I libri “di guerra” spesso ci forniscono informazioni preziose sugli avvenimenti storici, informazioni tanto più preziose quando vengono a contraddire la narrazione corrente.
Prendiamo subito in considerazione un esempio molto chiaro. Proprio all’inizio del suo celebre Navi e poltrone Antonino Trizzino cita un documento ritrovato nei fascicoli dell’ammiragliato britannico, la richiesta di una fornitura di siluri aerei “in previsione della guerra contro l’Italia” datata 1938. La cita per dimostrare che quest’arma, il siluro aereo, inizialmente snobbata dalla nostra aviazione come mezzo antinave, era invece tenuta in grande considerazione dagli Inglesi, ma la cosa più sorprendente di questo documento è la sua data, al punto che Trizzino pensa a un errore di datazione: 1938, cioè proprio il momento in cui Gran Bretagna e Francia supplicavano Mussolini di farsi mediatore con Hitler sulla questione dei Sudeti, cosa che poi portò all’accordo di Monaco. E se non si fosse trattato di un errore di datazione? Se già allora la Gran Bretagna avesse avuto il ramoscello d’olivo in una mano e il pugnale per colpire alla schiena nell’altra?
C’è più di una ragione per pensarlo. L’Italia, è noto, fu costretta a ritirarsi dalla Società delle Nazioni e a subire le sanzioni in seguito alla guerra d’Etiopia. Con l’Etiopia avevamo un vecchio contenzioso che risaliva a ben prima del fascismo, e nel 1896 avevamo subito l’umiliazione di Adua, ma soprattutto l’impero coloniale inglese allora si estendeva a circa un terzo delle terre emerse del mondo e se a ciò aggiungiamo il fatto che la Francia possedeva tutta l’Africa occidentale dal Mediterraneo al golfo di Guinea, vediamo che mezzo pianeta era sotto il dominio franco-inglese. E allora la condanna dell’Italia per l’impresa etiopica somiglia molto al detto evangelico di chi vede la pagliuzza nell’occhio del vicino e non la trave nel proprio, o se vogliamo al detto popolare del bue che dà del cornuto all’asino.
Ma c’è di più. Tutti i rifornimenti alle nostre truppe in Etiopia dovevano passare per Suez che era in mani inglesi. Se avessero davvero voluto impedirci di prendere l’Etiopia, gli sarebbe bastato chiudere Suez alle nostre navi. No, volevano che prendessimo l’Etiopia per poterci condannare, isolare internazionalmente, buttarci nelle braccia della Germania e distruggerci insieme ad essa.
Da almeno un secolo, ci dimostrano un’ostilità che non abbiamo fatto nulla per provocare, dal 1912 quando al momento del naufragio del Titanic, i camerieri inglesi della nave chiusero a chiave quelli italiani in una cabina perché non avessero modo di salvarsi, ai recenti campionati europei di calcio del 2018, quando il principe William a conclusione della finale ha abbandonato lo stadio per non stringere la mano ai membri della nazionale italiana vincitrice, passando naturalmente per la pace di Parigi del 1919, dove gli Inglesi, fiancheggiati dalla Francia fecero il possibile per negarci quanto nel 1915 ci era stato promesso con il patto di Londra favorendo il neo-costituito stato jugoslavo, e negandoci la Dalmazia e Fiume, che non avremmo avuto senza l’impresa di D’Annunzio. Durante la seconda guerra mondiale, nessuno dei nemici contro cui abbiamo combattuto, né Americani né Russi, né chiunque altro ci ha dimostrato lo stesso velenoso disprezzo degli Inglesi. E come triestino, non posso dimenticare quando nel 1953 una manifestazione per l’italianità della nostra città allora sottoposta ad amministrazione militare angloamericana, fu dispersa dalla soldataglia inglese sparando ad altezza d’uomo sulla folla, e fu quasi un miracolo che facessero “solo” sei morti.
