di Gianluca Padovan
Bagatelle incivili.
Le vicende che hanno caratterizzato il dopoguerra italiano fino ai primi mesi del 1948 e in alcuni casi fino a ben dopo sono abbastanza note, ma anche di ciò i “media” non ne parlano, oppure in taluni ambienti si nega, si minimizza o più facilmente si raccontano fatti non veri. In pratica si giustifica il tutto con le parole “lotta antifascista”, occultando la verità e propalando ad oggi la “storia di facciata”, la quale senza increspature dipinge l’epopea “parteggiante” gabellandola per “liberatrice”, ovvero attribuendo ad essa meriti militari e sociali che non ha mai avuto in tema di vittoria in campo tanto militare quanto civile. Ma innumerevoli fatti si tacciono ed altri tranquillamente si dimenticano.
Non tutte le formazioni parteggianti si macchiarono di crimini, ma innegabilmente quelle legate all’inquadramento comunista furono le peggiori. Difatti se è abbastanza facile indossare abiti civili per poter sparare alle spalle dei militari perfettamente distinguibili. Ed è ancor più facile ammazzare coloro che si sono arresi e hanno consegnato le armi.
Tra il 1945 e l’anno successivo migliaia di persone sono ammazzate in Emilia Romagna e basta menzionare, ad esempio, le stragi avvenute nella zona del Ponte della Bastia sul fiume Reno ad opera dei parteggianti comunisti.
Romagna terra del tortellino e della strage.
Riporta Guido Minzoni a proposito della bassa Romagna e del vano tentativo di dare sepoltura ai trucidati: «Scrive in proposito, nella cronaca del tempo, un comandante partigiano che combatté nella zona attigua a quella comandata da Pasi e da D’Alema, una cronaca che riproporremo più avanti integralmente: “Quelle zone furono liberate nottetempo senza che fosse sparato un sol colpo di fucile”. Dallo stesso giorno 10 [aprile 1945. N.d.A.] incominciarono le eliminazioni dei nemici del popolo locali, che si protrarranno per tutto il mese di aprile con identiche modalità; i morti ammazzati sono abbandonati dove avviene l’esecuzione ed i corpi, nella quasi totalità, vengono recuperati e sepolti nei vari cimiteri. Sarà solo nel successivo mese di maggio che la direzione del partito [comunista. N.d.A.] si preoccuperà delle possibili ripercussioni del fenomeno, per le proporzioni raggiunte, e ordinerà ai sicari delle formazioni partigiane non ancora smobilitate di occultare i cadaveri in maniera tale che non si trovassero più (…). Analizzando attentamente la data dei decessi si ricavano questi dati percentuali: – il 25% furono uccisi nella prima carneficina, quelli che furono nella quasi totalità rinvenuti e sepolti nei cimiteri; – il 50% furono le vittime della seconda ‘liberazione’ (mese di maggio), nella stragrande maggioranza ordinatamente occultate; – il rimanente 25% subì l’una e l’altra sorte nei mesi successivi. Sono passati cinquanta anni dai massacri ma non una parola è stata detta da un comunista per agevolare le ricerche. L’unico che ci provò, Otello Montanari, fu subito sconfessato dal partito e messo a tacere in malo modo. Non solo: l’omertà imposta col terrore ha fatto sì che le ricerche non approdassero mai a risultati positivi. Mai ci fu dato un aiuto o una speranza; quando sembrava in qualche occasione di essere arrivati ai margini di quelle fosse maledette, ancora una mano ci impediva di raggiungere i resti dei nostri morti; la mano ancora insanguinata del partito comunista. Le vicende della mia famiglia in quei giorni furono molte dolorose: il mio nonno Carlo fu il primo ad essere assassinato, il dodici di aprile, da ignoti, col classico colpo alla nuca. Fu trovato a qualche centinaio di metri dalla propria abitazione; aveva settanta anni (…). Venti sono i nomi di coloro che vennero eliminati a Giovecca nella seconda mattanza, come racconteremo più avanti, mentre le cronache parlano di 700. Essa, la più massiccia, coincide con l’ordine di smobilitazione imposto dagli alleati a Boldrini, comandante della XXVIII Garibaldi e il suo ritorno da vincitore nella terra natale previa ispezione del territorio, dove più efficacemente erano state applicate le direttive del partito: così si passò ad Argenta (74 assassinati), dal tristemente famoso ponte della Bastia, poi a Lavezzola, dove le uccisioni dicono siano state oltre cinquecento, da Giovecca, minore per importanza, con solo trecento giustiziati, da Conselice e da Massalombarda dove vengono ammazzati fra gli altri Alfonso e Arrigo Minzoni. Tutte località che videro commissario politico Giuseppe D’Alema (…). Il sottoscritto, ricercato e creduto morto si salva solo perché la sorte lo porta in un campo di concentramento per prigionieri di guerra inglese, dal quale viene liberato alla fine del 1954» (Guido Minzoni, Il “Triangolo degli ignoti”. Stragi in Romagna durante e dopo la guerra civile, op. cit., pp. 33-34). Si ricorda che il 23 agosto 1923 ad Argenta don Giovanni Minzoni è stato ucciso a colpi di bastone da due squadristi fascisti.
