13 Aprile 2026
Storia delle Religioni

La creazione dell’essere umano secondo il Corano – Marco Calzoli

La sura 96 è composta di soli 19 versetti ed è stata rivelata alla Mecca. Si tratta della prima sura data dall’arcangelo Gabriele a Maometto la notte del 27 di Ramadan dell’anno 610 d.C., quando nasce l’Islam. Maometto aveva 40 anni e stava in una grotta del monte Hira. Egli da un certo numero di notti stava pregando per ottenere la purificazione (in arabo tahannutun). Questi avvenimenti sono tramandati negli hadit, che sono delle storie extracoraniche, raccolte dopo la morte di Maometto. Possono essere paragonati ai vangeli, anch’essi redatti dopo la morte di Gesù. Il verbo arabo hadata vuol dire “capitare”, quindi gli hadit sono degli avvenimenti (e delle parole) riguardanti Maometto ma che il Corano non riporta, tuttavia utili per capire meglio il Testo sacro.

In questa prima rivelazione Maometto ebbe paura perché l’arcangelo lo strinse a sé e il Profeta non respirava. Egli tornò a casa con i primi 5 versetti della sura 96 e li rivelò alla moglie, che lo portò dallo zio. Quindi la famiglia di Maometto costituì i primi credenti dell’Islam.

Le rivelazioni coraniche sono avvenute per i successivi 23 anni; quindi, i musulmani hanno dovuto conoscere il Corano pezzo per pezzo. Per 23 anni il Corano è stato tramandato oralmente. Questa trasmissione orale ha portato a più versioni del Corano, fino a quando un califfo, Abu Bakr, nel 633 ha deciso di mettere per iscritto una versione del Corano, dopo che in una guerra morirono molte persone che conoscevano il Testo sacro e che erano deputate alla sua trasmissione orale.

Maometto riceve il Corano in un idioma quasi uguale alla lingua usata dai poeti preislamici per redigere la loro poesia. Secondo alcuni studi Maometto ha inserito nel Corano dei passaggi redatti prima della rivelazione. Per esempio, nella sura 19 c’è un accenno ai vangeli apocrifi, quando si parla della nascita miracolosa di Giovanni Battista. Oppure, nella sua 18 si parla di un misterioso personaggio chiamato Bicorno, in arabo du al-qarnayn, “possessore delle due corna”, dove –ayn è la terminazione del duale, mentre du significa “possessore”, inizialmente indicava il genitivo (come il dy aramaico), secondo la tradizione islamica sarebbe Alessandro Magno che distrugge Gog e Magog. Questi due personaggi mitici sono sostenitori di Satana, vinti durante la battaglia finale di Armagheddon e rinchiusi in una muraglia, che secondo la tradizione islamica sarebbe la Muraglia cinese. Il termine arabo qarn significa “corna”, è una parola che abbiamo anche in ebraico: karan, keren, dove il primo sostantivo significa “fascio di luce” e il secondo “corna”; quindi, chi ha letto la Bibbia (Esodo 34, 29) ha sbagliato a intendere le vocali e Michelangelo ha riprodotto Mosè con le corna; invece, il testo ebraico voleva intendere il fascio di luce che Mosè aveva sul volto.

Nel Corano ci sono anche dottrine talmudiche e gnostiche. Insomma, nel Corano abbiamo molti riferimenti a tradizioni precedenti. “Rivelare” significa comunicare qualcosa che non si sa, quindi l’arcangelo non le ha rivelate, ma sono state inserite da Maometto, accanto a materiale rivelato dall’arcangelo.

Nel 1542 Lutero ricevette la prima traduzione del Corano, in latino, da lui commissionata a uno studioso, chiamato Bibliander, per far capire a tutti l’inferiorità di questo libro nei confronti della Bibbia. Bibliander conosceva male l’arabo, quindi si fece aiutare da un ebreo.

