8 Marzo 2026
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centoottantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Questa volta consentitemi di iniziare in maniera abbastanza inconsueta, nel senso che prima di andare a esaminare le novità che riguardano la nostra eredità ancestrale, vorrei occuparmi di qualcosa d’altro che non è una novità, e tuttavia è strettamente connesso alla nostra eredità e alle nostre origini.

In un articolo precedente, Ritorno al Ferdinandeo, vi ho raccontato di come I Celti e la transizione altomedioevale, la conferenza che ho tenuto l’anno scorso al festival celtico triestino Trikell, ma prima ancora le anticipazioni che ne avevo dato nel 2024, abbiano dato origine a un dibattito politico piuttosto astioso.

E’ un vero peccato che ciò abbia fatto passare in secondo piano o ignorare altri aspetti ugualmente, o forse del punto di vista storico, più importanti di quella conferenza, che vorrei ora rimarcare.

Se noi andiamo ad analizzare la cronologia dei popoli dell’Europa centrale e settentrionale, vediamo che praticamente c’è un passaggio subitaneo dall’Età del Ferro (preistoria) al medioevo.

In altre parole, sarà forse difficile da ammettere per noi abituati a una tradizione, a un modo di pensare le scadenze storiche latino, ma quella che conosciamo come età antica e come civiltà antica, è stata una realtà geograficamente localizzata nell’ecumene mediterraneo, che le legioni romane hanno esteso fino alle foci del Reno e al vallo di Adriano, ma non oltre.

Poiché la suddetta conferenza riguardava l’ambito celtico, non potevo non parlare del destino dei Celti nella transizione fra antichità e medioevo, fino ad arrivare all’assetto etnico attuale. Dove troviamo oggi popolazioni parlanti lingue celtiche? L’elenco è presto fatto: Irlanda, Scozia, Galles, vale a dire nelle aree che i Romani non riuscirono a sottomettere, mentre i Celti romanizzata persero la loro identità nel marasma conseguente alla caduta dell’impero. Fa eccezione la Bretagna francese, perché in essa si insediarono Britanni fuggiti dall’Isola per sottrarsi alle invasioni anglosassoni. Una ricerca genetica in quelle che oggi sono l’Inghilterra e la Francia, certamente metterebbe in evidenza una componente celtica nel DNA di quelle popolazioni, ma per quanto riguarda l’Italia?

Io ho il forte sospetto che il “celtismo” attuale sia soprattutto un fatto ideologico, artistico, musicale, magari di passione per i romanzi di Tolkien, ma per quanto riguarda l’eredità biologica, meglio lasciar perdere.

Se parliamo di Eredità degli antenati, dobbiamo avere chiaro di quali antenati si tratta, e il grosso di quelli che continuano a vivere nella nostra eredità sono indubbiamente italici e latini.

Premesso questo chiarimento che andava fatto, torniamo a considerare cosa ci offre a questo riguardo la pista di “MANvantara” nel mese di gennaio di questo nuovo anno, e subito ci imbattiamo in una difficoltà. Come già in dicembre, prosegue la tendenza dei contributori a collocare post che non riguardano gli argomenti di cui ci stiamo occupando, ed è una cosa pienamente comprensibile vista la situazione internazionale, in particolare stavolta la politica avventurosa e pericolosa degli Stati Uniti di Trump sulle questioni del Venezuela e della Groenlandia, ma, detto questo e condividendo la preoccupazione per la politica sempre più delirante e aggressiva dell’amministrazione statunitense, in questa sede non me ne occuperò e mi concentrerò sulle tematiche storico-archeologiche.

Ripartiamo allora dal 5 gennaio. In questa data troviamo i link a due articoli di “12.794 anni fa” (mi stupisco sempre che qualcuno possa proporre per la preistoria una data così precisa, ma prescindiamo). Il primo dei due ha un titolo accattivante: Trovate tracce di tecnologia nell’Età della Pietra. Di che si tratta? Torniamo a parlare del misterioso complesso anatolico di Gobeckli Tepe. Qui, a quanto riferito, è stata usata una tecnologia sorprendente nella realizzazione dei pavimenti.

Analisi termiche hanno dimostrato che i pavimenti erano stati cotti ad almeno 850 °C, raggiungendo una resistenza meccanica sorprendente per un’epoca in cui, secondo la storiografia ufficiale, l’uomo viveva ancora in comunità neolitiche di agricoltori e allevatori…Una simile tecnica presuppone la conoscenza della chimica, anche se rudimentale, e della reazione dei materiali alle alte temperature. Inoltre, presuppone la capacità di costruire dei forni che raggiungono quella temperatura così elevata. Ma tutto questo non dovrebbe esistere sulla Terra oltre 9.500 anni fa.”.

Il secondo articolo ci parla di una scoperta altrettanto sorprendente avvenuta stavolta nelle Americhe, e precisamente nelle acque antistanti Cuba.

