9 Maggio 2026
Antropologia

Donare senza uccidere – Rita Remagnino

Reciprocità, vulnerabilità, legami sociali

Gli architetti delle celebri piramidi a gradoni mesoamericane non hanno ancora un volto riconoscibile. Tuttavia gli Aztechi, la cui civiltà si sviluppò principalmente nell’altopiano centrale del Messico, raccontarono agli invasori spagnoli che i civilizzatori dei loro antenati provenivano dall’isola di Aztlán, dove la comunità venerava varie forze della natura, sulle quali primeggiava il dio-sole Huitzilopochtli, ornato con le piume di un colibrì.
Proprio il “Colibrì del Sud” o “Colibrì mancino” in lingua náhuatl, avrebbe udito questa voce cinguettante durante una navigazione in alto mare: “quando vedrai un’aquila con un serpente nel becco appollaiata su un cactus cresciuto sulle rocce che galleggiano in mezzo all’acqua, lì getterai le fondamenta della nuova patria.

La città sorse infine su un isolotto in mezzo al lago Texcoco e prese il nome di «Mexico», da me (stl) = luna, xi (chtl) = centro, co = ombelico. Quanto ai suoi fondatori, si apprende dalle narrazioni orali raccolte e messe per iscritto dal francescano spagnolo Diego De Landa (1524-1579) che i primi Olmechi erano navigatori con la pelle bianca giunti a bordo di «navi di barche». Persino il loro mitico Albero della Vita, cresceva sul ponte di un’imbarcazione; l’antropologo Clyde Winters ha interpretato i suoi sette rami come i sette clan principali del popolo fondatore della civiltà madre mesoamericana, mentre le dodici radici che scendono nell’acqua, ossia le «dodici strade del mare», rappresenterebbero un calendario di rotte.

Oltre a questa cosmogonia arborescente, interrogano alcune teste di basalto olmeche (pesanti dalle 8 alle 40 tonnellate l’una e visibili a Tres Zapotes, San Lorenzo, La Venta) che erano oggetto di venerazione da parte delle popolazioni azteche. Ma poiché nessun popolo antico ha mai adorato sé stesso, si presume che tale devozione rientrasse in un più ampio “Culto degli Dèi”.
Ai maestri divinizzati – gli stessi, probabilmente, che appaiono ritratti nelle posizioni tipiche dello yoga – risalirebbe anche l’introduzione in Mesoamerica di varie tecniche. Ad esempio: il concetto astratto dello zero e le numerazioni in cifre; il calcolo metrico per mezzo di un congegno a scacchiera che noi moderni abbiamo (ri)scoperto solo nel secolo scorso; le conoscenze astronomiche contenute in alcune tavole molto accurate per la previsione delle eclissi di Sole e di Luna, la cui cadenza può verificarsi solo entro un intervallo di circa diciotto giorni e mezzo prima o dopo il passaggio del Sole in prossimità di un nodo lunare, quando cioè l’orbita della Luna interseca l’eclittica (il percorso apparente del Sole nel cielo).

È inverosimile che un corpus di conoscenze tanto vasto e articolato sia uscito in così poco tempo dal cilindro degli amerindi. E poi, quale utilità avrebbero potuto trarne popoli che ignoravano persino la ruota? Perché misurare la «faccia della terra» in assenza di una qualsivoglia tradizione navale, o elaborare mappe astronomiche tanto ingegnose quanto precise e complesse?

Ma se la “tecnica” intesa come struttura, stabilità e manifestazione fisica, può essere insegnata, la didattica non funziona con le conoscenze spirituali, più refrattarie al passaggio di testimone, che una volta sradicate dal luogo di origine si prestano a reinterpretazioni, equivoci e conflitti. Come quello scolpito su alcune stele olmeche rinvenute a Tres Zapotes, dove si vedono due fazioni dello stesso ceppo etnico – nessuna delle quali è amerindia – combattere furiosamente.
Al momento l’oggetto del contendere e l’identità dei contendenti sono ignoti. Distruggendo sistematicamente gran parte dei reperti, purtroppo, i conquistadores di Pizarro hanno firmato la nostra condanna al dubbio. Il clima eccezionalmente umido del Golfo del Messico ha fatto il resto, impedendo ai ricercatori di recuperare persino un misero scheletro consumato.