In arabo la sura 96 si chiama suratu al-‘alaqi.  La radice ‘alaqa vuol dire “sangue coagulato”, “grumo di sangue”, ma anche “la prima fase dell’embrione” e la pratica della “coppettazione” (che consisteva nel mettere delle coppe sulle parti del corpo per succhiare il sangue e rimuovere l’infezione). La stessa parola la ritroviamo in ebraico, chaluqa, “sanguisuga” (Proverbi 30, 15). La radice araba, alla seconda forma, vuol dire “appendere”, donde il participio mu-‘allaqat, “appesa”, che dà il nome alla poesia preislamica, in quanto le migliori poesie erano appese alla Ka’ba, scritte su lamine d’oro.

 

Iq’ra bi-is’mi rabbika alladhī khalaqa

“Leggi nel nome del tuo Signore che ha creato”

 

L’imperativo iq’ra, “leggi, recita”, ha dato origine alla parola Corano. Dio non si manifesta con il nome Allah, bensì rabbika, “tuo Signore”: è il rabbu preislamico, cioè Dio, voce assai diffusa nel Vicino Oriente. Il relativo alladhī è formato dall’articolo al + particella d (in aramaico dy). Il verbo khalaqa, “creare” (dal nulla), lo troviamo anche in ebraico, ma non è presente nella Bibbia, ove c’è invece il verbo ebraico barà (creare da qualcosa di preesistente).

 

l-insāna min ‘alaqin

“l’essere umano da un grumo di sangue”

Il sostantivo i-nsan ha un alif prostetica, che viene inserita per non far iniziare la parola con il sukun. La radice è NS, mentre –an è un suffisso aramaico che ha la funzione di veicolare l’idea del concretizzare il significato della radice NS, “essere umano” (uomo e donna). In ebraico abbiamo ish, “uomo”, al plurale anashim. In aramaico enash significa “essere umano”. In arabo marhun vuol dire “uomo” (maschio), da una radice che veicola l’idea della forza, del vigore, entrata nelle lingue indoeuropee come Mario. Un altro termine arabo per “uomo” (maschio) è ragul, etimologicamente “colui che cammina”. Il nome verbale ‘alaqun deriva dal radicale vocalizzato ‘alaqa. Il verbo vuol dire “strappare con i denti”, “attaccarsi”, “appendere”, “concepire”. Allora il nome verbale assume significati quali “ciò che si attacca”, “fango” (che si appiccica alle mani), “attaccamento, passione”, e come abbiamo visto “grumo di sangue”. La scienza antica vedeva il concepimento come l’unione del sangue materno che si coagula con il liquido seminale maschile. Giobbe 10, 10: “Non mi hai colato come latte e fatto cagliare come formaggio?”.

 

iq’ra wa-rabbuka l-akramu

“leggi poiché (wa-) il tuo Signore è il più Generoso”

In arabo la radice karama significa “essere generoso”, appellativo anche del Corano. La forma al-akramu è un elativo. L’elativo in sé è diptoto (ha solo due casi), ma quando l’elativo ha l’articolo diventa triptoto (con tutti e tre i casi). Anche “Allah al-akbar” è un elativo, “Allah è il più grande”.

 

alladhī ‘allama bil-qalami

“che ha insegnato con il calamo”

 

Il termine ‘allama è una forma raddoppiata di ‘alima, “conoscere”, quindi ‘allama significa “far conoscere, insegnare”. Oggi qalam significa “penna” per scrivere, ma non c’era nella cultura islamica primitiva, che era orale, tanto che il sostantivo è un prestito linguistico dal greco, kalamos, il calamo, una penna di uccello per scrivere. Sta parlando Gabriele e dice che Dio ha insegnato con il qalam; quindi, qalam non indica la penna o la cannuccia per scrivere bensì la sintesi della cultura in genere, del sapere, soprattutto divino.

 

 

‘allama l-insāna mā lam ya’lam

“ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva”

 

Per negare una frase si possono usare diverse particelle. Ya’lam è una forma a prefissi ma alla fine del verbo abbiamo un sukun anziché la vocale breve /u/. Anche se ya’lam è una forma a prefissi va tradotta come un passato: non “lui non (lam) conosce” bensì “lui non conosceva”. È una forma cristallizzata di un antico passato (perfetto) protosemitico a prefissi. Nel protosemitico il verbo aveva tre modi:

 

  • Yiqtul (yi- è il prefisso maschile, la radice qtl significa “uccidere”): serviva a formare il perfetto (ha ucciso)
  • Yiqtulu: per l’imperfetto (uccide)
  • Qvtl: (dove la v è il simbolo di una qualsiasi vocale) per il permansivo o stativo, che esprime una qualità dell’aggettivo e del sostantivo (colui che uccide).

