Duecentesimo numero. Finalmente siamo giunti al giro di boa di questa lunga serie di articoli, ma aspettate prima di tirare fuori i calici e le bottiglie di spumante. Questo avviene infatti proprio nel momento in cui “MANvantara”, gli altri gruppi Facebook, i siti internet che si sono sin qui occupati di esplorare la nostra eredità ancestrale, sembrano piombati in una crisi, o meglio, dimostrano una inaspettata assenza di nuovi contenuti.
Dall’altro lato invece, l’attacco mistificatorio contro la comprensione di essa da parte del potere sedicente democratico che ha tutti i mezzi per manipolare una falsa “informazione”, continua, come vediamo dallo schiaffo, dall’insulto (l’ennesimo) a uno dei poemi fondanti la nostra identità europea, rappresentato da un kolossal cinematografico, un’Odissea che mette in scena un’Elena di Troia nera.
No, miei cari, non è il momento di festeggiare, e nemmeno di abbassare la guardia.
Come vi avevo anticipato, questa sarà la seconda parte di uno speciale dedicato appunto al raggiungimento del numero “tondo”, nel quale vorrei ripercorrere insieme a voi il cammino sin qui fatto.
La volta scorsa, nella centonovantanovesima parte, mi sono dedicato a ripercorrere il primo tratto del cammino, quello contrassegnato dal titolo Una Ahnenerbe casalinga, che poi ho preferito cambiare. In questa liberissima democrazia, dove ad alcuni è consentito tutto, mentre altri (noi) possono essere perseguiti solo per aver espresso un’opinione, è un continuo camminare sulle uova.
Ho approfittato anche della circostanza casuale di aver iniziato questo lavoro il 4 luglio, esattamente nel duecentocinquantesimo anniversario della rivoluzione americana, per dire due parole sugli eventi, la rivoluzione americana appunto, e quella francese, che hanno iniziato la decadenza dell’Europa.
Ma adesso è arrivato il momento di rivedere quel che è avvenuto dopo il cambiamento di titolo, un tratto di percorso in effetti doppio rispetto al precedente.
Torno a precisare ancora una volta che lo scopo di questa lunga serie di articoli non è, non è mai stato quello di fare sfoggio di erudizione. Essere consapevoli da dove veniamo è necessario per capire dove siamo e dove stiamo andando. In un mondo come l’attuale che cerca quanto più possibile di cancellare le identità per trasformarci in obbedienti ingranaggi del meccanismo produzione-consumo, la conoscenza di noi stessi è un’arma.
Questo è tanto più vero oggi che assistiamo a una riscrittura mistificante della nostra storia che ha lo scopo preciso di ridurre le resistenze alla sostituzione etnica in atto.
E’ ovviamente piuttosto comprensibile il fatto che per opporsi con una qualche efficacia alla riscrittura del nostro passato che ci viene imposta, bisogna avere in mente un modello della nostra storia, modello che deriva sia dalle conoscenze tradizionali sia dal confronto con le ricerche più recenti, e soprattutto da un’attenta comparazione fra le une e le altre, non senza una diffidenza di fondo rispetto a quanto viene gridato dal sistema, a cominciare dai dogmi che è proibito mettere in discussione, come l’origine africana della nostra specie e l’inesistenza delle razze umane.
Si vede bene che, date queste premesse, la tematica delle origini è oggi divenuta un campo di battaglia.
La tematica delle origini si amplia quanto più si retrocede nel tempo. Ora, considerando fuori dalla nostra trattazione livelli amplissimi e remotissimi come l’origine dell’universo, del sistema solare, della vita su questo pianeta (rispetto ai quali, tra l’altro, nemmeno la scienza ufficiale ha risposte definitive), io penso che, semplificando molto, la nostra questione si possa paragonare a una torta ad almeno quattro strati, ovviamente collegati e interdipendenti: le origini della nostra specie, quelle dei popoli indoeuropei, della civiltà europea, e infine, poiché siamo italiani, dell’Italia e dei popoli italici.
Vi evidenzio, almeno quattro strati, poiché nel corso delle mie ricerche mi sono reso conto che tra il primo e il secondo, se ne può ipotizzare un altro che tende a confondersi con entrambi, l’origine delle genti caucasiche, “bianche”, che tende a confondersi con il primo, l’origine della specie umana, perché c’è un fatto inoppugnabile: le caratteristiche antropologiche fisiche mongoliche e subsahariane compaiono relativamente tardi nella documentazione fossile umana, l’uomo caucasico è in qualche modo il modello originale della nostra specie, rispetto al quale i tipi successivi appaiono come adattamenti locali o deviazioni.
Già questo, lo si capisce bene, rende inverosimile l’Out of Africa, la pretesa di trovare nel Continente Nero l’origine della nostra specie.
