13 Aprile 2026
Filosofia

Fatti senza importanza – Livio Cadè

«Il concreto è l’astratto reso familiare dall’uso»

(Paul Langevin)

«Se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti». Qualcuno vorrebbe attribuire questa frase a Hegel. Noi diremmo “tanto peggio per la teoria”. Il nostro problema è che diamo troppa importanza ai fatti. Siamo diventati troppo pragmatici. Gente che bada al sodo, che non si perde in chiacchiere, solidi realisti. Dareste mai il vostro voto a un politico che dicesse d’esser metafisico?

Dovendo scegliere tra Marta e Maria, sceglieremmo sicuramente Marta. Cristo dica pure quel che vuole, ma a noi sembra molto più lodevole l’attivo affaccendarsi, il provvedere alle pratiche necessità della vita che non l’abbandonarsi a oziose contemplazioni. Come dice William James: «il valore pratico delle idee vere deriva anzitutto dall’importanza pratica dei loro oggetti per noi».

Un’idea è vera se ci permette di realizzare uno scopo pratico per noi importante. Detto ciò, il pragmatismo, dice ancora James, «non parteggia per alcun risultato particolare». Il filosofo deve essere qui super partes. Non vi sono infatti valori essenziali da difendere, verità a priori. Vero è ciò che ci consente di raggiungere il risultato atteso. Ma ovviamente deve essere un risultato pratico.

Facciamo un esempio. Per San Paolo, e per il pensiero antico in genere, è bene che «la donna sia sottomessa all’uomo». Come sapere se tale idea sia vera? Scartando le ragioni metafisiche – che al pragmatico non interessano – dovremmo guardare ai suoi risultati pratici. E naturalmente gli uomini venuti prima di noi direbbero che sottomettere le donne ha avuto una fondamentale utilità sociale.

Ma al giorno d’oggi, dopo Stuart Mill e le suffragette, quella teoria ci sembra assolutamente falsa. Alcuni lo sostengono per nuove ragioni metafisiche – la parità dei diritti, l’uguaglianza dei sessi – mentre altri pensano che l’emancipazione della donna abbia portato concreti benefici alla società. E qualcuno potrebbe un domani ritenere più pragmatico lasciare alle donne il comando.

Un caso più complesso ci viene offerto dalla teoria secondo cui vi può essere una guerra giusta. Questa idea risponde a verità? Tolstoj direbbe che è assolutamente falsa. Gandhi aggiungerebbe che «anche quando la violenza sembra dare buoni risultati, questi sono effimeri, mentre i danni che provoca sono permanenti». Tesi che poggia su considerazioni pratiche ampiamente condivisibili.

Secondo Sant’Agostino la teoria di una guerra giusta è invece ammissibile, a patto che tale guerra sia motivata da nobili intenzioni morali, si prefigga cioè risultati come il ristabilire condizioni di civiltà, ordine e giustizia. Un riflesso del pensiero agostiniano si trova oggi nel nostro impegno in crociate sanguinarie e in guerre sante per portare libertà e democrazia nel mondo.

Ma alcuni potrebbero giudicare altrettanto giusta una guerra condotta per conquistare una terra e saccheggiarla delle sue ricchezze, per far strage della sua popolazione o per ridurla in schiavitù. Non si può negare che questi siano risultati pratici e importanti. E anche qui non sapremmo che partito prendere, dato che il pragmatico «non parteggia per alcun risultato particolare».

Il punto è che non abbiamo uno stabile valore di riferimento. Se dai fatti non possiamo trarre dei valori, come dice la scienza, ma solo altri fatti o, come dice il pragmatico, solo efficaci criteri d’azione, non può sussistere un’etica del valore. Così, anche vivisezionare animali, far commercio di droga, praticare l’usura ecc.  in un’etica dei risultati è razionalmente plausibile.

Dopo aver detto che la verità è dimostrata dai risultati, il problema per il pragmatico è quello di capire cosa dimostri il valore dei risultati. Un po’ come il machiavellico che, dopo aver detto che il fine giustifica i mezzi, potrebbe chiedersi cos’è che giustifica i fini. In entrambi i casi, è come avere una banconota cui manca una metà, e quindi senza valore.

Probabilmente il pragmatico direbbe che così ci perdiamo in inutili speculazioni, che è appunto quanto vuole evitare. Per lui essenziale è incitare l’uomo all’azione, ricondurlo alla concretezza delle cose, alla loro utilità pratica. Perciò gli pare che alcune idee, come Dio, l’anima, l’aldilà, che un tempo l’uomo considerava vere, in realtà siano false, perché astratte, prive di praticità.

Il metafisico può pensare che, se giudichiamo la verità dai suoi risultati – “dai loro frutti li giudicherete” – allora anche nella religione potremmo riconoscere una qualche verità. La Divina Commedia, le cattedrali gotiche, i dipinti del Beato Angelico, la Cappella Sistina, la Messa di Bach ecc. a molti sembrano infatti risultati importanti.

Il pragmatico potrebbe sempre dire che sono poco pratici. Giudizio che mi pare influenzato da un certo dogmatismo. Questa è in fondo la debolezza del pragmatismo, come pure dell’utilitarismo, cioè l’ambiguità, l’indeterminatezza delle loro premesse. Entrambi, per rifiutare un a priori astratto, presuppongono un a priori concreto – la praticità, l’utilità – che lasciano imprecisato.