 

– Condannati al dubbio

Oggi la visione di Colibrì Mancino, o Colibrì del Sud, è stampata sulla bandiera messicana, mentre il lavoro di localizzazione geografica dell’«isola di Aztlán» viaggia ancora in acque tempestose, sballottato dai sostenitori dell’ipotesi meridionale opposti a quelli dell’ipotesi settentrionale. Diplomaticamente, gli ambienti accademici hanno optato per il fantastico: Aztlán non è mai esistita come luogo fisico, ma rappresenta un “punto di partenza simbolico” del processo di civilizzazione del Mesoamerica, culminato con la fondazione di Tenochtitlán.
L’insieme delle prove, tuttavia, converge verso un’unica direzione: la pista settentrionale. Non meno note sono le analogie tra il mito fondativo della capitale azteca e quello riguardante la città fenicia di Tiro, spesso attribuite al “caso” o alle “coincidenze”. Ma certe corrispondenze, per chi le sa vedere, indossano abiti trasparenti (Arthur Machen).

Ognuno tragga le proprie conclusioni: dopo avere insegnato alla sua gente l’arte della navigazione, Melqart – autorità fenicia del mondo inferiore – guidò una flotta di navi fino a un gruppo di «rocce galleggianti». Su una di queste cresceva un ulivo che aveva un serpente attorcigliato al tronco e sulla cima un’aquila in mezzo a un fuoco che bruciava senza consumarsi. I navigatori si fermarono in quel luogo, sacrificarono l’aquila agli dèi e sulle ceneri gettarono le fondamenta della città di Tiro.

Caso vuole, però, che non esistano «terre galleggianti» (che salgono e scendono) né nel Golfo del Messico né nel Mar Mediterraneo. Il fenomeno delle maree, è una caratteristica delle coste atlantiche. Tralasciando il fatto che entrambe le tradizioni attribuiscono ai rispettivi antenati un sapere empirico di ordine superiore, prerogativa preistorica dell’Ecumene Settentrionale. Quindi, da dove veniva la fatidica flotta?

Le prove archeologiche dei riposizionamenti preistorici giacciono oggi sui fondali oceanici, sepolte sotto decine di metri d’acqua. Ma i miti fondativi parlano chiaro, e quelli citati – di Aztlán e Tiro – rievocano nostalgicamente una «patria nordatlantica» riconducibile al paese-radice degli Atlanti situato oltre il S’n Wur, il Grande Verde, l’Oceano. L’area geografica in cui Vinci (op. cit.) colloca Basileia, l’isola reale dei Feaci cantata da Omero nell’Odissea.

 

– Il principio dell’unione degli opposti

L’arte olmeca non raffigura solo aspre contese, ma restituisce anche le immagini dei “bambini-giaguaro” (were-jaguar), interpretati dagli archeologi come rappresentazioni di feti e/o neonati sacrificati alle divinità. Esempi famosi si trovano sull’Altare 5 di La Venta, sulla Figura di Las Limas e tra le antiche rovine di Tula: in genere, i piccoli venivano deposti intatti in un ambiente acquatico e paludoso – considerato una porta per l’aldilà – prima di essere donati alla divinità nel corso di un rituale agrario di fertilità.