Con ogni probabilità, quando l’Italia il 10 giugno 1940 dichiarò guerra a Gran Bretagna e Francia, cadde in una trappola preparata da tempo. Gli Inglesi avevano già in Italia una rete di collaboratori. Antonino Trizzino l’ha documentato in un altro libro spietato, Gli amici dei nemici. Quegli stessi alti gradi militari legati alla corona che avevano fatto acrobazie per nascondere a Mussolini lo stato di impreparazione delle nostre forze armate, gli arsenali svuotati da due conflitti successivi, Etiopia e Spagna, e premuto per arrivare al nostro intervento nel conflitto, dal giorno dopo iniziarono a passare informazioni sottobanco agli Inglesi. Volevano la sconfitta per togliere di mezzo il fascismo, era uno sporco gioco giocato sulla pelle dei nostri soldati e delle nostre popolazioni, che avrebbero pagato un prezzo durissimo, uno sporco gioco che ha un nome infame: tradimento.
C’è da pensare che esso fosse ancor più esteso e ramificato di quanto racconta Trizzino. Junio Valerio Borghese ha raccontato che mentre era in navigazione con il sommergibile Scirè che trasportava i maiali destinati a colpire la base navale di Alessandria, al largo delle coste siciliane, un faro si mise a lampeggiare trasmettendo segnali morse leggibili appunto come Scirè, segnali verosimilmente visibili da qualche nave britannica al largo o da Malta. Qualcuno aveva messo deliberatamente a repentaglio la missione italiana che aveva bisogno della segretezza per riuscire.
Un indizio importante del fatto che le cose andarono in maniera ben diversa dalla versione ufficiale degli eventi, si ricava anche, a leggere tra le righe, dallo stesso discorso che Charles De Gaulle riparato in Inghilterra rivolse ai Francesi dopo la capitolazione:
“La Francia ha perduto una battaglia, non la guerra, perché questa guerra è una guerra mondiale. Nell’universo libero forze immense non sono ancora entrate in campo. Un giorno queste forze schiacceranno il nemico”.
A quel tempo tutti pensavano che con la capitolazione della Francia il conflitto si sarebbe chiuso. Come poteva De Gaulle sapere che invece esso si sarebbe allargato a macchia d’olio e che entro la fine del 1941 avrebbe coinvolto l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti se qualcuno a Londra non l’avesse messo a parte di un piano a lungo preparato per arrivare a ciò?
La narrativa dominante attribuisce la responsabilità di questo enorme ampliamento del conflitto alla smodata ambizione di dominio mondiale della Germania hitleriana, ma ciò è verosimilmente un falso. Dal 1933 al 1939, essa non agì che per riprendersi i territori tedeschi che le erano stati strappati con il trattato di Versailles, a parte l’Austria, terra natale di Hitler che dopo la dissoluzione dell’impero asburgico era rimasta come un frammento artificiosamente separato del mondo tedesco.
La presunta prova dello spirito aggressivo tedesco, è rappresentata dall’attacco all’Unione Sovietica avvenuto il 22 giugno 1941. Ma le cose andarono veramente così, o non fu invece una mossa disperata nel tentativo di sventare un’imminente aggressione sovietica?
Hitler nel Mein Kampf ha ripetutamente escluso che la Germania dovesse mai più trovarsi coinvolta in una guerra su due fronti, causa di fondo della sconfitta nel primo conflitto mondiale. Viceversa, per Stalin, quale momento poteva essere più favorevole per aggredire la Germania se non quello in cui essa si trovava già coinvolta in un conflitto a occidente?
Hans Ulrich Rudel, l’asso degli Stuka non era uno storico o un ricercatore, nel suo libro di memorie Il pilota di ferro ha raccontato semplicemente ciò che ha visto una volta varcato il confine sovietico: enormi quantità di truppe, uomini e mezzi, ammassati sul confine e pronti a dilagare verso occidente. D’altronde basta pensare al fatto che i travolgenti successi dei mesi estivi del 1941 dell’operazione Barbarossa, la cattura di enormi quantità di prigionieri e materiali, furono resi possibili proprio dal fatto che l’Armata Rossa era dislocata in posizione offensiva e non difensiva.