In effetti, l’Out of Africa che, più che una teoria scientifica, è una leggenda creata dal sistema per diminuire la resistenza psicologica all’immigrazione-invasione di cui siamo oggi oggetto, presenta tanti e tali “buchi” che non mi sono limitato a confutarla sulle pagine di “Ereticamente”, ma ho scritto un libro al riguardo, Ma davvero veniamo dall’Africa?, pubblicato nel 2022 dalle Edizioni Aurora Boreale con un’eccellente prefazione di Eugenio Barraco.
Passando al livello successivo in quanto gli Indoeuropei non sono che una frazione delle popolazioni caucasiche, l’origine dei popoli indoeuropei, credo che in quello che ho detto non vi sia molto di originale. Al riguardo, esistono nei nostri ambienti studi ben documentati, opera di ineguagliati Maestri, basterebbe fare per tutti i nomi di Julius Evola e Adriano Romualdi.
Comunque, pur conscio della modestia dei miei mezzi soprattutto in confronto a questi giganti, ho cercato di riprendere in mano la questione.
Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da un pericoloso malinteso: gli Indoeuropei esistono.
La costante precisazione che quello di indoeuropeo è un concetto linguistico e non antropologico nasconde il sottinteso che un’etnia definibile come indoeuropea non debba mai essere esistita.
Ma, se come fecero i linguisti tedeschi del XIX secolo consideriamo a ritroso l’evoluzione e la progressiva diversificazione delle lingue indoeuropee, risaliamo a una comune lingua madre, una Ursprache che deve essere stata propria di un’antica comunità di parlanti, un Urvolk, con ogni verosimiglianza insediato in una patria ancestrale, una Urheimat.
Questi linguisti però commisero un errore identificando l’Urheimat indoeuropea con l’India. Inverosimile, perché il subcontinente indiano era abitato da una fitta popolazione “scura”, i Dravidi, e gli Indoeuropei vi arrivarono come stranieri conquistatori. Il sistema delle caste, che ha caratterizzato per millenni la società indiana, poi, era palesemente concepito in origine per tenere separate le due popolazioni.
Era il mito fasullo della luce da oriente che, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra. Io penso che l’Urheimat indoeuropea non vada cercata altrove se non in Europa, e che lo stesso termine Indoeuropei sia in ultima analisi scorretto, è Euro-indo-iranici che si dovrebbe invece dire.
Il discorso sulla falsità del mito della luce da oriente ci porta direttamente al punto successivo della nostra disamina, o nel successivo strato della nostra torta.
Se prendiamo in mano un qualsiasi libro di storia, dalle elementari all’università, e per non parlare dei programmi divulgativi dei media, ci racconterà la stessa cosa, la civiltà umana sarebbe nata in Medio Oriente tra la cosiddetta Mezzaluna Fertile e l’Egitto, una visione talmente familiare da darla per scontata, e che tuttavia ignora che sono avvenute nel nostro continente scoperte fondamentali come l’allevamento bovino (tolleranza al lattosio), i metalli (ascia dell’uomo del Similaun), la scrittura (tavolette di Tartaria) e soprattutto i grandi complessi megalitici che costellano l’Europa da un capo all’altro.
Oltre a L’eredità degli antenati, io ho dedicato su “Ereticamente” una quarantina di articoli raccolti sotto il titolo Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, a smentire il mito della luce da oriente, nonché l’altro mio libro, Alla ricerca delle origini, edito da Ritter nel 2020.
Veniamo all’ultimo strato della nostra torta (last but not least, verrebbe da dire). Sugli Italiani come popolo, la narrativa dominante ci racconta una favola che è l’esatto contrario della realtà, una menzogna che ha il preciso scopo di supportare l’invasione-sostituzione etnica di cui oggi siamo oggetto, che saremmo un melting pot genetico e che in definitiva l’etnia italiana non esisterebbe. Ciò è falso, una ricerca genetica pubblicata all’estero da Digilander (ma non in Italia) ha rilevato nel nostro Paese fino a tempi recentissimi una compattezza etnica singolare tra gli stati europei, al punto da definirla “un’isola genetica”. Si rilevano una lieve impronta celtica al nord e una greca nel meridione, ma non tali da intaccare la sostanziale unità etnica della nostra Penisola.
Le invasioni che abbiamo subito nel corso dei secoli tra la caduta dell’impero romano e il risorgimento, hanno lasciato pochissime o nessuna traccia genetica. Ricordiamo ad esempio che i Longobardi che calarono in Italia erano non più di centomila persone, e gli Ostrogoti di Teodorico ancora meno, circa settantamila, che gli Arabi che invasero la Sicilia, in massima parte la lasciarono dopo la conquista normanna. Tutte cose storicamente documentate, ma sistematicamente ignorate da chi si aggrappa a ridicoli separatismi.
