«Il saggio fa sì che il popolo sia senza sapere»
(Daodejing)
Il sapere è da sempre celebrato come una delle più nobili e preziose qualità dell’uomo. La storia della civiltà umana testimonia con dovizia di esempi questo culto della conoscenza. L’uomo insegue il sapere per passione disinteressata, per necessità, per tradizione. È raro che qualcuno contraddica questa universale tendenza. Il caso più paradigmatico è forse quello di Laozi.
«Abolisci il sapere, rifiuta la conoscenza[i]». «Abbandona le dottrine e sarai senza afflizioni[ii]». «Un sapere che è non sapere: questa è cosa sublime. Un non sapere che è sapere: questa è malattia[iii]». Il carattere enigmatico di quest’ultima sentenza riflette l’ambiguità semantica del cinese zhi, con cui si può indicare sia un apprendimento, un “ritenere che”, sia un effettivo capire.
Malattia sarebbe dunque quel sapere che è mera istruzione, informazione, conoscenza volgare fatta di pregiudizi e di illusioni collettive, “credere di sapere”. In modo oracolare, sibillino, Laozi sembra indicare come sua antitesi una conoscenza che poggia su qualcosa di inconoscibile, comprensione ontologica e intuitiva di un Principio (Tao) che fornisce un fondamento al sapere umano.
È probabile che Laozi volesse confutare, qui come altrove, l’insegnamento di Confucio, il quale su tale argomento si era espresso così: «sapere di sapere quello che si sa, sapere di non sapere quello che non si sa: ecco il vero sapere». Atteggiamento razionalista che si riduce in fondo a un semplice truismo, è che senza dubbio ci risulta ancor oggi più congeniale.
Per altro, anche il socratico “so di non sapere”, suona in fondo più confuciano che taoista. In ambiente cristiano una “dotta ignoranza” – espressione resa celebre dal Cusano – si trova già in Agostino; e nel XIV secolo un libriccino anonimo, “La nube della non-conoscenza”, ispirato alla caligo ignorantiae dello Pseudo-Dionigi, richiamò le menti a un sapere contemplativo.
Lo Pseudo-Dionigi[iv] – con uno stile meno laconico di Laozi, ma simile nella sostanza – chiedeva di allontanare “ogni cosa sensibile e ogni cosa intelligibile”, e mediante questa via di ignoranza innalzarsi “all’unione con Colui che trascende ogni essenza e ogni conoscenza”. Ma la Chiesa ha sempre diffidato di tali rapimenti mistici, che mal si conciliano con una teologia razionale.
Tuttavia, Cristo stesso insegna che il mistero di Dio è nascosto ai dotti e ai sapienti e rivelato ai piccoli[v]. E l’Antico Testamento ci avverte: «la mia mente ha molto curato la sapienza e la scienza … e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti: molta sapienza, molto affanno; chi aumenta il sapere accresce il dolore[vi]». Ma tale monito è evidentemente caduto nel vuoto.
Il fatto è che proprio cavalcando i soffi del sapere ci illudiamo di sollevarci dalle difficoltà della vita, dai suoi affanni, dai suoi misteri. Perciò ci affanniamo a scoprire i nessi tra le cose, le ragioni e le cause, a cercar le cuciture nell’inconsutile trama del mondo. Non per puro, teorico disinteresse, ma perché la scienza ci sembra contenere una promessa di felicità.
«Felix qui potuit rerum cognoscere causas[vii]» dice Virgilio. Ma evidentemente il poeta si sbagliava, o è sbagliata la nostra idea di causalità. Forse semplicemente crediamo di comprendere la causa delle cose. In ogni caso, questo non ci rende più felici. Né ci procura gioia il conoscere fatti storici e politici, il sapere scientifico e filosofico, la nostra cultura in generale.
La felicità si associa più spontaneamente a pensieri semplici sulla salute e l’amore. Ci confortano la fede, l’immaginazione di cose sperate, la saggezza basata sulla comprensione delle leggi spirituali che governano la vita in questo mondo. E come diceva Einstein, «ogni sciocco può sapere. Il punto è capire». Sapere non ci rende più intelligenti. A volte solo più ottusi e presuntuosi.
