1 Ottobre 2026
Rivoluzioni

Dal mare alla terra – Rita Remagnino

La Rivoluzione dell’Approdo

 

La Terra è un pianeta in costante divenire. Tuttavia, tra le trasformazioni che ne hanno segnato la storia ce n’è una che ci riguarda da vicino: l’avvio dell’Olocene, l’epoca geologica in cui viviamo. Fu proprio tra i 19.000 e i 14.000 anni fa, mentre l’ultimo picco glaciale si affievoliva, che i mari cominciarono a salire, inghiottendo le coste che i nostri antenati preistorici abitavano da generazioni. Circa 25 milioni di chilometri quadrati di regioni costiere – il 15% del totale – finirono sott’acqua, e molte popolazioni dovettero abbandonare le rotte marine, fino ad allora prevalenti, per tornare a percorrere le vie di terra.
Inevitabilmente, le trasformazioni geologiche inanellarono una catena di rivoluzioni. Rivoluzioni ambientali, dovute al rialzo delle temperature. Rivoluzioni economiche, con la domesticazione di piante e animali che produssero le prime eccedenze alimentari, testimoniate dai luoghi di stoccaggio. Rivoluzioni sociali, sfociate nell’emersione di gerarchie e disuguaglianze. Rivoluzioni religiose, con la moltiplicazione dei luoghi di culto e la proliferazione dei riti sacrificali, sia propiziatori che espiatori. Non che prima di allora le rivoluzioni fossero sconosciute, questo è sottinteso, ma quelle oloceniche – interconnesse, irreversibili, globali – determinarono la Storia dentro la quale viviamo.

 

Con la prima rivoluzione, il mare perse valore.
La terra, di contro, divenne il nuovo «oggetto del desiderio».

 

La lotta per il possesso dei territori è ben rappresentata nella saga epica che illustra le furibonde contese tra i Bianchi (protoindoeuropei provenienti dall’area siberiana) e i Rossi (scandinavi ormai orfani del loro riferimento groenlandese-nordoccidentale). Il conflitto si concluse con una fusione etnica, come testimonia la genetica attraverso la parentela tra i geni U5b1 e V – vicini agli Yakuti e ai popoli della Siberia orientale -, quelli dei Sami di Kola, e quelli dei popoli artici russi giunti in Fenno-Scandinavia durante il Mesolitico (circa 11.000-10.000 anni fa).
Tuttora l’eredità dell’antico «effetto collo di bottiglia» è visibile nell’albero genealogico dei Sami, una popolazione sottoposta a secoli di isolamento riproduttivo e a un tasso demografico in costante diminuzione, principalmente dovuto alle condizioni di vita estreme della tundra subartica. Per le stesse ragioni, si riscontrano affinità tra le lingue uraliche parlate dai Sami e le lingue di alcuni popoli della Siberia settentrionale, le quali, pur nella loro specificità, rivelano una comune origine e un medesimo ceppo.
Questi lasciti, oggi, ci consentono di individuare un’area culturale condivisa – corrispondente alla preistorica “Mammoth Steppe“- che si estende dalla Scandinavia alla Siberia settentrionale, spingendosi fino al popolo Ainu e alle culture della taiga, prima di entrare nel continente americano. Sebbene nel corso del tempo ogni popolazione abbia sviluppato aspetti originali, com’è logico che sia, non è difficile ricondurre le differenze a un’unica radice mitica circumpolare fondata sull’osservazione del cielo e della natura. Emblematiche, a tale proposito, appaiono le biografie speculari di due noti «gemelli culturali»: l’ungro-finnico Väinämöinen e il dio Hoori, membro della prima triade giapponese.

o Il terzogenito Väinämöinen viene al mondo dopo il Sole e la Luna.
Tra i fratelli (le fasi solari), Hoori rappresenta il «sole declinante».