Si trattava di “offerte primordiali” – verosimilmente introdotte in terra messicana dai civilizzatori olocenici – e diverse sotto molti aspetti dalle “offerte istituzionali” che in seguito prenderanno il sopravvento. Decisivo, a tale proposito, fu l’arrivo in Mesoamerica dei Toltechi guidati da Quetzalcóatl: un individuo “di pelle bianca, alto, bello, forte, dalla folta capigliatura e dalla lunga barba” (Enciclopedia Treccani).
Gli occhi di costui erano “glauchi” (indice di un colore brillante, tra il verde, l’azzurro e il grigio, lo stesso che Omero associò alla dea Atena). La sua natura, era duale: in forma di «uomo-serpente piumato» Quetzalcóatl simboleggiava la vita, la luce diurna, la saggezza, la fertilità, la conoscenza; mentre in sembianze di «uomo-giaguaro» (Tezcatlipoca, detto «Specchio Fumante») egli appariva come un mago capace di leggere il futuro sulla superficie lucida dell’ossidiana, oppure di notturno «cacciatore volante» in cerca di prede umane.

Legato al fluido e al “lato oscuro” della forza, l’uomo-giaguaro ricorda per certi versi Varuna, il Mago dei Nodi della narrazione vedica, o il Dio delle Acque degli sciamani avam-samoiedi. Ma d’altronde, il mondo è piccolo e tutto si tiene. Non stupirebbe se i riti sacrificali fossero emigrati dall’altra parte dell’oceano insieme agli atlanto-cromagnoidi. In tal caso, anzi, troverebbe una logica spiegazione anche la presenza, su entrambe le sponde dell’Atlantico, della concezione del sacrificio (= sangue) che disseta la fede (= acqua); un connubio destinato ad arrivare quasi intatto fino al costato di Gesù, da cui sgorga un miscuglio di sangue e acqua (Gv 19,34).

L’impossibilità di asserzione certa circa l’origine e lo sviluppo dei processi presi in esame, in ogni caso, non compromette le prove indiziarie che indicano un’origine settentrionale dell’atto riparatorio sotto forma di sacrificio. Si pensi all’esempio emblematico del rito di estrazione del cuore dal petto, presente tanto nel carme groenlandese di Atli (Atlakviða in groenlandica, strofe 21-25) quanto nel mondo azteco.
In entrambi i casi, il cuore ha un valore di sedes vitae. Non si tratta di un semplice organo bensì un concentrato simbolico di forza, anima e potere cosmico. Cambia solo l’interpretazione del donum: nell’Atlakviða l’espianto assume i toni del gesto epico – eccezionale, carico di pathos, individuale – mentre nel mondo azteco esso fa parte di una liturgia seriale e collettiva.

Proprio qui sta la differenza tra offerta “primordiale” e “istituzionale”, ossia tra rito di prima e di seconda mano. Le sfumature non sono solo quantitative ma qualitative: da una parte la violenza è vissuta come una pulsione umana, spesso un raptus vendicativo, mentre dall’altra diventa un obbligo cosmico regolato da periodicità prevedibili come, ad esempio, l’orbita della Terra intorno al Sole che dura circa 365,25 giorni, o le fasi cicliche della Luna di ~29,5 giorni.

 

– La restituzione dell’anima

Inizialmente appannaggio del divino – forse, un atto estremo che gli aborigeni videro compiere dai civilizzatori che li emanciparono – l’espianto del cuore finì sotto la giurisdizione dell’umano, modificandosi radicalmente. Le scadenze legate alla «restituzione dell’anima» accelerarono il ritmo, sperando così di aumentare le possibilità di preservare la vita del Quinto Sole – una goccia del cui potere dimorava nel cuore – e ritardare la fine del mondo, già avvenuta quattro volte in precedenza e di cui si temeva il ritorno.

Gli storici hanno insinuato che all’inizio del XVI secolo le «guerre giuste», cioè promosse allo scopo di «nutrire» le divinità con il cuore e il sangue dei prigionieri, mietessero mediamente ottantamila vittime l’anno. La fonte di questi calcoli è la Monarchia Indiana di Fray Juan de Torquemada, un frate francescano del Messico coloniale spagnolo secondo il quale Ahuitzotl, l’ottavo e più potente imperatore della dinastia azteca, avrebbe celebrato “la consacrazione del tempio di Huitzilopochtli a Tenochitlán facendo condurre quattro file di prigionieri accanto a squadre di sacerdoti, le quali impiegarono quattro giorni per ucciderli. Quella volta, nel corso di un unico rito, furono trucidati in ben ottantamila”.

