Ho di recente seguito “on line” il dibattito svoltosi tra Nick Land teorico anglosassone dell’Accelerazionismo di “destra” ed il teorico conservatore russo Aleksandr Dughin. Un’interessante riflessione a tutto campo sui fondamenti ed i destini dell’Occidente e del mondo, alla base dei quali, sta un’analisi sull’ideologia portante dell’attuale fase della nostra civiltà, ovverosia il liberalismo che, a mio parere, non coglie esattamente nel segno della questione. Ma, prima di procedere oltre, cerchiamo di fare chiarezza sulle posizioni ideologiche di ambedue i protagonisti di questo dibattito. La prima delle due posizioni, quella Accelerazionista, trova le sue premesse negli scritti di Karl Marx e successivamente nelle analisi di Gilles Deleuze e Felix Guattari, riguardanti l’auspicio di condurre il capitalismo alla propria autoconsunzione, lasciandone sviluppare ed esplodere le proprie sistemiche ed interne contraddizioni. Ma di accelerazionismo vero e pproprio, si inizierà a parlare solo agli inizi degli anni ‘90, all’università di Warwick (GB), con la nascita, proprio agli albori della digitalizzazione, della CCRU, acronimo per Cyber Culture Research Unit, da parte di un gruppo di giovani ricercatori che, nel far proprie le linee di pensiero di Deleuze e Guattari, inizierà ad indagare i rapporti tra essere umano e cybercultura, arrivando così a preconizzare un vero e proprio rapporto di osmosi ed interazione tra le due sfere.
In questo quanto mai composito ed eterodosso gruppo di studiosi, emergerà la carismatica figura di Nick Land, docente di filosofia che imprimerà alla CCRU quel suo deciso carattere “accelerazionista”, portando agli estremi le tesi di Deleuze e Guattari, preconizzando un capitalismo che, sciolto da qualsiasi freno inibitorio, rappresentato dall’etica o dalla politica, avrebbe inevitabilmente condotto ad una “cyber rivoluzione” delle macchine contro l’uomo. Il collante filosofico che accomunerà tutti i membri del quanto mai composita e disordinata comunità della CCRU sarà il cosiddetto “Meltdown/ Collasso”, che è poi il titolo del loro manifesto filosofico, dove con un linguaggio a metà strada fra narrativa e speculazione, si immagina un futuro dominato dall’insanabile contrasto tra una ipertecnologica dittatura globale e una continua guerriglia.
Ma, ben presto, le posizioni dei membri del CCRU si divideranno in due varianti: una di “sinistra”, sostenuta da Fisher e Smiceck, operante una spietata critica del capitalismo ed auspicante l’avvento di una tecnologia iper pervasiva, che liberi l’uomo dal lavoro e redistribuisca reddito su scala universale ed una di “destra”, rappresentata da Nick Land che, invece vede nel capitalismo uno strumento rivoluzionario in grado di arrivare a quel superamento del limitante elemento umano, attraverso la cosiddetta “singolarità tecnologica”, ovverosia quel punto del progresso scientifico in cui l’innovazione è esponenziale e autogenerata dagli avanzamenti stessi della tecnica. Ciò fa sì che Nick Land si trasferisca in quella ipertecnologica ed autoritaria Cina, arrivando così a preconizzare il cosiddetto “Dark Enlightement/Illuminismo Oscuro”, costituito da una realtà di città-stato, rette come autoritari sati azienda, sulla falsariga del modello di Singapore. La stessa democrazia, divenuta oramai d’ostacolo allo sviluppo di queste realtà, è stata sostituita da consigli di amministrazione, a loro volta retti da amministratori, posti a vie di mezzo tra informatici e “re-lucumoni”, nella fattispecie di una teocrazia tecnologica.
Aleksandr Dugin è, invece, uno dei teorici russi del cosiddetto nazional-bolscevismo, una formula politica che, oltre che in quel di Russia, ha i propri natali nobili nella Germania della Konservative Revolution degli anni ‘20, con le figure di Ernst Niekisch e Karl Paetel. Alla base di questa originale visione politica, una inedita sintesi tra un nazionalismo solcato da profonde venature identitarie e religiose e da una forma di bolscevismo eterodosso. Agli inizi degli anni ‘90, Aleksandr Dugin, assieme a Eduard Limonov, fonderà il Partito Nazional Bolscevico. L’insufficienza categoriale delle formazioni politiche, spingeranno in seguito Dugin, ad elaborare quella teoria politica definita quale “Quarta Via”, incentrata, all’insegna di una forma di rinnovato conservatorismo, sul superamento di tutte e tre le grandi narrazioni del pensiero occidentale del 20° secolo, ovverosia liberalismo, marxismo e fascismo.