 

Quindi il protosemitico non aveva il futuro, esattamente come nell’indoeuropeo. Dal permansivo si formò questa costruzione: *qabad anaku, “pesante io” diede origine al perfetto *qabaki, “io sono pesante”. Quindi è dal permansivo che nelle lingue semitiche è derivato il perfetto come coniugazione a suffissi (a discapito del yiqtul), invece come abbiamo visto nel protosemitico perfetto e imperfetto erano a prefissi. Soltanto la lingua araba (e l’accadico) ha fissato il yiqtul del protosemitico per il perfetto ma unicamente in unione con la particella negativa lam. Quindi in arabo troviamo un perfetto con prefissi (assieme a lam, che indica la negazione nel passato), si tratta di forme cristallizzate. Lam yadkur significa “egli non ha ricordato”. Lam ya’lam, “egli non sapeva”.

 

kallā inna l-insāna layaṭghā

“di certo l’uomo si è ribellato”

 

Kallā è una forma di negazione: “ma no, di certo”. Inna significa “certamente, invero” e si usa con un sostantivo all’accusativo (il soggetto con inna va all’accusativo). Il verbo layaṭghā inizia con una lam in quanto è un rafforzativo: “si è ribellato, ha voluto prevaricare”.

 

an raāhu is’taghnā

“invero egli vide sé stesso che si è arricchito”

 

An è una sorella di inna. Il verbo is’taghnā è una forma derivata, la decima, di ghanya, “essere ricco, facoltoso”. La decima forma significa “ostentare sufficienza economica”, “arricchirsi”. In ebraico abbiamo chani, “afflizione, sofferenza”, che corrisponde all’arabo ‘any. In arabo basta cambiare la prima consonante e dalla ricchezza nasce la sofferenza: gh-anya (arricchirsi) vs ‘any (sofferenza). Il verbo raāhu è una forma arcaica per rendere “vedere”. La forma consueta è rāha, “vedere”. Invece nel Corano abbiamo raāhu: dove la –u finale è il pronome (si traduce “ha visto lui”); questa forma coranica rende in maniera arcaica la Hamza, come si scriveva nel dialetto della tribù di Maometto. Raāhu è scritto: r, Hamza, alif, h, u. Nei dialetti preislamici vi erano due modi per scrivere “testa”: rāz (con alif), raz (con Hamza senza alif).  Anticamente alif aveva una doppia valenza: /ā/ oppure colpo di glottide (come la Hamza, che indica per l’appunto un colpo di glottide). In accadico e ebraico la alef perde la valenza di colpo di glottide, così come in alcuni dialetti arabi preislamici, mentre in altri dialetti preislamici mantiene tale valenza. Quindi in arabo classico alif come colpo di glottide ha dovuto trovare un supporto unendosi alla Hamza. Pertanto, la forma raāhu (con Hamza separata da alif) è arcaica, quando ancora la Hamza non si era unita alla alif.

 

inna ilā rabbika l-ruj’ʿā

“invero verso (ilā) il tuo signore (c’è) il ritorno”

 

Inna vuole l’accusativo, il nome in accusativo è l-ruj’ʿā, dal verbo “ritornare”.

 

ara-ayta alladhī yanhā

“ma hai visto colui che vietava”

 

La alif iniziale di ara-ayta non fa parte del verbo ma introduce una domanda (in arabo classico non c’è il punto interrogativo); il verbo significa “vedere”, II persona maschile del passato. “Ma hai visto?”. Il verbo yanhā è a prefissi, ma dobbiamo intenderlo come un passato in riferimento al verbo principale, che è un passato (ara-ayta).

 

‘abdan idhā ṣallā

“al fedele quando (idhā) pregava?”