Detto tutto questo, ciò non significa che la ormai lunga storia de L’eredità degli antenati non abbia subito cambiamenti anche drastici nel tempo. Io ero partito con l’idea di confrontare questi assunti storici, intellettuali, ideologici se vogliamo, con le nuove scoperte che l’archeologia portava alla luce, di confermarli o, se fosse il caso, di modificarli, perché la realtà delle cose deve sempre prevalere su qualsiasi assunto dottrinario, e naturalmente ho iniziato utilizzando qualsiasi fonte disponibile.
Mi sono presto dovuto rendere conto che la questione mi si allargava a macchia d’olio sotto le dita, che le fonti che offre al riguardo il web sono sterminate, e cercare di rincorrerle tutte è di fatto un’impresa vana.
Ho presto scoperto che sono soprattutto siti stranieri, come “Ancient Origins” o “Ancient Pages”, o anche l’irlandese “Magical Ireland” a dare spazio a queste tematiche. Ho anche dovuto registrare con un certo dispetto il fatto che nelle Isole Britanniche la passione per la propria storia sembra molto più diffusa che da noi. C’è molta più gente che va in giro per sentieri poco battuti munita di metal detector, e spesso questi improvvisati archeologi della domenica hanno fatto scoperte importanti, e per nulla dire del fatto che un’associazione privata come la English Heritage è abbastanza consistente da avere ottenuto un ruolo di primo piano nella gestione e conservazione di siti megalitici come Stonehenge.
In Italia il passato sembra interessare molto meno, forse perché essendo immersi in un ambiente ricco di monumenti, castelli e cattedrali, tendiamo a pensare che le sue testimonianza si conserveranno per sempre anche senza cura da parte nostra, cosa purtroppo da non dare assolutamente per scontata, e pensare che ne avremmo di cose meritevoli di essere riportate alla luce, l’Italia è stata terra di grandi civiltà, Etruschi, Romani, medioevo comunale, rinascimento, per non dire d’altro.
Non sarebbe sbagliato dire che la situazione si fece presto critica, man mano che estendevo le mie ricerche, l’insieme delle cose di cui occuparmi diventava più voluminoso, e nonostante che “Ereticamente” mi abbia sempre concesso con generosità uno spazio fisso settimanale, faticavo sempre più a stare dietro a tutto, ero arrivato al punto che tra le cose di cui mi occupavo e il momento della pubblicazione del relativo articolo su “Ereticamente” si era allargato un gap, una “forbice” di quasi mezzo anno.
Ero arrivato al punto che nel 2023 per cercare di ridurre questa “forbice” ho pubblicato quasi soltanto articoli de L’eredità degli antenati, sacrificando altre tematiche del pari mi interessavano, dalla filosofia della storia e della politica, alle implicazioni politiche ella letteratura fantastica, alla politica attuale vera e propria.
Soprattutto le fonti straniere occupavano moltissimo spazio. A volte, per esempio, mi è capitato di dedicare un intero articolo a sintetizzare le novità di “Ancient Origins”. Non si poteva andare avanti così, e nel 2024 ho ripreso a dare maggiore spazio ad argomenti diversi da L’eredità degli antenati, con il risultato che “la forbice” che ero riuscito a comprimere, è tornata ad allargarsi.
Nell’ottobre di quell’anno ho capito di aver raggiunto il limite. Si era appunto in ottobre, e io mi sono accorto con una sorta di senso di nausea, che ero ancora alle prese con il quarto articolo sul mese di luglio.
In quel momento, ho pensato di abbandonare completamente L’eredità degli antenati, ma poi ho riflettuto su come ci sarebbero rimasti male gli amici che mi seguono da anni, così ho deciso di adottare una soluzione sì drastica ma meno radicale: ridurre le fonti al solo “MANvantara”, il gruppo Facebook creato dall’amico Michele Ruzzai, che del pari si occupa di eredità ancestrale, in modo da diradare il numero di questi articoli e lasciarmi spazio per altri argomenti.
Devo dire che questa soluzione si è dimostrata valida o almeno la meno peggiore possibile per quasi due anni, ma adesso sembra essere subentrata una crisi nella quale non solo su “MANvantara”, ma anche su gruppi similari, i post riguardanti la nostra eredità ancestrale si vanno rarefacendo.
Non essendo un veggente, cosa accadrà in futuro, non lo so, posso solo assicurarvi il mio impegno a cercare di fare il meglio possibile che le circostanze permetteranno.
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il mio libro Alla ricerca delle origini, al centro locandina di una mia conferenza, a destra il mio libro Ma davvero veniamo dall’Africa?


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