Difficile è capire i limiti stessi del nostro sapere. Secondo Cicerone, «quasi tutti gli antichi furono d’accordo che l’uomo non può conoscere niente, non può comprendere niente, non può sapere niente; limitati sono i nostri sensi, debole la nostra intelligenza, corta la nostra vita». Ma se sensi, intelligenza e vita hanno dei limiti, potremo trarne comunque un sapere limitato.
Il fatto è che il mio sapere dipende da alcuni strumenti cognitivi – sensi, memoria, logica – la cui attendibilità non può esser accertata, dal momento che la verifica non può prescindere dall’uso di questi stessi strumenti. Per evitare di cadere in un circolo vizioso devo quindi assumere a priori che il mio pensiero rifletta una concreta realtà e non sia solo una mia solipsistica immaginazione.
E tuttavia, «che rapporto può esserci tra gli atomi del mio cervello e, dall’altro lato, le mie esperienze originarie e innegabili: provo dolore o desiderio, sento profumo di rosa, odo il suono di un organo, vedo rosso? È incomprensibile, e lo sarà sempre, che dalla combinazione di carbonio, azoto, idrogeno, ossigeno, prenda forma la vita cosciente. Ignoramus et ignorabimus[viii]».
“Non sappiamo e non sapremo mai”. Il grande fisiologo Emil Du Bois-Reymond allude qui al carattere inattingibile della realtà. Ma mi pare che da ciò ne consegua l’inconoscibilità dell’origine e del fondamento del sapere umano. Che l’uomo sia un mistero a sé stesso l’aveva già detto più sinteticamente Voltaire: «Non so né come penso, né come vivo, né come sento, né come esisto».
Se esamino il mio sapere, mi par di vedere una relazione stabile ed evidente tra la mia coscienza e il mondo. Questa istintiva certezza, detta senso comune, è però solo una comoda supposizione, un’ipotesi utile alle incombenze pratiche della vita. Ma più mi distacco dalle forme semplici e primitive della conoscenza, più un’onesta critica del mio sapere appare calzante e inevitabile.
In tal senso credo si possano discernere quattro livelli di presunta certezza. Il primo è legato al latino sàpere, che indica un gusto, un sapore. «Come sa di sale lo pane altrui». Il sapere è qui un senso sia come sensazione, atto percettivo immediato, che come significato non concettuale: so di esistere, di aver freddo, di vedere una luce ecc. È uno stato di identità tra me e la mia esperienza.
È un sapere certo, che precede le parole e le teorie. Conoscenza vergine del neonato, ancora immersa in un essere semplice e indiviso, dove tutto è di per sé evidente, prima che affiori la volontà di spiegare le cose. Atto puro che non implica una riflessione, simile al semplice fiat con cui Dio crea il mondo, lasciando che siano scienziati e teologi a trovarvi leggi fisiche e morali.
Ma le esperienze diventano ricordi, nomi, relazioni, generando in noi un altro sapere, quel che in latino è detto scire. Il termine scio (‘io so’) è legato all’idea di tagliare, sminuzzare le cose, da cui anche il nostro ‘scindere’. È un sapere scientifico, che spezza la compatta unità tra noi e il reale, perché né la memoria né i nessi logici possono cogliere il carattere semplice della realtà.
Ogni oggetto che osserviamo sembra uscire da uno sfondo inconscio e infinito, da una totalità che la nostra mente raziocinante non può esaurire. La struttura unitaria dell’essere viene perciò divisa in tanti frammenti, per esser poi laboriosamente ricomposta e spiegata nella nostra coscienza. E poiché ogni parte ne implica innumerevoli altre, l’impresa ci appare molto complicata.
L’uomo può lamentarsi allora che “la realtà è complessa”. Ma tale complessità sta solo nella sua difficoltà a comprenderla. È dunque un suo problema, non un carattere della realtà. I ricordi, le inferenze, i ragionamenti, determinano un’indubbia evoluzione del sapere, rendendolo più ricco intellettualmente, ma nello stesso tempo più problematico e incerto.