 

Una traduzione più corretta in italiano è: “Ma hai visto colui che vietava al fedele di pregare?”. Il sostantivo ‘abd significa “servitore”, sottinteso di Dio, quindi indica il credente, che fa la volontà di Allah. Il verbo pregare, ṣallā, è di origine siriaca, ṣlōthā, “preghiera”. Dalla /ō/ siriaca si passa alla vocale /a/ dell’arabo: questo perché la vocale siriaca venne resa in arabo con una alif, la quale poi si vocalizzò in /a/ breve. In arabo esistono questi fenomeni curiosi. Pensiamo anche a “califfo”, che in arabo è kalifa, il quale termina con la ta marbuta, ma non esistono califfi donna. Quindi come si spiega la ta marbuta (che è una marca del femminile?). Il termine kalifa deriva dal siriaco ḥlīpā, dove la /ā/ finale serve per formare lo stato enfatico, cioè è l’articolo, che in arabo è stato traslitterato come una ta marbuta, dal suono /a/. Un altro esempio potrebbe essere il “giardino”, in arabo era originariamente jannaH, in ebraico gannah. La lettera /h/ è la traslitterazione italiana della consonante he ebraica, che identifica un femminile. In arabo la ta marbuta è venuta dopo. Il femminile ebraico gannah fa allo stato costrutto gannat (si toglie la he e si mette la tau). In arabo troviamo per lo stato costrutto jannat, ancora una volta una trascrizione precisa di una parola ebraica-aramaica precedente. Poi in arabo è successo che, in jannaH, la /H/ finale per analogia con lo stato costrutto jannat è stata trasformata in ta marbuta (inserendo due puntiti sopra la H), quindi si forma la parola araba janna (termina con la ta marbuta). Per questo la ta marbuta esprime due suoni: il suono /t/, che deriva dallo stato costrutto ebraico, e il suono /a/, che deriva dall’articolo aramaico a-, che si posiziona alla fine della parola. Per questi e molti altri motivi, è stato ipotizzato che il Corano sia stato scritto originariamente in aramaico-siriaco e solo dopo reso in arabo classico. Secondo una interpretazione, lo stesso nome “Corano”, Qur’ān, sarebbe stato ricalcato sull’aramaico qeryānā, già in uso presso ebrei e cristiani di Arabia per indicare la lettura liturgica solenne di testi scritti.   In ogni modo, la parola “Corano” è scritta in arabo con la alif madda (qur’ān), la quale deriva dall’incontro di due alif: radice qrā + suffisso –ān. La radice semitica qrā indica molte cose (dire, leggere, recitare, chiamare), invece il suffisso di probabile origine aramaica esprime le cose concrete.

 

 

ara-ayta in kāna ‘alā l-hudā

“ma hai visto se (in) egli era sulla (‘alā) retta via”

 

Kāna è il passato del verbo essere. In semitico il verbo kwn significa originariamente non “essere” bensì “divenire”. Prima di essere si diviene, cioè ci si trasforma, quindi si è qualcosa. Questo spiega perché in arabo abbiamo la forma all’accusativo: kāna (verbo) ar-ragulu (nominativo) kabiran (accusativo), “l’uomo è grande”: etimologicamente è “l’uomo diviene grande”, quindi vuole l’accusativo. (In greco antico eimi, “essere”, non ha il perfetto in quanto indica uno stato, ma lo ha gignomai, che significa all’inizio “diventare”, quindi al perfetto, se io sono diventato, alla fine sono, pertanto come kāna passa a significare “essere”). Chi è il personaggio che vietava di pregare e del quale ci si chiede se era sulla retta via? Si tratta di ‘Abu Jahl, padre dell’ignoranza, secondo la tradizione si tratta del custode della Ka’ba alla Mecca, che si era adirato con Maometto e lo voleva uccidere, in quanto Maometto era il Profeta di una nuova religione. Secondo la tradizione islamica, i primi versetti di questa sura sono stati rivelati da principio, gli altri invece sono stati aggiunti in seguito, in quanto compare questo personaggio negativo, il quale venne incontrato da Maometto molto dopo. Il sostantivo arabo “retta via” (l-hudā) ha la stessa radice del verbo ebraico hada (Isaia 11, 8): in ebraico vuol dire “stendere la mano” per condurre sulla retta via, in arabo assume il senso di “guidare”.