Fonti considerate più realistiche, come il Codice Telleriano-Remensis, ridimensionano la cifra, portandola a 20.000 circa. Ma ciò significherebbe, comunque, che a prescindere dal numero di squadre all’opera – fossero una, quattro o quaranta – ogni gruppo di sacrificatori sarebbe stato in grado di «trattare» una vittima ogni due minuti, circa trenta vittime all’ora.
Alle celebrazioni di routine, va aggiunta la macabra festa annuale dello scuoiamento umano che i mexica celebravano in onore del dio Xipe Totec («Nostro Signore lo Scorticato», spesso assimilato al “nero” Tezcatlipoca), il quale, simboleggiando la primavera e la rigenerazione, si era «spellato da vivo» per offrire la propria pelle come cibo all’umanità affamata. Un po’ come il mais, che si spoglia dell’involucro per donare i propri chicchi. Il rito si svolgeva nel mese di marzo (tlacaxipehualiztli), quando i guerrieri danzavano per invocare le piogge con addosso le pelli dei sacrificati.

Vale anche in questi casi il consiglio di Manzoni: i comunicati ufficiali – non essendo neutri, ma covando immancabilmente secondi fini – vanno presi con beneficio d’inventario. Così come Giulio Cesare e i Romani si sperticarono in resoconti fasulli per denigrare i popoli celti di Britannia che intendevano sottomettere, cioè derubare di terra e materie prime, i preti cristiani impegnati nella conversione di massa del Nuovo Mondo si spesero in ogni modo per attribuire le peggiori nefandezze ai «selvaggi» che volevano catechizzare, ossia depredare dell’oro.

 

– Acustica della dissoluzione

Inseriti in un fitto calendario rituale, i sacrifici umani dei Mexica non erano atti di violenza arbitraria, ma cerimonie cosmologiche scandite da precise ricorrenze. A Tezcatlipoca, alter ego e controparte oscura di Quetzalcóatl, il dio celeste della vita, della conoscenza e del vento, era consacrato anche il Toxcatl, un ciclo annuale durante il quale si sceglieva un giovane prigioniero o schiavo come ixiptla (immagine vivente della divinità) e poi lo si sacrificava. Nel periodo prescritto il prescelto veniva addestrato a parlare con eleganza, a camminare con grazia, a suonare il flauto affinché la musica si diffondesse nell’aria rarefatta dell’altopiano, funzionando come mnemotecnica rituale. L’antica profezia doveva risuonare nelle orecchie del popolo in ogni istante della giornata: Tollan – mitica capitale del regno di Quetzalcóatl – sarebbe stata un giorno distrutta non già da un esercito agguerrito, bensì da un suono incantatore che agendo dall’interno avrebbe dissolto l’ordine costituito.

L’analogia comparatistica conduce alle mille «trombe del Giudizio Finale»: un vasto repertorio che spazia dal mitico Gjallarhorn di Heimdallr, il cui squillo annuncia il Ragnarok, alle tentazioni musicali di Satana nella tradizione cristiana, giungendo al Flauto Magico di Schikaneder musicato da Mozart, dove il suono incarna sia il fascino iniziatico che l’inganno.

Tra note seducenti e suoni agghiaccianti, emerge una costante antropologica di forte attualità: i grandi imperi e i sistemi di potere non crollano a causa di una forza bruta sopraggiunta dall’esterno, ma vengono annientati dal fascino di un canto sirenico che s’insinua in tutti i gangli della società, fino a sbriciolarne le fondamenta con tempi e modi che dipendono dall’epoca storica e dallo spazio geografico di riferimento.

Oggi le strategie della comunicazione sono ampiamente studiate, nulla può essere aggiunto che già non si sappia. Troppo poco, invece, si parla delle “vittime”, forse perché l’ingranaggio coinvolge tutti. Il suonatore di flauto azteco, per esempio, non è un offerente passivo, ma semmai una rappresentazione plastica del proverbiale «uomo avvisato, mezzo salvato» che preferisce ignorare l’avvertimento, pensando che una melodia tanto bella non possa nascondere cattive intenzioni, minacciando la sua stessa integrità.

