Tra le città che più hanno condizionato la storia d’Italia certamente un posto di riguardo va a Fiume che, per decenni, ha rappresentato un simbolo di irredentismo e patriottismo unico, per poi eclissarsi dalla stessa memoria collettiva nazionale all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e dell’accettazione di quella sconfitta. Del resto, la Storia non è certo una di quelle scienze in cui eccellono gli Italiani di oggi, data la manipolazione e la rimozione del nostro passato che è stata fatta in oltre 80 anni da “professoroni” ed istituti marxisti (tutti con cospicui fondi statali). Nonostante ciò, una fiamma di passione è rimasta viva grazie all’opera di indefessa tutela della dignità e dei diritti nazionali condotta eroicamente dal MSI. È proprio in una delle sue Sezione che conobbi la storia di Fiume, qualcosa di meraviglioso. La città è stata il simbolo della rivoluzione politica e generazionale che di lì a poco avrebbe sommerso lo Stato liberale e democratico; fucina delle liturgie patriottiche dannunziane che i Legionari avrebbero immesso nello squadrismo che si faceva Nazione. Liturgie poi istituzionalizzate dal Regime fascista nella religione della Patria che si imponeva come missione degli Italiani tutti. Di questa straordinaria storia ci siamo occupati in due nostri studi, Fiume trincea d’Italia e D’Annunzio in libertà, cui rimandiamo il lettore[1].
Solo il tradimento e la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, con l’invasione titina sostenuta dal PCI, le foibe, l’esodo e la sostituzione etnica spensero per sempre quel faro di italianità che proiettava, erede della Serenissima, la luce della Civiltà italiana dall’Adriatico verso l’Europa Orientale. All’ultima fase di Fiume italiana è dedicato uno splendido lavoro di Marino Micich sul quale vale davvero la pena di indugiare[2].
Il Trattato di Rapallo del 12 Novembre 1920, stilato dal Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni fissò il confine al Monte Nevoso, facendo ricadere 400.000 Slavi nei nostri confini (prima dell’avvento di Mussolini). Di questi, 40.000/45.000 abbandonarono l’Italia durante i venti anni di Fascismo, anche se è impossibile dire se per motivazioni politiche o più precisamente economiche. Del resto, per molto tempo, le zone interne dell’Istria rimasero zone depresse. L’economia fiumana, ad esempio, cominciò a risollevarsi solo dopo il 1936, quando la disoccupazione si equiparò a quella del resto d’Italia: tra il 3,5% e il 4%[3]. Non si erra se si afferma che, nel 1945, vivessero nei confini italiani comunità slave per un ammontare complessivo di 360.000 persone[4]. Ed erano tutte lì, con la loro lingua, i loro costumi, la loro cultura, nonostante i venti anni di politica di “inclusione per nazionalizzazione” portata avanti dal Regime fascista. Politica, oggi, condannata, ma al tempo adottata da tutti gli Stati del mondo, anche a democrazia avanzata, e sempre megliore delle alternative, purtroppo praticate in quegli anni: l’espulsione o il genocidio.
Il Trattato di Rapallo del 1920, se riconobbe a livello internazionale il confine italiano al Monte Nevoso, abbandonò a se stessi gli Italiani della Dalmazia, da decenni costretti ad una lenta emigrazione a causa della politica slavizzante degli Asburgo. Tra il 1919 e il 1923, 3.500 Italiani lasciarono la Dalmazia e, negli anni successivi, anche ai rimanenti non restò altra scelta del volontario esodo, date le politiche repressive adottate dalla Iugoslavia dei Karadjordević. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si calcola in 8.000/10.000 il numero degli Italiani di Dalmazia ad aver abbandonato le loro terre in quello che sarà ribattezzato come “primo esodo” (il “secondo” ci sarà all’arrivo dei partizan titini che annichilirono per sempre la Civiltà italiana dalmata)[5].
Cosa fare di questi 400.000 Slavi entrati a far parte del Regno d’Italia fu una preoccupazione dei Governi liberali, che adottarono la misura più confacente alla nuova situazione creatasi: la “inclusione per nazionalizzazione”. Del resto, altra scelta non v’era in quegli anni, dove le frontiere erano viste solo in funzione di una prossima guerra. In realtà, altre soluzioni, tutte praticate in quegli anni senza grandi traumi di coscienza, v’erano come abbiamo detto: l’espulsione in massa o il genocidio. Opzioni che non vennero mai prese in considerazione, né dai Governi liberali, né da quello fascista che, però, accelerò drasticamente sulla nazionalizzazione dell’elemento slavo, iniziando dalla riforma delle toponomastica e introducendo, il 1° Ottobre 1923, dopo la Riforma Gentile, l’insegnamento obbligatorio della lingua italiana nelle scuole di tutta la Venezia Giulia, confinando quella “materna”, ossia lo sloveno o il croato, negli orari extrascolastici (soluzione che, però, non ebbe concrete applicazioni). Le lingue slave furono poi abolite anche nei Tribunali e negli uffici pubblici (15 Ottobre 1925). Infine, il Regio Decreto n. 17 del 10 Gennaio 1926, esteso alla Venezia Giulia nell’Aprile 1927 con il R.D. n. 494, con il quale si prevedeva di riportare alla forma italiana i cognomi che nel Trentino e nell’Alto Adige erano stati germanizzati nei secoli precedenti, soprattutto ad opera dei Parroci. La stessa cosa era avvenuta in Venezia Giulia. La norma non conteneva un obbligo esplicito, sia chiaro, anche se nel corso degli anni vi fu un’applicazione sempre più generale, arrivando le Regie Prefetture a cambiare d’ufficio moltissimi nomi di origine straniera per accelerare l’assimilazione.
L’ultimo colpo alle comunità slave fu la chiusura di tutti i circoli culturali e della stampa slava, lo smantellamento del sistema delle cooperative creditizie molto diffuso nella regione e la stretta sulle Parrocchie, con l’espulsione di “alcuni Parroci e Sacerdoti sloveni e croati privi di cittadinanza italiana, per ragioni di sicurezza e per attività antitaliana”[6]. Bisogna comunque evidenziare che il Vescovo di Fiume Ugo Camozzo non seguì le imposizioni del Governo fascista, permettendo sempre l’utilizzo delle lingue slave nelle cerimonie e nelle celebrazioni religiose[7].
Nonostante tutta questa legislazione assimilazionista – comune a quella di tanti altri Stati! –, nel 1945, ben 360.000 Slavi vivevano in Venezia Giulia, con la loro lingua e la loro cultura che, evidentemente, il Regime non aveva affatto estirpato.
Uno dei primi successi internazionali di Mussolini fu certamente l’annessione della città di Fiume alla Madre Patria (27 Gennaio 1924). Fu così creata la Provincia del Carnaro, con capoluogo Fiume, una provincia particolare, di confine, con una città italiana contornata da contrade a maggioranza croata.