La conferma a tutto ciò è venuta proprio da parte russa. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, un ex agente dei servizi segreti che aveva accesso agli archivi del KGB, Vladimir Rezum che scriveva con lo pseudonimo di Viktor Suvorov ha pubblicato un libro, Il rompighiaccio (ovviamente inedito in questa Italia dominata culturalmente dalla sinistra) che svela il piano di Stalin per l’aggressione all’Europa occidentale, perché non si sarebbe di certo fermato al Reno, sventato dall’operazione Barbarossa.
Il 1942 è stato l’anno della svolta, l’anno nel quale l’Asse ha dovuto registrare le tragiche sconfitte di Stalingrado e di El Alamein. Da allora in poi, non è stato possibile fare altro che cercare di ritardare l’inevitabile crollo, ma anche allora le cose non sono andate esattamente come racconta la narrativa dominante, soprattutto per quanto riguarda il fronte africano.
Durante la battaglia d’Inghilterra, gli Inglesi avevano fatto ricorso, tra le altre cose, ad aerostati frenati per ostacolare gli aerei tedeschi su Londra, ma il loro più grande pallone gonfiato non trovò impiego in patria, bensì in Africa e in Normandia, e si chiamava Bernard Law Montgomery. Di quest’uomo, celebrato come il vincitore di El Alamein, e considerato senza alcun fondamento dai suoi compatrioti come un geniale stratega, è veramente difficile dire se fosse più grande l’arroganza strafottente o l’incompetenza.
Diciamo subito che, data la sproporzione di uomini e mezzi delle truppe inglesi (gli yankee dovevano ancora sbarcare in Nordafrica, ma erano già ben rappresentati dalla massa di carri Grant e Sherman che avevano fornito all’alleato britannico) rispetto a quelle italo-tedesche, nemmeno il genio strategico di Montgomery avrebbe consentito loro di non vincere, ma le cose non andarono esattamente come egli raccontò a cose fatte, anche perché falsificò spudoratamente i resoconti circa l’andamento della battaglia. A coglierlo con le mani nel sacco è stato Paolo Caccia Dominioni un veterano di quella battaglia che dopo la guerra ebbe l’incarico di capeggiare una missione (per la verità composta solo da lui stesso e un altro veterano, Chiodini) per il recupero e l’identificazione ove possibile delle salme dei caduti che ora riposano nel sacrario.
Questa pietosa missione, dove la posizione delle salme dei caduti e il loro numero consentivano ancora di ricostruire l’entità delle forze schierate e lo svolgimento della battaglia, gli ha permesso di ricostruire un quadro degli eventi che non coincide con la narrazione ufficiale, e che ha raccontato nel suo libro Alamein 1933-1962.
Lo schieramento italo-tedesco che gli Inglesi avevano di fronte era disposto da nord a sud, dalla costa egiziana alla invalicabile depressione di El Qattara. Qui, nella parte meridionale, la più difficile dal punto di vista logistico, la più lontana dalle linee di rifornimento, non c’erano truppe tedesche, ma solo italiane, la brigata paracadutista Folgore.
Si comprende facilmente che quel punto doveva essere il perno di tutta la manovra dell’attacco britannico, infatti se gli Inglesi fossero riusciti a sfondare lì, l’intero schieramento italo-tedesco si sarebbe trovato accerchiato tra i nemici e la costa.
L’attacco britannico fu lanciato il 23 ottobre 1942 secondo due direttrici, nord e sud. A sud, il settore tenuto solo da truppe italiane, Montgomery contava di sfondare in poche ore, era infatti convinto che gli Italiani fossero combattenti di scarsa qualità. In questo caso, la sua arroganza alimentata da una propaganda di guerra che dipingeva il soldato italiano in modo caricaturale, giocava a nostro favore.