V’è tuttavia nel mondo un’ampia e rassicurante uniformità di opinioni su alcuni punti fondamentali. È un sapere comune, condiviso, basato non sulle percezioni dirette e gli autonomi ragionamenti del singolo ma piuttosto sul continuo scambio di informazioni e istruzioni all’interno di una comunità. Presupposto di questo terzo sapere è un’opzione morale, ossia la fiducia che riponiamo negli altri.
In tal modo un tale può credere di sapere, e anche insegnare, un’infinità di cose senza saperle o capirle realmente: che Omero scrisse l’Iliade, che la Terra giri intorno al Sole, che il suo corpo sia composto di atomi, che dopo la morte continuerà a esistere altrove ecc. Non ha una vera cognizione di tutto ciò, ma crede che altri ce l’abbiano, e tanto gli basta.
Questo fiducioso abbandono si associava in genere a figure di genitori, insegnanti, sacerdoti, medici ecc. Erano l’autorità e il carisma di costoro a definire il nostro grado di certezza. Se i primi due saperi implicavano una fiducia in noi stessi e nelle nostre facoltà mentali, qui si tratta di credere a quanto ci viene comunicato, riservandoci eventualmente di appurarne la veridicità.
Ma quando una verifica personale ci è impossibile, il doveroso scetticismo cede al nostro bisogno di credere e ci pieghiamo all’autorevolezza degli esperti. Per questo l’uomo ha ritenuto di non dover dubitare di quelle affermazioni che richiedevano un’adesione a priori e incondizionata, in quanto rivelazioni divine, provenienti cioè dalla massima autorità per lui immaginabile.
Così la fiducia si trasforma in fede, ovvero in un quarto sapere, quello che l’uomo più ha invocato nelle sue cruciali decisioni, e che in tante occasioni si è fatto motore trainante della storia. In realtà, la sua affidabilità è controversa quanto quella degli altri, ma un tempo lo si credeva l’unico a contenere una verità irrefragabile. Era perciò oggetto generale di rispetto, di culto e di venerazione.
Oggi crediamo invece che l’unico sapere certo, degno di fede, sia quello fondato su osservazioni empiriche e modelli matematici. L’atteggiamento ossequioso e riverente un tempo riservato alla dottrina della Chiesa si è così trasferito ai dogmi della scienza positiva. Tale trasformazione, decisiva per gli sviluppi della società moderna, cominciò probabilmente con Bacone.
La sua affermazione che «nam et ipsa scientia potestas est[ix]», ossia che sapere è potere, è diventata il cardine del nostro pensiero e il suo magico fondamento. Nel momento in cui la scienza diventa potere avoca a sé quella funzione di controllo delle anime che era prerogativa della Chiesa, e in sé raccoglie la più sconsiderata libido dominandi di cui l’uomo sia capace.
Attribuire al sapere scientifico un valore liberatorio è dunque una follia. È invece lecito supporre che lo vedremo collaborare con forze infere per creare sempre nuovi e più efficaci strumenti di tirannia. Dovremo temere che la scienza, cui abbiamo delegato la divina facoltà di salvarci, divenga al contrario sintesi di quei “principes d’une superbe diabolique[x]” che minacciano di distruggerci.
Più che un dono prometeico, il progresso tecnico-scientifico ricorda l’imprudenza di quell’altro titano, Epimeteo – “colui che riflette in ritardo” – che non valutò le conseguenze dei suoi atti e che, nonostante gli avvertimenti di Prometeo, aprì il famigerato vaso di Pandora riempiendo il mondo d’ogni male. E francamente non so come sarà possibile rimettere tutti i mali nel loro vaso.
Non possiamo certo sperare sia il potere politico a farlo, o che basti accumulare altra scienza, curando il male con il male. Dovremo invece riappropriarci del nostro giudizio, rifiutare che la realtà giunga a noi filtrata dai custodi di saperi apodittici, di dogmi funzionali alla manipolazione delle coscienze, al controllo dei comportamenti sociali, all’imposizione di doveri.