 

 

aw amara bil-taqwā

“o (se) ha ordinato il timore?”

 

Amara significa “ha ordinato”, in ebraico ‘amar, che però significa “dire”. Vuol dire: Hai visto se questo personaggio era sulla retta via oppure ha fatto paura ai credenti?

 

ara-yata in kadhaba watawallā

“ma hai visto se ha detto menzogne o ha voltato le spalle?”

 

Il verbo tawallā è una quinta forma, che esprime un riflessivo (allontanarsi, assumere l’incarico). Il verbo base significa “seguire”: se io seguo, mi allontano ma anche divento l’incaricato, assumo l’incarico. Da questo verbo abbiamo il participio: mawla, “il protettore”, e se ci mettiamo l’articolo abbiamo al-Mawla, “Dio”, in quanto protegge i suoi fedeli.

 

alam ya’lam bi-anna l-laha yarā

“non sa che Dio (lo) vede (sa tutto)?”

 

 

Abbiamo la alif che identifica la domanda. Lam ya’lam è la negazione di un verbo la cui forma è un imperfettivo ma con lam significa “non seppe, non sapeva” (si costruisce con bi, “con”). Ma nel Corano non possiamo tradurre un verbo al passato per Dio, in quanto Dio è fuori dal tempo; quindi, ya’lam si rende con un presente. Anna, “che”, si usa con i sostantivi. Abbiamo due modi per introdurre le subordinate: an, anna. An si usa con i verbi, anna con i sostantivi.  Yarā è una III persona di un imperfettivo di “vedere”.

 

kallā la-in lam yantahi lanasfa’an  bil-nāṣiyati

“al contrario (kallā) se non smette lo afferriamo per (bi) il ciuffo”

 

La-in è in, “se”, più un rafforzativo (la). Lam è la negazione che si premette all’imperfettivo. Naha è il verbo base, mentre intah è una forma riflessiva (ottava forma), “smettere per sé”. La-nasfa’an: la iniziale è rafforzativa. Il verbo è safaha, “bruciare”, “atterrare”, “tirare per i capelli”.

 

nāṣiyatin kādhibatin khāṭi-atin

“ciuffo menzognero e peccatore”

 

Abbiamo kādhibatin khāṭi-atin: sono due participi attivi.  La menzogna e il peccato sono associate come atti blasfemi contro Dio e la sua verità.

 

falyadʿu nādiyahu sanadʿu l-zabāniyata

“dunque (fa) che chiami pure la sua tribù, noi chiameremo la guardia”

 

Falyadʿu: fa significa “dunque”; segue la, che è un esortativo; il verbo yad’u significa “invocare, chiamare”. Sanad’u è un futuro (particella sa-). In arabo classico ci sono due forme per fare il futuro: sa, sawfa. La prima particella indica un futuro più imminente, la seconda un futuro più lontano (o viceversa per altri). Sawfa deriva dall’ebraico šōf, “fine, termine”. Invece sa potrebbe essere una forma abbreviata da sā, “ora, adesso” (che si usa anche nei dialetti arabi, ove non c’è un futuro: “adesso vado”, quindi “andrò”), oppure da sara, “camminare, andare” (nei dialetti arabi esiste una forma di futuro da un verbo raha, “andare” nella sua forma abbreviata rah-). Oppure il futuro arabo si fa tranquillamente con l’imperfetto. Zabāniyata: non sappiamo esattamente cosa significa. La radice zabun significa di per sé “cliente”. In aramaico la radice zbn significa “comprare”, mentre il verbo zabben significa “vendere”. Questo non ci dice nulla. Invece in persiano zaban significa “lingua”, ma zaban + e (zabane) significa “lingua di fuoco”, quindi la parola araba potrebbe essere un persianismo: coloro che sono a guardia dell’inferno, i demoni, che hanno la lingua di fuoco. Probabilmente si tratta dei 19 angeli a guardia dell’inferno. Quindi Dio chiamerà i demoni per trattenere questa persona.