o Väinämöinen nasce dopo una gestazione durata settecento anni dalla progenitrice Ilmatar, la quale, prima di «scendere» nell’oceano, trascorre la propria esistenza «nella grande distesa del cielo» (l’Ecumene Settentrionale?).
Hoori è uno dei nipoti dei progenitori Izanagi e Izanami, scesi «dal cielo» (dal Nord?) sulla Terra per creare i kami, ovvero i primi dèi che istruiscono l’umanità.

o Entrambi i personaggi, hanno un’adolescenza nomade (un’allusione all’esodo delle stirpi polari?).

o Partorito su un’isola (l’Islanda? Le Fær Øer?), Väinämöinen vi rimane solo qualche anno, tormentato dal dubbio se sia meglio vivere in un posto ventoso e arido o emigrare verso terre più generose di prati da seminare e coltivare (si avventura nell’Atlantico?).
Nato come Principe della Montagna ma insoddisfatto della propria condizione, Hoori scambia con il fratello Hoderi il ruolo di Principe del Mare e comincia a navigare (si avventura nel Pacifico?).

o Entrambi i personaggi, possiedono poteri straordinari (sciamanici) e sposano donne «sottomarine».

o Già vecchio Väinämöinen prende in moglie la giovanissima Aino, la quale, fugge tuffandosi nell’oceano, dove sposa Ahto, il re degli abissi.
Dopo un naufragio, Hoori scopre il Regno del Mare e s’innamora della figlia del re, ignaro del fatto che gli abitanti degli abissi, pur presentandosi ai forestieri in sembianze umane, sono in realtà dei dragoni marini.

o La saga finnica termina con l’ammissione di Väinämöinen che il suo tempo è finito. Prima però di ritirarsi dal mondo (promettendo di ritornare), egli lascia in eredità al popolo i suoi canti insieme al kantele e riconosce nel figlio della vergine Marjatta «l’eroe messianico».
La saga nipponica finisce con Hoori che porta la moglie incinta sulla terraferma. Al momento del parto lei lo allontana dalla capanna costruita con penne di cormorano (sciamanica?), raccomandandogli di non guardare. Hoori però sbircia da una fessura, vede venire al mondo un dragone mostruoso e scappa, ma promette di ritornare.

o In entrambe le tradizioni, la vicenda si chiude con un abbandono e una promessa. Väinämöinen capisce che l’antica saggezza non è più ascoltata e si allontana su una barca di rame (si profila all’orizzonte la rivoluzione tecnologica dell’Età dei Metalli?); Hoori capisce che il tempo degli antichi dèi-civilizzatori è terminato e se ne va, lasciando tuttavia dietro di sé il «figlio della rivoluzione» (il progenitore della stirpe imperiale?).

La superficialità del nostro tempo tende ad interpretare queste storie come favole per popoli incolti, o allegorie morali. Al contrario, nessun mito è mai venuto al mondo come «invenzione», nel senso moderno del termine, ovvero come creazione artistica fine a sé stessa, ma tutti sono stati concepiti come veicoli sacri di trasmissione, o mezzi di «memoria codificata».
In questi contenitori gli antenati preistorici depositarono, con scrupolo ieratico, il ricordo di eventi fondanti quali migrazioni epiche, incontri con popoli sconosciuti, cataclismi naturali di portata straordinaria, scoperte tecnologiche decisive, rivoluzioni epocali che meritavano di attraversare il tempo e lo spazio per dare senso alla comunità.
Ancora i Greci consideravano il mito al pari di una «parola autorevole», di un «enunciato di verità», di una «voce dell’Origine» (ἀρχή, arché). Sapevano, evidentemente, che in esso c’era il DNA culturale di un popolo. E dunque lo consideravano come una mappa narrativa che custodiva storia, cosmologia, legge e identità in un unico, potente codice simbolico immune alla corrosione del tempo e forte della consapevolezza di essere il depositario di un racconto più grande di qualsiasi pretesa o ambizione umana.
In questo quadro, le biografie gemelle dell’ungro-finnico Väinämöinen e del nipponico Hoori accrescono il loro valore. Sono un’importante testimonianza delle vicissitudini di un’umanità costretta a «tirare i remi in barca», volente o nolente, per rimettersi in viaggio sulle autostrade preistoriche dell’Eurasia.