Omertà e riesumazioni a malincuore.
L’omertà per tema di rappresaglie l’ho personalmente riscontrata anche nei primi anni di questo XXI secolo, nei territori collinari di Vercelli e nel territorio di Triora (Imperia). Inoltre si segnala il seguente studio, dove sono pubblicati numerosi documenti sulla tristemente nota Colonia di Rovegno, in cui s’installarono formazioni partigiane: Pier Giulio Oddone, Carlo Viale -a cura di-, Fratricidio! I caduti della RSI nelle stragi dell’entroterra ligure, NovAntico Editrice, Pinerolo 1998.
Un passo per tutti e sulla strage di Monte Manfrei: «Si trattava di oltre 200 marò della S. Marco appartenenti al presidio del Sassello (1 Cp. Del 1°/5° Rgt.), alla Colonna Leggera, al 3° Rgt. Art., alla Cp. C. del 5° Rgt della Divisione Fanteria di marina della R.S.I. Tutti militari estremamente giovani, in parte fatti prigionieri grazie ad un ufficiale che trattò il disarmo con i partigiani e che sparì nel nulla, salvandosi. Ma tale fatto manca di riscontri (…). A fianco dei militari fu imprigionata una piccola quota di personale civile, interpreti e impiegati amministrativi, oltre a numerosi soldati germanici, tutti portati nell’Alta Valle e poi trucidati, seppelliti perfino nelle mangiatoie delle cascine abbandonate (…). La strage di Monte Manfrei ed il mistero delle fosse, non tutte identificate, ebbero scarsa risonanza in quel dopoguerra tutto teso a minimizzare le stragi e le atrocità commesse dai partigiani (…). Nel settembre 1956 si iniziano le esumazioni. Delle fosse di cui si conosce l’ubicazione, vengono recuperate 61 salme a cui non è possibile dare un nome. I militari sono infatti privati delle piastrine di riconoscimento e c’è il sospetto che siano tuttora custodite dagli ex partigiani (ad una telefonata informativa, uno di questi, che si è vantato pubblicamente dell’uccisione personale di 200 S. Marco, ne faceva tintinnare molte alla cornetta del telefono con grande raccapriccio di chi ascoltava). Nei giorni successivi, il Sindaco rimette ai parroci una circolare da leggere durante la messa con l’invito a dare informazioni circa il reperimento di altre fosse. Nessun esito. Gli uccisori e chi li protegge con l’omertà, non si pongono ancor oggi questioni di carattere giuridico e morale. Gli assassini sono ancora sul posto, la gente non parla. Qualcuno è morto altri continuano a frequentare la zona, attenti alle rievocazioni ed alla minaccia per chi timidamente accenna a qualche ricordo che non sia di memorialistica partigiana» (Ibidem, pp. 137-139).
Il Veneto che tace non è veneto.
Altri eccidi si sono visti a Schio, dove nella notte tra il 6 e il 7 luglio i parteggianti entrano nelle carceri e ammazzano cinquantatrè persone. Antonio Serena scrive degli eccidi avvenuti nella provincia di Vicenza, di Tezze di Lusiana, degli ex combattenti prelevati da Thiene e ricordando che «A quel tempo giravano per tutto il nord del paese i “Corrieri della morte”, partigiani incaricati di prelevare gli appartenenti dei disciolti reparti della R.S.I. che, deposte le armi, si trovavano in carcere in attesa di un accertamento di eventuali responsabilità. Il motivo addotto, la scusa per effettuare il prelievo, era sempre la stessa: l’ordine del C.L.N. o dei comandi di brigata di portarli nei luoghi di origine dove sarebbero stati sottoposti al giudizio dei tristemente famosi “Tribunali del popolo”. In realtà, prelevati a caso o su segnalazione di qualche energumeno desideroso di sfogare bassi istinti di vendetta personale, essi venivano condotti in luoghi appartati ed eliminati senza ombra di processo» (Antonio Serena, I giorni di Caino. Il dramma dei vinti nei crimini ignorati dalla storia ufficiale, Panda Edizioni, Noventa Padovana 1990, pp. 94-95).