Due percorsi ideologici differenti e quasi divergenti, per due autori provenienti da altrettanto diversi contesti ma, ambedue accomunati da una profonda avversione per il liberalismo. E qui arriviamo al nocciolo dell’intera questione. È fatto oramai acclarato che, l’ideologia liberale sia all’origine dell’attuale forma di globalismo liberista. Sulla scorta di questa considerazione, però, Nick Land cerca di operare una sottile distinzione tra quello che, a suo dire, è il liberalismo delle origini e quello successivo, nel suo ruolo di ispiratore e protagonista di quel processo di mercificazione del mondo occidentale che, dal 16° secolo in poi, prenderà un deciso avvio. A detta del Nostro, quindi, l’iniziale afflato individualistico del liberalismo di matrice anglosassone, avrebbe avuto la natura di un qualcosa di strettamente peculiare all’antica “british way of life”. A rincarare la dose, è il Dugin che mette bene in evidenza quello che, del liberalismo, è l’elemento cardine: e cioè l’assoluta priorità dell’individuo su una qualsivoglia istanza comunitaria. Al centro della visuale di questo stanno unicamente bisogni, istinti, pulsioni, ai quali deve esser lasciato libero sfogo, senza limite alcuno, che non sia quello hobbesiano dell’“homo homini lupus” e dell’alienante figura del suo Leviathan, posto ad arbitro e controllore supremo dello scoordinato agitarsi delle individualità…
Il Dugin attribuisce l’origine ideologica di questa impostazione ai teorici medioevali del nominalismo, in primis il francese Roscellino ed il britannico Guglielmo da Ockham. E qui bisogna, però, fare attenzione: il rifiuto degli universali da parte di questi, da un lato, può essere inteso come un invito ad un devastante relativismo individualistico, dall’altro però, specialmente per quanto riguarda Roscellino, può essere interpretato quale vera e propria sfida alla solidità dell’“Io” che, di fronte alle forze di un Caos ed un disordine entropici, dovrebbe essere in grado di stabilire e trovare da solo, la “retta via”, facendosi egli stesso ordinatore del Cosmo. Una prospettiva questa, poco valutata e considerata dal sapere ufficiale. Una prospettiva che, in Occidente, trova il suo punto d’origine nel mito prometeico e nella successiva nascita del pensiero filosofico e che, nelle istanze di certo Sofismo trova le sue prime linee programmatiche. Questa tendenza riemergerà per l’appunto nell’Evo Medio con i Nominalisti e, come un fiume carsico percorrerà l’intero pensiero occidentale, sino ad arrivare all’irrazionalismo dei vari Schopenauer e Nietzsche, per pervenire alle elaborazioni di Heidegger.
Ora, visto tutto questo, sarebbe necessario operare un doveroso chiarimento, sul termine “individuo”. A parere di chi scrive, non vi è nulla di più errato nel voler alimentare questa frattura di ordine ontologico, tra individuo e comunità; questo perché in Occidente, ad ogni tentativo di appiattire ed omologare l’individuo ad un determinato ordine “comunitario”, sono succeduti momenti di sfrenato individualismo, così come accaduto all’indomani della fine dell’Evo Medio, con l’avvento di stati e società, impostati sul più puro Mercantilismo o con la fine dei Totalitarismi fascisti e marxisti in Occidente. E qui bisognerebbe guardare con attenzione a quello che è stato, da filosofi come Aristotele, definito quale processo di degenerazione e distorsione delle varie categorie del politico, non senza che questo vada a toccare l’ambito sociologico e filosofico.
E così per i due termini che coprono più ambiti, quali “comunità” ed “individuo”. Il primo dei due, nella sua più corretta dizione etimologica, rappresenta il “rifugium”, la “koinè”, l’ambito sicuro, delimitato e delimitante, all’interno del quale vivono, crescono e si sviluppano in un ambito armonico determinati gruppi di individui, accomunati da un’appartenenza, etnica, sociale, morale, religiosa o organizzativa che dir si voglia. Di contraltare a questa definizione sembra esservi quella di individuo che, inteso quale singolo elemento di una comunità o collettività, assume la valenza di singolo ente in quanto distinto da altri della stessa specie, dotato di caratteri strumentali e funzionali che ne definiscono e garantiscono l’unicità. Presi in sé, ambedue i termini rappresentano delle funzioni e delle caratterizzazioni che, di per sé, non dovrebbero entrare in reciproco contrasto.