La Provincia del Carnaro, che raggruppava i Comuni di Abbazia, Castelnuovo, Castel Jabalnizza, Clana, Elsane, Fontana del Conte, Laurana, Matteria, Mattuglie, Moschinea, Primano e Villa del Nevoso, aveva una popolazione di 55.170 individui, di cui “allogeni”, cioè Croati e Sloveni, 44.612 (80,86%). Gli Italiani erano solo 9.698 (17,58%)[8].
Fiume, al 30 Giugno 1940, era abitata da 60.892 persone, di cui 41.314 Italiani (67,85%). Gli “allogeni”, cioè i Croati, gli Sloveni e i Serbi erano 11.199 (18,39%). Vi erano poi anche 6.933 stranieri (11,39%), di cui 5.482 Iugoslavi (9%)[9].
Durante i venti anni di Regime, nonostante la pesante “inclusione per nazionalizzazione”, iniziata dai Governi liberali e potenziata dal Fascismo, le comunità slave stanziate nei territori annessi all’Italia si mantennero tranquille e disciplinate, ed anche i fenomeni di terrorismo, di marca, sia detto, nazionalista-iugoslavista, non furono un “prodotto locale”, ma soprattutto movimenti fomentati dalla autoritaria Iugoslavia, che tutto era tranne che una “democrazia liberale” e reprimeva le identità nazionali interne con maggiore rigore – usando anche la violenza – rispetto al Fascismo. Annota Micich: “Intorno al 1937, poi, il gruppo TIGR e le altre organizzazioni irredentiste slave cessarono praticamente di esistere con perdita degli appoggi del Governo di Belgrado dopo la stipula del Patto Ciano-Stojadinović”[10].
La situazione al confine orientale si complicò in modo generale dopo l’invasione della Iugoslavia (6 Aprile 1941) e della sua implosione. Nel Nord si decise di costituire un Regno di Croazia sotto influenza italiana, e di non procedere alla costituzione di uno Stato sloveno che, in effetti, mai era esistito, dando spazio ad una visione che chiameremo “imperialista asburgica”, secondo la quale tutti i terrori un tempo appartenuti all’Impero d’Austria avrebbero potuto essere inglobati sic et simpliciter nel Reich hitleriano. Una forzatura del genere era avvenuta in Boemia, Moravia e Slovacchia. Tuttavia, per dare soddisfazione all’alleato italiano, nel caso della Slovenia, i Germanici decisero di dividere in due la regione, permettendo all’Italia di annettere – anche in questo caso sic et simpliciter – la parte orientale a ridosso dei propri confini, quella che prese il nome di Provincia di Lubiana. Così facendo il Regno d’Italia, il 3 Maggio 1941-XIX, inglobò un territorio di 4.545 km2 con una popolazione di 300.000 unità.
Sebbene la situazione territoriale, gli equilibri e i nuovi confini si sarebbero stabiliti con certezza solo dopo la fine della guerra, la politica italiana, che univa improvvisazione al peggiore imperialismo, era condizionata dal potente – e prepotente – alleato germanico. Annettere la Slovenia Orientale fu, probabilmente, anche una necessità per controbilanciare il dinamismo germanico in Europa Orientale, ben sapendo che una Slovenia indipendente sarebbe stata attratta e poi fagocita dal potente Reich tedesco senza che l’Italia avrebbe potuto fare alcunché.
I nuovi confini italiani comportarono anche delle modifiche territoriali nella Provincia del Carnaro che si estese verso Est, inglobando quella che fu ribattezzata “Intendenza Civile per i Territori Annessi del Fiumano e della Cupa”: 1.382 km2 e 90.000 individui, in stragrande maggioranza Croati. L’Intendenza di divise in sei Commissariati civili: Sussak, Buccari, Castua, Concanera (Čabar), Veglia, Arbe.
L’implosione della Iugoslavia permise, il 20 Maggio 1941-XIX, anche la costituzione del Governatorato (italiano) della Dalmazia, indipendente dalla neonata Croazia, suddiviso in tre Provincie: Zara (capoluogo), con le isole di Ugliano, Pasmano, Isola Lunga, Ulbo e i centri di Nona, Sardona e Sebenico; Spalato, con le isole di Solta, Lissa, Curzola, Meleda; e Cattaro, con Antivari e il territorio delle Bocche.
Si può solo immaginare la freddezza di come tale stato di cose venne accettato dalle comunità slave, anche se non si registrarono atti eclatanti di resistenza o sommosse. Ben poco poté fare il Federale del PNF di Fiume Genunzio Servidori, già Comandante squadrista di Ferrara, così come il suo successore, il 2 Aprile 1943, Gino Gallarini di Milano, coadiuvato dagli Ispettori federali Umberto Panigatti e Nicolò Blasevich. Su tutti “vegliava” il Prefetto Temistocle Testa, che per i territori annessi alla provincia poté contare su Edoardo Susmel, Salvatore Bellasich e Carlo Stupar.
La situazione creatasi venne accettata dalla “guida suprema” del neonato Stato croato Ante Pavelić, con il Trattato di Roma del 18 Maggio 1941-XIX. Del resto, i rapporti di forza erano quelli e Pavelić dovette far buon viso a cattivo gioco, dovendo essere riconoscente a Mussolini per gli anni di ospitalità dati agli ustascia durante l’esilio e la clandestinità, ottenendo comunque la creazione di una Croazia indipendente, alla quale venivano annesse la Bosnia e l’Erzegovina.
L’implosione della Iugoslavia fece detonare le tensioni tra le varie etnie che da molti anni erano state compresse dallo Stato autoritario dei Karadjordević. Fu un massacro generalizzato: tutti contro tutti in un’orgia di sangue senza precedenti. Se 500.000 è il numero delle vittime attribuito ai partizan comunisti, altrettanto atroce è il numero delle vittime attribuite agli ustascia croati: oltre 327.000 serbi soppressi, senza contare la feroce persecuzione antiebraica che portò alla morte 26.000 persone di quella religione. Il campo di concentramento di Jasenovac è da annoverare tra i campi di sterminio per le violenze perpetrate nei confronti dei prigionieri[11]. Non fu certamente un caso se, nel Maggio 1941, i pochi Serbi ortodossi presenti nella zona di Krasica-Skrljevo, a Nord-Ovest di Buccari, scrissero al Duce chiedendo di annettere anche quelle terre alla Provincia del Carnaro, confidando nella protezione delle Regie Forze Armate contro le intenzioni epuratrici degli ustascia croati[12].
In questo scenario di guerra tribale tra etnie, subentrò anche la Resistenza agli occupanti italo-tedeschi e le conseguenti, tragiche e spesso barbariche, azioni di controguerriglia: 600.000 morti addebitati ai Tedeschi, 10.000 agli Italiani e ancora 10.000 ai Bulgari.
