7 Marzo 2026
Società

Dei delitti e del pene – Ramingo

 Ab initio l’essere non era diviso in maschio e femmina. È presumibile che la separazione sia avvenuta dopo una penosa polemica. Possiamo solo supporre i contenuti di quella diatriba, di quel proto-divorzio che doveva definire i ruoli e gli attributi. Alcuni sospettano che la Natura abbia voluto avvantaggiare una delle parti e su questa ipotesi poggiano varie teorie. Tra le più note quella conosciuta come invidia del pene. Questa discutibile idea implica che un accessorio in più, nella propria dotazione personale, sia preferibile. Dovremmo dedurne che la donna avrebbe invidiato anche la coda  o le corna – sic romosa cornua laudabat – se questi attributi, pur di dubbia utilità e bellezza, fossero stati appannaggio esclusivo del maschio.

In quest’ottica quantitativa il valore è perciò visto come emanazione del vir. Dal suo di più promana la virtù, la nobiltà virile. Se guardiamo in profondità vedremo però che alla base di questa supposizione sta un più radicale pregiudizio, un ingiustificato orror vacui. Ne inferiamo, senza alcun valido motivo in verità, che anche la Natura debba aborrire il vuoto e che, di conseguenza, una convessità sia preferibile a una concavità e una qualsiasi cosa sia meglio di una vacuità. Viceversa, la nostra intuizione immediata ci dice che, mentre le cose per esistere han bisogno del vuoto, il vuoto non ha bisogno delle cose. Questo potrebbe da sé solo convincerci della superiorità femminile. Qui v’è tuttavia il pericolo di un nuovo, speculare pregiudizio.

Lo vide bene chi disse: “Più che il vitello a voler poppare è la vacca che brama allattare”. Così, il vuoto non è pago della sua vacuitas e brama di contenere qualcosa. Non può infatti manifestare la propria natura di spazio finché qualcosa non lo abita. Se non vuol restare un puro a priori kantiano, sterile astrazione e flatus vocis, deve dar ricetto agli atti creativi del tempo. E questi, che è movimento ed espansione, resterebbe dal canto suo bloccato in una rigida staticità se non avesse uno spazio in cui muoversi.

Allo stesso modo, l’eccedenza maschile privata della sua incidenza femminile sarebbe come un tempo senza spazio, condannato a consumarsi vanamente in se stesso. Da ciò si capisce che l’uomo non è superiore alla donna più di quanto il tempo sia migliore dello spazio, una forma convessa di una forma concava o l’esterno dell’interno. Tali dualismi rappresentano evidentemente delle polarità complementari e rimandano a un intero – l’άνθρωπος, ovvero l’eterno androgino – in cui i contrari si armonizzano. Credo inutile dilungarsi su un concetto – coincidentia oppositorum – tanto ovvio e a tutti noto. Ogni pretesa superiorità del principio maschile appare in tal senso priva di fondamento.

Degno di riflessione è invece il fatto che l’onore e il culto tributati dal maschio al proprio membro siano spesso contraddetti da espressioni che lo associano al disprezzo e alla volgarità. Con epiteti scurrili – che mi sono provato in parte a emendare e di cui mi scuso ma lasciva est nobis pagina, vita proba – si dice di un idiota che è fallocefalo, di persona molesta che è un gonadoclasta ecc., riferendosi sempre al sesso maschile in modi che ne pregiudicano la dignità. Altrettanto ingiuriosi appaiono gesti come l’ostendere impudicum (o infamis) digitum, in cui si fa un inequivocabile uso simbolico del terzo dito. Ma in ciò alcuni vorrebbero vedere un’allusione al detto secondo cui in medio stat virtus.

È vero che gli attributi virili sono spesso causa di atti irragionevoli. E può sembrare che l’intera storia sia percorsa da una follia fallica, dai suoi delitti e massacri. Ma questo non giustifica il dispregio e il disonore che il lessico popolare infligge a tali attributi. Infatti, per quanto il maschio si sia prodigato nel distruggere la vita umana, è altrettanto innegabile che non si è mai sottratto al dovere, o al piacere, di ricrearla.

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