Nel corso dei decenni il pensiero di Julius Evola è stato rimodulato ed esteso in varie direzioni.
Una di queste è sicuramente tutto quel complesso di teorie, idee e ideologie che fanno capo all’eurasiatismo, al nazional-bolscevismo e al rossobrunismo.
Ma al di là degli strali già lanciati dal Barone in tempi non sospetti verso questo tipo di infatuazioni sinistre, quello che ci chiediamo è se tutto ciò fosse adatto anche al nostro spirito di occidentali del XXI secolo.
La filosofia di Evola può per davvero guardare con piacere ai modelli dell’Est, a quelli che già un Carlo Marx ebbe a definire come i dispotismi orientali?
Sono davvero compatibili con noi evoliani occidentali del XXI secolo, il collettivismo, la concezione statolatrica, se non proprio il totalitarismo socialista cinese o addirittura la repubblica islamica?
O forse per noi, è più adatto quel vento che si alza dall’Ovest, dall’America profonda non priva di lati oscuri, ma coacervo di tanti fermenti politici e culturali, tra i quali le idee paleolibertarie?
La fine di un ciclo storico per Julius Evola
La filosofia politica di Julius Evola è basata sulla coniugazione dei fatti della terra con quelli del cielo, e dunque delle comunità umane con le forze metafisiche che le presiedono.
Ricalcando René Guénon e la dottrina dei cicli cosmici, e riportando il tutto in ambito storico-politico, per il Barone, l’Occidente è al termine di un ciclo.
Volge al termine quella grande civiltà che fiorì a partire da Roma, pur all’interno di un’età decadente come il Kali Yuga, e che si estese in lungo e in largo in tutto il globo, portando i suoi echi anche nei grandi imperi del mondo moderno.
L’Occidente attuale procede perfettamente sulla base di questo moto, e in due direttive:
- un versante antropologico-sociale dominato da individui interiormente disgregati, atomismo sociale e dissoluzione delle unità base della vita comunitaria (famiglia, scuola, chiesa e partiti);
- un versante politico, dove le strutture a sovranità statale vengono rimpiazzate da centrali di potere senza alcun appoggio popolare (nemmeno formale) e da congegni tecnico-burocratici non decisionali ma interdittivi (in senso schmittiano).
Tutto questo sullo sfondo del mondo postmoderno, ulteriore livello di quella caduta, la “sincope” del mondo occidentale [1], che cominciò secoli fa con l’avvento della modernità.
Il filosofo Evola e il mondo postmoderno
Julius Evola ebbe già modo di predire tutta una serie di tendenze che si sono via via affermate nel mondo postmoderno.
Il moto decadente della storia del filosofo è una naturale caduta dall’unità originaria e primordiale, aurea, verso una realtà sempre più materializzata, “solidificata” (per riprendere René Guénon [2]).
Ma il passaggio da una realtà solidificata, che è tipica del mondo moderno, ad una completamente sfaldata [3], porta al mondo postmoderno.
L’indifferenziazione, la disgregazione, la dissoluzione come naturale approdo di un ciclo metastorico, e che ha come corrispettivo sul piano della persona umana, altrettanto sfaldamento interiore, disgregazione e disindividuazione.
Una spinta che sul livello materiale porta ad una “polverizzazione” della materia [4], a un post-materialismo, o al tentativo di raggiungimento della materia assoluta ‒ l’ipermaterialismo di Deleuze e Guattari [5].
Sul livello della persona umana, invece, porta ad una forma di post-individualismo, e di un discioglimento nel collettivo del vecchio individuo borghese o proletario, ribattezzato “soggettività” ‒ Deleuze parlerà di “dividuo” [6] e il prof. Francesco Remotti di “condividuo” [7].
Questa situazione base apre un rinnovamento delle spinte della sovversione, con l’affermazione della tecnocrazia-collettivista, una sorta di comunismo 2.0, e del nuovo soggetto rivoluzionario, il “Quinto stato”.
Julius Evola e l’Occidente attuale
Chissà cosa avrebbe pensato Julius Evola dell’Occidente attuale.
Fascista? Proprio no! Liberale? Bah, non convince e vedremo perché.
L’Occidente del XXI secolo come base della nuova sovversione mondiale? Ecco!
E chissà cosa penserebbe, udite udite, se tale base fosse stata scacciata (non del tutto) addirittura dagli Stati Uniti, grazie a quel movimento populista, identitario, anche pieno di correnti e contraddizioni interne che è il trumpismo.