Al Sud le cose non furono certamente migliori, in quanto in Montenegro, nel Luglio 1941, dopo una maldestra rettifica di confine a favore dell’Albania compiuta dalla miope politica italiana, scoppiò una insurrezione generale contro le Regie Forze Armate. Ci vollero due mesi per “pacificare” la regione e la perdita di 4.000 soldati italiani. In questo contesto, nell’Agosto 1941, dopo la disfatta, i partizan titini ebbero il tempo anche di epurare le loro fila dagli elementi “attendisti”, aggiungendo morti su morti, in quello fu il primo utilizzo delle foibe come fossa comune: “Quel gruppo di dirigenti comunisti [Ivan Milutinović, Filip Bajković, Peko Dapčević, Jovo Kapičić e altri] furono chiamati jamari, cioè ‘gli infoibatori’”[13]. Ritroveremo Dapčević, tra il Maggio e il Giugno 1945, a capo dell’Amministrazione militare iugoslava in Istria, dunque nel periodo in cui si riprese l’usanza delle foibe come metodo di sterminio (una prima ondata, in Istria, v’era stata anche nel Settembre 1943; foibe utilizzate con questo scopo vi furono anche in Dalmazia, come quella di Kevina nei pressi Traù, senza contare quelle della zona di Spalato).
La situazione per gli ebrei si fece disperata, braccati dai Germanici e dagli ustascia. Fuggirono quando poterono nelle zone di occupazione italiana, dove trovarono un “riparo provvisorio”[14], tanto che Leòn Poliakov, storico israelita e fondatore del Centro di Documentazione Ebraica di Parigi, coniò per l’Italia il termine “schermo protettore”[15]:
[…] Nel Governatorato italiano di Dalmazia dal 1941 al 1943 ripararono circa 3.800 ebrei stranieri, i quali furono per la maggior parte internati in varie località italiane e dalmate; solo una parte di loro venne respinta. Mussolini, inoltre, non acconsentì che venissero deportati gli ebrei aventi cittadinanza italiana e così il Generale Mario Roatta poté, non ufficialmente, evitare la consegna degli ebrei ai Tedeschi da parte dell’Esercito italiano[16].
Anche più a Nord gli ebrei videro nell’Italia fascista, nonostante l’esistenza di una zelante legislazione antisemita, un “porto sicuro”, tanto è vero che 400 israeliti di Sussak chiesero il trasferimento in Italia e così altri 1.300 che erano fuggiti dallo Stato croato, non ottenendo però i permessi necessari. Si tenga presente che nella Zona di Operazione le Autorità della RSI agivano subordinate ai Comandi germanici, per cui poco o nulla poterono fare davanti alla stretta antiebraica che si registrò nella regione: 708 israeliti deportati da Trieste; 412 da Fiume e Sussak. Il 30 Gennaio 1944, la sinagoga fiumana fu anche data alle fiamme[17].
Lo “schermo protettore” incarnato dall’Italia nei confronti degli ebrei ha fatto scrivere a Shelah Menachem un libro preziosissimo, edito non a caso dallo Stato Maggiore dell’Esercito, dall’emblematico titolo: Un debito di gratitudine. Libro che consigliamo vivamente a tutti coloro che speculano sulla politica antiebraica del Regime fascista[18].
Grazie ad ampie operazioni di controguerriglia, il Regio Esercito riuscì a “tenere terreno” mettendo sulla difensiva i partizan, anche grazie all’aiuto dei cetnici serbi, i partigiani monarchici che avevano apprezzato la politica “protettiva” degli Italiani davanti alle stragi etniche che si compivano nella ex Iugoslavia.
Le rappresaglie di cui furono parte attiva le nostre unità devono essere inquadrate necessariamente nel clima di guerriglia inumana scatenata dai titini, che si esibirono in massacri generalizzati e torture barbare da provocare la terribile reazione dei soldati italiani in un crescendo di violenza inumana. Le azioni che provocarono le rappresaglie sono oggi dimenticate, mentre la reazione italiana amplificata per speculazione politica. Così come si sorvola sulla illegittimità della guerriglia e su tutto ciò che prevedevano le Convenzioni internazionali di guerra a proposito. Comunque sia, tra le rappresaglie italiane più famose, dovute tutte alla legittima reazione contro crimini partigiani, si citano quella di Jelenje del 30 Maggio 1942 (20 fucilati); quella di Primano del 4 Giugno 1942 (24 civili soppressi); quella di Podhum del 12 Luglio 1942 (un centinaio di persone uccise). Tutte da inquadrare nella legittima reazione ai crimini commessi dai partizan di cui abbiamo accennato anche in un nostro studio – Crimini partigiani in Balcania – al quale rimandiamo il lettore[19]. Comunque sia, la reazione italiana fu ben poca cosa, ci si permetta il termine, rispetto ai massacri e alle barbarie titine, anche se, bisogna evidenziare, come la rappresaglia non si esaurì con la fucilazione in massa degli abitanti: interi villaggi vennero rasi al suolo e bruciati senza discriminazione di sorta e decine e decine di migliaia di persone deportate nei campi di concentramento, in tristissime condizioni di vita. Si calcola in 100.000 gli Slavi deportati in Italia, che ebbero in gran parte sorte migliore di quelli confinati nel campo di Arbe, dove le malattie falciarono tra i 1.200 e i 4.000 civili su 16.000 internati (tra cui 2.700 ebrei “salvati” dalle persecuzioni germaniche e croate). Altre 1.000 persone perirono per malattie e denutrizione nei campi di Visco e Gonars (Udine)[20]. Una tragedia utilizzata oggi però per scopi di propaganda antifascista eludendo il contesto storico.
Tutto cambiò per l’Italia drammaticamente dopo il 25 Luglio 1943 e, ancor più, dopo l’8 Settembre. La caduta di Mussolini e la liquefazione delle Regie Forze Armate permisero alla guerriglia comunista di rifornirsi di armi e materiali e farsi padrona del campo. Una tragedia annunciata, l’inizio della fine, anche per Fiume che, fino a quel momento, aveva vissuto senza scossoni di sorta e senza che nessuna organizzazione antifascista si fosse organizzata[21]. Davanti al collasso dell’Italia, Pavelić cercò di rivendicare tutte le terre croate annesse dall’Italia, comprese però anche Zara e Fiume, risultando però meno estremista di Tito, in quanto le sue richieste esclusero l’Istria occidentale in cui riconobbe la preminenza dell’elemento italiano. I comunisti titini, invece, si fecero eredi delle rivendicazioni più estreme del paniugoslavismo, datate 1918, un Grande Stato di tutti gli Slavi del Sud, dall’Isonzo fino a Salonicco, il tutto nel quadro di un costituendo Impero degli Stati comunisti dei Balcani sotto la guida del Maresciallo Tito.
I Germanici, che dovettero d’emergenza inserirsi nelle regioni evacuate dagli Italiani, dovettero fare opera di moderazione, avocando a sé ogni decisione in merito e cristallizzando la situazione con la proclamazione della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico, territorio di esclusiva pertinenza militare quindi, sottratto provvisoriamente alla Autorità civile, ossia agli Italiani. I Tedeschi, non fidandosi più degli Italiani, crearono così una “zona cuscinetto” in Italia, separando de facto i confini del Reich con quelli della costituenda RSI. In caso di nuovo cambio di fronte o di collasso della Repubblica Sociale Italiana, i Germanici sarebbero rimasti comunque padroni della situazione, tenendo ben lontani dai propri confini gli eserciti nemici. Sia chiaro, non ci fu nessuna annessione, né questa mai venne paventata ufficialmente, anche se alcuni estremisti nazionalsocialisti “austricanti” non nascosero di ambire a questa soluzione una volta terminato il conflitto. Di là della sconfitta inevitabile, non crediamo assolutamente che Hitler avrebbe assecondato tale manovre.
Liberi di agire, i partizan dell’entroterra passarono all’azione e, in Istria, iniziarono il massacro del “nemico del popolo”, principalmente la classe dirigente italiana. Si calcola in 500/600 il numero delle persone assassinate nel Settembre-Ottobre 1943, tra le quali rimane simbolo di martiro Norma Cossetto, oggi Medaglia d’Oro al Valor Civile della Repubblica Italiana[22].
Furono le truppe tedesche, cui si unirono le Camicie Nere rimaste in armi, a salvare la popolazione italiana dell’Istria[23]. L’Operazione “Nubifragio” (25 Settembre – 5 Ottobre 1943), guidata dalla Divisione SS “Prinz Eugen”, sbaragliò le formazioni titine che dovettero subire perdite calcolate nell’ordine di 4.000 unità. Alla fine, 21.000 civili risultarono deportati[24].
Zara venne salvata dalle violenze dalla pronta reazione dei militari italiani che, anziché sbandarsi, si costituirono in Compagnia Studenti Universitari “Antonio Vukassina”, fondata da Enzo Drago, e respinsero ogni ingerenza croata, venendo infine riconosciuti dai Germanici che insediarono in città un Prefetto italiano, il coraggioso Vincenzo Serrentino. La cosa, ovviamente, non evitò l’inizio dell’esodo verso la penisola di molti esponenti delle comunità italiane di Ragusa, Spalato, Sebenico, le isole di Lesina, Lissa, Curzola e Brazza, annesse allo Stato croato, e sulle quali incombeva la barbarica ombra della guerriglia comunista.
Così avvenne a Fiume che, nonostante la fuga dei capi militari, vide la ferma decisione del Gen. Gastone Gambara di opporsi ad ogni violenza slava, salvando la città dai partizan e con essa la popolazione tutta, grazie ad uno schieramento di forze invidiabile: il Reggimento “Cavalleggeri di Saluzzo” (l’unica unità della II Armata rimasta in armi e ripiegata al completo dalla Balcania); le Camicie Nere del LXI Battaglione della locale Legione e della Milizia Confinaria; Carabinieri, Finanzieri e Poliziotti.
Davanti al collasso generale italiano a all’arrivo dei Germanici, il 15 Settembre 1943, a Fiume, i fascisti ritornarono subito in piazza, fondando un Comitato cittadino in cui si distinsero Gino Sirola, Bruno Puhar, Arturo De Maineri, Ettore Rippa, Annone Erbisti, Mario Rora, Adelchi Di Pasquale, Gian Proda e Lino Poli.
I Tedeschi, inquadrata la Provincia del Carnaro nella costituenda Zona di Operazione del Litorale Adriatico, esautorarono il Prefetto “badogliano” Pietro Chiarotti, nominando il Senatore Riccardo Gigante Commissario straordinario, la cui libertà d’azione fu drasticamente limitata dalla presenza del Consigliere germanico per la Provincia del Carnaro Karl Pachneck. Infine, nominarono uno Sloveno a capo della Provincia di Lubiana (il Gen. Rupnik) e un Croato per il costituendo Commissariato straordinario di Sussak e Veglia (Frank Spehar). Sull’Isola di Veglia fu nominato un Commissario nella figura del Croato Martin Mrakovčić, rigettando la proposta di designare un Italiano avanzata dal Segretario del locale Fascio Repubblicano Gaetano Maracich. Nel Commissariato di Sussak e Veglia i Germanici reintrodussero la lingua croata nelle scuole e negli uffici amministrativi.
A Pola, il Prefetto italiano Lodovico Artusi fu affiancato dal Viceprefetto croato Bogdan (Deodato) Mohorović.
Tale modo di procedere, concedendo agli Slavi posti di potere atti a controbilanciare la presenza italiana nella regione di confine, urtò profondamente i fascisti più chiusi in un vetero nazionalismo che non aveva più ragione di esistere. Infatti, i Tedeschi, con questa politica territoriale, evitarono così lo scoppio di tensioni etniche, ma – sia chiaro – non acconsentirono mai alla Croazia di Pavelić di intromettersi negli affari dell’Istria, di Fiume e di Zara, che erano e rimanevano sotto la sovranità della RSI (sebbene sospesa per via della costituzione delle Zone di Operazione).
Se Fiume, grazie all’azione dei fascisti, era rimasta in mano italiane, a Sussak le cose erano andate molto diversamente, in quanto vi erano penetrati i partizan che vi commisero “atrocità di ogni genere”: “[…] Vi erano diversi uomini massacrati: […] avevano il cuore strappato, si disse trattarsi nostri [degli Italiani] informatori. […] Sulle lance che recingevano l’Hotel Continental era infisso, supino, il cadavere nudo di una donna dalla lunga chioma platinata. Seni e lingua erano mozzati. Pare si trattasse della fidanzata di un nostro Tenente di Artiglieria”[25].
Davanti a quanto era avvenuto e stava avvenendo fu a tutti chiarissimo il fallimento politico italiano dell’occupazione della ex Iugoslavia e dure critiche, anche tra i fascisti, maturarono in proposito, con denunce scritte e circostanziate. Si pensi solo che, dall’Aprile 1941 al Settembre 1943, le Regie Forze Armate avevano pagato un tributo di sangue enorme: oltre 9.000 morti, 15.160 feriti e 6.300 “scomparsi”[26]. Senza che, effettivamente, le zone di occupazione fossero state pacificate.
I Germanici, come abbiamo visto, cercarono di mantenere un equilibro tra le varie etnie, non assecondando nessuna rivendicazione nazionalista, né italiana, né croata. Intervenendo duramente ovunque si registrasse la minima frizione. Fu così che la RSI fu praticamente tagliata fuori dalla gestione diretta delle sue province Nord-Orientali e la stessa Guardia Nazionale Repubblicana dovette operare nella Venezia Giulia con il nome di Milizia Difesa Territoriale (MDT). Comunque, lo spiegamento delle Forze Armate Repubblicane nella regione fu massiccio, riuscendo a schierare 15.000/16.000 uomini, adempiendo ad uno dei capisaldi della RSI: la difesa dei confini nazionali.
A Fiume, il PFR si organizzò rapidamente, riprendendo le sue attività il 22 Settembre 1943 grazie all’attivismo di Lino Poli (poi sostituito da Arturo De Maineri che sarà anche il primo Podestà di Fiume repubblicana). La Federazione del Carnaro, invece, si strutturò su un Triumvirato: Ramiro Antonini (Federale), Lino Poli e Carminio Rossi; affiancati da un Direttorio: Gino Sirola (sarà anche Podestà dal 9 Febbraio 1944), Mario Rora, Adelchi Di Pasquale, Ettore Rippa, Enzo Chianese e Nicola Benagli.
Al fianco del Prefetto Riccardo Gigante, che ricordiamo era sposato con una ebrea convertita, vi furono il cieco di guerra Renato Bulian e l’imprenditore Ettore Rippa, noti fiumani rispettati per il loro patriottismo. La sua esperienza, però, durò poco. Dopo le pressioni croate, Gigante fu sostituito nella carica di Prefetto da Alessandro Spalatin, gradito a Pavelić in quanto non aveva mai dato prova di acceso irredentismo e, quindi, considerato meno intransigente.
La prima attività del Fascio Repubblicano fiumano fu quella dell’assistenza ai profughi che giungevano da Zara e quella della costituzione di gruppi armati. In quest’ultima iniziativa si distinsero le Camicie Nere della 61a Legione della Milizia Arnaldo Viola, Renato Bulian, Ramiro Antonini, Bruno Puhar, Pietro Barbali e Giorgio Conighi, che riuscirono ad inquadrare diversi Volontari. Già nel Dicembre 1943 veniva costituita un Legione della GNR (poi 3° Reggimento “Carnaro” MDT), su due Battaglioni, il primo al comando di Carlo Carletti con sede a Fiume; il secondo al comando di Arnaldo Viola di stanza a Mattuglie. Il Reggimento fu posto alle dipendenze del Ten. Col. Giuseppe Porcù che, per contrasti sorti con i Germanici, fu sostituito nel Febbraio 1945 dal Col. Pietro Montesi Righetti. A capo del Servizio investigativo era il Ten. Col. Ernesto Carretto.
Sebbene la MDT – che nella Venezia Giulia allestì cinque Reggimenti – fu “separata” dalla GNR dai Germanici che non tollerarono mai l’ingerenza della RSI nelle Zone di Operazione, la sua presenza sul territorio fu fondamentale per proteggere gli abitati e gli Italiani dalle azioni dei partizan che già nel Gennaio 1944 ripresero la guerriglia in grande stile.
Il 25 Marzo 1944 si verificò uno dei più gravi crimini in danno alle Forze Armate Repubblicane: dodici Carabinieri inquadrati nella GNR-MDT, vennero torturati e massacrati in quello che passò alla storia come Eccidio di Malga Bala, vicino Plezzo (Gorizia). Il 27 Marzo 2009, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito loro la Medaglia d’Oro al Merito Civile, in cui veniva riconosciuto a questi combattenti della RSI “preclaro esempio di amor patrio, di senso dell’onore e del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio”.
Questa strage, se è la più famosa, non fu certo l’unica e nemmeno la più grave: tra l’11 e il 12 Gennaio precedenti, infatti, ventidue Guardie Repubblicane di Finanza al Comando del Brig. Serafino Ricci Lucchi, di stanza a Matteria, ad una ventina di chilometri ad Est di Trieste, nell’Istria del Nord, furono catturate dai partizan e vennero condotte verso Vatovlje. Di loro non si seppe più nulla. Una delle tante stragi di Finanzieri della RSI di cui fu costellata la storia della Venezia Giulia, che dimostra, ancora una volta, l’enorme sacrificio di sangue dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana in difesa dei confini nazionali.
Anche i Germanici dovettero subire durissime perdite: venne calcolato che tra il Gennaio 1944 e il 15 Febbraio seguente, le perdite incassate raggiunsero le 500 unità.
Si stimava in 6.000 i ribelli attivi in tutta la regione, tra cui quasi 2.000 Italiani[27]. Per limitare la presenza degli Italiani tra i partigiani, il Segretario del Partito Comunista Sloveno propose di trasferirli presso i Battaglioni lavoratori[28].
Ad ogni attentato, come abbiamo detto, scattava una feroce rappresaglia, con lutti a non finire tra la popolazione civile. A Lipa, ad una decina di chilometri linea d’aria a Sud-Est di Gorizia, il 30 Aprile 1944, i Tedeschi fucilarono ben 269 persone (al rastrellamento parteciparono anche una quindicina di Camicie Nere del Presidio di Giordani, al comando del Cap. Alberto Celligoi di Fiume, detto “Piaz”). Così avvenne nei dintorni di Tominje-Tomigna, a metà strada tra Trieste d Fiume, nell’Istria del Nord, il 18 Maggio 1944, quando vennero impiccati 70 civili[29].
Alla ripresa dell’attività partigiana, nel Gennaio 1944, corrispose anche l’inizio dei bombardamenti angloamericani. Se ne contarono 27 e 150 saranno i morti della guerra ai civili condotta dagli Alleati contro i fiumani[30].
Ilio Bacich, l’altro importante Senatore fiumano si ritirò a vita privata, mentre il Prof. Giuseppe Gerini, che fino al 25 Luglio 1943 era stato Direttore dell’Istituto di Cultura Fascista e Vicefederale del PNF, nonché Direttore de “La Vedetta d’Italia” durante l’occupazione germanica, presagendo la fine, fin dai primi mesi del Gennaio 1944, decise di entrare in contatto con i partizan titini, fornendo loro informazioni. Fu così risparmiato dalle epurazioni del primo dopoguerra, almeno fino all’Aprile 1946, quando di lui si persero per sempre le tracce. Forse soppresso, forse fuggito in Italia[31].
Nel Movimento Popolare di Liberazione iugoslavo operavano diversi comunisti italiani ed anche bande ribelli italiane che, però, dovettero far fronte non solo alla ingerenza dei Comandi slavi, ma anche a periodiche epurazioni interne, come dimostra il caso del Battaglione garibaldino “Fontanot” scompaginato dai compagni sloveni del Battaglione “Odred” di Karlo Maslo:
In pratica, col pretesto di aver disobbedito agli ordini, due capi del Battaglione [italiano], Darko Pezza e Umberto Dorini, furono fucilati dai partigiani sloveni, mentre l’altro esponente di spicco, Ennio Zezza, a stento riuscì a fuggire per finire poi nelle mani dei Tedeschi. Gli altri uomini del “Fontanot” in parte riuscirono a scappare, mentre alcuni vennero disarmati dagli uomini di Maslo. Successivamente ben diciannove di loro furono uccisi in un’imboscata tesa dai Tedeschi, forse su delazione slovena; solo pochi sopravvissero e riuscirono a raggiungere i compagni italiani nei dintorni di Gorizia.
Quei pochi attivisti [antifascisti italiani] che si opposero più apertamente alla linea annessionista jugoslava sparirono dalla circolazione o vennero isolati. Oltre alla scomparsa di alcuni comunisti rovignesi, emblematico fu il caso di Lelio Zustovich, comunista italiano Segretario della Sezione di Albona, antiannessionita, che fu arrestato e internato nella zona di Gorski Kotar senza più fare ritorno[32].
La popolazione complessiva di Fiume scese durante la guerra, assestandosi intorno ai 50.000 abitanti nell’Ottobre 1943[33]. Grazie alla presenza armata di militari germanici e fascisti la popolazione fu risparmiata dalle violente partigiane anche se, a partire dall’Estate 1944, si verificarono alcuni attentati terroristici: il 2 Agosto 1944, esplose una bomba al Ristorante “Ornitorinco” (quattro civili uccisi e una decina di Tedeschi feriti); il 15 Settembre, un ordigno colpì il Comando germanico (ex Casa del Fascio); il 18 Settembre, una bomba deflagrò presso la caserma dei Vigili del Fuoco di Piazza Parini. Agli attentati seguirono fucilazioni per rappresaglia contro elementi del Movimento Popolare di Liberazione[34].
Davanti ad una sconfitta evidente, la popolazione fiumana cominciò a pensare al destino della città che si vedeva minacciata di annessione alla risorta Iugoslavia, per giunta comunista. Presero così a circolare idee autonomiste, nella speranza che, perduta ogni possibilità di vittoria, la città non fosse stuprata da un’annessione antistorica. Furono elaborati anche progetti utopici, come quelle dei zanelliani che riproponevano l’idea di una Città Stato come prevista dal Trattato di Rapallo (che comunque fissava il confine a Monte Nevoso e non all’Isonzo come volevano i titini); ma anche dei cosiddetti liburnici, che credevano possibile la creazione di una Confederazione cantonale in tutta la regione, con Fiume capoluogo, con lingua ufficiale l’italiano ed ampie garanzie alle atre etnie. Progetto quest’ultimo che sembra attirò l’attenzione di alcuni fascisti repubblicani. Ma si trattò solo di effimere proposte dettate dalla disperazione, destinate a crollare davanti al responso delle armi.
L’inarrestabile avanzata dell’Armata Rossa in Europa Orientale e l’iniziativa angloamericana sul fronte italiano che di lì a poco avrebbe travolto la Linea Verde permettendo lo straripamento dei carri armati alleati nella Pianura Padana (e, quindi, anche verso Trieste), convinsero Tito che fosse giunto il momento di sfondare in Istria.
Davanti al drammatico scenario dell’invasione, il Podestà Gino Sirola, l’11 Aprile 1945, pubblicò un proclama ai fiumani, ultimo appello di fierezza italiana:
Il bolscevismo è in marcia su Fiume, il vostro orgoglio di fiumani e di Italiani e l’amore verso la nostra citta natale richiedono ora l’impegno di tutte le nostre forze per la difesa delle nostre patrie istituzioni. Per arrestare l’irruzione dei partigiani devono essere apprestate immediatamente opere di difesa. È questa l’ora in cui ciascuno di noi deve compiere tutto il suo dovere. Per le necessarie opere di difesa si richiede a voi tutti, uomini e donne, una fatica di breve durata. Annunziatevi volontari a questo lavoro, che concorre alla difesa dei vostri cari e delle vostre case. L’ora grave e il pericolo di un’occupazione da parte dei partigiani richiedono l’unanime concorso di tutti voi. Nessuno rimanga indietro. È in gioco la nostra vita e l’avvenire della nostra città. Non è quindi il momento per rimanere inerti e passivi, ma di agire fermamente con animo sicuro e fidente nella nostra vittoria[35].
La battaglia per Fiume iniziò il 20 Aprile 1945. Davanti ad 83.500 uomini della IV Armata iugoslava si posero i soldati del 97° Corpo d’Armata germanico (tra cui anche i combattenti della RSI, oltre che aliquote consistenti di ustascia, domobranci, cetnici, tutti destinati allo sterminio), posizionati su quella che prese il nome di Linea Ingrid.
Già il 17 Aprile, dopo duri scontri, era caduta l’Isola di Veglia e, il giorno successivo, anche Buccari era stata conquistata dai titini. Il 20 Aprile, grazie all’aiuto britannico, cadde anche l’Isola di Cherso:
In quell’occasione combatterono, comandati dal Tenente Stefano Petris, capo della Compagnia autonoma “Tramontana”, circa 90 militi italiani della Guardia Repubblicana assieme ad almeno 200 Tedeschi. La lotta a Cherso fu impari in quanto le forze partigiane jugoslave erano soverchianti.
Il 21 Aprile caddero in mano partigiana nell’isola di Lussino le cittadine di Ossero e Neresine, difese da esigue forze tedesche (una quarantina di uomini) e da un piccolo reparto della Xa MAS di circa 20 uomini. Dopo lo sbarco a Bersezio […] le deboli difese militari tedesche, affiancate da un Distaccamento della Compagnia “Gabriele d’Annunzio” della Xa MAS di stanza a Laurana (che contava poco più di 130 uomini), non furono in grado di resistere. Negli intensi scontri armati contro i partigiani jugoslavi, durati fino alla sera del 26 Aprile, almeno 80 Marò restarono uccisi[36].
Per dieci giorni, gli iugoslavi tentarono di sfondare la Linea Ingrid, venendo però respinti: nella zona di Tersatto, Drenova, Monte Lesco e Colle Santa Caterina “combatterono con grande valore gli Alpini della 37a Batteria ‘Julia’, inquadrati nella Wehrmacht e Comandati dal Sottotenente Franco Geja”[37].
Non riuscendo a prendere Fiume frontalmente, i titini iniziarono una manovra a tenaglia, aggirando la città e cercando di attaccare da Ovest. Il 26 Aprile cadde Laurana e due giorni dopo Abbazia. Fiume era circondata e venne dato l’ordine di ripiegamento a tutte le unità:
Durante l’arretramento di un gruppo di Marò della Xa MAS, comandato dal Tenente Francesco Vigjak (un dalmata che si era sempre distinto per il valore e l’abilità di comando si dal suo arrivo in zona), fu costretto ad arrendersi al Battaglione istriano “Pino Budicin” dopo un aspro combattimento nei pressi di Matteria. In quell’occasione sembra che nessuno dei Marò sia stato risparmiato dal Commissario politico del Battaglione istriano[38].
