Alcuni anni or sono si concludeva a Milano, EXPO 2015, nelle cui aree, per volontà dell’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, far sorgere “Human Technopole”, un polo dell’innovazione e della ricerca sotto la supervisione dell’istituto italiano di tecnologia di Genova, dell’Institute for international interchange di Torino e dell’Edmund Mach Foundation di Trento.
Sin qui il fatto in sé.
L’interrogativo che ci si pone se mai si poteva lasciare per un attimo a parte il solito inglese e intitolare il progetto, per esempio, in latino, lingua non certo priva di tradizione nel mondo scientifico tanto da essere universalmente di riferimento nella denominazione delle diverse specie della flora e della fauna. Sarebbe bastato poi parlare di un Istituto per gli Interscambî Internazionali di Torino o della Fondazione “Edmund Mach” di Trento, senza doverli per forza citare in una lingua che, per altro, non è quella del paese in cui essi hanno sede, quasi che tutto ciò che suona mondiale dev’essere dogmaticamente espresso nella lingua di Wall Street, col rischio di far andare in uggia tutto ciò che si presenta come internazionale come un qualche cosa di prevaricativo che parla ed obbliga a parlare nell’unico e solito linguaggio.
In fondo l’italiano, quarta lingua studiata al mondo, è la lingua di Leonardo, di Galileo e di tant’altri illustri che sono stati delle pietre miliari della scienza a livello mondiale. Appare perciò assurdo quanto incomprensibile il perché non si voglia dare anche alla lingua di Leonardo e di Galileo un posto di riguardo nel panorama scientifico mondiale.
Del resto solo nel paese dai mille sensi di colpa e complessi di inferiorità si poteva giungere a ad obbligare persone di madre lingua italiana a dialogare tra loro in inglese, come quando, a partire dai primi anni Duemila si decide che in tema di normativa italiana sul trasporto aereo, le procedure di bordo da parte dei membri dell’equipaggio, compreso quello dell’allora stessa compagniia di bandiera, devono effettuarsi in inglese e non più in quella che, sino a prova contraria, è la lingua ufficiale d’Italia.
Altrove, ove ciò non avviene, li prenderebbero per matti… In Italia no, dato che secondo certo pensiero imperante l’innovazione e la modernità di un paese devono per forza passare per l’annullamento della propria identità nazionale e linguistica, come nel caso della denominazione, in quegli stessi anni, della nuova stazione ferroviaria annessa all’aeroporto di Trieste, chiamata con voce anglosassone “Trieste Airport”, senza un corrispondente riferimento in italiano, succubi di coloro che denigrano l’Italia perché ne temono in realtà l’ascendente culturale e non solo, e trovano nel paese il nutrito stuolo di coloro i quali, plagiati da richiami a certo trascorso storico, sono pronti ad inginocchiarsi dinanzi a qualsiasi richiesta provenga dal padrone forte straniero che conta: un autentico stillicidio cui la nostra identità di nazione viene quotidianamente sottoposta, dalla lingua allo stile di vita, tanto “social” quanto asociale, reso insipido dai falsi miti del globale e del multiculturale, che non è vera conoscenza delle altre culture, poiché solo rafforzando la propria identità ci si può confrontare in modo adeguato con quelle degli altri: il tutto ad iniziare da una più attenta tutela del patrimonio locale, capace, nelle diverse forme e peculiarità geografiche, di essere la vera forza della nazione italiana.
Scrive, a questo proposito Pio Filippani Ronconi, orientalista di chiara fama e sostenitore della romanità quale riferimento identitario d’Italia: “Un popolo che perde la propria memoria storica è un popolo destinato alla servitù fisica e morale, prima, alla perdita della sua identità nazionale, poi, e, infine, alla sparizione. A poco potranno giovargli – come all’ italiano – l’ essere stato autore di ben tre civiltà, il fatto di possedere il 90% dei monumenti d’ arte di tutta l’ Europa, il favellare nella lingua più armoniosa e bella del mondo, l’avere le donne più belle e gentili del globo terracqueo, e l’aver avuto gli uomini più intelligenti e valorosi del genere umano. Nulla da fare, un siffatto popolo, che dimentichi chi è e che cosa ha fatto, è destinato a sparire.”
Ora, pur volendosi tuttavia apprezzare le diverse iniziative di carattere culturale volte a difendere e promuovere l’italiano nel mondo, a limitarne notevolmente l’efficacia è la mancanza di una visione più espressamente politica del problema, considerato il “genocidio” linguistico-identitario che si prospetterebbe per le genti d’Italia, indotte sempre più a sacrificare secoli (per non dire millennî) di storia e di civiltà sull’altare delpensiero unico globale, tanto che, se un tempo si parlava di terre irredente alludendo a Trento e Trieste alla vigilia della Grande Guerra, il Terzo Millennio vede come una terra irredenta l’intera Italia, sempre meno padrona di se stessa, in balia dello strapotereglobalitario. Ma per far fronte a ciò civorrebbe il fervore dei tempi passati, quando prendersela con Cecco Beppe faceva tendenza, cosa che non sembra quando dall’altra parte della barricata vi sono il mondialismo e l’economia di carta.
