25 Ottobre 2025
Appunti di Storia

ESALOGIA. Parteggiants Wars – La guerra dei parteggianti. IV^ parte. Una nuova paranza


di Gianluca Padovan

 

La guerra fa girare i soldi.

Chi ha finanziato i gruppi parteggianti nel 1943? Risponde Giorgio Pisanò: «negli ambienti che ruotavano attorno al Corriere della Sera, di proprietà della famiglia Crespi, si decise di costituire un comitato finanziario che si assumesse il compito di reperire i mezzi necessari al sostentamento di queste formazioni in attesa delle armate angloamericane. Il comitato risultò formato dall’industriale Giovanni Falck, dal dottor Luigi Casagrande, liberale, dall’avvocato Roberto Veratti, socialista, e servì egregiamente allo scopo. I grossi finanzieri e i capi delle massime industrie milanesi, come i fratelli Mario, Silvio e Vittorio Crespi, l’ingegner Enrico Falck, fratello di Giovanni; Alberto e Piero Pirelli, il dottor Roberto Lepetit e Piero Ferrerio, non lesinarono il loro contributo ai partigiani che, pur non essendo animati da propositi eccessivamente bellicosi, intendevano rappresentare la continuità “armata” dello Stato monarchico-capitalista contro i nuovi fascisti, fautori della repubblica e della socializzazione delle imprese» (Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia (1943-1945), Vol. I, Ed. FPE, Milano 1966, p. 182).

 

Fiat Voluntas Dei.

Per quanto concerne la F.I.A.T.: «Tramite un funzionario della Fiat, il dott. Benedetto Rognetta, e il socialista Piero Passoni, Agnelli e Valletta fecero arrivare cospicue somme al movimento partigiano. Nel 1944, 30 milioni in unica tranche e 26 milioni in più versamenti. Successivamente, oltre 36 milioni furono fatti recapitare ai comandi della Resistenza tramite Annibale Vola, amministratore dell’IFI. Inoltre furono forniti gratuitamente – come testimoniò lo stesso Valletta – “mezzi di trasporto, carburanti e materiali a bande patriottiche per un importo valutato attorno ai 500 milioni”. Il presidente della Commissione economica del CLN di Torino, Guglielmone, dichiarò che durante la lotta clandestina “importantissimi aiuti in denaro e diverse decine di milioni furono versati con fondi personalmente forniti dal sen. Agnelli (la Fiat, sorvegliatissima, non poteva sborsare fondi) al CLN del Piemonte (versamenti che furono effettuati in modo continuativo, anche quando furono sospesi da altri finanziatori). Nella concitazione della fine d’aprile del 1945 e delle settimane che seguirono – nella provincia di Torino si contarono circa 5.000 assassinii di fascisti o presunti tali – anche per le alte dirigenze Fiat ci furono momenti di grande tensione, ma tutti risolti velocemente e senza particolari danni. Giovanni Agnelli fu arrestato e portato in carcere alle Nuove, ma passò in cella una sola notte. La mattina successiva fu liberato “con tante scuse”» Mario Consoli, Industria privata e aiuti di Stato. L’istruttiva storia della Fiat, in l’Uomo libero, n. 70, Anno XXXI, novembre, Milano 2010, p. 36).

 

Ombre sulla Slavonia.

Sulle vicende della Dalmazia, dell’Istria e della Venezia Giulia e legate anche alle foibe, dice ancora Pisanò che si è trattato di «una pagina di storia convulsa e sanguinosa, che presenta aspetti inediti e incredibili, quale, ad esempio, l’ingente finanziamento concesso dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia alle bande slave, già responsabili dell’atroce massacro di migliaia di italiani e tese alla conquista dell’intera Venezia Giulia, finanziamento che venne personalmente consegnato al rappresentante di Tito dall’industriale milanese Enrico Falck, divenuto poi senatore democristiano» (Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia (1943-1945), Volume Primo, op. cit., pp. 481-482).

Tra i tanti accadimenti bellici su cui sarebbe utile indagare, meriterebbe un libro a parte la ricostruzione delle fasi che portarono alla coalizione di artiglieri alpini della Divisione Alpina Monterosa della R.S.I. con i parteggianti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (C.L.N.A.I.): si allearono contro le truppe francesi che intendevano invadere la Valle d’Aosta, fermandoli fino all’8 maggio 1945, quando intervennero le truppe statunitensi.