Lo portano dentro quando, nel corso della Storia, può accadere ed è già accaduto, che le comunità perdano quel carattere di spontanea e sentita aggregazione di individui, per farsi esse stesse “struttura”, (nel senso più meramente deteriore, quale quello rappresentato dalla sociologia strutturalista, sic!) ovverosia per oggettivizzarsi, ponendosi così al di fuori e al di sopra del sentire spontaneo dei propri appartenenti. D’altro canto, il concetto di individuo, inteso nella sua sacralità ed unicità di ente singolo, animato da non procrastinabili necessità materiali e spirituali, va anch’esso incontro ad un processo degenerativo speculare ed opposto a quello di comunità, ponendo le proprie più limitanti pulsioni, al centro dell’universo. Abbiamo così, da una parte, la degenerazione dell’ambito comunitario in struttura soffocante e totalitaria, tendente ad omologare ed equalizzare i propri appartenenti. Dall’altro abbiamo una figura di individuo che, credendo di elevarsi e realizzarsi facendo leva sulle proprie singole pulsionalità, diviene invece vittima e prigioniero di un ego che lo trascinerà via via in un abisso di alienazione e sudditanza, troppo spesso in favore di quelle “strutture”, di cui abbiamo poc’anzi parlato, divenute altro rispetto agli originari intenti.
Ed ecco allora sorgere la figura dell’odierno alienato e massificato individuo-consumatore, nelle mani di mostruose sovrstrutture economico finanziarie, che ne orientano gusti, scelte e stili di vita…All’alienazione del neoliberismo globale, troppo spesso e frettolosamente si risponde dicendo che questo modello nasce dando priorità assoluta all’individuo, anziché alla comunità. Ma, proprio in base a tutto quanto sinora detto, a quale figura di individuo ci riferisce? E poi siamo sicuri che il voler opporre drasticamente la comunità all’individuo possa rappresentare una soluzione percorribile, in special modo in questo preciso e cruciale momento storico?
Il rapporto comunità-individuo ci fa tornare in mente quella che, della psicoanalisi junghiana è un motivo ricorrente: ovverosia quello dell’emersione della coscienza individuale, dall’ambito dell’indistinto materno. Questa potrebbe essere una metafora di quelle che sono le dinamiche di sviluppo sociale all’interno delle comunità umane. L’emersione di necessità legate allo sviluppo ed al potenziamento delle individualità non dovrebbe entrare in contrasto con gli scopi e le finalità di una qualsivoglia comunità. Anzi. Questa dovrebbe essere l’incubatrice di individui sempre più tendenti al proprio continuo perfezionamento e completamento; un po’ come fu nell’antica Ellade e nella Roma antica o, durante la Rinascenza in Italia. L’idea di individualità creativa, sempre in bilico tra il caos universale ed una prometeica capacità di dare ordine al cosmo, non deve esser assolutamente vista in contrasto con quella di una comunità che, a quell’individuo può e deve fornire le linee guida per un’azione sul mondo.
Quindi, la risposta al grande interrogativo sul “che fare”, davanti all’alienazione tecno-economica, non sta nel determinare una insanabile frattura ontologica tra i termini individuo e comunità (così come frettolosamente portato avanti negli enunciati di non pochi autori “comunitaristi”) ma, nel saper integrare ed armonizzare questi due aspetti. E, a questo proposito, pensare che le premesse del deteriore individualismo liberale, siano state portate nell’Inghilterra medievale, dai francescani e dai “filosofes” nominalisti francesi alla Roscellino, può costituire un punto di vista molto limitante. E questo per due ordini di ragioni. Il primo afferisce a quello che, del pensiero occidentale costituisce un carattere di evidente ambiguità o, se vogliamo meglio definire, di innato “bipolarismo”. Ciò fa sì che, di molti suoi autori e scuole di pensiero, accanto a quelle che ne costituiscono le interpretazioni più legate ad una lettura “letteralista” ed ufficiale, ne coesistono altre legate ad una interpretazione non meno esatta, ma slegata dai canoni dell’ufficialità. E questo fa del pensiero occidentale e della storia d’Occidente sì et si, un vero e proprio unicum.