Una colonna del 3° Reggimento “Carnaro” della MDT, con aliquote della Xa MAS di Laurana in ripiegamento, dopo aver sconfitto i partigiani in uno scontro nei pressi di Castelnuovo, riuscirono ad arrivare alla Caserma “Ettore Muti” di Trieste, contattando il locale CLN per mettersi a disposizione per la prossima difesa della città dall’avanzata titina. La proposta però non venne accettata. I triestini ringrazieranno l’ottusità e la miopia ideologica antifascista di lì a poco…
Il 1° Maggio 1945 si diffuse la notizia della morte di Hitler e i Comandi germanici, profondamente colpiti, ordinarono il ripiegamento delle unità che difendevano Fiume su Villa del Nevoso. Qui, i Tedeschi resistettero fino all’arrivo della notizia della resa generale del Reich.
Il 7 Maggio, il Gen. Ludwig Kübler, Comandante del 97° Corpo d’Armata, decise di firmare la resa con i titini, resa che prevedeva il ritiro delle sue unità in Germania. Deposte le armi, gli Iugoslavi stracciarono l’accordo e trasferirono nei campi di concentramento, con le drammatiche “marce della morte”, tutti i militari catturati arresisi. Nel 1947, Kübler, insieme ad altri Ufficiali, venne condannato a morte per “crimini di guerra” ed impiccato, in uno dei tipici processi politici allestiti dai titini per battezzare nel sangue la nascita dello Stato socialista.
Non era andata meglio, nel più classico destino dei comunisti, a Peter Drapšin, Comandante della IV Armata iugoslava che invase la Venezia Giulia: nel Novembre 1945, era stato trovato morto in carcere, nel quale era stato rinchiuso dai compagni dopo che erano sorti dei contrasti con Tito. La rivoluzione bolscevica, come sempre, divorava i suoi stessi figli, in un’orgia di sangue senza freni.
Il 3 Maggio 1945, in una Fiume grigia e silenziosa, il cui lutto esprimeva il rifiuto della popolazione ad un simile atto di barbarie che stuprava la sua storia, entrò trionfante la XIV Brigata della 13a Divisione d’Assalto Dalmata. Gli ultimi focolari di resistenza nei dintorni della città vennero soffocati nel sangue in poche ore. L’ultimo scontro a Castua, dove era presente un’unità mista di Germanici, Militi della MDT (3° Rgt. “Carnaro”) e Marò della Decima MAS (Compagnia “D’Annunzio”), lasciata come retroguardia per coprire la ritirata del grosso delle truppe.
Già il 4 Maggio, in una Fiume deserta, l’OZNA cominciò l’opera di epurazione dei “nemici del popolo”. A pagare per la sua italianità fu dapprima l’ex Prefetto Riccardo Gigante, seguito da una prima “infornata” di 200 persone che avevano aderito alla RSI, in particolare militari, facilmente individuabili. Caddero, però, nella repressione anche gli antifascisti autonomisti zanelliani (i liburnisti erano già stati liquidati in precedenza). Per stemperare l’indignazione generale per questi ultimi delitti di cui nessuno comprendeva il motivo, l’OZNA diffuse la notizia che gli autonomisti erano stati uccisi da banditi durante una rapina e, addirittura, nel più classico esempio di disinformatja, ebbero il coraggio di processare e fucilare sbrigativamente due Slavi, indicandoli alla popolazione come i criminali che avevano compiuto il crimine[39].
Nei giorni e nelle settimane seguenti, il terrore, funzionale alla stabilizzazione del nuovo ordine comunista, si impossessò della città. Nessuno fu più al sicuro. Fascista o antifascista che fosse.
La battaglia per Fiume (17 Aprile – 3 Maggio 1945) costò complessivamente 1.600 uomini alle forze dell’Asse (in maggioranza assassinati dopo la resa), mentre 331 furono i partigiani caduti (1.338 feriti e 43 dispersi). Alla fine, si conta che per difendere l’italianità di Fiume, in quei giorni di eroica resistenza, caddero almeno 230 combattenti della Repubblica Sociale Italiana (ai quali bisogna aggiungere coloro che caddero prima “non censiti” e, purtroppo, tutti quelli che vennero sterminati nelle settimane seguenti)[40]. Un tributo di sangue dimenticato, ma che vogliamo anche in questa occasione evidenziare. Alla storia, per tutti i Caduti della RSI, è rimasto il sacrificio del Vicebrigadiere della MDT Albino Baratto, sacrificatosi in combattimento contro soverchianti forze titine il 28 Aprile 1945, per difendere quella che è considerata “l’ultima bandiera italiana a sventolare su Fiume”, non a caso quella della Repubblica Sociale Italiana. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. In sua memoria, la Repubblica Italiana ha insignito i discendenti della Medaglia d’Onore (onorificenza concessa ad oltre 300 combattenti della RSI: un sacrificio per la Patria che nemmeno la Repubblica Italiana “nata dalla Resistenza” ha potuto negare).
Caduti gli ultimi difensori, iniziò, come abbiamo detto, l’epurazione antifascista: “La ricerca italo-croata condotta da Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski arrivò a contare per Fiume e dintorni non meno di 580 vittime di nazionalità italiana causate dall’OZNA nel periodo che va dal 3 Maggio 1945 al Dicembre 1946”[41].
Il 16 Ottobre 1945 si registrò un evento che rimane impresso nella storia di Fiume italiana: un diciottenne di origini romane, Giuseppe Librio, intenzionato a rivendicare l’italianità di quelle terre, non si fece scrupolo di ammainare la bandiera della Iugoslavia che sventolava su uno dei pennoni di Piazza Dante, somma offesa per la Civiltà italiana. Venne abbattuto dai titini.
Alle fine del 1946, 15.000 Italiani di Fiume erano già fuggiti e l’esodo continuò nei mesi seguenti: nel 1948, gli Italiani rimasti nella Città Olocausta erano scesi a 25.319. Mancavano all’appello, quindi, 15.955 Italiani, l’esodo aveva riguardato 38,62% della popolazione italiana. A fronte di ciò, gli Slavi erano diventati 41.782 (37.324 Croati; 3.073 Sloveni; 1.385 Serbi)[42].
Nel Giugno 1940, erano solo 11.199 “allogeni” residenti a Fiume (cui si potevano aggiungere i 5.482 stranieri iugoslavi). Questo vuol dire che, nel 1948, gli Slavi avevano aumentato la loro presenza in città del 150%, cambiando radicalmente il volto dell’abitato, occupando abusivamente le case lasciate dagli Italiani ed invertendo la composizione storica etnica dell’italianissima Fiume, divenendo maggioranza (67,27%). Quella che, oggi, si chiamerebbe “sostituzione etnica”.
All’indomani del 10 Febbraio 1947, ossia della firma del Trattato di Pace che umiliava la Repubblica Italiana considerandola Paese nemico sconfitto, mutilandola, tra l’altro, del confine orientale, erano già 50.000-60.ooo coloro che avevano abbandonato la Venezia Giulia sconvolta dalle violenze titine.