E se tale base si fosse insediata proprio qui, nell’oramai decaduto vecchio continente culla dell’Impero ‒ le mele non cadono mai lontane dall’albero!
“Il comunismo è stato sconfitto ma i marxisti hanno vinto!”, direbbe un Marcello Veneziani, e le origini del pensiero woke, la veste nuova e più estrema della sovversione, vanno rintracciate in Marx, Lenin e Gramsci.
Del resto, è con Marx, Engels, Lenin, e a parte alcune differenze strumentali, anche con Stalin, che si afferma la concezione dell’uomo e della realtà coma tabula rasa, da liberare dal dominio di classe borghese per affermare l’“uomo nuovo” prima socialista e poi comunista.
Da qui ad andare ad eradicare una base ancor più profonda, di genere, etnico-raziale, o addirittura antropologica, con gender, immigrazionismo e postumanesimo, il passo è stato breve!
Julius Evola e il comunismo 2.0
Ma veniamo ai tratti specifico-organizzativi del comunismo 2.0 con sede oramai in Europa occidentale.
Il socialismo ha vari filoni, ha sempre avuto vari filoni.
E non per forza a prevalere è stato il marxismo-leninismo, anzi!
In “Capitalismo, socialismo e democrazia” (1955), J. A. Schumpeter sposerà la tesi di Marx sul socialismo come futuro del mondo, o quantomeno dell’occidente sviluppato, ma attraverso non la rivoluzione, la lotta di classe frontale, la presa del potere violenta ed esercitata con violenza.
Per Schumpeter, il socialismo si affermerà in Occidente attraverso la penetrazione surrettizia, il lavoro dietro le quinte, lo svuotamento del dominio borghese-capitalistico graduale e dall’interno [8].
Un lavoro fatto per i “fabiani”, una delle più grandi correnti del socialismo storico, che per i suoi tratti sarebbe stata inserita da Marx nella categoria di socialismo utopistico [9]
Utopistico ma non per questo meno socialista, e non per questo meno efficace, anzi, ora vittorioso in Occidente a ben guardare.
Fabiano è Tony Blair, fabiani e amici dei fabiani sono i vari D’Alema, Prodi, Speranza, Draghi, i quali si aggiungono ai vari Clinton, Obama, ai neocon americani (ex trotzkisti), e a quelle correnti radicali, macchiettistiche, ma non per questo meno violente dei liberals e degli woke.
Julius Evola e la tecnocrazia (collettivista)
Quello da noi descritto è l’impasto ideologico fatto di socialismi spuri, non marxisti o neomarxisti, di lotta e di governo, come nella migliore tradizione sovversiva, che non disdicono elementi di economia di mercato, come sempre nella loro strategia, in particolare quello speculativo-finanziario.
Ma quale la messa a terra di tutto ciò?
Gli USA di Joe Biden (e di Kamala), il WEF di Klaus Schwab, la simpatia verso la Cina del socialismo dell’armonia del collettivo e del bene comune militarizzato, la UE della magna mater Ursula.
Del resto, come funziona la UE? Un’entità politica dall’economia iper-regolamentata e pianificata (PNRR), con comitati tecnico-scientifici in veste di partito unico, con provvedimenti volti all’egualitarismo, al contrasto alla proprietà e alla libertà di espressione, a un ecosistema dove l’uomo diventa ente tra tanti (animali, macchine, ecc.) e all’interno di un collettivismo eco-matriarcale (la transizione ecologico-digitale).
Un’economia mista fatta di monetarismo; di pianificazione ad opera di centri tecno-massonico-finanziari; di politiche socialiste nuove, fatte di sussidi, ristori, espropri della proprietà attraverso provvedimenti palesi e violenti o nascosti e graduali (pensiamo alla prima casa e alle politiche green, o alle lotte della Salis e compagni).
Julius Evola e il Quinto stato, il soggetto rivoluzionario
Ma il comunismo 2.0 ha anche la nuova classe rivoluzionaria, pardon “soggettività” a detta degli ideologi del woke, ma che già decenni addietro Julius Evola ebbe a definire il Quinto stato.