Al largo della costa occidentale di Cuba, a circa 650 metri di profondità, i ricercatori hanno scoperto strutture artificiali che ricordano edifici, strade e addirittura piramidi. Si tratta di una vera città sommersa…Sembra che le strutture trovate non presentano caratteristiche compatibili con unorigine naturale e sembrano risalite a molte migliaia di anni fa”.

Tuttavia anche il nostro continente, comprese le Isole Britanniche che saremmo tentati di pensare esplorate in ogni anfratto, non cessano di rivelarci sorprese. Il 13 troviamo un link a un articolo di “Irish Roots” che ci parla di Rathcroghan. Quest’ultimo è uno dei centri politico-cerimoniali tradizionalmente indicato come sede reale irlandese.

Situata vicino Tulsk nella contea di Roscommon, fu la sede tradizionale dei re del Connacht e riteneva importanza fin dalla preistoria fino al primo medioevo”.

Sin qui la tradizione, ma quando gli archeologi hanno indagato il sito con il georadar, ecco cosa hanno scoperto:

Rathcroghan non è un singolo forte ma un vasto complesso archeologico, con oltre 200 caratteristiche registrate diffuse nella campagna circostante. Questi includono forti ad anello, tumuli di sepoltura, recinti cerimoniali, antiche strade e opere di terra, che riflettono il suo lungo e variegato uso come centro di potere, rituale e assemblaggio. Ciò che distingue archeologicamente Rathcroghan è quanto di esso rimane conservato sotto la superficie. La comprensione moderna del sito è avvenuta in gran parte attraverso rilevazioni geofisiche non invasive, che hanno rivelato ampie strutture nascoste senza scavi su larga scala”.

Pur essendo una parte di mondo intensamente esplorata, le Isole Britanniche non cessano di manifestarci sorprese. Il giorno 19 troviamo un link a un articolo del “National Geographic” che ci informa dell’ultimo ritrovamento avvenuto in Gran Bretagna.

Nella contea di Norfolk sono venuti alla luce un carnyx, la tipica, lunga tromba da guerra celtica e uno stendardo (il testo lo definisce così, ma credo che non trattandosi di un drappo di panno, il temine insegna sarebbe stato più adeguato) di bronzo a forma di testa di cinghiale.

Gli archeologi britannici pensano che questi oggetti siano da mettere in relazione con la rivolta anti-romana di Budicca che infiammò la Britannia tra il 60 e il 61 dopo Cristo.

Con tutto ciò, rimarremmo veramente male se la nostra Italia non avesse alcuna novità da offrire in campo archeologico, visto che la nostra è una terra di antichissime civiltà plurimillenarie. Non a caso, la scorsa volta ho ricordato Gli dei ritornano, la mostra dedicata ai bronzetti romani ed etruschi ritrovati nel fango della vasca votiva di San Casciano dei Bagni.

E infatti, nemmeno a dirlo, il 18 troviamo un link a un articolo di Adelaide Pierucci su “Canale 10” che ci parla di alcuni recenti ritrovamenti avvenuti a Pietralata alla periferia di Roma.

Due vasche monumentali, un sacello probabilmente dedicato al culto di Ercole e due tombe di età repubblicana sono emersi dagli scavi di archeologia preventiva condotti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura lungo via di Pietralata, nell’area del Parco delle Acacie 2.

Ma il nostro Paese non ha finito di sorprenderci. E’ recentissima la notizia riportata da diversi media, e naturalmente ripresa anche da “MANvantara”, che a Fano (Pesaro Urbino) durante gli scavi in piazza Andrea Costa sono emerse delle colonne di grandi dimensioni. Si tratterebbe dei resti della basilica di Vitruvio, un edificio quasi mitico, le cui tracce sono state a lungo cercate, poiché rappresenterebbe il modello a cui si è ispirata un po’ tutta l’architettura romana a partire dal I secolo dopo Cristo, infatti, il grande architetto Vitruvio, nato appunto a Fano, è considerato colui che col suo testo De architectura ne ha dettato i canoni, di cui la basilica da lui eretta nella sua città natale sarebbe stata la più compiuta espressione.

Il giorno 20 troviamo un link a un lungo reel (oltre un’ora, praticamente un film) di “Storie per dormire”, che è una volta tanto stranamente esplicito, lo si vede già dal titolo: Hanno mentito? Gli esseri umani moderni NON si sono evoluti in Africa? (io toglierei entrambi i punti interrogativi, ma prescindiamo).