Dire che pratico e utile è ciò che aumenta la nostra felicità non aiuta. Cosa c’è di più astratto e impalpabile della felicità? Fare un saldo contabile della soddisfazione di qualcuno pone quesiti insolubili. Inoltre, io posso trarre felicità dal mangiare una fettina di vitello, ma dubito che questo abbia reso più felice il vitello. Dunque, pratico, utile per chi?

La scelta pragmatica sembra basarsi su un valore soggettivo, forse istintivo, che non ha bisogno d’esser spiegato perché espressione di una volontà autonoma che si pone da sé i propri scopi e i propri contenuti. Sit pro ratione voluntas, si potrebbe dire. Se gli scopi A, B, C ecc. mi sembrano importanti, pratici, non c’è bisogno che mi sforzi di chiarirne le ragioni.

Conclusione che potrebbe piacere a menti selvagge, anarchiche, individualiste, ma incompatibile con il sistema giuridico che domina la cosiddetta società. Ci serve dunque un pragmatismo che ponga idee e obiettivi comuni, mediante forme democratiche di consenso o l’intervento di un’autorità che decida per noi quali scopi siano leciti e quali risultati siano desiderabili.

È quello che fa anche la nostra corruptissima re publica, che pur ammette tante perversioni e assurdità, quando impone al cittadino valori apodittici come il rispetto delle leggi, il lavoro, il pagare le tasse, la crescita economica, l’essere democratici, anti-fascisti, il non essere razzisti, omofobi, anti-semiti, secondo un’etica del dovere assoluto sottratta alla libera scelta delle persone.

Ma tali valori hanno senso solo se posti all’interno di un’arbitraria prospettiva culturale. Nessuno può dimostrare che le tesi soggiacenti a tale prospettiva portino risultati pratici o utili. La loro concreta importanza è solo un diffuso pregiudizio. Se li osservassimo più da vicino vedremmo quanto c’è in loro di intangibile, di immaginario e di ipotetico.

Alla fine, fra le cause dei tanti mali che affliggono la nostra società, credo che la più radicale, la più funesta, sia proprio questa “fallacia della concretezza mal posta” – per usare l’espressione di Whitehead – con cui la gente scambia per fatti concreti i fenomeni più superficiali della realtà e giudica astratte le sue dimensioni più profonde.

Il pragmatico vuol renderci concreti, ma cosa significa concreto? I ricordi, le emozioni, i sogni, la sensazione di esistere, l’amore, la bellezza di un paesaggio ecc., tutto ciò di cui facciamo esperienza è concreto, e se esser pratici vuol dire badare ai fatti, tutto ciò che chiamiamo fatto è un processo mentale, e ogni processo mentale è un fatto.

Per uscire da questo circolo vizioso, occorre comprendere come il mondo non si esaurisca in una somma di fatti. Prima che calassero le tenebre del materialismo l’uomo era per sua natura religioso e sapeva che il mondo esiste in ragione della sua dipendenza ontologica da Dio. È Dio che trae i fatti dal loro esser mere possibilità e, dando loro esistenza, ne stabilisce il senso e il valore.

Accanto a un mondo di fatti transeunti esiste così un mondo di valori immortali e atemporali. Ogni fatto o insieme di fatti finiti – compresa la mia vita – emerge da uno sfondo infinito di significato. Queste due dimensioni – il fatto e il valore, il finito e l’infinito – formano un’unità logica indissolubile, come il dentro e il fuori, il sopra e il sotto.

Un’opinione è solo un fatto e un fatto è solo un’opinione. Quindi il valore di un fatto non può essere una nostra opinione. «Misura di tutte le cose» non è l’uomo, ma quella Totalità di correlazioni in cui è immerso e che lo rende partecipe di un disegno, di un Logos che pervade ogni dimensione naturale e spirituale, collocando i fatti in un Ordo Amoris.

Non si tratta dunque di verificare a posteriori una risultanza pratica tra i fatti e i nostri scopi particolari, ma di riconoscere e rispettare una Verità universale che i fatti implicano a priori dall’eternità. Questa idea, che al pragmatico suona terribilmente metafisica, era un tempo la nostra concreta bussola, quando ancora la salvezza dell’anima era il fine più pratico e importante.

Il fondo dell’uomo tende infatti all’illuminazione, alla liberazione, alla redenzione, non alla soddisfazione di mediocri desideri. Ogni nostro pragmatico impulso aspira a quella pienezza dell’essere che chiamiamo amore, che è il Valore per eccellenza e che invano cercheremmo nei nudi fatti. Negare Dio non è quindi mancanza di fede ma di logica.

Per questo la nostra società è diventata un guazzabuglio contraddittorio di pragmatismo amorale e moralismo bigotto, utilitarismo senza scrupoli e bolsaggine sentimentale. Società che crede di progredire mettendo i fatti prima dei valori, come il carro davanti ai buoi. E gli uomini, «dispersi qua e là come cuccioli ciechi che avessero perduto la madre», vagano privi di una luce che li guidi.

Il vero pragmatico dovrebbe oggi regredire, riscoprire la concretezza delle astratte contemplazioni, l’importanza del sacrificio e, per converso, la futilità dei nostri risultati, dei nostri effimeri successi. Allora, ammirando la vuota immensità di un cielo notturno, dove i fantasmi dei fatti si dissolvono, potrebbe capitarci, come dice Emerson, di «attaccare il nostro carro a una stella».

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