 

Con l’Olocene, il mare restituì l’uomo alla terra.
In quella rivoluzione, c’è il fondamento della nostra realtà.

 

In parte percorribili anche durante il picco dell’ultima glaciazione – circa 26.000-20.000 anni fa -, le vie di terra tornarono ad essere attrattive nella fase deglaciale, quando la civiltà riprese slancio nella vasta fascia di tundra-steppa ricca di prede e adatta alle coltivazioni. Fu lungo quell’enorme fascia continentale – che andava dall’Iberia atlantica alle porte della Siberia, passando per le vaste pianure poste a nord del Mar Nero (le odierne Ucraina e Russia meridionale) – che gli antenati dei popoli uralici (da cui discendono i finnici) e di quelli proto-giapponesi (Jōmon) impararono ad amarsi e odiarsi, unirsi e scontrarsi.
Per millenni i loro geni e le loro tradizioni bollirono a fuoco lento nel medesimo crogiolo, dal quale, alla fine, emersero gli archetipi narrativi fondamentali. Tra questi: l’eroe culturale che torna alla terra dopo avere fatto esperienza del Regno Sottomarino (o marino); la ricerca di un oggetto di potere perduto (nostalgia del passato); il conflitto dei fratelli-coltelli per il possesso di un territorio o di un talismano (l’arpione/amo di Hoori, il Sampo di Väinämöinen); l’unione interetnica tra i figli del mare e i figli della terra (uomini terrestri e donne sottomarine). Ergo: l’antico sostrato culturale pan-eurasiatico, artefice di tutti i cambiamenti successivi, è il risultato di una serie di “rivoluzioni a lungo termine” o “rivoluzioni a catena” raggruppabili in tre macro-aree.

1. La rivoluzione dell’isolamento → costruzione dell’identità.
La scomparsa dei grandi ponti continentali – come la Beringia o il collegamento tra Australia e Nuova Guinea – segnò uno spartiacque epocale, isolando definitivamente popolazioni e continenti. Da un lato si persero molti contatti consolidati; dall’altro il distacco geografico creò nuove identità, generando un fiorire straordinario di culture e lingue del tutto indipendenti. Gli effetti di questa “rivoluzione a strascico” sono tuttora visibili nella biodiversità culturale umana, dove ogni lingua, ogni tradizione, ogni cosmologia è il frutto dell’isolamento preistorico che divise i popoli. Oggi quel distacco potrebbe riproporsi – per motivi diversi ma altrettanto incisivi come guerre e pandemie -, ridisegnando nuove isole culturali.

2. La rivoluzione delle coste sommerse → rafforzamento del potere.
L’innalzamento dei mari che “bruciò” gran parte dei collegamenti costieri – vere e proprie sinapsi periferiche del pianeta – favorì indirettamente la nascita di nuovi centri di potere lungo gli snodi cruciali delle vie terrestri. Soprattutto nel periodo magdaleniano (18.000-10.000 anni fa), i grandi corridoi fluviali divennero arterie strategiche per la sopravvivenza umana e la gestione del potere. L’importanza di questa rivoluzione – oggi spiegata dalla «teoria potamica» – è tornata in auge con il progressivo abbandono, o inagibilità, di rotte marine cruciali e la speculare ripresa di quelle terrestri, che si stanno affermando come le vere linee di forza della geopolitica del XXI secolo: chi le controlla, tiene il mondo in pugno.

3. La rivoluzione del “medio oceano” → riscatto delle aree dimenticate.
Il passaggio dalla centralità del mare alla terra espanse l’importanza strategica del «medio oceano», a lungo dimenticato e poi rivalutato come spazio di connessione tra mondi differenti. Ne sono esempi le civiltà classiche del Mediterraneo orientale, come i Minoici di Creta, che nel III millennio a.C. fecero dell’Egeo il loro “medio oceano” interno, collegando Anatolia, Egitto e Grecia in una rete di scambi commerciali e iconografici senza precedenti. Ancora più importanti furono il Mar Nero e il Mar Caspio, il cui valore strategico sta crescendo con la ridefinizione dei corridoi energetici e commerciali. Oggi chi controlla gli spazi intermedi – mari, stretti, rotte – decide chi prospera e chi soccombe.

 

Da questa sintesi emerge un’altra verità difficilmente contestabile: le «vie di terra» favoriscono l’unità culturale ed economica di un continente, mentre le «vie di mare» la disperdono. Un esempio da manuale è rappresentato dalla Via della Seta Settentrionale (Steppa Route): non esattamente una “strada”, ma piuttosto una “rete” di contatti che ricalca quasi perfettamente il tracciato della “Mammoth Steppe“, prototipo paleolitico di tutti gli itinerari successivi.
Nulla di inatteso. Poiché ogni rivoluzione è anzitutto una restaurazione, non sorprende che l’uomo tecnologico del XXI secolo stia riscoprendo l’unicità del corridoio primordiale che, ieri come oggi, si conferma il più adatto a soddisfare le esigenze primarie. L’impresa, del resto, è alla sua portata, visto che gran parte dei passaggi tra montagne e deserti è rimasta sorprendentemente costante negli ultimi 20.000 anni.
E allora, forse, la domanda vera non è se saremo all’altezza di sostenere la rivoluzione che produrrà un nuovo passaggio dal mare alla terra, ma come vogliamo affrontarla. Fermo restando che certi cambiamenti sono inevitabili e che l’uomo non può sottrarvisi, ma solo decidere come attraversarli. Neppure gli antenati dell’Olocene «scelsero», con un atto di volontà collettiva, di abbandonare la caccia per darsi alla coltivazione della terra: furono costretti dalla necessità di sopravvivere, esattamente come noi saremo costretti a ripiegare sulle «vie di terra» dal blocco militare di punti strategici come Hormuz, Bāb al-Mandab, Malacca e Gibilterra.
La riemersione del nomos non sarà un ritorno al passato, ma darà vita a nuove sintesi: il digitale come sistema nervoso della terraferma, la rotaia come sua spina dorsale, l’energia come suo sangue. La Cina lo ha già capito – la Belt and Road Initiative non è un semplice progetto infrastrutturale, bensì una vera e propria cosmologia geopolitica. Anche la Russia lo ha capito – il suo spazio continentale, dalla Siberia all’Artico, sarà il “medio oceano” del XXI secolo. L’Europa, invece, non capisce.
Prevedibilmente, la “Terza Forza” descritta da Jünger e Schmitt – il centro di gravità permanente – diventerà una penisola dell’Asia, come già la definì, sprezzante, Halford Mackinder. L’Europa sarà la vittima dello scontro in atto tra il morente mondo marittimo d’Occidente (Inghilterra e America, la techne) e il nascente mondo continentale d’Oriente (Russia e Asia, il nomos).
Ancora una volta deciderà la Geografia, che è un destino. Mentre la Storia – come ci ha insegnato Fagan – non è che il modo in cui gli esseri umani negoziano con quel destino. Persino le rivoluzioni sono un destino, ovvero ricalibrazioni di equilibri antichi e sempre nuovi tra l’uomo e la geografia. È questo, in fondo, il succo dell’intera faccenda: gli uomini non devono inventare nulla, essendo loro richiesta solo la consapevolezza di ciò che sono sempre stati. Esseri marini, terrestri, geografici. Esseri di passaggi e di confini. Esseri rivoluzionari la cui missione consiste nel condurre un mondo al capolinea, parcheggiarlo nel deposito e salire su un’altra carrozza.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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