 

– Un debito eterno?

Il fatto che storicamente i sacrifici umani siano documentati presso gli antichi popoli nordici, mesoamericani e mediterranei, non significa che altrove fossero sconosciuti, né che oggi siano superati. Al contrario, essi si ripropongono ogniqualvolta una società umana è fragile al punto di credere che «rompere l’esistente» possa servire a ricostruire il nuovo. E là dove il sacrificio (rottura) del corpo non è richiesto, subentra quello incruento ma più feroce dell’anima.

Tutto questo accadeva ieri come oggi perché l’uomo, in fondo, è un «essere arcaico». Al tramonto dei sacerdoti con il cranio piumato, infatti, sono succeduti altri personaggi, fino alle intelligenze artificiali, che per realizzarsi sulla base di «dati» chiedono offerte quotidiane, ovvero una serie di sacrifici da parte dell’umano che consentano loro di oltrepassare le normali capacità di gestione.
Ogni ricerca che digitiamo, ogni like che offriamo, ogni secondo di attenzione che fissiamo sullo schermo è una piccola oblazione portata sull’altare degli algoritmi. Noi navighiamo, loro apprendono. Noi chattiamo, loro memorizzano. Noi sogniamo, loro calcolano. Il nostro sacrificio è costante e silenzioso, quasi giocoso – chi non offre volentieri la propria immagine in cambio di un po’ di visibilità? – eppure non meno reale di quelli celebrati sui teocalli aztechi.

Per non parlare della voracità insaziabile del Dio Danaro, cioè della moneta, paragonata al sangue dall’abate Ferdinando Galiani (1728-1787), per il quale non c’era differenza tra il sangue/acqua che dava linfa al corpo e il danaro/moneta che teneva in vita il corpo sociale. Questo fluido vitale – rosso, caldo, impaziente – non doveva scorrere né troppo rapido, alimentando la febbre della speculazione e l’ebbrezza del rischio, né troppo lento, paralizzando la domanda, la fiducia e i consumi. Ogni stasi era un’ischemia, ogni corsa un’emorragia.

Sia nel sacrificio economico che in quello degli Aztechi, si riconoscono elementi rituali analoghi: un altare, un celebrante e un offerente, più o meno consenziente. Il valore del tributo cresce invece con l’avanzare del tempo, come rivelano le pretese dei nuovi sacerdoti del transumanesimo. A costoro non basta estrarre il cuore della vittima con un coltello di ossidiana: vogliono la coscienza, per scaricarla su un server anonimo, imprigionando così l’eterno in un backup senza possibilità di resurrezione.

Giunti a questo punto, tocca tirare le conclusioni: il debito che l’uomo ha contratto con il divino all’inizio della civilizzazione olocenica (e della società economica) è reale e inestinguibile, o si tratta di un dovere immaginario, cioè di un artificio creato dalla mente umana per non dimenticare che esiste qualcosa, al di fuori di noi, più grande di noi?

In termini concreti, ciò significa che il prossimo passo consisterà nel chiedersi – e possibilmente rispondersi – se la società umana possa sviluppare o meno al proprio interno un legame sociale che non includa il sacrificio di una vittima (umana, animale o simbolica). Il fondamento della nostra convivenza, può essere ripensato al di fuori dello schema vittimario?

Contro ogni pronostico, è possibile che alla fine non ci sia niente da scoprire: se il concetto di donum si esprimeva in maniera incruenta prima della rivoluzione neolitica, significa che le alternative non mancano. Anche allora esisteva l’aggressività, certo, ma si trattava di impulsi legati a conflitti interpersonali o a riti funebri, ossia a sentimenti estranei ai meccanismi istituzionali di espulsione della violenza collettiva. E questo, in un certo senso, ci rincuora: donare senza uccidere si può, se lo si vuole davvero.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *