4 Settembre 2026
Letteratura Fantastica

L’eroe e il sacro nell’epica e nel fantastico – Fabio Calabrese

Comincerò questa serie di riflessioni con un ricordo lontano. Nel 1997 (quasi stupisce pensarci, ma era il secolo scorso) si tenne nella repubblica di San Marino la XXIII edizione dell’Italcon, la convention italiana della fantascienza e del fantastico, che ebbe un tema specifico: E’ sempre tempo d’eroi. Dalle relazioni e dai dibattiti avvenuti in quella circostanza, fu chiaro che il tema dell’eroe non è una tematica isolata nell’ambito del fantastico, ma un elemento ricorrente che attraversa tutto il genere nelle sue varie sfumature, e forse una verifica di ciò si può vedere nel fatto che l’edizione seguente, tenutasi nel 1998 a Courmayeur, dedicata al Medioevo prossimo venturo è sembrata a chi, come me, seguì entrambe, riprendere le stesse tematiche, perché il medioevo è stato per antonomasia un’epoca eroica, e non soltanto nel significato più superficiale dell’accezione, cioè un’età inquieta di tensioni violente, di sfide, di scontri e battaglie, ma nel senso più profondo di un’epoca di riscoperta degli orizzonti spirituali, di riscoperta del legame tra spiritualità e socialità, di riorganizzazione del mondo umano attorno a principi eroici e sacrali dopo la dissoluzione politica e morale della crisi tardo antica.

Naturalmente il titolo di questo secondo convegno faceva riferimento al titolo del celebre libro di Roberto Vacca che era presente come ospite d’onore. Bene, possiamo osservare che oggi le analogie fra l’epoca in cui stiamo vivendo e quella della transizione fra antichità e medioevo, sono forse più evidenti oggi di quando l’ingegner Vacca scrisse il suo libro.

Roberto Vacca coglieva un aspetto, peraltro fondamentale per cui la nostra epoca può essere assimilata all’età tardo antica, e lo faceva più da tecnico che da storico, cosa ovvia, dato il suo taglio professionale, cioè la crescente ingovernabilità dei grandi sistemi di comunicazione, ma altre e più chiare analogie sono emerse negli anni. Non dimentichiamo che il mondo romano iniziò la sua parabola discendente nel momento in cui sembrava aver raggiunto l’apogeo politico, la vittoria definitiva sui suoi nemici tradizionali, Cartagine e le monarchie dell’oriente. L’analogia tra la battaglia di Azio e il crollo dell’Unione Sovietica con l’espansione a est della NATO può parere ardita, ma se ci riflettiamo, non è che la riproposizione di uno stesso tema su una diversa chiave: una civiltà che tocca il suo apogeo politico nel momento in cui il suo mondo spirituale, i suoi sistemi di valori, la sua stessa sostanza umana imboccano una convulsa spirale discendente. Un sintomo piuttosto evidente è la crisi demografica dell’occidente industriale, a cui fa da pendant l’espansione demografica del Terzo Mondo e i flussi migratori degli extracomunitari verso l’Europa e dei latinoamericani verso gli Stati Uniti. Anche le invasioni barbariche sono cominciate così.

Un altro elemento che emerse in modo quasi concorde dalle relazioni e i dibattiti delle due convention, è che l’eroe non è semplicemente un superuomo, un uomo dotato di facoltà o di eccellenze che lo distinguono dai comuni mortali, ma è soprattutto un modello che incarna, coscientemente o meno, nel suo comportamento un sistema di valori, e i valori non possono essere svincolati da un discorso concernente il piano metafisico ed esistenziale da cui discendono.

Era forse una coincidenza jungianamente significativa, ma anche la XXV Italcon tenutasi a San Marino nel 1999 sembrò riagganciarsi almeno i parte alle stesse tematiche, vi fu infatti la presentazione del libro Sotto il segno di Hermes di Chiara Nejrotti, una sorta di “manifesto” della scuola neosimbolista, ossia quella che metteva in relazione fantastico e pensiero tradizionale, nata per impulso di Gianfranco De Turris.

Non è difficile mettere in relazione le tematiche emerse in queste tre Italcon successive che sembrano porsi l’una con l’altra come il lessico e la grammatica di uno stesso linguaggio: il mito dell’eroe, l’attesa millenaristica di una crisi epocale che ci apra le porte di un nuovo medioevo con la sensazione imminente di una fine della modernità, e la riscoperta del linguaggio simbolico parlato dalla letteratura fantastica, ma comune a ogni epoca e ogni cultura, dall’ambito sacrale alla vita quotidiana, appena celato dietro il velo della razionalità “cartesiana”.

E’ sintomatico che in quest’epoca di profonda incertezza, qualcuno abbia il coraggio di ricominciare a parlare di valori, di qualcosa che non trascorre al di là delle mutevoli vicende umane. Non è dunque privo di senso cercare di tracciare una fenomenologia di quel piano vuoi esistenziale, vuoi metafisico, ma si potrebbe dire sacrale di cui l’eroe è l’incarnazione, che hanno costituito un elemento pregnante e imprescindibile della coscienza degli uomini premoderni e a cui la posmodernità del terzo millennio vorrebbe richiamarsi, e che si lasciano leggere attraverso la rete delle connessioni simboliche nella letteratura fantastica o altrove.

E’ certamente possibile stabilire una connessione fra i miti della classicità, i poemi cavallereschi medioevali e la letteratura fantastica moderna non, – si badi bene – nel senso di una filiazione diretta che non potrebbe essere storicamente sostenuta, ma nel rispecchiare ciascuno di essi per la propria epoca, un mondo di valori, di ideali espressi attraverso la forma del simbolo, l’incarnazione in un personaggio eroe, di pulsioni certamente rapportabili gli uni agli altri.

Dico pulsioni perché spesso si dimentica che così come esistono, fanno parte della natura umana le pulsioni vili, degradanti, egoistiche, esistono anche le pulsioni che nobilitano: l’amore, il coraggio, il desiderio di bellezza, di verità, di giustizia (e forse, oso pensare, una delle ragioni per cui la letteratura fantastica, nonostante il sospetto, l’ostracismo, il disprezzo di tanta critica paludata, continua a incontrare il successo del pubblico, è perché si sofferma sugli aspetti migliori della natura umana molto di più di quanto non faccia la letteratura cosiddetta normale, che talvolta sembra compiacersi di mostrare una caricatura quanto più possibile lubrica dell’essere umano).

Un’analisi approfondita di questa vasta materia richiederebbe uno studio ampio e dettagliato. Mi accontenterò ora di fare alcune osservazioni senza nessuna pretesa di esaustività.

Una precisazione che sarà forse ovvia per alcuni, ma necessaria per molti: parliamo di sacralità, non di religione. E’ forse una caratteristica del nostro tempo, ma può ben esistere religione senza sacralità, ne sono esempio le moderne confessioni neoprotestanti, testimoni di Geova, mormoni e simili. Qualcuno prende la bibbia, la legge, ne dà la sua interpretazione e fonda la sua Chiesa, e se non gli basta, inventa pure qualche testo sacro sfacciatamente fasullo come Il libro di Mormon o Dianetics, religioni fai-da-te, religioni self service, supermarket dello spirito.

Per gli Americani sarà normale, ma per noi europei è difficile concepire che senso possa avere una religione senza un carisma che si trasmette attraverso i secoli, senza il tocco vivificante della tradizione, è come confrontare l’esperanto o qualche altra lingua artificiale, creata a tavolino e nata morta, con le lingue parlate, mutevoli nel tempo, articolate da sfaccettature dialettali e vive.

Per converso, la sacralità può non riguardare la religione, questo avviene quando i valori che su di essa si fondano attengono alla dimensione umana e civile. Sacro era il Romano Impero fondato da Carlo Magno, e non lo si può considerare un puro titolo esornativo. Sacra era in genere per gli uomini antichi la comunità di cui facevano parte, la polis con la sua stretta compenetrazione di valori civili e destini ultraterreni.

Al riguardo, è il caso di ricordare le parole di alcuni storici che hanno saputo illuminare la questione meglio di tanti filosofi, ecco cosa ci dice A. Passerin d’Entreves riguardo alle polis greche in un passo di un testo che, guarda caso, le raffronta al pensiero politico medioevale:

La contrapposizione, il dualismo del bene individuale e del bene dello Stato sono assolutamente estranei al pensiero greco. L’associazione politica rappresenta la piena attuazione del fine individuale, quindi la forma più alta della vita. E così come il pensiero greco non conobbe la distinzione tra vita politica e vita morale, non conobbe la distinzione tra Stato e Chiesa, si potrebbe dire anzi che la polis è a un tempo Stato e Chiesa”.

Né sotto questo aspetto, le cose differiscono in modo sostanziale se passiamo a esaminare il mondo romano. Scrive a questo proposito un altro storico, G. Falco:

La religione antica, di cui Roma è l’erede, vive ad una vita stessa con lo stato, da esso deriva, lo guida coi suoi misteriosi responsi, ne storna i pericoli, ne consacra i trionfi; essa non è una Chiesa, ma una cittadinanza in comunione con le sue divinità che la prosperano e la proteggono”.

La compenetrazione, l’interdipendenza tra valori civili e e sacrali, è qualcosa a cui siamo disabituati, concependo la religione come ricerca di una salvezza puramente individuale, tuttavia essa continua a esprimersi in maniera implicita ma molto forte a livello simbolico nella figura dell’eroe che si tramanda nella letteratura fantastica, che non è soltanto il campione di una comunità, ma è nel contempo demandato ad assumere il ruolo di pontifex, di colui che è destinato a creare con la propria persona un ponte fra la terra e il cielo, e ciò si vede ancor di più nell’insieme delle cosmogonie e teogonie che la letteratura fantastica, nelle sue più consapevoli espressioni, ha di quando in quando creato. Non a caso, Tolkien parlava di sub-creazione.

Non è difficile rilevare la presenza di un elemento mitico ed eroico in tutta la letteratura fantastica, non nel senso che i suoi protagonisti debbano di necessità essere personaggi grandiosi, superuomini in un grado o nell’altro, ma eroi nel senso di costituire un modello etico ed esistenziale a cui, sia pure sulla scala modesta e banale delle nostre esistenze quotidiane, possiamo rapportarci, e di nuovo è esemplare per questo lato la lezione di Tolkien, gli eroi a cui è demandata la salvezza di un intero mondo nel Signore degli anelli sono i piccoli e gli umili “i borghesi” hobbit.

Rimangono tuttavia sul tavolo diverse questioni, da un lato il grado e i modi della filiazione di questo elemento mitico, sacrale presente nella letteratura fantastica dalla tradizione mitica, eroica e cavalleresca del modo occidentale, dall’altro in che modo questa tradizione che ha origine nella mitologia classica, celtica e nordica, si rapporti con la forma religiosa storicamente dominante in Europa negli ultimi due millenni, la religione cristiana.

Riguardo al primo punto, Gianfranco De Turris ha svolto un’ampia analisi, ed ecco le sue conclusioni contenute in un’intervista di diversi anni fa:

Non ritengo che la narrativa fantastica contemporanea sia l’ultima discendente del mito e della letteratura iniziatica che spesso, nelle origini, era ad essa collegata. Semplicemente chi libera la propria fantasia evoca necessariamente una serie di simboli legati a significati trascendenti. Tanto più svincolata dalle pastoie del realismo, è la creazione fantastica, tanto più evidenti si presentano i significati simbolici”.

Per quanto riguarda l’altra questione, il punto di vista cristiano-cattolico fu presentato sempre alla convention del 1997 con un’ampiezza davvero eccessiva da Franco Cardini che ne era l’ospite d’onore, e in modo francamente scorretto. Secondo lui, la rivelazione cristiana rappresenterebbe l’inveramento (usò questo termine, come se fino ad allora i miti classici non avessero avuto significato) di quella scintilla di sacralità presente nei miti classici, Cristo sarebbe il modello perfetto dell’eroe, e lo spirito cavalleresco sarebbe nato come sintesi della tradizione epica e i valori cristiani.

Un’interpretazione scorretta che a mio parere fa acqua da tutte le parti. Per prima cosa, l’eroe è attivo, mentre il santo-martire cristiano è sempre una figura passiva, compreso il fondatore di quella religione che accetta il martirio senza ribellarsi, ma soprattutto l’eroe è il campione di una comunità, mentre il santo è alla ricerca di una redenzione, di una salvezza soltanto personale.

Ero pronto a controbatterlo su tutta la linea ma non fu possibile. Il tempo previsto per il suo intervento era di tre quarti d’ora, ma egli lo prolungò a due ore, e penso che l’abbia fatto apposta per non lasciare spazio ad eventuali contraddittori.

In seguito, mi sono preso la soddisfazione di dedicargli un articolo su “Ereticamente”, S-Cardin-amento, e un altro al suo sodale Mario Polia, S-Polia-zione.

In apertura a questo articolo ho fatto riferimento al Sacro Romano Impero come esempio di sacralità immanente alla dimensione civile e politica. Come è noto, questa istituzione fu formalmente soppressa nel 1806, ma all’epoca non si trattava che di un nome vuoto, sopravvissuto da secoli a ciò che aveva designato. L’effettiva pietra tombale posta sopra la concezione sacrale dell’impero, la possiamo considerare la bolla d’oro emanata dall’imperatore Carlo IV nel 1356, con cui l’impero si spogliava di ogni parvenza di sacralità e ambizione universalistica per ridisegnarsi esclusivamente come monarchia germanica, ma a sua volta questo documento non faceva che recepire giuridicamente una situazione creatasi da un secolo. Il Sacro Romano impero come potere civile portatore di una dignità sacrale parallela a quella della Chiesa e come essa tendenzialmente universale spirava con l’ultimo e forse suo più grande interprete nel 1250, con l’improvvisa e prematura morte di Federico II, giustamente definito da Dante l’ultima possanza dell’impero.

Il fatto è che la metà del XIII scolo sembra segnare per l’Europa una tragica svolta epocale. Nello stesso periodo viene soffocato nel sangue il movimento dei Catari o Albigesi nella Francia meridionale. Cosa ha a che fare con il nostro discorso? Molto più di quanto non sembrerebbe a prima vista.

Alla XXV Italcon del 1999 abbiamo avuto il piacere di ascoltare la conferenza del professor Marcello Meli, docente di filologia germanica sulle origini mitiche della concezione tolkieniana, molto più stringata ma non meno dotta di quella tenuta due anni prima da Cardini sullo stesso podio.

Il professor Meli ha fatto notare che Tolkien si è ispirato nella sua costruzione mitica a modelli nordici, non solo il Kalevala ma anche le due Edda, e ha posto l’accento sull’analogia della concezione scandinava sul rapporto tra bene e male, e quella iranica nella religione mazdaica. Analogia che non sarebbe riconducibile a un’influenza dell’una sull’altra, ma, io penso, si possa fare riferimento al comune patrimonio culturale indoeuropeo da cui tanto il mondo iranico quanto quello scandinavo traggono origine.

Il mazdeismo, si sa, ha avuto una filiazione nel mondo delle “eresie” cristiane rappresentata dal manicheismo, corrente “ereticale” tanto poco degna di considerazione che vi aderì anche Agostino di Ippona, salvo poi convertirsi all’ortodossia cattolica per convenienza politica. Le concezioni manichee, gnostiche, in parte neoplatoniche sono alla base del pensiero cataro, a cui la brutalità della repressione di cui fu oggetto nulla toglie di rappresentare in ultima sintesi la tradizione spirituale indigena dell’Europa di contro alla colonizzazione semitica in campo religioso rappresentata dalla cristianizzazione. Che la scomparsa di questa tradizione sia avvenuta in sorprendente sintonia con l’obnubilazione della concezione sacrale dell’impero, e che Tolkien abbia attinto a questa tradizione misconosciuta e che nonostante tutto riemerge periodicamente come se traesse le sue origini da qualche fonte sotterranea dell’anima europea, fa pensare che essa può occultarsi ma non estinguersi.

Forse l’aspetto più rilevante è proprio il mondo di valori sottinteso alla figura dell’eroe, che ci fa vedere nella letteratura cavalleresca, iniziatica e nella fantasy una sopravvivenza o una riemersione di quello che potremmo chiamare paganesimo, ma che sarebbe forse meglio riconoscere come la tradizione sacrale indigena dell’Europa. L’eroe è chiamato a lottare per rivendicare, far rivivere la regalità sacrale, ne è il legittimo erede e il campione.

Il re sacrale è il pontifex, latinamente colui che è chiamato a costituire un ponte fra la terra e il cielo, a riflettere sul piano umano l’ordine trascendente. Un trascendente bidirezionale che lo scende solo dal cielo alla terra, ma può anche salire dalla terra al cielo, che presuppone la possibilità per l’uomo di agire anche in vista  del suo destino ultraterreno, di acquisire una condizione divina o semidivina, una posizione che è l’esatto opposto di quella semitica (ebraica, cristiana o islamica) che non lascia alternativa all’uomo al di fuori della sottomissione alla volontà divina ineluttabile quanto imperscrutabile, al di fuori dell’islam, appunto, il cui significato etimologico è precisamente abbandono, sottomissione.

La concezione dell’eroe è l’espressione massima della fiducia nelle possibilità dell’uomo, frutto della cultura classica, che nasce dalla convinzione che la scintilla divina che è in noi differisce per intensità e permanenza nell’esistenza, non per qualità da quella degli immortali.

Una è la stirpe degli uomini e degli dei”, cantava Pindaro, “Anche se non sappiamo cosa il destino abbia in serbo per noi prima che la notte cada”.

2 Comments

  • Michele Simola 1 Settembre 2026

    Al giorno d’oggi ci troviamo a vivere in un’epoca di profonda incertezza e disagio, un’epoca in cui il nostro futuro e soprattutto quello dei nostri figli appare incerto, buio e oltremodo pericoloso: nel nostro tempo sono venuti meno i valori tradizionali di un popolo, di tutti i popoli. Patria, Famiglia, Onore, Sapere, Rispetto, sono considerati termini desueti, privi di significato, quasi ridicoli per le nuove generazioni. Negli ultimi decenni, precisamente otto decenni, i modelli tradizionali sono stati sostituiti nella nostra società, complici politici scadenti, giudici ideologizzati e una chiesa perversa e malsana modelli inappropriati, abitati da nuovi idoli, spacciatori, delinquenti appartenenti alla malavita organizzata, migranti nordafricani e subsahariani, farabutti di ogni tipo. A tutto ciò ha fortemente contribuito una scuola inutile, ideologizzata, che usa l’indottrinamento e non il trasferimento di sapere, che non vuole risultati o eccellenza, che vive per la mediocrità e “l’integrazione”, una scuola dove spesso più della metà degli studenti sono stranieri inintegrabili per le loro origini nordafricane.
    Oggi in una società malata di accoglioneria, in un’europa invasa dalla feccia africana,si ripercorre la decadenza e il degrado che posero fine alla civiltà della Grande Roma, che al contrario dei nuovi barbari a stelle e strisce, portò realmente la nostra civiltà ovunque pose i suoi confini.
    Il mito ha sempre creato eroi,<>. Il primo poema epico, esalta e descrive una guerra, una guerra, una guerra con innumerevoli eroi aristocratici, violenti, arroganti, grandi nel bene e nel male, essi sono l’archetipo dell’eroe che si affermerà nelle prime potenze del mondo antico. Parliamo dell’Iliade quella che gli euroei dovrebbero considerare il loro libro sacro al posto della bibbia, una storiella semitica che non ci appartiene.
    Achille dalla chioma d’oro, e’ il prototipo dell’eroe guerriero, e’ il giocattolo degli dei di cui possiede vizi e virtù: li eccita e li diverte per le qualità simili alle proprie, ma li imbarazza per i difetti che rispecchiano i loro. Achille e’ chiamato piè veloce, anche perché il tempo per lui passa in fretta. Ciò ci riconduce al kairòs che si rivolge ad azioni che necessitano di decisioni tempestive quelle da cui originano gli Eroi. E’ il simbolo della prima guerra tra uomini e l’ultima fra eroi.
    Gli eroi mitici dell’antichità additano agli uomini un modello da emulare, un ideale da perseguire. L’eroe classico emana e trasuda spiritualità,sul piano metafisico egli incarna quei valori che erano imprescindibili dalla coscienza dei nostri antenati.
    Oggi vediamo che la mancanza di spiritualità ha prodotto una mefitica società animata dai più bassi istinti animali: negli ultimi tre secoli e mezzo e’ venuta a mancare, a partire dalla rivoluzione francese, primo grande esempio di sovversione mondiale, quella concezione spirituale che eleva l’uomo agli Dei,, per fare diventare egli stesso come gli Dei. Per l’uomo attuale, l’animale dai bassi istinti manca la coltivazione di quella ricerca spirituale, “quell’oltre la vita” che fu alla base del sapere della Grecia e della Roma che non furono solo conquistatori, ma soprattutto <>.
    L’eroe mitico supera le proprie limitazioni personali per diventare esempio universale.
    Le storie di eroi mitici costituiscono la formula dei riti di passaggio: separazione,iniziazione, ritorno.
    E’ la lotta che differenzia l’eroe dal martire. Il primo non può morire passivamente, come i cristiani nei circhi, non può accettare di morire senza combattere.
    L’eroe medievale, o cavaliere, era riconosciuto per il coraggio, la lealtà ad un feudatario e per gli ideali di giustizia e fede. L’epica cavalleresca tramanda valori universali, che sfrondati dall’ideologia cristiana, semitica, potrebbero essere ancora attuali.
    Concordo pienamente che l’aspetto più importante, sottinteso alla figura dell’eroe, nella letteratura cavalleresca, iniziatica e nella fantasy, che riemerge e’ un paganesimo aristocratico, che dovrebbe essere riconosciuto come tradizione sacrale delle popolazioni autoctone europee.
    Il sacrificio dell’eroe medievale nella realtà storica,e nella narrativa fantastica, ci mostra il sacrificio di un eroe che rinuncia alla propria vita, immolandosi per un bene superiore. In questo non è dissimile dalle gesta dei comandanti Romani che si immolarono secondo il rituale della “devotio”. Era la scelta di rinunciare alla propria vita lanciandosi contro il nemico per ottenere il favore divino. Questa era sacralità: questo gesto li innalzava a semidei.
    L’eroe non è diverso dagli IMMORTALI.

  • Fabio Calabrese 2 Settembre 2026

    Grazie, caro Simola, bellissimo commento, e totalmente condivisibile.

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