Quando il sapere era trasmesso oralmente l’intelligenza dell’uomo era salda e ponderata, acuti i suoi sensi, vasta la sua memoria. Attraverso la scrittura, i libri, giornali, radio, tivù, Internet, intelligenze artificiali, media di un sapere sempre più aggressivo e invadente, la comprensione si fa sempre più ottusa e superficiale, la memoria si atrofizza, i sensi divengono rigidi e opachi.
«L’istruzione, questa ragnatela del cervello, profana, erronea e vana[xi]» avvolge con fili appiccicosi la nostra mente. Trama di segni che rimandano ad altri segni, senza mai pervenire a un significato, come cartelli stradali che non indicano alcun luogo ma solo altri cartelli. Così, nessuna società fu mai tanto istruita e insieme tanto stupida quanto la nostra.
Abbiamo creduto all’evoluzionismo, alla democrazia, alle storie ufficiali, a farmaci, virus e vaccini, alle diete, al riscaldamento globale, alle guerre umanitarie, alle verità della scienza, a una tecnologia provvidenziale ecc., ubbidendo come i fanatici adepti di una setta religiosa a tutto ciò che ci veniva ordinato, perché non ci si può opporre al quarto sapere senza cadere nella colpa di infamanti eresie.
Ma questa nuova fede è solo sterile curiosità, feticismo del conoscere. Veniamo inebetiti da notizie, dati statistici, commentari e dibattiti. Non importa l’argomento; non v’è inezia o idiozia su cui non si aprano effimere diatribe, non v’è scelleratezza o perversione che non stimoli un morboso interesse di sapere. Follia di una società che «corre dietro al vento» senza trovare requie.
Un vortice di messaggi fugaci, di vuote fascinazioni, imprime alla nostra mente un moto centrifugo e volatile. Infine non riusciamo più a concentrarci, né lo potremmo, perché veniamo privati di un centro, di un senso saldamente ancorato alla realtà . E senza centro tutto diventa futile, niente ha più una reale importanza. Non è dunque la banalità del male il problema, ma il male della banalità.
Ci manca una vera intelligenza delle cose perché intelligere significa leggere dentro. Ci difetta quel capire che è understand, aderenza a un substrato spirituale in sé inconoscibile ma che rende comprensibile il mondo. La nostra interiorità è infatti costretta a guardar fuori, ad alienarsi nella confusione delle cose, perdendo la fiducia in sé stessa. In tal modo, più sa, meno comprende.
Il sapere diviene malattia quando smarrisce l’intuizione della sua profondità metafisica e degenera in conoscenza profana. Strappata dalla sua radice misteriosa la coscienza dell’uomo galleggia su una piatta superficie, specchio di nudi fatti dove pensiero e realtà si riflettono l’uno nell’altra come due fate Morgane, illusione nell’illusione, sogno di un sogno. Dunque, come guarire?
La cura indicata da Laozi può apparirci inefficace: «il saggio riconosce d’esser malato … perciò non è malato[xii]». Si obietterà che non basta esser coscienti di una propria infermità per guarirne. Qui non siamo però nei domini di una medicina somatica ma di una terapia spirituale. E se la malattia consiste nel non capire, la comprensione del proprio male è il presumibile inizio di una guarigione.
Per liberarci da saperi tossici, da nozioni ingannevoli, da un caos di mitologie e di fantasie gnostiche, dobbiamo perciò dubitare di ciò che ci viene insegnato, riesaminare le nostre certezze, scrutare in noi per ristabilire un principio di ordine e di verità. Ma prima occorre sapere che il nostro sapere è malato. «Un lungo viaggio comincia con un piccolo passo[xiii]».
NOTE
[i] Daodejing, Cap. 19
[ii] Daodejing, Cap. 20
[iii] Daodejing, Cap. 71
[iv] De mystica theologia
[v] Matteo, 11:25
[vi] Ecclesiaste, 1:18
[vii] Virgilio, Georgiche, II – 489
[viii] Emil Du Bois-Reymond, “Sui limiti della nostra comprensione della natura”
[ix] Bacone, Meditationes sacrae
[x] Blaise Pascal
[xi] Samuel Butler
[xii] Daodejing, Cap. 71
[xiii] Daodejing, Cap. 64


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