I motivi per dubitare o per ritenere non valida l’ipotesi dell’origine africana che attualmente costituisce l’ortodossia “scientifica” che ci viene imposta, sono numerosi: la presenza di tratti anatomici sorprendentemente moderni nei resti di esseri umani vissuti in Medio Oriente, in Asia, in Europa centinaia di migliaia di anni fa, a fronte dell’ipotesi dell’origine africana che suppone un’origine dal Continente Nero attorno a 60.000 anni or sono, gli studi sul DNA delle popolazioni moderne che rivelano tracce di antiche popolazioni non africane, Neanderthal in Europa, Denisova in Asia, e si capisce che se neanderthaliani e densoviani erano uomini a tutti gli effetti con cui i nostri antenati si sono liberamente incrociati, poiché erano presenti in Eurasia da centinaia di migliaia di anni, voler sostenere che la nostra specie sia uscita dall’Africa attorno a 60.000 anni fa, perde qualsiasi ragionevole significato.

Conosciamo bene le motivazioni di natura non scientifica, ma politica che stanno dietro la “teoria” dell’Out of Africa, la persuasione che “siamo tutti africani” è uno strumento per farci accettare o almeno essere acquiescenti all’invasione che quotidianamente subiamo oggi dall’altra parte del Mediterraneo, come Kalergi comanda.

“Una storia per dormire”? Direi che questa è piuttosto una storia per svegliarsi!

Non sarà fuori luogo se mi permetto ora di citare una volta di più il nostro eccellente amico e ricercatore “fuori dagli schemi” Felice Vinci, che sappiamo essere sempre molto attivo nel diffondere verità “scomode”, anche se questa volta – a essere sinceri – si tratta di una comunicazione privata (spero che mi perdoni).

L’argomento di essa è l’origine dei Veneti. Sappiamo che costoro erano una popolazione o un gruppo di popolazioni indoeuropee distinto dagli Italici del ceppo latino-osco-umbro, che inizialmente stanziati nell’Europa orientale, in età protostorica si divisero, alcuni migrando a ovest verso la Gallia e insediandosi nell’estuario della Loira, altri in Italia nell’attuale Veneto. (La parentela tra i Veneti dell’Europa orientale e quelli della Gallia è ancora oggi attestata dalla somiglianza di alcuni toponimi, ad esempio Brest e Brest-Litovsk).

Al riguardo, Felice Vinci mi scrive:

I Veneti dell’Oceano – quelli della Bretagna, che diedero il loro nome a Vannes e furono un osso durissimo per Giulio Cesare – secondo Strabone erano imparentati con i Veneti dell’Adriatico (che secondo Omero e la tradizione erano alleati dei Troiani: infatti Padova secondo la tradizione fu fondata dal troiano Antenore). Forse con le loro enormi navi arrivarono anche in America, dove tra i Wendat (=Veneti?) dei Grandi Laghi, chiamati anche Uroni, sono state riscontrate fattezze “europee”. Opportune analisi dei DNA potrebbero chiarire la plausibilità di queste parentele…  i Veneti dell’Oceano – quelli della Bretagna, che diedero il loro nome a Vannes e furono un osso durissimo per Giulio Cesare – secondo Strabone erano imparentati con i Veneti dell’Adriatico (che secondo Omero e la tradizione erano alleati dei Troiani: infatti Padova secondo la tradizione fu fondata dal troiano Antenore). Forse con le loro enormi navi arrivarono anche in America, dove tra i Wendat (=Veneti?) dei Grandi Laghi, chiamati anche Uroni, sono state riscontrate fattezze “europee”. Opportune analisi dei DNA potrebbero chiarire la plausibilità di queste parentele…”.

Ho l’impressione che qui ci siamo imbattuti in una storia molto più complessa di quanto sembrerebbe a prima vista, infatti, lo stesso Vinci nel suo libro I misteri della civiltà megalitica parla di un’altra popolazione dai tratti inaspettatamente europei che da a sé stessa il nome di Wendat, ma si trova nell’Asia centrale in quello che oggi è territorio cinese.

Collegamenti tra l’Asia e l’America sono senz’altro ipotizzabili, anzi, la versione ortodossa, comunemente accettata, della colonizzazione preistorica delle Americhe ci dice proprio che essa sarebbe avvenuta a partire dall’Asia attraverso lo stretto di Bering o la Beringia, il ponte di terra fra i due continenti che esisteva nell’età glaciale.

Al riguardo, non penso che ci sia molto da eccepire, tranne il fatto che una sola migrazione avvenuta, si suppone, attorno ai 12.000 anni fa, non è sufficiente per spiegare la complessità antropologica del doppio continente americano. Tutto questo l’ho spiegato nel capitolo La storia perduta delle Americhe che trovate nel mio libro Alla ricerca delle origini. In una concezione più ampia di quella “ufficiale”, supponendo varie migrazioni distanziate nel tempo, potrebbe trovare risposta anche il mistero dei Wendat asiatici e americani.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra figurina di Ercole rinvenuta negli scavi a Pietralata, al centro Fano, i resti della presunta basilica di Vitruvio, a destra il libro di Felice Vinci I misteri della civiltà megalitica.

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