Sulla scorta delle riflessioni di Heinrich Berl, Evola definisce il Quinto stato come naturale successore del Quarto stato, la classe delle rivoluzioni social-comuniste [10]
Dalla fabbrica, dall’operaio-massa, che pur mantiene una sua dirittura sulla base di un’etica marxista, qui si scende ulteriormente di piano.
Chi è questo Quinto stato? Semplice, è sotto gli occhi di tutti!
Il mobilitato del comunismo 2.0 è l’antropologicamente modificato (dalle teorie gender e post-human), il deviante vittima della società, il sofferente portatore di superiorità morale, i movimenti BLM, i centri sociali italiani, i “vendetta per Ramy”, i pro-Palestina, i Maranza, lo “schizoide” (cit. Deleuze e Guattari), il tossicomane, il “freak”.
Un sottoproletariato fatto da occupanti di case, rapinatori, spacciatori (violenti e impuniti) orgogliosamente brutti (magari vestiti in costosissimi abbigliamenti casual), perché la bellezza è bianca, pura e patriarcale
E follie simili, addirittura razionalizzate, oramai materia di studio nelle università italiane, pagate dai soldi di noi contribuenti!
La parabola dello Stato moderno dopo Evola
Lo Stato moderno non è un assoluto, un fattore permanente della storia, ma un fattore transeunte.
Prima dell’avvento del mondo moderno non si conosceva lo Stato come unico ente al quale demandare le decisioni della vita comunitaria.
Fino al medioevo, infatti, le comunità umane si dispiegavano sul principio di pluralismo giuridico-ordinamentale, una pluralità di ordinamenti, corporazioni delle arti e dei mestieri, corpi intermedi, enti giuridico-politici in relazione tra loro.
E pure dal punto di vista statale in senso stretto, esistevano forme di regalità le quali, pur avendo la propria radice in un principio, o in una forza trascendente, non avevano così mano libera nei confronti del popolo, così come dall’avvento dello Stato moderno.
Il significato stesso di imperium, ha la sua radice in una potenza ordinatrice che è soprattutto trascendente, e che informa la vita politica tenendo fede al principio di autonomia delle comunità
O il principio di auctoritas, la forza interiore che emanava il sovrano e che lo portava ad esser tale, e in alcuni casi a discapito stesso di quello di potestas, e cioè del potere legale (Ottaviano Augusto su tutti).
Lo Stato organico di Evola oltre la UE
Erano questi i requisiti che per Julius Evola dovevano informare l’organizzazione sociale, diversamente da quel piano troppo immanente, che stava alla base del principio di sovranità dello stesso Schmitt [11].
Quella concezione e quella prassi che si afferma con l’avvento della modernità sembra vivere la sua fase putrescente con la UE, la quale non è nemmeno più Stato sovrano in senso schmittiano, ma detiene solo quei residuati leviatanici atti al monopolio della violenza.
In pratica abbiamo la liquefazione delle strutture sociali e statali per come da noi conosciute, tenendo in piedi solo l’impalcatura.
Un cadavere politico, tirannia pura, che certe politiche stataliste, da Stato etico, keynesiane o socializzatrici, potrebbero addirittura andare a rinforzare.
La vera alternativa, invece, viene dal “basso”, dalle libere comunità che si formano sul principio di integrazione e separazione, come per Hans-Hermann Hoppe [12].
Una federazione di comunità in relazione contrattualistica tra loro, divise per zona e area tematica (imprenditori, agricoltori, artisti, cultura, sicurezza locale), che lasci allo Stato centrale dei poteri minimi (diversamente però da quanto sostiene Hoppe) legati alla coesione e alla sicurezza territoriale.
Il tutto in un rapporto di equilibrio secondo il quale più le parti, le comunità, sono autonome, meno lo Stato centrale interviene.
Dall’economia di Evola alle nuove libere corporazioni
Il keynesismo, l’economia pianificata, nazionalizzata, o addirittura collettivizzata, non sarà la vera alternativa alla UE.
Già la UE è un’economia pianificata (es. PNRR), portatrice di un nuovo collettivismo, o socialismo se vogliamo (lotta alle diseguaglianze, assistenzialismo di massa, esproprio della proprietà privata, ecc.).
La vera alternativa non è il rinforzo della direzione dello Stato sull’economia, ma al contrario, la libera concorrenza dei produttori.
Per Julius Evola l’imprenditore è l’anima dell’economia [13], lo è per talento, potremmo dire per “casta” (nel senso indiano antico).