Nel suo ben documentato lavoro di quasi seicento pagine Serena parla anche, ad esempio, della Cartiera Burgo: «Questo è il racconto dei crimini e delle infamie perpetrate dalla banda del “Falco”, una delle più feroci formazioni comuniste operanti durante la resistenza nella zona a cavallo dei comuni di Breda di Piave, Carbonera e S. Biagio di Callalta, sulla destra del fiume Piave, poco distante da Treviso. Il suo nome è legato soprattutto ai massacri avvenuti all’interno della “Cartiera Burgo” di Mignagola di Carbonera dove, tra la fine di aprile e la prima decade di maggio 1945, furono sterminate non meno di tre quattrocento persone», ma nella nota scrive: «Secondo Don Angelo Scarpellini, le vittime della cartiera furono “più di settecento”» (Ibidem, p. 192 e p. 253). A proposito di una “corriera della morte” che operava nel modenese: «Prima dell’eccidio i passeggeri della “corriera fantasma” vennero tutti depredati di ogni avere dai partigiani comunisti e la ragazza violentata dai suoi nove carnefici» (Ibidem, p. 190).
Lombardia terra dell’oblio, ma non per tutti.
In Lombardia la situazione non è diversa e si ricordi, ad esempio, la strage di Rovetta dove quarantasette soldati della Legione Tagliamento rendono le armi il 26 aprile 1945: «Qui venne trattata la resa con il locale C.L.N., il cui presidente, Giuseppe Pacifico, maggiore dell’esercito italiano, promise salva la vita (…). Alle dieci circa di quel giorno [28 aprile. N.d.A.], giunsero a Rovetta due autocarri carichi di partigiani appartenenti alle brigate “Camozzi”, “13 Martiri” e “Giustizia e Libertà” (…). Gli assassini, circondati i ragazzi, anche con partigiani del luogo, poterono spingerli al vicino cimitero, sotto la minaccia delle armi automatiche» (Lodovico Galli, L’eccidio di Rovetta 28 aprile 1945. Una spietata rappresaglia nella bergamasca, Zanetti Editore, Montichiari 1995, p. 6). I militi avevano un’età compresa tra i 15 e i 22 anni; solo quattro si salvano scappando per tempo.
Un encomiabile quanto ben documentato lavoro di ricostruzione storica riguardo gli assassinii consumati in bassa Brianza è stato condotto da Norberto Bregna. Il libro raccoglie avvenimenti, aneddoti e dinamiche delle esecuzioni sommarie le quali hanno caratterizzato il drammatico momento di dominio dei “parteggianti” comunisti. Vi è la copia, ad esempio, del fonogramma del Comitato di Liberazione Nazionale di Monza «a firma del comunista Buzzelli, per la cessazione delle esecuzioni sommarie». Così recita il fonogramma datato 30 aprile 1945 e diramato su ordine dell’autorità americana: «D’ordine delle autorità Americane occupanti la zona di Monza tutte le esecuzioni devono essere sospese ed i colpevoli devono essere tenuti prigionieri per essere consegnati alle autorità alleate occupanti» (Norberto Bregna, Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite Editore, Missaglia 2011, p. 162).
Quanti morirono assassinati? Difficile dirlo. Carlo Simiani scrive tiepidamente e parteggiantemente: «Secondo i dati da noi raccolti e vagliati, i giustiziati del Nord dovrebbero dunque aggirarsi attorno ai 40.000. Questa cifra sorprenderà tutti coloro che, in buona fede o per calcolo politico, parlavano di centinaia di migliaia da una parte e di dodici o quindici mila soltanto dall’altra» (Carlo Simiani, I “giustiziati fascisti” dell’aprile 1945, op. cit., p. 201).
La cifra è sottostimata e, tra l’altro, non tiene conto degli italiani “infoibati” nelle terre dell’Est.
Oggi dobbiamo ricordare innanzitutto i morti civili innocenti, perché un tale sterminio non si deve ripetere. Ma ricordiamo anche chi si batté con onore a difesa della propria Patria e fino all’ultimo giorno: anche a loro vada il nostro ricordo.