 

Ombre e basta perché nulla esca.

È necessario rammentare ciò che la “storia” cancella la proposta di socializzazione delle imprese. Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana si organizza anche il primo Congresso del Partito Fascista Repubblicano, avvenuto a Verona il 14 novembre 1943, nel Castelvecchio: «Risultato principale del congresso di Verona è l’approvazione del cosiddetto “manifesto” o “programma”. Si tratta di un documento in diciotto punti – suddivisi a loro volta in capoversi – raggruppati in tre titoli: “Materia costituzionale e interna”, Politica estera” e “Materia sociale”» (Marino Viganò, Il Congresso di Verona (14 novembre 1943). Una antologia di documenti e testimonianze, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1994, p. 55). Il Manifesto di Verona può piacere o non piacere, ma non è questo il punto. Esso è stato stilato e, volenti o nolenti, fa parte della nostra Storia anche e soprattutto in quanto è il prodotto di un percorso nazionale e sociale italiano. Allo stato attuale della Storia Patria è utile confrontarlo con l’attuale Costituzione della Repubblica e guardare senza alcun filtro politico, partitico e religioso che cosa stia avvenendo oggi nel nostro Paese. Non si dimentichi il recente referendum (dicembre 2016) teso a modificare alcuni punti della Costituzione. Tornando al Manifesto di Verona il punto n. 12 (“Materia sociale”) impensierisce in primo luogo la classe degli industriali nonché gli azionisti, per non parlare degli organi dirigenziali comunisti:

– «In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i Consigli di amministrazione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre ancora, in forma di cooperativa parasindacale» (Ibidem, p. 213). Scrive il giornalista Alberto Mariantoni, recentemente scomparso: «Promulgazione della “Socializzazione delle Imprese” – Legge della R.S.I. 1944; dichiarazione programmatica del Consiglio dei Ministri dell’11.01.1944 e D.L. del 12.02.1944; “…la Socializzazione – ebbe a sostenere Mussolini (discorso di Gargnano, 14 ottobre 1944) – altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del Socialismo; dico “nostra” in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni di tutto e di tutti, inesistenti nella natura e impossibili nella storia. Con questo noi intendiamo evocare sulla scena politica gli elementi migliori del popolo lavoratore”» (Alberto B. Mariantoni, Le storture del male assoluto. I “crimini” fascisti che hanno fatto grande l’Italia, Herald Editore, Roma 2011, pp. 19-20). Soprattutto da qui scaturirà, per reazione, il finanziamento delle attività partigiane da parte della classe industriale italiana, al fine di mantenere ogni suo interesse a discapito del bene sociale della collettività. Il punto n. 13 impensierisce, invece, i proprietari terrieri, ma pure molti imprenditori:

– «Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola. Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il Partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario» (Marino Viganò, Il Congresso di Verona (14 novembre 1943). Una antologia di documenti e testimonianze, op. cit., pp. 213-214).

Inoltre vi è il punto n. 15, motivo di grande preoccupazione e sicuramente non per i ceti meno abbienti:

– «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l’Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto – una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto – costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie» (Ibidem, p. 214).

Il tutto si può chiudere con le parole di Piero Sella: «La necessità di un compatto impegno della nazione è compresa da vecchi e giovani fascisti, ma anche da chi fascista militante non era mai stato. Solo così può essere spiegato non solo il sacrificio dei combattenti della RSI – gli uomini della X Mas ad Anzio e Nettuno, i bersaglieri e le brigate nere nell’alto goriziano ed in Istria, i franchi tiratori nell’epica, disperata difesa di Firenze – ma anche la tenacia della popolazione nel resistere a condizioni di vita via via più difficili. Fino all’ultimo giorno funzionarono a livelli di elevata efficienza l’amministrazione dello stato e quelle locali, le fabbriche, i trasporti, la sanità, le scuole, persino le attività del mondo dello spettacolo» (Piero Sella, Cinquant’anni dopo: Repubblica Sociale, fascismo, Germania nazionalsocialista, in l’Uomo libero, Anno XIV, N. 36, Aprile, Milano 1993, p. 46).

 

 

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