? Sono stati fatti importanti studi da parte di Luc Brisson. Egli ipotizza che nasca attorno al XII secolo per opera di Giacomo da Venezia, traduttore della Metafisica in latino. All’epoca c’era un forte movimento di traduzione. In latino non ci sono gli articoli, quindi l’articolo greco “tà” non si rende; pertanto, se si vuole traslitterare ta metà ta phusikà viene fuori semplicemente: metafisica.
Quello che è interessante è che la storia di questo termine come titolo dell’opera di Aristotele deve rimane indipendente dalla interpretazione dell’opera. Spiegazioni teologiche e metafisiche si sono date ben prima che la parola fosse usata. Inoltre, l’origine del termine sembra del tutto accidentale.
Oggi pare ai più che la Metafisica sarebbe citata per la prima volta da Nicola di Damasco, e si pensa che sia stata pubblicata inizialmente a Roma, al tempo di Cicerone, nel primo secolo a.C. da Andronico di Rodi.
Ai logoi aristotelici esoterici appartengono anche i libri della
Metafisica che probabilmente furono oggetto di corsi tenuti per diversi anni e perciò il materiale che li compone è frutto di un lavoro di approfondimento avvenuto in tappe successive, soprattutto con la collaborazione dei suoi assistenti. Sulla base di questa ipotesi, Werner Jaeger ha sostenuto che la Metafisica non è frutto di una stesura continua e omogenea, ma tra i libri della Metafisica alcuni sono più antichi e altri più recenti, di certo furono composti da Aristotele in periodi diversi.
In realtà già nel III secolo a.C., in un catalogo di opere attribuito ad Aristone di Ceo, che ebbe anche la direzione del Peripato, veniva citata un’opera intitolata Metafisica. Questa Metafisica più antica era secondo Paul Moraux già esistente prima dell’edizione di Andronico ed era composta da 10 libri, mancavano A minore, Delta, Kappa, Lambda.
Altra particolarità della Metafisica: in Aristotele la parola metafisica non compare. Filosofia prima o scienza prima sono i termini che egli usa per nominare questa disciplina che noi chiamiamo invece metafisica. Filosofia e scienza, in greco philosophia ed episteme, sono termini in larga misura equivalenti. Se fino a Socrate filosofia significava letteralmente “amore per il sapere”, ai tempi di Aristotele significava “una forma di sapere” e perciò era sinonimo di scienza e quella detta “prima” sarebbe una scienza speciale, prima tra tutte le scienze.
Ora risolviamo un piccolo problema di numerazione. Per indicare il numero dei libri i greci usavano le lettere dell’alfabeto, per cui alfa, beta, gamma, delta, ecc., corrispondevano ai nostri primo, secondo, terzo, quarto, ecc. Ora già qui incontriamo un problema perché il libro che segue Alfa non è Beta, ma alfa minore o piccolo. Ciò potrebbe significare che nell’edizione di Andronico c’era un unico libro alfa, ma quale, il minore (in 3 capitoli) o il maggiore (con 10 capitoli)? Certo è che se Beta corrisponde al terzo libro vuol dire che un libro alfa è stato aggiunto.
Lasciando in sospeso (in verità il problema è in sospeso da qualche secolo) quale dei due alfa non c’era ai tempi di Andronico e chi abbia aggiunto uno dei due libri alla raccolta della Metafisica, alfa piccolo è comunque un’altra forma di introduzione all’esposizione della filosofia prima, che di fatto inizia con Gamma.
Inoltre, il fatto che ci siano due libri alfa può far sorgere il dubbio che uno dei due non sia di Aristotele. Il più antico manoscritto che ci sia pervenuto, redatto a Bisanzio tra il IX e il X secolo e portato in Italia dal cardinale Bessarione in occasione del concilio di Firenze (1439), già presenta un dubbio sull’autenticità del testo. Il manoscritto, di proprietà dei Medici, finì in dote a Maria de Medici e quindi passò a Parigi quando Maria sposò Enrico IV di Navarra, re di Francia. Il manoscritto ora alla Biblioteca Nazionale di Parigi con il nome Parisinus Regius presenta dopo Alfa maggiore l’inserimento di alfa minore, però con uno scolio, cioè un’annotazione dell’amanuense che effettuò la trascrizione, tra la fine del primo libro e l’inizio del secondo. L’annotazione dice: “Questo libro, secondo alcuni (cioè chi scrive sta riferendo il pensiero di altri, una notizia che gli è pervenuta), fu composto da Pasicle di Rodi”. Ma quale “questo libro”? Poiché l’annotazione è posta tra Alfa maggiore e alfa minore sorge il dubbio se si riferisca al libro appena terminato o a quello che sta iniziando. Perciò alcuni sostennero la non autenticità di Alfa e altri di alfa.
E poi: ma chi era Pasicle? Pasicle di Rodi era nipote di Eudemo, un famoso allievo di Aristotele, tanto che una delle Etiche
si chiama così perché era rivolta o fu pubblicata da Eudemo. Se lo scolio dice “è di Pasicle di Rodi” vuol dire che uno dei due alfa non è di Aristotele. Dunque, nel più antico manoscritto a nostra disposizione era già stato sollevato il dubbio che uno dei due libri non fosse autentico.
Una soluzione, sostenuta da molti studiosi, è la seguente: entrambi i libri sono di Aristotele, solo che non dovevano essere pubblicati insieme, non appartenevano alla stessa opera, perché un’opera con due libri primi è ben strana e semplicemente qualcuno li ha messi insieme. Entrambi comunque sono introduzioni. E quindi? Quindi probabilmente erano due introduzioni distinte a due diverse edizioni della Metafisica: una più antica (comprendente alfa minore e seguita da Lambda e Ni) e l’altra più recente (comprendente tutti gli altri libri).
Teniamo presente che abbiamo di fronte due diverse introduzioni alla Metafisica, seguite altresì da Beta, un’altra introduzione, perché non espone ancora la scienza ricercata, ma si limita a presentare i problemi da risolvere.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 60 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

