È molto piccolo, è giunto in questo mondo da pochi, pochissimi anni, e non ha avuto il tempo di conoscerlo. Il suo corpo è tenero, la sua pelle rosata. Come tutti i bambini, lo diresti un angioletto. Sembra dormire, il suo piccolo cuore batte, il suo respiro è regolare. Forse troppo regolare. Dipende infatti da una macchina che aiuta i suoi polmoni a respirare. Da solo non potrebbe riuscirvi perché, dicono i medici, il suo cervello è compromesso e non manda più i segnali necessari a mettere in moto quel ritmico respiro, quel soffio che lo tiene legato alla vita, anche se con un filo sottile, fragile e forte insieme.
Vi è in lui una volontà di vivere che si ostina nel suo intento, anche se i medici non le danno speranza, anche se le prognosi infauste, i dati clinici cadono su di lei come macigni. Inutile continuare le cure, dicono, inutile sostenerlo ancora nel suo sforzo di vivere. È condannato, o condannata. Non sappiamo infatti se è un bambino o una bambina. Nessuno ne sa il nome. È un nome che resterà per sempre anonimo. Un angioletto in incognito, per cui nessuno, a parte i suoi genitori, dice una preghiera o versa una lacrima. Nessun giornale si è occupato di lui. Nessuno, nella nostra società indaffarata, trascinata qua e là dai notiziari, dai dibattiti, in una società dove altri decidono per noi per chi piangere, per cosa soffrire, per cosa indignarci o preoccuparci, nessuno gli ha dedicato un pensiero di pietà, di tenerezza.
Non parlo del piccolo Domenico, il bambino cui è stato trapiantato un cuore ‘difettato’. Parlo di quel bambino misterioso, quel corpicino sottratto all’attenzione della gente da cui i medici hanno prelevato il piccolo cuore che, in teoria, avrebbe dovuto continuare a pulsare in un altro piccolo corpo, aiutare un altro bambino a sopravvivere. In pratica non è stato così. Il suo cuore è toccato in sorte a Domenico, ma qualcosa non ha ‘funzionato’. Ora, perché nessuno parla di quel bambino ignoto, perché ci è così estraneo? Nessuna empatia, nessuna manifestazione di solidarietà, nessuna identificazione.
In fondo, non era diverso da Domenico. Anche lui era collegato a un respiratore, colpito da una diagnosi di “morte cerebrale”. Nel suo caso non si è neppure parlato di “prognosi infausta” o di “cervello irrimediabilmente compromesso”. Perché tali parole sono terribili, ma ci rimandano a un corpo che ancora lotta per sopravvivere, anche se la ‘scienza’ non gli concede il beneficio della speranza.
Nel caso di quel bambino, a noi ignoto, si è detto invece che era morto, anche se respirava, anche se il suo cuore batteva, anche se la sua pelle era calda, anche se i suoi straziati genitori ancora trepidavano per lui, aggrappati a un filo invisibile, forse sperando in un miracolo. Non hanno parlato di lui come di un bambino sofferente, colpito da un destino spietato. Hanno semplicemente detto: “è morto”, e hanno chiesto il permesso di prelevare i suoi organi. Consenso che i genitori hanno concesso forse pensando di compiere un gesto utile, forse per dare un senso al loro dolore.
Così quel bambino, di cui non sapremo mai il nome, è stato portato in una sala operatoria e il suo piccolo cuore, che ancora pulsava, è stato tolto con perizia – o barbarie – chirurgica. Infine, senza più il suo cuore, quel bambino è morto veramente. Senza far rumore, senza provocare l’indignazione o il cordoglio dei giornalisti, senza suscitare polemiche, sospetti e indagini. Un angioletto che se ne va in silenzio, dimenticato da tutti, tranne da coloro che lo amavano.
E tuttavia, la sua morte, il suo cuore ‘difettoso’, hanno mostrato il lato oscuro, l’anima nera dei trapianti. Hanno rivelato quella logica tremenda per cui “voglio un cuore per il mio bambino” significa “voglio che muoia un altro bambino al posto suo”. Hanno messo a nudo il paradosso per cui un bambino viene dichiarato ‘morto’ mentre è ancora vivo, perché servono urgentemente i suoi organi, mentre un altro bambino, in condizioni uguali o forse peggiori, vien detto “in coma profondo”, e tutti cercano di ‘salvarlo’. Perché?
Groviglio di paradossi medici, etici, sociali, che nessuno ha il coraggio di affrontare. Dilemma liquidato con sofismi pseudo-scientifici, con la retorica dei buoni sentimenti, con l’etica di una società in cui tutto, anche la morte deve tornare utile. Così nessuno sembra accorgersi del segno lasciato da quel bambino sconosciuto, nessuno sembra capire. Il pensiero unico è una livella, come la morte.
Tutti lì, col fiato sospeso, a seguire le tragiche sorti di un altro bambino e della sua famiglia. Alcuni a criticare, altri a pregare Dio, o a rimproverarlo per la sua crudeltà, per la sua indifferenza. Gli stessi che forse ringraziano Dio quando viene trovato “un cuore nuovo”. Come se, nella sua bontà, Dio dovesse far morire un bambino per aiutarne un altro. Infine, i due bambini sono morti entrambi. Ritroveranno i loro cuori altrove, cuori più leggeri di una piuma. Ma soltanto uno di loro verrà ricordato, e solo per un po’, finché i nostri pensieri non verranno distratti da altro.


13 Comments