 

 

kallā lā tuṭi’hu wa-us’jud wa-iq’tarib

“dunque non ubbidire a lui (-hu) , ma (wa-) inginocchiati e avvicinati”.

 

Tuṭi’-hu è una quarta forma. Iq’tarib è una ottava forma, “avvicinarsi”. Il verbo inginocchiarsi è sahada, da cui la moschea, mashudun, il luogo (ma-) dove ci si inginocchia.

 

La sura 32 del Corano viene chiamata as-sugud, veicolando l’idea dell’“inginocchiarsi”. Molte traduzioni la rendono con “prostrazione”. Da questa radice deriva il locativo masgid, “luogo dove ci si inginocchia”, “moschea”. In questa sura è contenuta una delle tre creazioni dell’uomo, assieme alla sura 76 e alla sura 96. Nei versetti 7-9 della sura 32 è scritto:

 

alladhī aḥsana kulla shayin khalaqahu wabada-a khalqa l-insāni min ṭīnin

“(Il Dio misericordioso) il quale ha reso bella ogni cosa che Lui ha creato. Egli cominciò la creazione dell’uomo dall’argilla”

 

Il termine aḥsana è un verbo di IV forma, “essere buono, bello”, “migliorare”. Khalaqa-hu significa “ha creato” e possiede il pronome di ritorno (-hu) che si riferisce alle cose che Egli ha creato; il verbo esprime una proposizione relativa nella quale non è necessario inserire il pronome relativo in quanto ciò che precede è indeterminato. Wadaba è un verbo di ultima Hamza ed è incoativo (cioè significa l’inizio di una azione). Se Dio cominciò a creare, significa che la creazione dura ancora, non è finita.

 

thumma ja’ala naslahu min sulālatin min māin mahīnin

“successivamente ha reso (tale) la sua discendenza dall’acqua insignificante”

 

Nasla-hu è un sostantivo che deriva dal verbo nasala, “cadere” e “generare”. Sulala deriva dal verbo salla, “tirar fuori, estrarre”, quindi “generare”. Letteralmente abbiamo “ha reso (tale) la sua discendenza (naslahu) dalla prole (min sulālatin)”, è una espressione ridondante.

 

thumma sawwāhu wanafakha fīhi min rūḥihi wajaʿala lakumu l-sam’a wal-abṣāra wal-afidata qalīlan mā tashkurūna

“successivamente lo ha plasmato e ha soffiato in lui il suo spirito, dà a loro l’udito e la vista … ”

 

Sawwa-hu significa “rendere piano”, “rendere uguale”, “livellare”: Dio ha reso uguale l’uomo (-hu), cioè lo ha reso tale, cioè l’ho plasmato.

La sura 32 è meccana, è una delle prime. Invece la sura 76 è posteriore, essendo medinese. Nei versetti 2-3 della sura 76 è scritto:

 

 

Innā khalaqnā l-insāna min nuṭ’fatin amshājin nabtalīhi fajaʿalnāhu samīʿan baṣīran

 

“certo abbiamo creato l’uomo da una goccia (di sperma) mescolata a sangue e a liquido di donna. Così lo possiamo mettere alla prova. Lo abbiamo creato di udito e di vista”

 

Il verbo al plurale “abbiamo creato” è in riferimento alla tradizione biblica, dove compare un plurale. Nelle lingue semitiche non vi è il plurale maiestatis, quindi nella Bibbia il plurale (noi abbiamo creato = Dio ha creato) si spiega con un politeismo primordiale che ancora non è divenuto monoteismo. Amshājin deriva dal verbo mashaja, “mescolare”: la parola è un plurale quindi indica una miscela, cioè una miscela di gocce.

 

Innā hadaynāhu l-sabīla immā shākiran wa-immā kafūran

“Noi lo abbiamo guidato sul sentiero: ci sarà riconoscente? Sarà incredulo?”.