Diversa la situazione dell’industriale, figlio del capitale lobbistico e di relazione, o dello speculatore finanziario e della rendita parassitaria.
Oltre all’imprenditore, si aggiungono il professionista, l’artigiano, l’agricoltore, ecc., cioè tutte quelle figure che costituiscono il genius loci italico, la creatività, l’intelligenza, la sapienza italica.
Diversamente dai marxisti, pensiamo che l’economia è anche spirito, e questo spirito, questi talenti, vanno liberati in un sistema di sana concorrenza e cooperazione, tra chi è più creativo, più produttivo, più qualitativo, e anche in grado di fare rete.
Niente imposizioni dall’alto, niente lobby, niente regolamentazioni, ma espressione delle vocazioni e disposizione naturale in novelle corporazioni, non stataliste del corporativismo fascista, e animate da una libera scelta consapevole, diversamente dal modello ereditario medievale.
Julius Evola e l’individualismo assoluto
Ma per una libera scelta consapevole c’è bisogno di un individuo che abbia fatto proprio un certo grado di libertà interiore.
Per il filosofo la libertà individuale non è frutto di un mero imperativo filosofico-morale alla maniera delle filosofie moderne.
L’“individualismo assoluto” di Julius Evola è una fenomenologia volta all’attualizzazione dell’“assoluto” attraverso l’azione determinata dell’individuo.
Una filosofia della potenza, non della violenza, dell’estrinsecazione della realtà a partire dal proprio centro più profondo, e non dell’azione esterna sulla realtà.
Un’azione volontaria nel senso superiore, e cioè di colui che raggiunge il suo essere attraverso un divenire incessante, eroico, marziale, avendo compreso, addirittura sperimentato, anche ciò che è difforme dal proprio essere [14].
Evola va anche oltre lo stoicismo, che vede le passioni e le sofferenze come provenienti da un’alterità da dominare, e non come una zona di realtà interiore ancora non dominata [15].
Va oltre anche le spregiudicate dottrine di Nietzsche e Stirner, rientranti della categoria dell’imposizione normativa (seppur anarcoide) alla quale conformarsi [16].
Forse ad avvicinarsi di più sarà l’“anarca” di Ernst Jünger, colui che è alla continua ricerca di una legge interiore, che detta la sua azione esteriore, un continuo movimento in divenire, per il raggiungimento del suo essere [17].
Dall’individualismo assoluto di Evola al libertarismo politico
L’individualismo assoluto di Julius Evola, approdato successivamente alla figura più tradizionale del “Chakravartin”, il sovrano dell’India antica, sovrano innanzitutto interiore, si traduce nel mondo contemporaneo in un piano sostanzialmente apolitico, di distacco dalla dissoluzione delle istituzioni terrene.
Ma se questo moto di dissoluzione giungesse agli estremi, alla chiusura di un ciclo metastorico e politico, portando a un crollo totale o parziale di tutte le istituzioni conosciute o affermate, situazione a cui l’Europa occidentale sembra avvicinarsi, su quali basi ricostruire?
È davvero il caso di imbracciare le concezioni orientaleggianti, collettiviste, rispetto agli sviluppi di un percorso votato all’individualismo.
L’Occidente è l’individuo, è l’essenza, checché ne dicano i filosofi postmodernisti che cantano della disindividuazione dell’uomo, del discioglimento del Sé in un nuovo collettivismo iper-materialistico, ma che confondono, l’essenza sottile con l’astrazione cartesiana [18].
Se tutto crollasse, definitivamente, se il ciclo si riavviasse per dirla con Guénon, perché ricostruire Stati, tecnocratici sul modello UE, socialisti (e materialisti) sul modello cinese, dirigisti sul modello russo, o addirittura islamici?
Resterebbero individui integrati e responsabili, generatori di comunità, di federazioni di comunità, una realtà in grado di favorire anche lo sviluppo spirituale del singolo e delle comunità.
In ogni caso, non si ha bisogno dello Stato!
Julius Evola, per una filosofia integrale della libertà
In questo brevissimo excursus siamo partiti dallo stato dell’arte antropologico, sociale e politico dell’Occidente attuale, nella sua naturale corsa verso l’indistinto, l’indifferenziato, il collettivo, il disindividuato.
Questo sia nel senso istituzionale, con la spersonalizzata tecnocrazia-collettivista UE, portatrice di ideologie altrettanto collettiviste e categorizzanti come il gender e il woke.