La tragedia dell’esodo fu un evento che contraddistinte la nascita della Iugoslavia socialista, colpì anche altre nazionalità che da tempo erano stanziate nei Balcani, come ad esempio, quella germanica che fu, come quella italiana, cancellata: si calcola in 450.000 i Tedeschi che dovettero abbandonare, sia durante la guerra che dopo, la Voivodina, la Slavonia, la Lika, lo Zagoroje e la Slovenia[43].
Il 12 Febbraio 1948 si sancì l’unione di Fiume con Sussak e la nascita della città di Rijeka, ultimo stupro alla Civiltà italiana che veniva così spazzata via, non solo dal Carnaro, ma da tutta l’Istria e la Dalmazia. Resistevano a Fiume – ancora per poco – 25.319 Italiani su una popolazione arrivata, per via dell’invasione degli Slavi, a 68.352 abitanti, pari al 37,04% dei residenti. Il crimine contro la Civiltà e l’umanità era ormai un fatto compiuto.
Nel 1952, le misure di jugoslavizzazione di Fiume contro la (ormai) minoranza italiana rimasta in città accelerarono, con il trasferimento d’ufficio di alunni italiani nelle scuole slave e una nuova epurazione di insegnanti italiani. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse, soprattutto ad Albona e Parenzo, e non vennero più riaperte. Scomparvero le insegne bilingue ove presenti, mentre in Dalmazia si procedeva addirittura a scalpellare gli storici leoni di San Marco, simbolo della Civiltà veneziana. Scomparve anche la comunità ebraica, dopo le criminali deportazioni germaniche, ci pensarono i titini a “terminare il lavoro”, creando le premesse dell’esodo volontario dei pochi rimasti.
Siamo nel 1952 e alcune decine di Italiani ancora rimanevano a marcire nei campi di concentramento iugoslavi. All’indomani del conflitto, più 50.000 militari italiani erano stati condotti in prigionia dai titini. Nel 1947, il loro numero si era ridotto a 15.987, ma il loro rimpatrio fu lento e difficoltoso, anche perché la loro esperienza poteva essere utilizzata in Italia dalla propaganda anticomunista[44]. Lo stesso PCI si mise di traverso. Meglio che morissero in Iugoslavia senza dare tanti problemi.
Alla fine gli esuli giuliani e dalmati raggiunsero l’imponente cifra di 260.000-300.000. Credevano di trovare nella penisola la Patria perduta. Non fu così. Il mondo era davvero cambiato. Si aprì per 60.000/70.000 esuli stanziati in Italia un secondo esodo verso l’estero. Un dramma nel dramma[45].
Nel 1953, a Fiume erano rimasti 7.700 Italiani, di cui altri 4.000 abbandonarono per sempre la città nel quinquennio successivo. Finiva così, nell’indifferenza, nell’omertà fattasi poi complicità, dei Governi democratici, la Civiltà italiana nell’Adriatico Nord-Orientale, sepolta dall’avvento del socialismo reale.
A tanti anni di distanza, nemmeno il ricordo – sebbene sollecitato da una legge dello Stato – ha potuto far breccia nelle coscienze della classe dirigente italiana che ignora cosa sia avvenuto al confine orientale della nostra Nazione o lo accetta confinandolo in un lontano passato che non suscita nessun interesse. Non esprimiamo giudizi su quella fetta, non certo marginale, della classe dirigente antifascista che giustifica, se non silenziosamente accetta, quello che avvenne. Eppure, l’Istria, Fiume, la Dalmazia ancora ci parlano di Italia.
Pietro Cappellari
NOTE
[1] Cfr. P. Cappellari, Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione adriatica: dalla protesta nazionale all’insurrezione fascista 1918-1922, Herald Editore, Roma 2014; e P. Cappellari, D’Annunzio in libertà. Il Vate e il fascismo, oltre le manipolazioni del “politicamente corretto”, Passaggio al Bosco, Firenze 2021.
[2] Cfr. M. Micich, Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda Guerra Mondiale al grande esodo 1940-1945, Mursia, Milano 2026.
[3] Cfr. Ivi, pag. 25.
[4] Cfr. Ivi, pag. 22.
[5] Cfr. Ivi, pag. 44.
[6] Ivi, pag. 53.
[7] Cfr. Ivi, pag. 86.
[8] Cfr. Ivi, pag. 27.
[9] Cfr. Ivi, pagg. 26.
[10] Cfr. Ivi, pag. 42.
[11] Cfr. Ivi, pag. 34.
[12] Cit. in Ivi, pag. 38.
[13] Cfr. Ivi, pag. 35.
[14] Ivi, pag. 58.
[15] Cfr. L. Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi, Torino 2003. Cfr. anche F. Giannini, Uno schermo protettore. Mussolini, il fascismo, gli ebrei, Pagine, 2011.
[16] Cfr. M. Micich, Fiume, addio, cit., pag. 59.
[17] Cfr. Ivi, pag. 174.
[18] Cfr. S. Menachem, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia, SME, Roma 1991.
[19] Cfr. P. Cappellari, Crimini partigiani in Balcania 1941-1943. Documenti della Mostra della Rivoluzione fascista, Edizioni del Centenario, Roma 2020.
[20] Cfr. M. Micich, Fiume, addio!, cit., pag. 78.
[21] Cfr. Ivi, pag. 83.
[22] Cfr. AA.VV., Norma Cossetto. Rosa d’Italia, Eclettica, 2021.
[23] Cfr. P. Cappellari, La Guardia della Rivoluzione. La Milizia fascista nel 1943: crisi militare – 25 Luglio – 8 Settembre – Repubblica Sociale, Herald Editore, Roma 2013.
[24] Cfr. M. Micich, Fiume, addio!, cit., pag. 97.
[25] Cit. in Ivi, pag. 112.
[26] Cfr. Ivi, pag. 135.
[27] Cfr. Ivi, pag. 181.
[28] Cfr. Ivi, pag. 185.
[29] Cfr. Ivi, pagg. 182-183.
[30] Cfr. Ivi, pagg. 176-177.
[31] Cfr. Ivi, pagg. 167-168.
[32] Ivi, pagg. 156 e 163.
[33] Cfr. Ivi, pag. 146.
[34] Cfr. Ivi, pag. 184.
[35] Cit. in Ivi, pag. 198.
[36] Ivi, pagg. 203-204.
[37] Ivi, pag. 202.
[38] Ivi, pag. 204.
[39] Cfr. Ivi, pag. 211.
[40] Cfr. Ivi, pag. 230.
[41] Ivi, pag. 216.
[42] Cfr. Ivi, pagg. 222-223.
[43] Cfr. Ivi, pag. 21.
[44] Cfr. Ivi, pagg. 263-264.
[45] Cfr. Ivi, pag. 265.