 

È interessante osservare che anche il libro biblico della Genesi presenta la creazione dell’uomo dalla polvere, in ebraico ‘afar, vale a dire dalla terra, dall’argilla. La traduzione greca della Settanta traduce ‘afar con il greco chous, “terra, fango”. Anassimandro usa il termine greco Apeiron per indicare il principio di tutte le cose, formato per alcuni studiosi da a privativo + peras, “confine”, quindi l’Apeiron è ciò che non ha confine, l’illimitato, l’infinito. L’aggettivo greco apeiros, essendo impiegato da altri autori greci anche per indicare una regione “impraticabile” ed essendo di etimologia dubbia, a detta di alcuni potrebbe derivare dall’ebraico ‘afar. Quindi, stando a tale proposta etimologica, quando Anassimandro parla dell’Apeiron come principio di tutto, starebbe parlando della terra, forse in riferimento ai miti orientali, come quelli biblici.

Osserviamo che anche per la Genesi Dio infonde nell’uomo il suo ruach, il suo spirito. Invece la menzione dello sperma non compare nei racconti della creazione della Genesi, ma un riferimento potrebbe trovarsi nel Salmo 109: “Dal seno dell’aurora, come rugiada, ti ho generato”: la rugiada potrebbe essere allusione al liquido seminale di Dio.

Prestiamo attenzione anche al fatto che la Genesi parla della creazione dell’uomo (in ebraico ish) e della donna (issha), invece il Corano solo dell’essere umano.

Quando la Genesi parla dell’uomo usa anche il sostantivo ‘adam, che potrebbe derivare dall’ebraico dam, “sangue”: da qui il Corano ha ripreso la creazione dell’essere umano dal grumo di sangue?

Il sostantivo ebraico ‘adam vuol dire “essere umano”, suddiviso in due aspetti, espressi da questi termini ebraici:

 

  • Zakar: “maschio”, ma la radice veicola anche l’idea del “ricordare”, quindi il ricordo penetra nella mente, come il maschio penetra la donna;
  • Neqebah: “femmina”, da una radice che veicola l’idea del “bucare, perforare”, quindi la donna è colei che viene bucata sessualmente.

 

Abbiamo detto che in ebraico donna si dice anche issha, ma il suo plurale, “donne”, è nashim. Si osserva che il suo plurale è maschile (-im), inoltre la forma nashim condivide la radice con l’arabo īnsān. La forma araba īnsān comincia con una alif prostetica che serve a non far iniziare la parola con sukun, mentre il suffisso –ān è aramaico: quindi la radice semitica è NS. Allora la forma araba è un calco dell’ebraico.

 

 

 

 

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 61 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

 

 

5 Comments

  • UnUomo.InCammino 4 Aprile 2026

    Pagina tanto impegnativa quanto interessante.
    Un’esegesi multidisciplinare che richiede conoscenze storiche, linguistiche, teologiche, glottologiche. Ben oltre le mie conoscenze. 🙂
    Il saldo 109 l’ho trovato molto sensuale, poetico. Quasi… un’oasi nel deserto.
    Mi ha stupito non poco l’espressione “acqua insignificante”. Com’è possibile che in ambienti (sub)desertici l’acqua possa essere insignificante!?

    Grazie per questa bella pagina.

  • UnUomo.InCammino 4 Aprile 2026

    “Lungo il cammino si disseta al torrente”

    Acqua direi tutt’altro che insignificante.

  • Roberto Gallo 5 Aprile 2026

    Articolo di grande interesse non solo tecnico. Allora mi sembra di capire che il Corano si inserisce nel pensiero creazionista, diversamente dal Giudaismo che, stante l’ineffabilità dell’Ein sof e della presenza delle manifestazioni in ordine successivo – Sefirot – aderisce ad una visione gnostica e, quindi, opposta al Cristianesimo. Vorrei avere un parere dell’ Autore dell’articolo.

  • Marco Calzoli 5 Aprile 2026

    Non esiste un solo ebraismo né un solo cristianesimo né un solo Islam. A seconda delle varie tradizioni e dei vari autori, ci sono punti in comune oppure divergenze anche notevoli.

    • Roberto Gallo 8 Aprile 2026

      Grazie per la risposta. Indubbiamente tra le varie, come sempre, interpretazioni, la maggioritaria è quella che fa la Storia. Oggi lo vediamo chiaramente.

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