Il secondo motivo, sta nella presenza di quello che possiamo definire quale “convitato di pietra” di questa storia, ovverosia il Monoteismo, sul quale, sinora, non è stata mai portata avanti, una sufficiente e più approfondita riflessione, oltre a quelle che già conosciamo. Si scomoda molto facilmente, un classico come Max Weber ed il suo “L’Etica Protestante ed il Capitalismo” al fine di rintracciare e definire nei prodromi del Protestantesimo, le origini del capitalismo e del successivo globalismo, limitando in modo radicale, la prospettiva dell’intera questione. Il Protestantesimo ed il Calvinismo sono solamente le conseguenze, di un più ampio contesto quale quello rappresentato dai credi monoteisti. Ora, qui non si tratta di voler mettere in dubbio o criticare, quello che può essere il semplice atto di fede in un solo Dio, anziché in più figure divine, bensì quelle che, di questa impostazione, ne sono le ricadute ideologiche. I prodromi di tali ricadute sono facilmente individuabili in alcune visioni spirituali del tardo Ellenismo, nelle quali, attraverso la “reductio ad unum” operata da una parte, dal sorgente monoteismo cristiano, dall’altra da certo neoplatonismo, si cercava di conferire un unitario assetto etico-religioso e di indirizzo politico, alla universalizzante koinè greco-romana, così come ben esemplificato dal detto dell’imperatore romano Caracalla “Un unico Dio in cielo, un unico Dio in terra”.
L’unicità metafisica si riflette anche nell’ambito socioeconomico, ponendo le basi per quello che sarà il capitalismo globale. Con l’avvento dell’Età Moderna, l’intero impianto metafisico monoteista, con la graduale perdita d’importanza della sfera religiosa nel quadro politico occidentale, andrà trasponendosi nell’ambito socioeconomico, con il Mercantilismo, assumendo in tal modo, la valenza di vera e propria “metafisica materialista”. Ora, di fronte alle alienanti prospettive spalancateci dal “Monoteismo Globalista”, ovverosia dall’imposizione al mondo intero di un unico modello di sviluppo, imperniato sulla sintesi Tecno Economica, l’unica, vera, risposta, non può che essere quella rappresentata da un ritorno all’idea di “Apertura al Molteplice”, intesa quale predisposizione mentale e spirituale a considerare il mondo e la realtà intera, quale somma di una pluralità di modelli di sviluppo.
L’apertura al Molteplice fu già preconizzata negli anni ‘60 da Gilles Deleuze e da Felix Guattari, con l’idea base che ispira “I Mille Piani”. Questa visione non può, però, avere alcun senso compiuto, né trovare un suo sbocco pratico, se prima non venisse fatto un determinato lavoro sulla natura intima dell’individuo occidentale che, oggi più che mai, si trova affacciato sull’orlo di un abisso. La sottomissione e la completa alienazione e perdita di identità davanti al mostro Tecno Economico o, di converso, il tornare a farsi “Ereignis/Evento”, superando con un colpo di reni, i propri limiti spirituali ed antropologici. Il far propria la dimensione della Techne, per proiettare sé stesso verso la dimensione dell’infinito, nel nome di una continua tensione all’autosuperamento ed all’autoperfezionamento. E allora capiremo che il singolo credo religioso, anche se coniugato in una accezione prettamente monoteista, rappresenterà, per un tipo umano differenziato, unicamente ed esclusivamente una tra le tante modalità di intendere e di rappresentarsi l’assoluto, non certo un modello di sviluppo socioeconomico.
UMBERTO BIANCHI
BIBILIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
Umberto Bianchi-Alle Origini della Globalizzazione, Nuove Idee, Roma, 2005
Nick Land, Collasso, trad. Valerio Cianci, Luiss University Press, Roma, 2020
Nick Land, Illuminismo oscuro, GOG, 2021
Nick Srnicek e Alex Williams,Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, traduzione di Fabio Gironi, Roma, Nero Editions, 2018
Gilles Deleuze, Differenza e Ripetizione, Raffaello Cortina Editore
Gilles Deleuze, I mille Piani. Capitalismo e Schizofrenia-Orthotes Editore
Martin Heidegger-Esseree Tempo-Mondadori Editore
Martin Heidegger- Che cosè Metafisica-Adelphi