Fare accademia non basta: lingua ed identità vanno difese anzitutto in ambito politico, iniziando, per esempio, col creare un ministero o un sottosegretariato deputato a tutelare l’italofonia nell’ambito dello stato italiano, nonché facendosi promotore della creazione di un organismo in grado di svolgere una politica atta a far valere le istanze dell’italiano sullo scacchiere internazionale, facendo per altro leva sulla cospicua presenza di comunità italiane ed italodiscendenti presenti nel mondo, dall’Europa alle Americhe, per non parlare dell’Australia, in cui la collettività italica ha un posto di primo piano nella vita di quel paese. È quanto è emerso in occasione della prima conferenza mondiale dell’italofonia, svoltasi il 18 novembre 2025 a Roma presso la sede di Villa Madama del Ministero degli Esteri italiano e nel cui ambito è stata annunciata la costituzione della Comunità Mondiale dell’Italofonia, un fatto che può considerarsi storico e sui cui sviluppi i difensori della causa italofona osano riporre legittime speranze. Vero è tuttavia che, ad iniziare proprio dalle persone potenzialmente più capaci, la voglia di mettersi in gioco ha tutta l’aria di scarseggiare: meglio ritrovarsi ogni tanto tra vecchî sodali della cultura, dire quattro cose e ricordare il tempo che fu, anziché scendere nell’agone. Nel 2015 ricorreva il 750º genetliaco di Dante, un fatto sul quale chi di competenza avrebbe dovuto calcare fortemente la mano con pubblicità ed iniziative dal forte impatto mediatico e, perché no, anche politico; e invece… nulla di tutto ciò: letargo completo, mentre si fa a gara a chi più rifugge l’idioma del Sommo Poeta. Per esempio, parlando di disabili e attività agonistica, si citano eventi in ambito romano come “Believe to be alive” o, nell’intento di conferire al quanto un’aureola hollywoodiana, di Italian Paralympic Award… A curare poi le tartarughe marine a Lampedusa ecco il Lampedusa Turtle Group, quasi che la lingua dell’Alighieri sia indegna di esprimere l’attenzione per quei rettili… Fortunatamente l’Accademia della Crusca, la massima autorità di tutela della lingua italiana, aveva a suo tempo espresso parere negativo circa l’introduzione del così detto CLIL (Content and Language Integrated Learning), vale a dire l’insegnamento in una lingua straniera – di fatto l’inglese – di una materia non linguistica (due nei licei linguistici) nelle quinte classi dei licei e degli istituti tecnici, come previsto dalla riforma Gelmini. A prendere posizione in prima persona era stato l’allora presidente stesso dell’Accademia, Claudio Marazzini, cui aveva fatto prontamente eco Paolo Di Stefano nel supplemento domenicale ‘La lettura’ del Corriere della Sera del 5 ottobre 2014, il quale sosteneva che “Indebolire l’insegnamento disciplinare, lasciando credere che così si impara l’inglese ‘passaporto per il mondo’ è un errore grave che rischia di compromettere la competenza solida nei contenuti, quella che ha permesso tutto sommato in questi anni la cosiddetta ‘fuga o esportazione dei cervelli’. Se quei cervelli hanno trovato ospitalità altrove, non è per i loro meriti nella conoscenza dell’inglese, ma semmai per la capacità dimostrata nelle varie discipline che professavano”. Vi faceva ulteriore eco il periodico di settore “Tuttoscuola” del 6.10.2014, il quale recitava:
Ci sembra che lo studioso abbia qualche ragione: quali vantaggi ci sarebbero nell’insegnare e apprendere materie come storia dell’arte o filosofia o per assurdo lo stesso italiano in inglese? Caso mai andrebbe rafforzata la lingua nazionale, anzi ‘ufficiale’ del nostro Paese, l’italiano. Numerosi studî dimostrano che il saldo possesso della lingua materna condiziona anche la qualità dell’apprendimento delle altre discipline, comprese quelle scientifiche e le stesse lingue straniere.
Intanto, come misura d’urgenza, si potrebbe restringere il CLIL a un numero ben definito di materie tecniche dove l’uso dell’inglese è dominante a livello internazionale. Sempre che il relativo docente padroneggi l’inglese – se non perfettamente come sarebbe doveroso – almeno un po’ più dei suoi alunni”. Vero è infatti che, se non si interviene in tempo e in fretta, tra non molto i nostri figli e nipoti ci faranno sentire estranei a casa nostra e, pregni di un malinteso concetto di modernità, si sentiranno legittimati a guardare alla nostra cultura ed alla nostra bella lingua come ad cose da vecchie cariatidi ormai superate. Parlare dunque di identità nazionale non è semplice retorica, riguarda bensì l’intero nostro vivere quotidiano, dal rapporto tra e con le Istituzioni alla stessa vita di relazione tra cittadini, non ultima la stessa vita affettiva. Vogliamo gettareproprio tutto alle ortiche?