Risultato? La Folgore respinse ripetuti attacchi britannici e tenne la posizione fino al 5 novembre quando fu ordinato il ripiegamento, essendo stato sfondato il fronte a nord, e questo pur essendo priva di mezzi blindati, con un armamento controcarro ormai obsoleto che contro gli Sherman e i Grant poteva essere efficace solo a brevissima distanza, con mezzi improvvisati come le bottiglie di benzina incendiate, tagliata fuori dalle linee di rifornimento, con viveri, acqua, munizioni sempre più scarsi.
In seguito Montgomery nei suoi rapporti mentì spudoratamente sostenendo che l’attacco a sud era “soltanto dimostrativo”. Falso, assolutamente falso, doveva essere il perno di tutta la manovra. Il sacrificio della Folgore e il tempo guadagnato con esso permise all’Afrika Corps di Rommel di sfuggire all’accerchiamento e di continuare la lotta sul suolo africano quasi per un altro anno. Strategicamente, la battaglia non poteva essere vinta, ma dal punto di vista tattico, possiamo dire che la Folgore vinse, anche se lo spocchioso britannico non poté mai ammettere di essere stato battuto da quegli Italiani che disprezzava tanto.
Ma Montgomery non aveva finito di dimostrare la sua genialità strategica. Nel 1944, in previsione dello sbarco in Normandia, il comando dell’invasione fu affidato all’americano Eisenhower, ma per motivi diplomatici, il comando delle truppe doveva essere affidato a un generale inglese, che non poteva essere altri che lui, aureolato della gloria (si fa per dire) di El Alamein.
Un particolare che è stato rivelato soltanto decenni dopo, è che Eisenhower che, non essendo inglese, era dotato di un minimo senso della realtà, si rese conto che il piano elaborato da Montgomery avrebbe portato l’operazione Overlord, questo era il nome in codice dell’invasione, a un sicuro disastro, e incaricò George Patton che ufficialmente non aveva alcun ruolo in essa, di apportarvi una serie di modifiche ufficiose, che tuttavia riuscirono solo parzialmente a raddrizzare un piano nato storto dalla geniale mente di “Monty”.
Per lo sbarco in Normandia vale lo stesso discorso fatto per El Alamein. Data la schiacciante superiorità di uomini e mezzi, gli angloamericani non potevano non vincere, ma lo fecero nel modo più ottuso possibile e pagando il prezzo più alto possibile in vite umane. Basti pensare che, per evitare eventuali ostacoli sommersi, fecero sbarcare le truppe con la bassa marea, così i loro soldati dovettero correre per chilometri sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche. Fu un carnaio, soprattutto sulla spiaggia nota come Omaha Beach.
Ma la genialità di Montgomery doveva ancora dare prova del meglio di sé, essa rifulse soprattutto nel suo capolavoro strategico, l’operazione Market Garden. Una volta scacciati i Tedeschi dalla Francia e messo piede in Olanda, ecco l’idea geniale dell’inglese, una rapida marcia attraverso i Paesi Bassi preceduta dall’invio di truppe aviotrasportate che dovevano occupare i ponti, per colpire la Ruhr, il cuore industriale della Germania. Secondo le sua previsioni, essa doveva portare alla fine della guerra entro il natale del 1944.
Sebbene Eisenhower si dimostrasse scettico, e i suoi subordinati avanzassero parecchi dubbi, Montgomery procedette con l’operazione. Risultato? Un disastro completo. In particolare, nel tentativo di prendere il ponte di Arnhem, i paracadutisti furono lanciati proprio sulla testa di due divisioni corazzate SS.
Sarà una fortuna per la memoria di quest’uomo se un giorno sarà ricordato solo per il cappotto con gli alamari.
Oggi, la lettura dei testi “di guerra” mi pare una passione molto meno diffusa di quanto lo fosse ai tempi della mia ormai remota gioventù, e questo è davvero un peccato, perché soprattutto i più giovani non hanno modo di comprendere quanto la narrazione dominante degli eventi storici sia profondamente falsata.
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra Navi e poltrone di Antonino Trizzino, al centro Il pilota di ferro di Hans Ulrich Rudel, a destra Alamein 1933-1962 di Paolo Caccia Dominioni.


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