Sia nel senso proprio individuale, con la disindividuazione delle filosofie postmoderniste, che mettono in crisi l’esistenza stessa del Sé.
Queste realtà, dal nostro punto di vista, giungono alla fine, a cantare la fine del ciclo occidentale, il suo ultimo gradino.
Inutile opporre un ritorno a concezioni legate alla massa, al ripristino dello Stato centrale sovrano, ecc.
Meglio “cavalcare la tigre”, portare tutto agli estremi e riprendere il bandolo della matassa, sulla base delle libertà, interiori e spirituali, ma pure esteriori, e cioè politiche ed economiche.
Per una filosofia integrale della libertà e della individualità!
Note e Bibliografia:
[1] Cfr. J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, “Sincope della tradizione occidentale”, Edizioni Mediterranee, 2010, pp. 322–407.
[2] Cfr. R. Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, “Solidificazione del mondo”, Adelphi, 2010, pp. 113–118.
[3] Cfr. R. Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, “Le fenditure nella Grande Muraglia”, cit., pp. 167–171.
[4] Cfr. R. Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, “Verso la dissoluzione”, cit., pp. 161–166.
[5] Cfr. G. Deleuze, Critica e clinica, Cortina, 1996, pp. 165–176; G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, cap. 2 (“Il corpo senza organi”), Einaudi, 2002.
[6] Cfr. G. Deleuze, Pourparler, “Poscritto sulle società di controllo”, Quodlibet, 2000, p. 237.
[7] Cfr. F. Remotti, “Condividuo o individuo?”, Rivista di Psicoanalisi, n. 3 (2021).
[8] Cfr. J. A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, 1955, pp. 152, 304, 349, 390.
[9] Cfr. J. A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, cit., p. 192.
[10] Cfr. J. Evola, I testi de “Il Conciliatore”, a cura di A. K. Valerio, “L’avvento del Quinto stato”, Edizioni di Ar, 2002, pp. 94–97.
[11] Cfr. J. Evola, “La guerra totale”, in La Vita Italiana, a. XXV (1937), n. CCXCVI, pp. 561–568; J. Evola, “Modernità di Hobbes?”, in Lo Stato, a. X (1939), n. 1, pp. 24–33; J. Evola, “Per un vero ‘diritto europeo’”, in Lo Stato, a. XII (1941), n. I, pp. 21–29.
[11] Cfr. H. H. Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito, Liberilibri, 2024, p. 237.
[13] Cfr. J. Evola, I testi de “Il Conciliatore”, cit., p. 99.
[14] Cfr. J. Evola, Teoria dell’individuo assoluto, Edizioni Mediterranee, 1973, pp. 127–132.
[15] Cfr. J. Evola, Teoria dell’individuo assoluto, cit., pp. 148–155.
[16] Cfr. J. Evola, Teoria dell’individuo assoluto, cit., p. 126.
[17] Cfr. A. Gnoli, F. Volpi, I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, 1997, p. 107.
[18] Cfr. R. Siconolfi, Postumano: teorie e criticità alla base di una mutazione antropologica, Adv Media Lab, 8 ottobre 2023, disponibile on line.
Altri testi:
- Bassani, Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo, liberilibri, 2026.
- Capozzi, Libertà o potere. Ascesa e declino delle costituzioni, liberilibri, 2025
- Evola, Fenomenologia dell’individuo assoluto, Edizioni Mediterranee, 2007.
- Evola, Fenomenologia della sovversione. L’Antitradizione in scritti politici del 1933-70. Scelta di saggi a cura di Renato Del Ponte, SeaR Edizioni, 1993.
- Evola, I due volti del liberalismo, in Il Borghese, n. 41, Roma, 10 ottobre 1968.
- H. Hoppe, Abbasso la democrazia, l’etica libertaria e la crisi dello Stato, a cura di C. Lottieri, Facco Editore, 2000.
- Leoni, La libertà e la legge, Liberilibri, 1995.
- Lottieri, Beni comuni, diritti individuali, e ordine evolutivo, IBL Libri, 2020.
- Mises., L’azione umana. Trattato di economia, Rubbettino, 2015
- Paradisi, “Tradizione e libertà”, in J. Evola, Apolitia. Scritti sugli “orientamenti esistenziali” 1934–1973, Controcorrente Edizioni, 2004.

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